HENRI MATISSE - La gioia di vivere
Boris Pasternak
In ogni cosa ho voglia di arrivare
In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.
Sino all’essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici,
sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare,
effettuare scoperte.
Oh, se mi fosse dato, se potessi
almeno in parte,
mi piacerebbe scrivere otto versi
sulle proprietà della passione.
Sulle trasgressioni, sui peccati,
sulle fughe, sugli inseguimenti,
sulle inavvertenze frettolose,
sui gomiti, sui palmi.
Dedurrei la sua legge,
il suo cominciamento,
dei suoi nomi verrei ripetendo
le lettere iniziali.
I miei versi sarebbero un giardino.
Con tutto il brivido delle nervature
vi fiorirebbero i tigli a spalliera,
in fila indiana, l’uno dietro l’altro.
Introdurrei nei versi la fragranza
delle rose, un alito di menta,
ed il fieno tagliato, i prati, i biodi,
gli schianti della tempesta.
Così Chopin immise in altri tempi
un vivente prodigio
di ville, di avelli, di parchi, di selve
nei propri studi.
Giuoco e martirio
del trionfo raggiunto,
corda incoccata
di un arco teso.
(trad. Angelo Maria Ripellino)
Senza titolo
Suscettibile, mite nel quotidiano,
sei ora tutto fuoco, tutto ardore.
Lascia che la bellezza tua rinserri
nel buio terem di una poesia.
Guarda come sono trasfigurati
dalla lucente mondiglia dell’abatjour
la stanzetta, il bordo della parete, della finestra,
le nostre ombre, le nostre figure.
Siedi coi piedi sull’ottomana,
sotto di te incrociati alla turca.
Alla luce, al buio ugualmente
ragioni sempre in modo infantile.
Infili su cordoncino trasognata
un pugno di perline rotolate sull’abito.
troppo triste il tuo aspetto, estremamente
semplice e schietto il tuo parlare.
Volgare è la parola amore, tu hai ragione.
Troverò un altro nome.
Tutto il mondo per te, ogni parola,
se lo vuoi ridenominerò.
Forse il tuo aspetto accigliato rivelerà
dei sentimenti tuoi la vena metallifera,
lo strato che in segreto riluce del cuore?
Ma perché allora gli occhi rattristi?
(trad. Angelo Maria Ripellino)
Luglio
Per la casa gironzola un fantasma.
Un calpestio sul capo tutto il giorno,
un balenare d'ombre nel solaio.
Per la casa gironzola un folletto.
Vagola in ogni dove a contrattempo,
s’intromette in tutte le faccende,
nella vestaglia striscia verso il letto,
strappa la tovaglia dalla tavola.
Senza asciugarsi i piedi sulla soglia,
irrompe in una raffica di vento
e solleva la tenda-ballerina
con un vortice sino al soffitto.
Ma chi è questo monello ineducato
e questo spettro e questo sosia? È il nostro
nuovo inquilino da poco arrivato,
un villeggiante, un nostro ospite estivo.
Per il tempo del suo breve riposo
l’intera casa noi gli cederemo.
Luglio, l’aria di luglio con bufere
prende da noi le camere in affitto.
Luglio che si trascina nel vestito
peluria di soffioni e di bardane,
luglio che penetra dalle finestre
e parla sempre forte, ad alta voce.
(trad. Angelo Maria Ripellino)
Notte d'inverno
Mulinava la neve su tutta la terra,
in ogni dove.
Una candela ardeva sul tavolo,
una candela ardeva.
Come d’estate a sciame i moscerini
volano sulla fiamma,
precipitavano i fiocchi dal cortile
sul riquadro della finestra.
La tormenta attaccava al vetro
cerchietti e strali.
Una candela ardeva sul tavolo,
una candela ardeva.
Sul soffitto rischiarato
si stendevano le ombre,
incroci di braccia, incroci di gambe,
incroci della sorte.
E due scarpette cadevano
con rumore sul pavimento,
e a lacrime la cera dal lucignolo
gocciolava sull’abito.
E tutto scompariva nella foschia nevosa
canuta e bianca.
Una candela ardeva sul tavolo,
una candela ardeva.
Sulla candela un soffio da un angolo
e l’ardore della tentazione
sollevava, quale angelo, due ali
in forma di croce.
La neve mulinò tutto il mese a febbraio,
e senza posa
una candela ardeva sul tavolo,
una candela ardeva.
(trad. Angelo Maria Ripellino)
SARGENT - Ritratto di lady Agnew
Dichiarazione
Essere donna è un gran passo,
fare impazzire, eroismo.
E io dinnanzi al miracolo di mani,
schiena, spalle e di un collo di donna
con devozione di servo
la vita tutta riverisco.
Ma per quanto la notte m'incateni
con un anello d'angoscia,
più forte è al mondo l'aspirazione ad evadere
e la passione attira alle rotture.
Non ci sarà nessuno a casa
Non ci sarà nessuno a casa,
tranne il crepuscolo. Il solo
giorno invernale in un trasparente spiraglio
di cortine non accostate.
Solo di bianchi boccoli bagnati
il rapido aleggiante balenio.
Solo tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, - nessuno.
E di nuovo arabeschi intesserà la brina,
e di nuovo mi domineranno
lo sconforto dell’anno passato
e le vicende di un altro inverno.
E mi schermiranno di nuovo per una
colpa non ancora perdonata,
e una fame di legna avvinghierà
la finestra lungo la crociera.
Ma inaspettatamente per la tenda
scorrerà il tremito di un’irruzione.
Misurando coi passi il silenzio,
come l’avvenire tu entrerai.
Tu apparirai sulla soglia, indossando
qualcosa di bianco senza stranezze,
qualcosa proprio di quelle stoffe
di cui si cuciono i fiocchi di neve.
(trad. Angelo Maria Ripellino)
Paul Gauguin Clovis by a Stream
Autunno
Ho lasciato disperdersi i miei cari,
tutti i miei cari sono da tanto chissà dove,
e, nel cuore e nella natura, tutto
è pieno della solitudine di sempre.
Ed eccomi qui con te in questo capanno,
nel bosco senza nessuno e deserto.
Come nella canzone, i viottoli e i sentieri
già quasi li cancella l’erba.
Ora noi soli guardano
rattristati i muri di tronchi.
Non promettemmo di assaltare ostacoli,
noi periremo a viso aperto.
Ci sediamo all’una e ci alziamo alle tre,
io con un libro, tu con il ricamo,
e all’alba non ci accorgiamo
che abbiamo cessato di baciarci.
Più sfarzose e più sfrenate ancora
stormite, scrollatevi, foglie,
e con l’odierna angoscia fate
che trabocchi l’intero calice di ieri.
Attaccamento, trasporto, fascino!
Disperdiamoci nello stormire di settembre!
Immergiti tutta nel fruscio dell’autunno!
Vieni meno o esci di senno!
Tu l’abito lasci via, così,
come il bosco lascia le foglie,
quando cadi nell’abbraccio
con la vestaglia dal fiocco di seta.
Tu sei il bene d’un passo funesto,
quando vivere dà più nausea d’un male.
Ma la radice della bellezza è l’ardire
e questo l’un verso l’altra ci attrae.
Amleto
S’è spento il brusio. Sono entrato in scena.
Poggiato allo stipite della porta,
vado cogliendo nell’eco lontana
quanto la vita mi riserva.
Un’oscurità notturna mi punta contro
mille binocoli allineati.
Se solo è possibile, Abba padre,
allontana questo calice da me.
Amo il tuo ostinato disegno,
e reciterò, d’accordo, questa parte.
Ma ora si sta dando un altro dramma
e per questa volta almeno dispensami.
Ma l’ordine degli atti è già fissato
e irremeabile è il viaggio, fino in fondo.
Sono solo, tutto affonda nel fariseismo.
Vivere una vita non è attraversare un campo.
(1960)
JEAN BERAUD
Convegno
La neve ricoprirà le strade
colmerà i pioventi dei tetti,
andrò a sgranchirmi le gambe:
tu stai oltre la porta.
Sola, col paltò autunnale,
senza cappello né galosce,
lotti con l’emozione
e l’umida neve inghiotti.
Alberi e steccati
svaniscono lontano nel buio.
Sola nel turbinio
all’angolo stai tu.
Dal fazzoletto del capo scorre l’acqua
dietro le maniche nel risvolto,
e come gocce di rugiada
tra i capelli brillano.
E da una ciocca bionda
sono rischiarati: il volto,
il fazzoletto e la figura
e quel paltoncino.
La neve sulle ciglia è bagnata,
nei tuoi occhi l’angoscia
e il tuo aspetto risulta
di un sol pezzo.
Quasi che come ferro
bagnato in antimonio,
ti avessero portato a taglio
per il mio cuore.
In esso s’è in eterno fissata
la dolcezza di questi tratti,
per cui non ha importanza
che il mondo sia spietato.
E perciò si biforca
tutta questa notte nella neve
e tracciare un confine
tra di noi non posso.
Ma noi chi siamo e da dove
se di tutti quegli anni
sono rimaste chiacchiere
e noi siamo scomparsi?
Esser famoso non è bello
Esser famoso non è bello
non è questo che ci leva in alto.
Non bisogna tenere un archivio,
trepidare per i manoscritti.
Fine dell’opera è dare tutto di sé,
e non il successo, lo scalpore.
E’ vergognoso, quando non si è nulla,
diventare per tutti una leggenda.
Ma bisogna vivere senza impostura,
vivere così che alla fine
ci si attiri l’amore degli spazi,
che si oda l’appello del futuro.
E le lacune si debbono lasciare
nella sorte, e non fra le carte,
passi e capitoli dell’intera vita
segnando a margine.
E immergersi nell’anonimo
e i propri passi celarvi,
come nella nebbia si cela una contrada,
quando più nulla vi si vede.
Gli altri sulla viva orma
seguiranno palmo a palmo il tuo cammino,
ma la sconfitta dalla vittoria non tu devi distinguerla.
E neanche d’un minimo devi
venir meno all’uomo,
ma essere vivo, vivo e null’altro,
vivo e null’altro sino in fondo.
(trad. Angelo Maria Ripellino)
Boris Pasternak NELLA NEBBIA E NEL GELO
Nella foschia dell'alba fredda il sole
sta come un palo di fuoco nel fumo.
Come in una pellicola sfocata,
anch'io sono per lui poco visibile.
Finchè il sole non esce dalla nebbia
sfolgorando sul prato oltre lo stagno
gli alberi non possono discernermi
nella lontananza della riva.
Il viandante si riconosce dopo
che è passato, sparendo nel nebbione.
Ho la pelle d'oca, il gelo, l'aria
è falsa come un velo di roseto.
Cammini sulla brina del sentiero
come su un impianto di graticci.
Non ne può più la terra di gelare
e respirare foglie di patate.
********************
Amare, andare, non è cessato il tuono,
calpestare l'angoscia, andare a piedi nudi,
spaventare i ricci, ripagare col bene
per il male del mirtillo con la ragnatela.
Bere dai rami che battono sul viso,
l'azzurro di rimbalzo solcando:
«Allora è l'eco?» -e alla fine
smarrirsi nei baci.
E come in una marcia, vagare coperto di lappole.
Al tramonto sapere che più vecchio è il sole
di quelle stelle e di quei carri d'avena,
di quella Margherita e della taverniera.
Perdere la lingua, abbonarsi
alla tempesta di lacrime negli occhi delle valchirie,
e nell'ardore con tutto il cielo ammutolito,
affogare gli alti tronchi nell'etere.
Sdraiati, raccogliere, tra le spine, brandelli
gli eventi degli anni, come pigne d'abete:
strada battuta, discesa di Korcma;
albeggiava; gelavamo; mangilivamo pesce.
E una volta crollati intonare: «Canuto,
andavo e caddi senza forze. Un tempo
soffocava la città con il loglio
bagnatosi nelle lacrime delle mogli dei soldati.
Nell'ombra delle lunghe aie illuni,
negli ardori delle fiasche e delle spezie,
forse, anch'egli è vecchio
e in seguito pure creperà».
Cosl cantavo, cantavo e morivo.
E morivo e tornavo
alle mani di lei, come boomerang,
e, per quanto mi ricordi, dicevo addio.
Antoine Blanchard Grands Boulevard et Porte St-Denis sous la Neige
Boris Pasternak FEBBRAIO
Febbraio. Prender l'inchiostro e piangere!
Scrivere di Febbraio a singhiozzi,
finchè il tempo piovoso scrosciante
brucia come una fosca primavera.
Prendere una carrozza. Per sei soldi
fra scampanio e stridere di ruote
recarsi là dove la pioggia torrenziale
strepita più che lacrime ed inchiostro.
Dove, come pere incenerite,
dagli alberi mille cornacchie
cadranno nelle pozze rovesciando
una secca mestizia sul fondo degli occhi.
Nereggiano di sotto gli spazi disgelati,
e il vento e solcato dai gridi,
e quanto più a caso, tanto più esattamente
si compongono i versi a singhiozzi.
Boris Leonidovich Pasternak (1890 - 1960)
Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti o che non hanno mai inciampato. A loro non si è svelata la bellezza della vita.
L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere.
L'arte non è pensabile senza rischio e sacrificio spirituale di sé.
Sei l'ostaggio dell'eternità, un prigioniero del tempo.
CULTURA & SVAGO