POESIE

 

  CORRADO GOVONI 

DOMENICO INDUNO

CORRADO GOVONI - La pioggia è il tuo vestito

 

La pioggia è il tuo vestito.
Il fango è le tue scarpe.
La tua pezzuola è il vento.
Ma il sole è il tuo sorriso e la tua bocca
e la notte dei fieni i tuoi capelli.
Ma il tuo sorriso e la tua calda pelle
è il fuoco della terra e delle stelle.

CORRADO GOVONI - La primavera del mare


Anche il mare ha la sua primavera:
rondini all'alba, lucciole alla sera.
Ha i suoi meravigliosi prati
di rosa e di viola,
che qualcuno invisibile, là, falcia,
e ammucchia il fieno
in cumuli di fresche nuvole.
Si perdon le correnti
come pallide strade
tra le siepi dei venti,
da cui sembra venire, nella pioggia,
come un amaro odore
di biancospino in fiore.
E certo,nella valle più lontana,
un pastore instancabile tonde
il suo greggie infinito di onde,
tanta è la lana
che viene a spumeggiare sulla riva.

Naufragio

 

Sul mio capo di naufrago

galleggiante sul mare nero della vita

afferrato a una tavola sfasciata

materna culla

vedo ancora ondeggiare le stelle

come un tenero ramo di mardorlo.

Luce di fuori mondo

o vertigine

degli abissi incantevoli del nulla?

 

Le dolcezze

 

Le domeniche azzurre della primavera.

La neve sulle case come una parrucca bianca.

Le passeggiate degli amanti sul canale.

Fare il pane la mattina di domenica.

La pioggia di marzo che batte sui tegoli grigi.

Il glicine fiorito su pel muro.

Le tende bianche alle finestre del convento.

Le campane del sabato.

I ceri accesi davanti alle reliquie.

Gli specchi illuminati nelle camere.

I fiori rossi sopra la tovaglia bianca.

Le lampade d'oro che s'accendono la sera.

I crepuscoli di sangue che muoion sulle mura.

Le rose sfogliate sul letto dei malati.

Suonare il pianoforte un giorno di festa.

Il canto del cuculo nella campagna.

I gatti sopra i davanzali.

Le candide colombe sui tetti.

Le malve nelle pentole.

I mendicanti che mangian sulle soglie delle chiese.

I malati al sole.

Le bambine che si pettinano l'oro al sole sulle porte.

Le donne che cantano alla finestra.

Col bacio mi sembrò di berti l'anima,

non di perder la mia;
chè quando mi staccai dalla tua bocca
vacillavo come ebbro cieco,
quasi a me ignoto,
senza più cuore né cervello, vuoto.

Culto delle mani

 

O mani pure, mani delle suore
esperte a le matasse dei rosari,
vecchie mani di rigido fervore
simili a quelle dentro i reliquari!
O mani impure, mani di signore
esperte a tutti gli atti voluttuari,
mani carnose come gigli in fiore
nelle alluminature dei breviari!
Tutte le mani. Mani sapienti
di cortigiane o d' avvelenatrici,
mani avvezze a palpare i bei scarlatti.
Mani d' eroi, di martiri pazienti
mani di tribadi e d' imperatrici!...
E le vedove mani dei ritratti!

TU, DIO ...

 

Tu, Dio senza sonno e senza morte,

come puoi tu vedere con occhi di stelle,

bruciato e travolto

da quel tuo stesso fuoco creatore

nei vorticosi abissi

dell'incolmabile nulla,

la nostra condizione umana

legata alla stagione di un secondo

di quel grano di sabbia del tuo mare

ch'è questa oscura faticosa terra?

Vedere china al focolare

la madre mentre soffia l'anima

sopra la passeggera brace,

col cuore gonfio di parole chiuse

e la bocca dolente come piaga,

come se stesse al fuoco  la risposta:

quasi che con la cenere di torba

e col rancido pianto

si potesse impastare un po' di pane

per la scalza covata;

o contorcersi al suolo

come un verme tagliato dalla vanga

sul figlio trucidato?

Come puoi tu vederci,

se nella nostra notte d'uomini

tutta la nostra luce son le lagrime?

Siam per te come l'atomo, invisibili

sotto il bombardamento

dei tuoi ardenti sguardi;

senza fisionomia e senza storia

come l'erba dei fossi, amaramente

bruciati dalla morte.

Chi può illudersi ancora

che tu veda salire

a te quel grigio fiocco

d'incenso andato a male

che scoppiò ad Hiroshima

e fa sempre tremare il cuore agli uomini?

O che tu senta

crescere lentamente nel tuo mare

di celeste pazienza impallidendone,

tra i fiori di subacquee mine,

il corallo di sangue di Mathausen

e delle Fosse Ardeatine?

Che senso mai può avere per te

questa vita più breve

dell'andare e tornare della rondine

con caldo nido in bocca, con un sonno

che accelera la pena

del vivere agitandola di sogni,

e il nostro disperato grido

con quell'eco già morta

prima ancora di battere

allo spietato muro

del tuo eterno silenzio per aiuto?

Per strapparti il conforto d'una sillaba

invano l'uomo sta in ascolto:

o cieco Dio, o Dio sordomuto,

Dio senza volto.

Ci voleva un'intera eternità

 

Ci voleva un'intera eternità
perché la luna così lenta e chiara
fosse all'ultimo quarto; anche se poi
si temeva che fosse proprio l'ultimo,
e i nostri lunghi passi, scongiurati
di andar sempre più in fretta, ci facevano
ancor più paura della luna.
Ci sembrava che in due fosse più facile,
con la complicità del cielo buio,
scioglierci dai legami della vita
per raggiungere il fresco sonno aperto
dell'albero del nostro appuntamento,
ed era ancor più facile col vento.
Ma tu, come farai ora che sei sola,
a portare il coraggio dell'amore?
Con una luna ancor più eterna e chiara,
sotto l'albero noto al lungofiume,
sono qui che ti aspetto, ombra nell'ombra,
col batticuore della prima volta.