DARIO BELLEZZA

Delinquente mio delinquente

non lasciando Roma azzardo
contro i maschi stazionari una offesa
e falsa virilità.
 
Vecchi discorsi, logori, remoti
che tu con i tuoi denti adolescenti
mi spegnevi in una bocca piena di saliva.
 
Il tempo era ancora
un carnefice che non dava paura.
 
Ora esisti. So che eri lì, dal mio
rivale. Mangi ogni tanto caviale
e molte volte salti il pranzo.
 
Io non tramonto lentamente
ma t'assicuro di essere già morto!
(da  Libro d'Amore, 1968-1981)

Morte segreta 

Ora alla fine della tregua
tutto s'è adempiuto; vecchiaia
chiama morte e so che gioventù
è un lontano ricordo. Così
senza speranza di sapere mai
cosa stato sarei più che poeta
se non m'avesse tanta morte
dentro occluso e divorato, da me
prendo infernale commiato.

Ascoltavo le morte nel mio sogno
 

Ascoltavo le morte nel mio sogno
di pazzo dirmi all' orecchio soave:
"Ti trascuro. Non verrò mai da te".

Allora mi ricordai di te e mi svegliai.
La morte mi era a lato. La notte
riempiva la stanza di silenzio.
Alla finestra la luce della luna. E

Nel mio cuore un presentimento.
LE TROMBE SQUILLERANNO
Le trombe squilleranno
l'incubo sordo
allora forse ti rivedrò
non più di carne
con un altro al lato
orgoglioso passerò senza saluti
nessuno più ci presenterà
il vituperio assordante
silenzioso impazzirà
i nostri detriti cervelli
dissepolti per l'ultima colta
in un'apocalisse irrisolta.

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Se viene la guerra
Se viene la guerra non partirò soldato.
Ma di nuovo gli usati treni porteranno i giovani soldati lontano a morire dalle madri. Se viene la guerra non partirò soldato. Sarò traditore della vana patria. Mi farò fucilare come disertore. ...Mia nonna da ragazzino mi raccontava: "Tu non eri ancora nato. Tua madre ti aspettava. Io già pensavo dentro il rifugio osceno ma caldo di tanti corpi, gli uni agli altri stretti, come tanti apparenti fratelli, alle favole che avrebbero portato il sonno a te, che, Dio non voglia!, non veda più guerre". Dario Bellezza
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Sterminate primavere d'ebbrezza
quando la carne era senza freni
e la diversità sapeva le lusinghe
più traboccanti d'incanto e di piacere
vi assista ormai l'angoscia immensa
dei ragazzi sordi che parlano con le mani
e non sanno le parole torturate per ricordarvi!
 
E costellate bellezze dell'inverno precoce
se alla luce dei fanali salpavano le notti
verso le albe della chiarità vanagloriosa
che allagava la stanza profonda
dei rimorsi e dei sogni del sonno.

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Non sono né invincibile né Dio;

ma mortale assaporo i sapori più forti della vita

e vomito, considerandomi fallito

agli occhi di Dio.

E tu, donna, vienimi incontro.

Portami in salvo. Brucia le resistenze.

Satana mi vuole perduto e peccatore.

Io devo smettere l'orgoglio

di sapermi diverso, irreale

amante dei diversi.

(Da Angelo, 1979 )

LEIGHTON - Ritratto di ragazzo
Ora che il mio destino si rischiara
 
Ora che il mio destino si rischiara
non posso fare a meno di pensare a te
lacrima eterna del mio pianto.
 
Intenso o soffocato il tuo amore
è l'unico suono dal tempo inviolato
che m'incanta.
 
L'immagine cara che non tradisce
rimane intatta; sei vicino a me, ti tocco,
ti bacio la bocca, gli occhi allegri o mesti,
tutta tutta la tua svaporata essenza
mi risveglia, accorre verso il punto
che s'estingue nel lagno delle stagioni
che richiamo alla carezza.
Da Io, 1975-1982
 
C'è un pianto dentro di me: la vita
Urlando non lascia tracce verosimili,
sfigurata allaccia amore e morte,
nella notte ingrata al sonno.
 
Allora si pensa ai trascorsi inganni:
so sogna. Tutto quello che in pace
importa di più va combattuto,
respinto...Che ci sto a fare? A prendere congedo
Da stanche proposte di Re Musoni
Promettitori dei vani insulti al Dio,
o calamitosi al perché di vita
ignobile e incerta? Io piango
le tetre scalee di gioventù
ove il sorpasso della mente
ai giorni, all'ore estreme
era sembiante vivo
del nostro destinato incrociarsi
in terra seminata di freschi
virgulti, tenere silee
di speranza
inquieta nel suo sfarsi.
 
«Il mare di soggettività sto perlustrando»
 
Il mare di soggettività sto perlustrando
immemore di ogni altra dimensione.
 
Quello che il critico vuole non so dare. Solo
oralità invettiva infedeltà
 
codarda petulanza. Eppure oltre il mio io
sbudellato alquanto c'è già la resa incostante
alla quotidianità. Soffrire umanamente
 
la retorica di tutti i normali giorni delle
normali persone. Partire per un viaggio
 
consacrato a tutte le civili suggestioni:
pensione per il poeta maledetto dalle sue
oscure maledizioni.
(Da Invettive e licenze, 1971)
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«Dio mi moriva sul mare»
 
Dio mi moriva sul mare
azzurro, sul suo pattino dove
mi aveva invitato ad andare.
 
Ma fu la gelosia, la normalità
dei ragazzi a spingermi a rifiutare,
ad alzare le spalle alle battute
salaci.
 
L'odore del mare riempiva
le navi e tu cantavi negli occhi
ridarella di vittoria.
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«A Pier Paolo Pasolini»
 
M'aggiro fra ricatti e botte e licenzio
la mia anima mezza vuota e peccatrice
e la derelitta crocifissione mia sola
sa chi sono: spia e ricattatore
che odia i suoi simili. E non trovo
pace in questa sordida lotta
contro la mia rovina, il suo sfacelo.
 
Dio! Non attendo che la morte.
Ignoro il corso della storia. So solo
la bestia che è in me e latra.
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«Ho paura. Lo ripeto a me stesso»
 
Ho paura. Lo ripeto a me stesso
invano. Questa non è poesia né testamento.
Ho paura di morire. Di fronte a questo
che vale cercare le parole per dirlo
meglio. La paura resta, lo stesso.
 
Ho paura. Paura di Morire. Paura
di non scriverlo perché dopo, il dopo
è più orrendo e instabile del resto.
Dover prendere atto di questo:
che si è corpo e si muore.
Da Morte segreta, 1976
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«A Elsa Morante»
 
I ragazzo drogati, guardie del corpo
dell'Assoluto, vanno per il mondo
mattutino fino alla sera della loro
sopravvivenza: come passerotti
mangiano distrattamente
tutti presi dai loro sogni d'avventura.
 
E la sciagura che li coglie per strada
e li fulmina pienamente stecchiti
li lascia preda delle iene umane
che scrivono i loro necrologi sui giornali.
 
Le loro dita sono piene di anelli,
la loro grazia bugiarda di mentire
sa che io non ho bisogno di droghe.
 
E mi guardano come un povero reietto,
un infelice, ma troppo non m'offendo.
So che vanno per le vie del mondo
con in bocca il sapore della polvere
e del tossico:
strepito vano è il loro baloccarsi
bambino, orgoglio luciferino
di chi si consuma, strugge come cera,
ma anche così la mia voce smorta
li vorrà sempre al mio capezzale.
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«Fuori di me»
 
Alla follia, non badate, datemi retta!
Pensate piuttosto ai nuovi ritmi in cui
immergere la vostra vita perduta dietro
l'apparenza delle cose. Cercate l'immortalità,
l'eterna questione del mare splendente
dentro il sole di giugno che diventa nero
a notte e scompare nelle tenebre. Io
dimenticato relitto di una civiltà
passata sono il solo che piango i defunti
miraggi di un'età morta e ancora
coprendomi di ridicolo scrivo lettere
d'amore a traditi amori di un'epoca trascorsa,
la giovinezza, e ricordo lo studente
che piegava la sua retta immagine
a misurare l'angolo della sua carnale diversità,
a versare nel seno asciutto di una madre
occasionale la solitudine futura dei suoi
giorni tutti uguali. Lasciatevi andare
verso il mare della vita! Assaporatene
la musica sbiadita, e trionfatore sarà
solo il Tempo e il suo nero oltraggio, la Morte!
Mentre io ancora scriverò che il poeta
chiude in stremate parole il suo cervello
mirando il muro in alto della sua stanza
e le poesie scivoleranno via, senza pietà,
e nessun Dio le registra, incarnandosi
per un attimo.
Il ritmo non sa di mirtillo acerbo
e piegarsi sulla bianca pagina di un diario
il meglio dell'ispirazione fa in un fiato
dileguare.
Chiamatemi così: pazzo, deserto testimone
di un deserto da percorrere in una torrida
estate, senza acqua raccolta nella gobba
di un domestico dromedario, e la mia poesia
definitela con crudeltà e livore come lubrica,
oscena, interessata e manigolda consigliera
di sventura o furto di anime giovanili
in cerca di nuove reincarnazioni.
Sappiate però che brucio di gioia, di allegria
feroce dentro la mia casa buia, prigioniero
di calamitose idee, slabbrando la mia merda
in privata visione senza lo scempio
di immagini e talenti altrui. Sono un genio
geniale che la vita spassa da un dolore all'altro,
teatrale, senza ferite apparenti che non siano
d'amore, piaghe purulente lasciate da una donna
fatale che nessuno conosce. Slabbro la mia
merda in privata visione: ghirigori
collettivi e birbanti. Muratemi
in una galera con la bibbia e i santi.
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Forse mi prende malinconia  a letto
se ripenso alla mia vita tempesta e di
mattina alzandomi s'involano i vani
sogni e davanti alla zuppa di latte
annego i miei casi disperati.

Gli orli senza miele della tazza
screpolata ai quali mi attacco a bere
e nella gola scivola piano il mio
dolore che s'abbandona alle
immagini di ieri, quando tu c' eri.

Che peccato questa solitudine, questo
scrivere versi ascoltando il peccatore
cuore sempre nella stessa stanza

con due grandi finestre, un tavolo
e un lettino di scapolo in miseria.

 

E se l'orecchio poso al rumore solo
delle scale battute dal rimorso
sento la tua discesa corrosa
dalla speranza.

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Se un poeta, io, regalo al cupo silenzio
della notte metà del tempo che m' incalza
ostinato inquisitore di un corpo
sbalordito dall'abitudine, decomposto,
in ansia perpetua di non lasciare traccia
di sé nei corpi altrui o stampo caldo
nelle fresche leggere menti adolescenti

 

né la Storia, l'ordalia infernale
dei tiranni assetati di sangue e morte
non considero, ne viene anzi, rabbia,
sgomento, urlo lontano nella gola secca,
pianto sommesso o gridato, abbiate pietà!,
vi scongiuro, trattenete l'angoscia che sale
alle mie stanze, feritela, fate qualcosa!
grida la mia voce isterica e arrotata
dallo snobismo clientelare con il Diavolo;
ne viene tutto come meta finale un nulla,
un ghiacciato nulla senza escrementi
o virtù viziosa di drogato. Talché scrivo
in privato, di nascosto, che nessuno sappia,
per carità, madre di un attimo, amante

passeggero dentro un treno o una fratta,

scrivo un testamento o calendario, a seconda
dei temi giornalieri destinati dal Caso,
non umili o meschini o facili o malati
ma sempre datati come ogni cosa deriva
dall'anno il suo profumo e la menzogna,
spera di trovare l'occaso salutare
fuori di qui, terra bruciata, di nessuno
di là dal mondo certo e pellegrino.

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Racconto l'affamato scontro di due vite
per impietrare nella vita idiota
la promessa felice della vittoria
sul ricordo del lupo e del pugnale
e voi assonnati adolescenti odorosi
di fumo presto sfiancati dalla maturità
rispettate il codice cupo di chi vi volle
strumento assurdo dell'eternità.

 

Il pane muffo e le patate bollite che mangiai
con uno di voi sonnolento buffone meritano
la muffa eterna della vigliaccheria o
la forza della misericordia che s'elimina
crescendo verso la dolcezza estrema
del suicidio più lento: vivere.

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Amato o no il mondo era vero
vero simulacro del fabbisogno di Dio
sembrava un sogno ad occhi aperti
occhi aperti sugli abissi e i confini del sonno

Sogno o son desto era il mio motto
le parole del cuore consolavano i pianti smisurati
gli assalti del cuore raggelavano i pieni
del cinema – la voluttà di baciare
Liside era spenta nelle braccia della fortuna.
Chiamate il bisogno – amaro o dolce -
della carne più sincero di ogni strazio
e ogni pentimento della ragione silenzio accorato.

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Come le stelle da secoli spente
ancora inviano lor luce splendente
ai nostri casti occhi che guardano
la luna e le stelle e tutto
il firmamento remoto,
amore solitario
il tuo pallido ricordo
arriva in ritardo all'appuntamento
sperduto nella vastità
della mia solitudine.

Arriverà la notte suicidale
a ricoverarci lo spremuto
cervello che s'accende ancora
di questo deserto e spaventoso
“A presto!”

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