* * * * Dylan Thomas * * * *
JEAN BERAUD
Splendessero lanterne
Splendessero lanterne, il sacro volto,
Preso in un ottagono d’insolita luce,
Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
I lineamenti, nel loro buio segreto,
Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
La tela della mummia mostrerà un antico seno.
Mi fu detto: ragiona con il cuore;
Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
Mi fu detto: ragiona con il polso;
Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
Così rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
Che dimena la barba al vento egiziano.
Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.
La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.
Should Lanterns Shine
Should lanterns shine, the holy face,
Caught in an octagon of unaccustomed light,
Would wither up, and any boy of love
Look twice before he fell from grace.
The features in their private dark
Are formed of flesh, but let the false day come
And from her lips the faded pigments fall,
The mummy cloths expose an ancient breast.
I have been told to reason by the heart,
But heart, like head, leads helplessly;
I have been told to reason by the pulse,
And, when it quickens, alter the actions' pace
Till field and roof lie level and the same
So fast I move defying time, the quiet gentleman
Whose beard wags in Egyptian wind.
I have heard may years of telling,
And many years should see some change.
The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.
Qui in primavera
Qui in primavera, le stelle
navigano il vuoto;
Qui nell’inverno ornamentale
Il nudo cielo viene giù a rovesci;
L’estate seppellisce l’uccello nato in primavera.
I simboli provengono dal lento costeggiare dell’anno
Le rive di quattro stagioni;
Fuochi di tre stagioni insegnano in autunno
E note di quattro uccelli.
Dovrei distinguere l’estate dagli alberi, i vermi,
Se lo fanno, narrano le tempeste dell’inverno
O il funerale del sole;
Dovrei imparare la primavera dal canto del cuculo
E la lumaca mi dovrebbe insegnare distruzione.
Un verme racconta l’estate meglio dell’orologio,
La lumaca è un vivente calendario di giorni;
Che cosa mi dirà se un insetto senza tempo
Dice che il mondo lentamente si consuma?
Nel mio mestiere o tenebrosa arte
Nel mio mestiere o tenebrosa arte
praticata nel silenzio notturno
quando soltanto la luna infuria
e gli amanti giacciono nel letto
con tutti i loro affanni tra le braccia,
io mi affatico a una luce che canta
non per pane o ambizione
o per pavoneggiarmi e vender fascino
sui palcoscenici d'avorio,
ma per il comune salario
del loro più intimo cuore.
Non per il superbo che s'apparta
dalla luna che infuria io scrivo
su queste pagine di spuma
né per i morti che torreggiano
con i loro usignoli e i loro salmi,
ma per gli amanti, con le braccia
attorno alle angosce dei secoli,
che non pagano lodi né salario
e non si curano del mio mestiere o arte.
In my craft or sullen art
In my craft or sullen art
Exercised in the still night
When only the moon rages
And the lovers lie abed
With all their griefs in their arms,
I labour by singing light
Not for ambition or bread
Or the strut and trade of charms
On the ivory stages
But for the common wages
Of their most secret heart.
Not for the proud man apart
From the raging moon I write
On these spindrift pages
Nor for the towering dead
With their nightingales and psalms
But for the lovers, their arms
Round the griefs of the ages,
Who pay no praise or wages
Nor heed my craft or art.
ELEGIA
Troppo orgoglioso per morire, morì debole e cieco
Nel più oscuro dei modi, e non indietreggiò,
Un uomo freddo; e gentile, coraggioso nel suo angusto amor
proprio!
Nel più oscuro dei giorni. Oh, possa egli per sempre
Riposare sereno, finalmente, sull'estrema collina
Delle croci, sotto l'erba, in amore, e qui tra i lunghi
Stormi ringiovanire, e mai giacere smarrito
O inerte i giorni innumerevoli della sua morte,
Benché sopra ogni cosa desiderasse il seno di sua madre.
Che era polvere e sonno, e nella terra cortese
La nera giustizia della morte, cieca e sconsacrata.
Che non trovi mai requie ma sia generato e mantenuto,
Pregai nella stanza accovacciante, presso il suo cieco letto,
Nella casa attutita, qualche secondo prima
Di mezzogiorno, e col buio, e alla luce. Il fiume dei morti
Gli venava la povera mano che stringevo, e io vedevo
Attraverso i suoi occhi senza lume le radici del mare.
Il colloquio della preghiera
Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
Dal bimbo che va a letto e dall’uomo per le scale
Che sale all’alta stanza dall’amata morente,
Indifferente l’uno a chi nel sonno andrà incontro,
L’altro pieno di lacrime temendola già morta,
S’aggira per il buio sulle ali del suono che essi sanno
Salirà verso i cieli rispondenti su dalla verde terra,
Dall’uomo per le scale e dal bimbo accanto al letto.
Il suono che sta per levarsi nelle due preghiere
Per il sonno in terra sicura e per l’amata che muore
Sarà uno stesso volo doloroso. Chi calmeranno?
Dormirà illeso il fanciullo o sarà in lacrime l’uomo?
Il colloquio delle preghiere sul punto d’esser dette
S’aggira tra i vivi ed i morti, e l’uomo per le scale
Non troverà morente, stanotte, ma viva e calda al fuoco
Del suo trepidare nell’alta stanza il suo amore.
E il fanciullo indifferente a chi va la preghiera
Affogherà in un’angoscia profonda come sarà la sua tomba,
E con gli occhi del sonno fisserà i neri occhi dell’onda
Che su per le scale lo trascina verso una che è morta.
FREDERICK MORGAN
Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi,
spauriti, pronunciando sillabe sommesse
per timore di svegliare le cornacchie,
per timore di entrare
senza rumore in un mondo di ali e di stridi.
Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un rametto,
e, dopo l'agile ascesa,
cacciare la testa al di sopra dei rami
per ammirare stupiti le immancabili stelle.
Dalla confusione, come al solito,
e dallo stupore che l'uomo conosce,
dal caos verrebbe la beatitudine.
Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
bambini che osservano con stupore le stelle,
è lo scopo la conclusione.
Non essendo che uomini, camminavamo fra gli alberi.
Being but men
Being but men, we walked into the trees
Afraid, letting our syllables be soft
For fear of waking the rooks,
For fear of coming
Noiselessly into a world of wings and cries.
If we were children we might climb,
Catch the rooks sleeping, and break no twig,
And, after the soft ascent,
Thrust out our heads above the branches
To wonder at the unfailing stars.
Out of confusion, as the way is,
And the wonder, that man knows,
Out of the chaos would come bliss.
That, then, is loveliness, we said,
Children in wonder watching the stars,
Is the aim and the end.
Being but men, we walked into the trees.
LA FORZA CHE ATTRAVERSO LA VERDE MICCIA SOSPINGE IL FIORE
La forza che attraverso la verde miccia sospinge il fiore
Sospinge anche la mia verde età; quella che le radici degli alberi dissecca
E' la mia distruttrice.
Ed io son muto per raccontare alla rosa inclinata
Che la mia giovinezza è piegata da uguale febbre invernale.
La forza che l'acqua sospinge attraverso le rocce
Conduce il rosso mio sangue; quella che le correnti dissecca rivolte alla foce
Le mie trasforma in cera.
Ed io son muto per dire alle mie vene
Come alla fonte montana la stessa bocca sugga.
La mano che l'acqua dentro lo stagno sommuove
Le sabbie mobili agita; quella che allaccia i soffi del vento
Ritira del mio sudario la vela.
Ed io son muto per dire all'impiccato
Come della mia creta sia fatta la calce del carnefice.
Dal capo della fonte le labbra del tempo come le sanguisughe succhiano;
Amore stilla a gocce e si raccoglie, ma il versato sangue
Le piaghe del mio amore lenirà.
Eo io son muto per dire al vento della stagione
Come attorno alle stelle, ticchettando, il tempo abbia formato un cielo.
Ed io son muto per raccontare alla tomba dell'amante
Come lo stesso verme contorto al mio sudario vada.
Drives my green age; that blasts the roots of trees
Is my destroyer.
And I am dumb to tell the crooked rose
My youth is bent by the same wintry fever.
The force that drives the water through the rocks
Drives my red blood; that dries the mouthing streams
Turns mine to wax.
And I am dumb to mouth unto my veins
How at the mountain spring the same mouth sucks.
The hand that whirls the water in the pool
Stirs the quicksand; that ropes the blowing wind
Hauls my shroud sail.
And I am dumb to tell the hanging man
How of my clay is made the hangman's lime.
The lips of time leech to the fountain head;
Love drips and gathers, but the fallen blood
Shall calm her sores.
And I am dumb to tell a weather's wind
How time has ticked a heaven round the stars.
And I am dumb to tell the lover's tomb
How at my sheet goes the same crooked worm.
Distesi sulla sabbia
Distesi sulla sabbia, l’occhio al giallo
E al grave mare, beffiamo chi deride
Chi segue i rossi fiumi, scava
Alcove di parole da un’ombra di cicala,
Ché in questa tomba gialla di rena e di mare
Un appello al colore fischia nel vento
Allegro e grave come la tomba e il mare
Che dormono ai due lati.
I silenzi lunari, la marea silenziosa
Che lambisce i canali stagnanti, l’arida padrona
Della marea increspata fra deserto e burrasca
Dovrebbero curarci dai malanni dell’acqua
Con una calma d’un unico colore.
La musica del cielo sopra la rena
Risuona in ogni granello che s’affretta
A coprire i castelli e i monti dorati
Della grave, allegra, terra in riva al mare.
Fasciati da un nastro sovrano, sdraiati,
Guardando il giallo, facciamo voti che il vento
Spazzi gli strati della spiaggia e affoghi
La roccia rossa; ma i voti sono sterili, né noi
Possiamo opporci alla venuta della roccia,
E dunque giaci guardando il giallo, o sangue
Del mio cuore, finché la stagione dorata
Non vada in pezzi come un cuore e un colle.
Dai sospiri
Dai sospiri nasce qualcosa,
Ma non dolore, questo l’ho annientato
Prima dell’agonia; lo spirito cresce,
Scorda, e piange;
Nasce un nonnulla che, gustato, è buono;
Non tutto poteva deludere;
C’è, grazie a Dio, qualche certezza:
Che non è amore se non si ama bene,
E questo è vero dopo perpetua sconfitta.
Dopo siffatta lotta, come il più debole sa,
C’è di più che il morire;
Lascia i grandi dolori o tampona la piaga,
Ancora a lungo egli dovrà soffrire,
E non per il rimpianto di lasciare una donna in attesa
Del suo soldato sporco di parole
Che spargono un sangue così acre.
Se ciò bastasse, se ciò bastasse a dar sollievo al male,
Il provare rimpianto quando quello è perduto
Che mi rendeva felice nel sole,
Quanto felice il tempo che durava,
Se ambiguità bastassero e abbondanza di dolci menzogne,
Potrebbero le vacue parole sostenere tutta la sofferenza
E guarirmi dai mali.
Se ciò bastasse, osso, tendine, sangue,
Il cervello attorcigliato, i lombi ben fatti,
Cercando a tastoni la materia sotto la ciotola del cane,
L’uomo potrebbe guarire dal cimurro.
Ché tutto quello che va dato, io l’offro:
Briciole, stalla, e cavezza.
Perchè levante gela
Perché levante gela e austro rinfresca
Non sarà conosciuto finché il pozzo del vento non dissecchi
E l’ovest non resti più immerso
Nei venti che recano il frutto e la corteccia
Di centinaia e centinaia di cadute;
Perché la seta è soffice e la pietra ferisce
Il fanciullo si chiederà ogni giorno,
Perché pioggia notturna e sangue di mammella
Tutti e due lo dissetano, avrà una nera risposta.
Quando verrà Mastro Gelo? domandano i bambini.
Stringeranno nei pugni una cometa?
Finché la loro polvere, dal cielo e da terra,
Non sparga in occhi infantili un lungo ultimo sonno
E l’ombra non sia folta di fantasmi di bimbi,
Nessuna bianca risposta farà eco dalle cime dei tetti.
Tutto è conosciuto: il consiglio degli astri
Esorta qualche contento a viaggiare coi venti,
Ma ciò che chiedono gli astri mentre aggirano
Tempo dopo tempo le torri dei cieli
Sarà poco ascoltato, prima che gli astri siano spenti.
Io ascolto contento e "Contèntati"
Squilla pei corridoi come una campanella,
E "Nessuna risposta" e io non ho
Nessuna risposta al pianto dei bambini
Né di risposta d’eco né dell’uomo di gelo
Né di comete spettrali sopra i pugni levati.
DYLAN THOMAS - *Lasciatemi fuggire
Lasciatemi fuggire, essere libero
(Vento per il mio albero, acqua per il mio fiore),
Vivere per me stesso
e soffocare dentro di me gli dei
o schiacciare sotto il piede le loro teste di vipera.
Nessuno spazio, voi dite, nessuno spazio;
ma non mi ci terrete,
anche se è forte la vostra gabbia.
La mia forza minerà la vostra,
perforerò la vostra nuvola oscura
per vedermelo il sole,
pallido e marcio, una brutta escrescenza.
Questo pane che spezzo
Questo pane che spezzo un tempo era frumento,
questo vino su un albero straniero
nei suoi frutti era immerso;
L’uomo di giorno o il vento nella notte
piegò a terra le messi, spezzò la gioia dell’uva.
In questo vino, un tempo, il sangue dell’estate
batteva nella carne che vestiva la vite;
un tempo in questo pane,
il frumento era allegro in mezzo al vento;
l’uomo ha spezzato il sole e rovesciato il vento.
Questa carne che spezzi, questo sangue a cui lasci
devastare le vene, erano un tempo
frumento ed uva, nati
da radice e da linfa sensuale.
E’ il mio vino che bevi, è il mio pane che addenti.
(1933)
CULTURA & SVAGO