* * * * * Evgenij Aleksandrovič Evtušenko * * * * *

EUGENE EVTUSENKO - VENNE VERSO SERA

Guardavamo dalla finestra, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile.
Sospirammo:
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo...
E la neve venne,
venne verso sera.
Essa
giù dall’alto dei cieli
volava
a seconda del vento
e nel volo
oscillava.

*********************
La poesia è come un uccello: ignora tutte le frontiere.
Evgenij Aleksandrovič Evtušenko
********************* 

Uomini

 

Non esistono al mondo uomini non interessanti.

I loro destini sono come le storie dei pianeti.

Ognuno ha la sua particolarità

e non ha un pianeta che gli sia simile.

E se uno viveva inosservato

e amava questa sua insignificanza,

proprio per la sua insignificanza

egli era interessante tra gli uomini.

Ognuno ha il suo segreto mondo personale.

In quel mondo...

EDVARD MUNCH - Separazione

Evgenij Evtusenko - Non capirsi è terribile

 

Non capirsi è terribile -

non capirsi e abbracciarsi,

ma benché sembri strano,

è altrettanto terribile

capirsi totalmente.

 

in un modo o nell'altro ci feriamo.

Ed io, precocemente illuminato,

la tenera tua anima non voglio

mortificare con l'incomprensione,

né con la comprensione uccidere.

Non t'amo più

 

Non t'amo più... È un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!
Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
lo lasci passare tu, e raschia la mia porta,

C'è da impazzire, con questo dimenio continuo...
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto...
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo Ottuso "Un amore salvato".

È fin dall'inizio che bisogna difendere l'amore
dai "mai" ardenti e dagli ingenui "per sempre! ".
E i treni ci gridavano: "Non si deve promettere! ".
E i fili fischiavano "Non si deve promettere! ".

I rami che s'incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l'ottimismo totale,
che per la speranza c'è più posto senza grandi speranze.

È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
È meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l'amore d'un momento.

È meno crudele non ripetere "ti amo", quando tu ami.
È terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

Non bisogna promettere... L'amore è inattuabile.
Perché condurre all'inganno, come a nozze?
La visione è bella finché non svanisce.
È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più. Perdonami d'averti amato.

Salvador Dalì - Galatea

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

 

*Tu non hai affatto capito

 

Tu non hai affatto capito,

mia coscienza esigente,

che è solo per debolezza

se adesso ho bisticciato con te.

 

E non hai affatto capito,

quando con disprezzo ti sei vendicata,

che causa di debolezza

non impudenza fu - stanchezza.

 

E non mi hai capito,

e forse io non ho capito te,

quando ti ho porto la mano

e tu non mi hai porto la tua.

 

Ma molto bene hai capito

che è la disperazione a portarci

alla perdita del confine, fatale,

tra le forze del bene e del male

Albore

 

Amo quell'ora in cui il brillio delle stelle è fioco
e respiro infantile a spegnerle è adatto
e il mondo si fa chiaro, a poco a poco
pur se con ciò, non insavisca affatto.

Io più del mattino amo l'albore, quando,
moscerino d'oro confondendo
gli alberi, dai raggi trapassati,
si alzano sulla punta dei piedi.

Amo quell'ora in cui, durante la sgambata,
al vociare di uccelli semidesti, tra i pini,
sul cappello di funghi gridellini
tremola lungo il bordo la rugiada.

Essere un po' a disagio felice senza gente.
Scaltra usanza il celare la propria felicità, ma
fate che si soffermino i felici nell'albore, pure se
dal mattino avrà inizio ogni calamità.

Sono felice che la vita mia come irreale sia
pur tuttavia allegra, coraggiosa realtà,
che invidia non mi diede Dio, né animosità,
che di fango coperto non sono, né di biasimo.

Sono felice che un giorno sarò antenato
di nipoti non più in gabbia. D'essere stato
tradito e calunniato sono felice,
meglio non è quando di te si tace.

Sono felice dell'amore di donne e di compagni,
le loro immagini sono le mie icone.
Che sia ragazza russa la mia sposa sono felice,
di chiudere i miei occhi è degna, ne avrò pace.

Amare la Russia è felicità plurinfelice.
Cucito a lei sono con le mie proprie fibre.
Amo la Russia e il suo potere tutto vorrei amare,
ma ne ho la nausea, vogliatemi scusare.

Amo questo mio mondo verde-azzurro
con le guance imbrattate di sangue.
Irrequieto io stesso. Morirò non per odio,
ma per amore insostenibile dal cuore.

Non ho saputo vivere in modo irreprensibile, da saggio,
ma voi con debito di colpa rammentatevi
il ragazzino con albore di libertà negli occhi,
luminosa più che vivido raggio.

Essere imperfettissimo io sono,
ma, scelta la mia ora preferita - il primo albore,
Dio creerà di nuovo innanzi giorno
gli alberi dai raggi trapassati,
me stesso trapassato dall'amore.

Ribes nero

 

Occhi neri di ribes nero
come dense gocce della notte
guardano e inconsapevoli domandano
o di qualcuno o di qualcosa.

Caverà lesto il tordo saltellante
gli occhi neri di ribes nero,
ma i gorghi del vortice conservano memoria
di qualcuno o di qualcosa.

Non penetrate nella memoria delle amate.
Temete quei vortici abissali, perfino
la vecchia tua blusa, non di te si ricorda, ma
di qualcuno o di qualcosa.

E dopo morto vorrei onestamente sempre vivere
in te, come qualcuno no, come qualcosa,
che ti rammenti, linea d'orizzonte,
solo qualcosa, solo qualcosa.

Sempre si troverà una donna


Sempre si troverà una donna,
che, fredda e lieve,
compatendo e un poco amando,
ti plachi come un fratello.
Sempre si troverà la spalla di una donna
dove, abbandonata la testa scapestrata,
tu possa respirare con ardore
e a cui possa affidare il tuo ribelle sonno.
Sempre si troveranno gli occhi di una donna
che, smorzando il tuo dolore,
in parte almeno, se non proprio tutto,
vedano la tua sofferenza.
Ma c'è una mano
che ha particolare dolcezza
quando la fronte tormentata sfiora,
come l'eternità e il destino.
Ma c'è una spalla
che, un mistero il perché,
in eterno ti è data, non per una notte sola,
e questo tu da tanto l'hai capito.
Ma ci sono occhi
che appaiono sempre tristi,
e sono gli occhi del tuo amore e della tua coscienza,
fino ai tuoi ultimi giorni.
Ma tu vivi malgrado te stesso,
e quella mano, quella spalla,
quegli occhi tristi non ti bastano...
Quante volte in vita li hai traditi!
Ma eccolo, arriva, il castigo.
<<Traditore!>> - ti schiaffeggia la pioggia.
<<Traditore!>> - i rami ti sferzano il viso.
<<Traditore!>> - rimbalza l'eco nel bosco.
Ti rattristi, ti agiti, ti tormenti.
Non saprai perdonare tutto questo a te stesso.
E solo quella mano diafana perdona,
anche se grave l'offesa,
e solo quella spalla stanca
perdona adesso e perdonerà ancora,
e solo quegli occhi tristi
perdonano quello che non si può perdonare.
Evgenij Evtushenko
 
*E qual che sia il futuro
E qual che sia il futuro
che il mondo m'apparecchia,
io gli perdonerò.
E anzi lo amerò, sempre.
In grazia se non altro di questo:
che un giorno l'ho veduto riflesso
nella felicità dei tuoi occhi.
GIOVANNI BOLDINI - Ritratto di Beatrice Henriette Suzanne

*Sorrisi

Erano tanti un tempo i tuoi sorrisi:
sorpresi, maliziosi, festosi,
tristi a volte un tantino, ma tuttavia sorrisi.

Non uno è rimasto a te dei tuoi sorrisi.
Troverò un campo dove a centinaia crescono.
Te ne porterò una bracciata dei più bei sorrisi.

Tu mi dirai che non hai bisogno di sorrisi,
che troppo hanno stancato i miei e gli altri,
e hanno stancato anche me gli altrui sorrisi.

E hanno stancato anche me i miei propri sorrisi.
Di difesa ne ho tanti,
che mi rendono ancor meno facile ai sorrisi.

Ma, a dire il vero, io non ho sorrisi.
Sei tu per la mia vita l’ultimo dei sorrisi,
sorriso, che sul volto non ha mai sorrisi.

Al mio cane

 

Ficcando il naso nero nel vetro,
il cane aspetta, aspetta sempre qualcuno.

Infilo la mano nel suo pelo,
io pure aspetto qualcuno.

Ricordi, cane, c'è stato un tempo
quando una donna abitava qui.

E chi era essa per me?
Forse una sorella, una moglie forse,

e forse, talvolta, sembrava una figlia
a cui dovevo il mio aiuto.

Essa è lontana... Ti sei fatto zitto.
Più non ci saranno altre donne qui.

Mio bravo cane, sei bravo in tutto,
ma che peccato che tu non possa bere!

Tra vergogna e paura

 

E allora, aquila bicipite,
verso dove abbiamo preso il volo
con una ignominiosa nuova gloria,
verso le tormente cecene?

Là, per vergogna e paura,
sulle vette guardarsi
negli occhi l'un l'altra
due teste aquiline non potranno.

Chi ti strappò le penne
sopra ceneri e polvere?
No, non fu scelta aquilina -
tra vergogna e paura.

Solitudine

 

Che vergogna andare al cinema da solo
senza un amico, senza un'amica, senza moglie,
là dove tutti gli spettacoli sembrano tanto brevi
e tanto lunga la loro attesa.

Che vergogna
in questa interiore guerra dei nervi
davanti alle coppiette beffarde del foyer
in un angoletto, tutto rosso, masticare un pasticcino,
come se ci fosse di che restar confusi...
Noi,
fuggendo la solitudine
e l'angoscia
ci buttiamo in qualsiasi compagnia,
e così degli obblighi che fanno schiavi di amicizie senza senso
ti perseguiteranno fino alla tomba.

Le amicizie si formano in modo assurdo:
gli uni si danno al bere senza una ragione,
gli altri non sono interessati che ai fronzoli e alle donnacce,
e c'è pure chi
sembra occupare il tempo in discussioni astratte,
ma di fatto
si somigliano tutti tra di loro...
Molte son le forme della vanità!
O l'una,
o l'altra chiassosa compagnia...
Non saprei a quante di queste
io sia riuscito a sfuggire!

E come caduto in un nuovo tranello,
sono riuscito a sfuggire,
lasciandovi il pelo,
sono sfuggito!
Mi sei dinanzi, vuota libertà...
Perchè diavolo mi sei necessaria! Mi sei cara
e insieme odiosa,
come una moglie non amata e fedele.
E tu, amata mia,
come stai tu?
Ti sei liberata delle tue vane preoccupazioni?
A chi adesso appartengono i tuoi occhi strabici
e le tue bianche, splendide spalle?
Pensi certo che io mi vendichi,
che in qualche parte mi precipiti in taxi,
ma se anche lo facessi
dove scenderei?
Eppure non potrei liberarmi di te!
Con me le donne si rinchiudono in sé,
perché sentono
d'essermi ora del tutto estranee.
Abbandono la testa sulle loro ginocchia, ma non a loro,
a te appartengo...
Or non è molto sono stato da una
in una brutta casupola di via Sennàja.
Ho appeso il paltò a un misero attaccapanni.
Sotto un abete spoglio da un lato, con le lampadine fioche,
rilucendo con le sue pantofoline bianche,
sedeva una donna, severa come una bambina.
Avevo così facilmente ottenuto il permesso
di venire,
che ero sicuro di me
e troppo inebriato, come oggi si usa
e le avevo portato non fiori, ma vino.
Ma tutto apparve molto più complicato...
Ella taceva
e modestamente due goccette trasparenti,
due orecchini,
brillavano sui suoi lobi rosati.
E, come sofferente, guardandomi confusa,
sollevando il suo corpo di fanciulla, mi disse con voce smorzata:
"Vattene...
È meglio di no... Lo vedo,
non sei mio, ma suo... "
Mi amava una ragazzetta
dalle maniere rudi, da maschiaccio,
con un ciuffetto sbarazzino
e gli occhi trasparenti,
pallida di paura e tenerezza.
Eravamo in Crimea.
C'era di notte un temporale
e la ragazzina
al bagliore dei lampi
mi sussurrava:
"Mio piccolo!
Mio piccolo! "
e mi copriva gli occhi col palmo della mano.
Intorno tutto era spaventosamente solenne,
il tuono
e il gemito sordo del mare, quando all'improvviso ella,
con una lucidità tutta femminile, mi gridò:
"Non sei mio!
Non sei mio! "
Addio, mia amata!
Io sono tuo, cupo
e fedele,
e la solitudine
è la più fedele di tutte le fedeltà.
E non importa se sulle mie labbra non fonde più
la neve d'addio del tuo monchino.
Grazie alle donne
belle e infedeli
per tutto ciò che è durato un istante, per quell'addio!
Che non è un "arrivederci! ",
perché, fiere come regine nella loro menzogna,
ci regalano delle dolci sofferenze
e i magnifici frutti della solitudine.

Vorrei nascere in tutti i paesi
Vorrei nascere in tutti i paesi

perchè la terra stessa, come anguria,

compartisse per me il suo segreto

e essere tutti i pesci

in tutti gli oceani

e tutti i cani nelle strade del mondo.

Non voglio inchinarmi

davanti a nessun dio, la parte non voglio recitare

di un hippy ortodosso

ma vorrei tuffarmi

in profondità nel Bajkal

e sbuffando riemergere

nel Missisipi

Vorrei nel mio mondo adorato e maledetto,

essere un misero cardo

non un curato giacinto,

essere una qualsiasi creatura di dio

sia pure l’ultima jena rognosa

ma in nessun caso un tiranno

e di un tiranno, nemmeno il gatto;

in nessun caso.

Vorrei essere uomo

in qualsiasi personificazione:

anche torturato in un carcere del Guatemala,

o randagio nei tuguri di Hong-Kong,

o scheletro vivente nel Bangladesh

o misero jurodivyj a Lhasa,

o negro a Capetown,

ma non personificazione della feccia.

Vorrei giacere

sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,

essere gobbo, cieco,

provare ogni malattia, ferita, deformità

essere mutilato dalla guerra

raccogliere luride cicche

purché in me non si insinui

il microbo ignobile della superiorità

non vorrei fare parte dell’élite

ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi

né dei cani del gregge

né dei pastori che al gregge si conformano,

vorrei essere felicità

ma non a spese degli infelici

vorrei essere libertà, ma non a spese di chi è asservito.

Vorrei amare tutte le donne del mondo

e vorrei essere donna anch’io

magari una volta soltanto…

madre-natura, l’uomo é stato da te defraudato.

Perché non dargli la maternità?

Se in lui, sotto il cuore, un figlio

si facesse sentire così

senza un perché,certo l’uomo

non sarebbe tanto crudele.

Vorrei essere essenziale – magari una tazza di riso

nelle mani di una vietnamita segnata dal pianto,

o una cipolla nella brodaglia di un carcere di Haiti,

o un vino economico

in una trattoria di terz’ordine napoletana

e un tubetto, anche minuscolo, di formaggio

in orbita lunare;

che mi mangino pure e mi bevano

purché nella mia morte ci sia una utilità.

Vorrei appartenere a tutte le epoche, far trasecolare

la storia tanto da stordirla con la mia impudenza:

della gabbia di Pugacev segherei le sbarre

quale Gavroche introdottosi in Russia

condurrei Nefertiti

a Michajlovskol, sulla trojka di Psi^n

Vorrei cento volte prolungare la durata di un attimo

per potere nello stesso istante

bere alcool con i pescatori nella Lena

baciare a Beirut,danzare in Guinea, al suono del tam-tam,

scioperare alla “Renault”,

correre dietro a un pallone con i ragazzi

di Copacabana, vorrei essere onnilingue,

come le acque segrete del sottosuolo

Fare di colpo tutte le professioni

e ottenere così che

un Evtusenko sia semplicemente poeta,

un altro, militante clandestino spagnolo,

un terzo, uno studente di Berkeley

e un quarto, un cesellatore di Tbilisi.

Un quinto – un maestro elementare in Alaska,

un sesto – un giovane presidente in qualche dove,

anche in Sierra Leone, diciamo,

un settimo -

scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozza

e il decimo…il centesimo…il milionesimo…

Poco per me essere me stesso

tutti, fatemi essere!

E ciascun essere,

in coppia, come si usa.

Ma dio, lesinando la carta carbone

mi ha prodotto in un solo esemplare

nel suo bogizdat.

Ma a dio confonderò le carte. Lo raggirerò!

Avrò mille facce fino all’ultimo giorno

affinchè la terra rimbombi per causa mia

e i computers impazziscano

per il mio universale censimento.

Vorrei umanità

lottare su tutte le tue barricate

stringermi ai Pirenei,

coprirmi di sabbia attraverso il Sahara

e accettare la fede della grande fratellanza

umana, e fare proprio il volto

di tutta l’umanità. E quando morirò

sensazionale Villon siberiano

non deponetemi

in terra inglese o italiana -

ma nella nostra terra russa,

su quella verde, serena collina,

dover per la prima volta io

mi sono sentito tutti.

CAMILLE PISSARRO - Red chestnuts at louvenciennes

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko - La terza neve

Guardavamo dalle finestre, là
dove i tigli
si stagliavano neri
nella profondità del cortile.
sospirammo -
ancora, la neve non veniva,
ed era tempo, ormai,
era tempo.....

E la neve venne,
venne verso sera,
essa
giù dall'alto dei cieli
volava
a seconda del vento;
e nel volo oscillava.
A falde sottili come lamine,
fragili,
era confusa di se stessa.
La prendevamo nelle mani,
e stupivamo:
dunque, era quella la neve?

.... Dopo sette giorni
venne la neve nuova.
Non venne -
precipitò.
Cadeva così fitta,da non potere
tenere aperti gli occhi,
a tutta forza
vorticava in cerchio, mugliando.
... ma disperò di sé,
non resistette
e si diede per vinta.
E noi, ansiosi
sempre più spesso
scrutavamo l'orizzonte:
quando quella vera verrà?
Perché era tempo,
era tempo....

Ed un mattino
era davvero tanta
ed era davvero bella.
Cadeva e cadeva
nel baccano dell'alba
fra il rombo della macchine e lo sbuffare dei cavalli,
e sotto i piedi non si scioglieva,
anzi diventava più compatta.
Giaceva
fresca e scintillante
e ognuno ne restava abbagliato.
Ed era lei, la neve. La vera.
L'aspettavamo.
Era venuta.