Guido Gozzano

LE PIU' BELLE POESIE DI TUTTI I TEMPI     ANEDDOTI DI LETTERATURA

 

 

POESIE

La signorina Felicita

L'amica di nonna Speranza

Cocotte

Ad un'ignota

Socchiudo gli occhi

da Una risorta II

Parabola

I Colloqui

L'assenza

Una risorta

L'onesto rifiuto

Il buon compagno

 

VIDEO

Ad un'ignota

Cocotte

Le golose

Totò Merumeni

La signorina Felicita ovvero la Felicità

I.

Signorina Felicita, a quest'ora
scende la sera nel giardino antico
della tua casa. Nel mio cuore amico
scende il ricordo. E ti rivedo ancora,
e Ivrea rivedo e la cerulea Dora
e quel dolce paese che non dico.

 

Signorina Felicita, è il tuo giorno!
A quest'ora che fai? Tosti il caffè:
e il buon aroma si diffonde intorno?
O cuci i lini e canti e pensi a me,
all'avvocato che non fa ritorno?
E l'avvocato è qui: che pensa a te.

 

Pensa i bei giorni d'un autunno addietro,
Vill'Amarena a sommo dell'ascesa
coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa
dannata, e l'orto dal profumo tetro
di busso e i cocci innumeri di vetro
sulla cinta vetusta, alla difesa...

 

Vill'Amarena! Dolce la tua casa
in quella grande pace settembrina!
La tua casa che veste una cortina
di granoturco fino alla cimasa:
come una dama secentista, invasa
dal Tempo, che vestì da contadina.

Penso l'arredo - che malinconia! -
penso l'arredo squallido e severo,
antico e nuovo: la pirografia
sui divani corinzi dell'Impero,
la cartolina della Bella Otero
alle specchiere... Che malinconia!

 

Antica suppellettile forbita!
Armadi immensi pieni di lenzuola
che tu rammendi pazïente... Avita
semplicità che l'anima consola,
semplicità dove tu vivi sola
con tuo padre la tua semplice vita!

JEAN BERAUD - Gloppe
JEAN BERAUD - Gloppe

GUIDO GOZZANO - *Le golose

 

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.

 

Signore e signorine -

le dita senza guanto -

scelgon la pasta. Quanto

ritornano bambine!

 

Perché nïun le veda,

volgon le spalle, in fretta,

sollevan la veletta,

divorano la preda.

 

C'è quella che s'informa

pensosa della scelta;

quella che toglie svelta,

né cura tinta e forma.

 

L'una, pur mentre inghiotte,

già pensa al dopo, al poi;

e domina i vassoi

con le pupille ghiotte.

 

un'altra - il dolce crebbe -

muove le disperate

bianchissime al giulebbe

dita confetturate!

 

Un'altra, con bell'arte,

sugge la punta estrema:

invano! ché la crema

esce dall'altra parte!

 

L'una, senz'abbadare

a giovine che adocchi,

divora in pace. Gli occhi

altra solleva, e pare

 

sugga, in supremo annunzio,

non crema e cioccolatte,

ma superliquefatte

parole del D'Annunzio.

 

Fra questi aromi acuti,

strani, commisti troppo

di cedro, di sciroppo,

di creme, di velluti,

 

di essenze parigine,

di mammole, di chiome:

oh! le signore come

ritornano bambine!

 

Perché non m'è concesso -

o legge inopportuna! -

il farmivi da presso,

baciarvi ad una ad una,

 

o belle bocche intatte

di giovani signore,

baciarvi nel sapore

di crema e cioccolatte?

 

Io sono innamorato di tutte le signore

che mangiano le paste nelle confetterie.

COURBET - Il sogno (1844)
COURBET - Il sogno (1844)

Salvezza

Vivere cinque ore?
Vivere cinque età?...
Benedetto il sopore
che m'addormenterà...

Ho goduto il risveglio
dell'anima leggiera:
meglio dormire, meglio
prima della mia sera.

Poi che non ha ritorno
il riso mattutino.
La bellezza del giorno
è tutta nel mattino.

(da "I Colloqui" parte II "Alle Soglie")

EUGENE DE BLAAS
EUGENE DE BLAAS

GUIDO GOZZANO

 

La signorina Felicita III

 

III.

Sei quasi brutta, priva di lusinga
nelle tue vesti quasi campagnole,
ma la tua faccia buona e casalinga,
ma i bei capelli di color di sole,
attorti in minutissime trecciuole,
ti fanno un tipo di beltà fiamminga...

 

E rivedo la tua bocca vermiglia
così larga nel ridere e nel bere,
e il volto quadro, senza sopracciglia,
tutto sparso d'efelidi leggiere
e gli occhi fermi, l'iridi sincere
azzurre d'un azzurro di stoviglia...

 

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
rideva una blandizie femminina.
Tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina:
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

 

M'era più dolce starmene in cucina
tra le stoviglie a vividi colori:
tu tacevi, tacevo, Signorina:
godevo quel silenzio e quegli odori
tanto tanto per me consolatori,
di basilico d'aglio di cedrina...

 

Maddalena con sordo brontolio
disponeva gli arredi ben detersi,
rigovernava lentamente ed io,
già smarrito nei sogni più diversi,
accordavo le sillabe dei versi
sul ritmo eguale dell'acciottolio.

 

Sotto l'immensa cappa del camino
(in me rivive l'anima d'un cuoco
forse...) godevo il sibilo del fuoco;
la canzone d'un grillo canterino
mi diceva parole, a poco a poco,
e vedevo Pinocchio e il mio destino...

 

Vedevo questa vita che m'avanza:
chiudevo gli occhi nei presagi grevi;
aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,
ed ecco rifioriva la speranza!
Giungevano le risa, i motti brevi
dei giocatori, da quell'altra stanza.

EUGENE DE BLAAS The Seamstress
EUGENE DE BLAAS The Seamstress

GUIDO GOZZANO

 

La signorina Felicita VI

 

 

Tu m'hai amato. Nei begli occhi fermi
luceva una blandizie femminina;
tu civettavi con sottili schermi,
tu volevi piacermi, Signorina;
e più d'ogni conquista cittadina
mi lusingò quel tuo voler piacermi!

 

Unire la mia sorte alla tua sorte
per sempre, nella casa centenaria!
Ah! Con te, forse, piccola consorte
vivace, trasparente come l'aria,
rinnegherei la fede letteraria
che fa la vita simile alla morte...

 

Oh! questa vita sterile, di sogno!
Meglio la vita ruvida concreta
del buon mercante inteso alla moneta,
meglio andare sferzati dal bisogno,
ma vivere di vita! Io mi vergogno,
sì, mi vergogno d'essere un poeta!

Tu non fai versi. Tagli le camicie
per tuo padre. Hai fatta la seconda
classe, t'han detto che la Terra è tonda,
ma tu non credi... E non mediti Nietzsche...
Mi piaci. Mi faresti più felice
d'un'intellettuale gemebonda...

 

Tu ignori questo male che s'apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piace. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.

 

Ed io non voglio più essere io!
Non più l'esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio,
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista...

 

Ed io non voglio più essere io!

L'amica di nonna Speranza

 

Loreto impagliato ed il busto d'Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

 

il caminetto un po' tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

 

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito, salve, ricordo, le noci di cocco,

 

Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po' scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d'anemoni arcaici,

 

le tele di Massimo d'Azeglio, le miniature,
i dagherottìpi: figure sognanti in perplessità,

 

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

 

il cùcu dell'ore che canta, le sedie parate a damasco
crèmisi... rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!


Winterhalter Madame Korsakov
Winterhalter Madame Korsakov

GUIDO GOZZANO - *Cocotte

 

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...

"Piccolino, che fai solo soletto?"
"Sto giocando al Diluvio Universale"
Accennai gli strumenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.

Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con le mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!

 

«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì... vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...


"Una cocotte..."

"Che vuol dire mammina?"
"Vuo dire che è una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!"
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'uovo e di gallina...

Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...
Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

Un giorno -giorni dopo- mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
"O piccolino, non mi vuoi più bene?"
"È vero che sei una cocotte? "
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene

Tra le gioie defunte e i disinganni
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Ohimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l'ultimo amante disertò l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi, ti ritrova

in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!

Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
coma Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose

che non colsi. Non amo che le cose

che potevano essere e non sono state...
Vedo la casa; ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!

Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
Fà che io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacerò: rifiorirà nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora,
il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovane ancora.

DANTE GABRIEL ROSSETTI -La donna della finestra
DANTE GABRIEL ROSSETTI -La donna della finestra

GUIDO GOZZANO

 

*Ad un'ignota

 

Tutto ignoro di te: nome, cognome,

l'occhio, il sorriso, la parola, il gesto;

e sapere non voglio, e non ho chiesto

il colore nemmen delle tue chiome.

 

Ma so che vivi nel silenzio; come

care ti sono le mie rime: questo

ti fa sorella nel mio sogno mesto,

o amica senza volto e senza nome.

 

Fuori del sogno fatto di rimpianto

forse non mai, non mai c'incontreremo,

forse non ti vedrò, non mi vedrai.

 

Ma più di quella che ci siede accanto

cara è l'amica che non mai vedremo;

supremo è il bene che non giunge mai!

AMEDEO MODIGLIANI - Ritratto di Frank Haviland
AMEDEO MODIGLIANI - Ritratto di Frank Haviland

GUIDO GOZZANO - *Socchiudo gli occhi

 

Socchiudo gli occhi, estranio

ai casi della vita.

Sento fra le mie dita

la forma del mio cranio...

 

Ma dunque esisto! O Strano!

vive tra il Tutto e il Niente

questa cosa vivente

detta guidogozzano!

 

Resupino sull'erba

(ho detto che non voglio

raccorti, o quatrifoglio)

non penso a che mi serba

 

la Vita. Oh la carezza

dell'erba! Non agogno

cha la virtù del sogno:

l'inconsapevolezza. 

GIOVANNI BOLDINI - Profilo di giovane donna
GIOVANNI BOLDINI - Profilo di giovane donna

GUIDO GOZZANO

 

*Da Una risorta (II)

 

(...)

 

Ma come una sua ciocca
mi vellicò sul viso,
mi volsi d'improvviso
e le baciai la bocca.

 

Sentii l'urtare sordo
del cuore, e nei capelli
le gemme degli anelli,
l'ebbrezza del ricordo...

 

Vidi le nari fini,
riseppi le sagaci
labbra e commista ai baci
l'asprezza dei canini,

 

e quel s'abbandonare,
quel sogguardare blando,
simile a chi sognando
desidera sognare...

FREDERICK MORGAN
FREDERICK MORGAN

 

GUIDO GOZZANO

 

*Parabola

 

Il bimbo guarda fra le dieci dita

la bella mela che vi tiene stretta;

e indugia - tanto è lucida e perfetta

-a dar coi denti quella gran ferita.

Ma dato il morso primo ecco s'affretta:

e quel che morde par cosa scipita

per l'occhio intento al morso che l'aspetta...

E già la mela è per metà finita.

Il bimbo morde ancora - e ad ogni morso

sempre è lo sguardo che precede il dente

-fin che s'arresta al torso che già tocca.

"Non sentii quasi il gusto e giungo al torso!

"Pensa il bambino... Le pupille intente

ogni piacere tolsero alla bocca.

 

I colloqui

 

    ...reduce dall'Amore e dalla Morte

gli hanno mentito le due cose belle...

I.

Venticinqu'anni!... sono vecchio, sono
vecchio! Passò la giovinezza prima,
il dono mi lasciò dell'abbandono!

Un libro di passato, ov'io reprima
il mio singhiozzo e il pallido vestigio
riconosca di lei, tra rima e rima.

Venticinqu'anni! Medito il prodigio
biblico... guardo il sole che declina
già lentamente sul mio cielo grigio.

Venticinqu'anni... ed ecco la trentina
inquietante, torbida d'istinti
moribondi... ecco poi la quarantina

spaventosa, l'età cupa dei vinti,
poi la vecchiezza, l'orrida vecchiezza
dai denti finti e dai capelli tinti.

O non assai goduta giovinezza,
oggi ti vedo quale fosti, vedo
il tuo sorriso, amante che s'apprezza

solo nell'ora trista del congedo!
Venticinqu'anni!... Come più m'avanzo
all'altra meta, gioventù, m'avvedo

che fosti bella come un bel romanzo!

GUIDO GOZZANO - L'assenza

 

Un bacio. Ed è lungi. Dispare
giù in fondo, là dove si perde
la strada boschiva, che pare
un gran corridoio nel verde.

 

Risalgo qui dove dianzi
vestiva il bell'abito grigio:
rivedo l'uncino, i romanzi
ed ogni sottile vestigio...

 

Mi piego al balcone. Abbandono
la gota sopra la ringhiera.
E non sono triste. Non sono
più triste. Ritorna stasera.

 

E intorno declina l'estate.
E sopra un geranio vermiglio,
fremendo le ali caudate
si libra un enorme Papilio...

 

L'azzurro infinito del giorno
è come seta ben tesa;
ma sulla serena distesa
la luna già pensa al ritorno.

 

Lo stagno risplende. Si tace
la rana. Ma guizza un bagliore
d'acceso smeraldo, di brace
azzurra: il martin pescatore...

 

E non son triste. Ma sono
stupito se guardo il giardino...
stupito di che? non mi sono
sentito mai tanto bambino...

 

Stupito di che? Delle cose.
I fiori mi paiono strani:
Ci sono pur sempre le rose,
ci sono pur sempre i gerani...

 

GUIDO GOZZANO

 

Una risorta

 

 I

 

 «Chiesi di voi: nessuno
sa l'eremo profondo
di questo morto al mondo.
Son giunta! V'importuno?»

 

 «No!... Sono un po' smarrito
per vanità: non oso
dirvi: Son vergognoso
del mio rude vestito.

 

 Trovate il buon compagno
molto mutato, molto
rozzo, barbuto, incolto,
in giubba di fustagno!...»

 

 «Oh! Guido! Tra di noi!
Pel mio dolce passato,
in giubba o in isparato
Voi siete sempre Voi...»

 

 Muta, come chi pensa
casi remoti e vani,
mi strinse le due mani
con tenerezza immensa.

 

 E in quella famigliare
mitezza di sorella
forse intravidi quella
che avrei potuto amare.

 

 II

 

 «È come un sonno blando,
un ben senza tripudio;
leggo lavoro studio
ozio filosofando...

 

 La mia vita è soave
oggi, senza perché;
levata s'è da me
non so qual cosa grave...»

 

 «Il Desiderio! Amico
il Desiderio ucciso
vi dà questo sorriso
calmo di saggio antico...

 

 Ah! Voi beato! Io
nel mio sogno errabondo
soffro di tutto il mondo
vasto che non è mio!

 

 Ancor sogno un'aurora
che gli occhi miei non videro;
desidero, desidero
terribilmente ancora!...»

 

 Guardava i libri, i fiori,
la mia stanza modesta:
«È la tua stanza questa?
Dov'è che tu lavori?».

 

 «Là, nel laboratorio
delle mie poche fedi...»
Passammo tra gli arredi
di quel mondo illusorio.

 

 Frusciò nella cornice
severa la sottana,
passò quella mondana
grazia profanatrice...

 

 «E questi sali gialli
in questo vetro nero??»
«Medito un gran mistero:
l'amore dei cristalli.»

 

 «Amano?!...» - «A certi segni
pare. Già i saggi chini
cancellano i confini,
uniscono i Tre Regni.

 

 Nel disco della lente
s'apre l'ignoto abisso,
già sotto l'occhio fisso
la pietra vive, sente...

 

 Cadono i dogmi e l'uso
della Materia. In tutto
regna l'Essenza, in tutto
lo Spirito è diffuso...»

 

 Mi stava ad ascoltare
con le due mani al mento
maschio, lo sguardo intento
tra il vasto arco cigliare,

 

 così svelta di forme
nella guaina rosa,
la nera chioma ondosa
chiusa nel casco enorme.

 

«Ed in quell'urna appesa
con quella fitta rete?»
«Dormono cento quete
crisalidi in attesa...»

 

«Fammi vedere... Oh! Strane!
Son d'oro come bei
pendenti... Ed io vorrei
foggiarmene collane!

 

Gemme di stile egizio
sembrano...» - «O gnomi od anche
mute regine stanche
sopite in malefizio...»

 

«Le segui per vedere
lor fasi e lor costume?»
«Sì, medito un volume
su queste prigioniere.

 

Le seguo d'ora in ora
con pazienza estrema;
dirò su questo tema
cose non dette ancora.»

 

Chini su quelle vite
misteriose e belle,
ragionavamo delle
crisalidi sopite.

 

Ma come una sua ciocca
mi vellicò sul viso,
mi volsi d'improvviso
e le baciai la bocca.

 

Sentii l'urtare sordo
del cuore, e nei capelli
le gemme degli anelli,
l'ebbrezza del ricordo...

 

Vidi le nari fini,
riseppi le sagaci
labbra e commista ai baci
l'asprezza dei canini,

 

e quel s'abbandonare,
quel sogguardare blando,
simile a chi sognando
desidera sognare...

 

GIOVANNI BOLDINI - Ritratto della signorina Concha
GIOVANNI BOLDINI - Ritratto della signorina Concha
GUIDO GOZZANO - L'onesto rifiuto

Un mio gioco di sillabe t'illuse.
Tu verrai nella mia casa deserta:
lo stuolo accrescerai delle deluse.
So che sei bella e folle nell'offerta
di te. Te stessa, bella preda certa,
già quasi m'offri nelle palme schiuse.

Ma prima di conoscerti, con gesto
franco t'arresto sulle soglie, amica,
e ti rifiuto come una mendica.
Non sono lui, non sono lui! Sì, questo
voglio gridarti nel rifiuto onesto,
perché più tardi tu non maledica.

Non sono lui! Non quello che t'appaio,
quello che sogni spirito fraterno!
Sotto il verso che sai, tenero e gaio,
arido è il cuore, stridulo di scherno
come siliqua stridula d'inverno,
vôta di semi, pendula al rovaio...

Per te serbare immune da pensieri
bassi, la coscienza ti congeda
onestamente, in versi più sinceri...
Ma (tu sei bella) fa ch'io non ti veda:
il desiderio della bella preda
mentirebbe l'amore che tu speri.

Non posso amare, Illusa! Non ho amato
mai! Questa è la sciagura che nascondo.
Triste cercai l'amore per il mondo,
triste pellegrinai pel mio passato,
vizioso fanciullo viziato,
sull'orme del piacere vagabondo...

Ah! Non volgere i tuoi piccoli piedi
verso l'anima buia di chi tace!
Non mi tentare, pallida seguace!...
Pel tuo sogno, pel sogno che ti diedi,
non son colui, non son colui che credi!

Curiosa di me, lasciami in pace!

Historia

E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.
Ricordi? Io la rivedo,
rivedo la compagna,
la classe, la lavagna,
e lei china alla filza
dei verbi greci... Smilza
e mascula: un cinedo
molto ricciuto e bello...
Ricordi? Io la rivedo
bionda, sciocchina, gaia:
un piccolo cervello
poco intellettuale
di piccola crestaia
molto sentimentale.
Non la ricordi? Smorta,
con certe iridi chiare
dal vasto arco ciliare...
E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.
Quella è la casa dove
crebbe fanciulla. Guarda
quella finestra dove
vegliava ad ora tarda;
il biondo capo chino
su pergamene rozze
di greco e di latino,
sugli assiomi nudi...
Ma poi lascia gli studi
maschi, passando a nozze
cospicue: un amico,
pare, un amico antico
della madre, uno sposo
ricchissimo ed annoso,
inglese, che la porta
in terra d'oltremare...
E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.
Volsero gli anni. Ed ella
esule sul Tamigi
non dava più novella...
Pure, nei giorni grigi,
tra i miei grigi ricordi,
vedevo a quando a quando
i coniugi discordi:
lo sposo venerando
e l'esile compagna
signora in Gran Bretagna...
Quand'ecco fa ritorno
fra noi, senza marito;
e fu rivista un giorno
più bella nel vestito
cupo... Cercava intorno
col volto sbigottito,

con pupilla assorta,
chi la volesse amare...
E l'anno scorso è morta.
Ebbe un amante. Pare.

GUIDO GOZZANO - Il buon compagno
Non fu l'Amore, no. Furono i sensi
curiosi di noi, nati per culto
del sogno. E l'atto rapido, inconsulto
ci parve fonte di misteri immensi.
Ma poi che nel tuo bacio ultimo spensi
l'ultimo bacio e l'ultimo sussulto
non udii che quell'arido singulto
di te, perduta nei capelli densi.
E fu vano accostare i nostri cuori
già riarsi dal sogno e dal pensiero,
Amor non lega troppo eguali tempre.
Scenda l'oblio, immuni da languori
si prosegua più forti pel sentiero,
buoni compagni ed alleati: sempre.

SPERANZA 

Il gigantesco rovere abbattuto 
l'intero inverno giacque sulla zolla, 
mostrando in cerchi, nelle sue midolla 
i centonovant'anni che ha vissuto. 

Ma poi che Primavera ogni corolla 
dischiuse con le mani di velluto, 
dai monchi nodi qua e là rampolla 
e sogna ancora d'essere fronzuto. 

Rampolla e sogna − immemore di scuri − 
l'eterna volta cerula e serena 
e gli ospiti canori e i frutti e l'ire 

aquilonari e i secoli futuri... 
Non so perché mi faccia tanta pena 
quel moribondo che non vuol morire!

 

(Da La via del rifugio)

Spazio pubblicitario. Per informazioni cliccate qui

Newsletter