* * * * * * * Jaroslav Seifert * * * * * * *
Canzone sulle giovani fanciulle
Già quando nascono, hanno profumo di mela
cosparsa di miele e latte.
E sono piccine, di circa tre anni,
poi l'epidermide s'indora
e un'ombra impalpabile
comincia a disegnare la loro innocenza.
Sorridono, senza malizia ancora;
e l' onda che penetra il corpo
si ferma poi su quelle punte
e non si muove più.
Da quel momento, arrossiscono;
ma nei giochi
le bambole gocano ancora con loro,
e le costringono a socchiudere gli occhi.
La loro pelle però
ha già il profumo della foglia d'acero
sminuzzata. E quando si voltano,
il cuore gli pulsa.
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L'inferno lo conosciamo, è dappertutto e cammina su due gambe. Ma il paradiso? Può darsi che il paradiso non sia null'altro che un sorriso atteso per lungo tempo e labbra che bisbigliano il nostro nome. E poi quel breve vertiginoso momento quando ci è concesso di dimenticare velocemente quell'inferno. JAROSLAV SEIFERT
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Rondò di primavera
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi
quando stasera dovrai ricucire
ciò che le mie mani ti hanno strappato.
Quelle mani che finora io sentivo
essere vuote senza i tuoi seni.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.
Quando poi starai per addormentarti,
il tuo sonno sia come quello di un re
che ha riconquistato il proprio castello
svettante sulla cima di una rupe.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.
WILLIAM TURNER
JAROSLAW SEIFERT
Ho veduto solo una volta
un sole cosi insanguinato.
E poi mai più
Scendeva funesto sull'orizonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta
dell'inferno.
Ho domandato alla specola
e ora so il perché.
L'inferno lo conosciamo, è dappertutto
e camina su due gambe.
Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia
null'altro
che un sorriso
atteso per lungo tempo,
e labra
che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare
velocemente
quell'inferno.
TAMARA DE LEMPICKA - Idillio
Il brillare degli occhi,
una goccia d'essenza,
un sospiro sul bavero,
il respiro sul vetro,
di lacrime una briciola
e un'unghia di tristezza.
E poi credetemi, quasi più nulla.
Fumo di sigarette
e sorrisi fuggevoli,
e un pugno di parole
che volano in un angolo
come i rifiuti lievi
che il vento porta via.
E ancora non vorrei dimenticare
quei tre fiocchi di neve.
Solo questo, ed è tutto.
JAROSLAV SEIFERT
subito vedo i tuoi occhi,
qui fra questi rintocchi
guarisce ogni mia piaga.
E se dal tuo il mio sguardo divaga
i suoni del mondo si fanno sciocchi:
Miserere se dico Praga
subito vedo i tuoi occhi.
Ritornerò sempre, da qualsiasi plaga,
dovessi nel gelo strisciare i ginocchi,
e non darei un giaciglio di questa maga
per un palazzo di Roma e tre occhi.
Miserere se dico Praga.
Prima che asciughino quei due o tre baci
Prima che asciughino quei due o tre baci
sulla fronte
e qui e lí,
ti chinerai per bere
acqua d'argento dallo specchio,
e se nessuno ti starà a guardare
ti toccherai le labbra con la bocca.
C'è un tempo in cui piú svelto delle dita
che lo scultore passa sulla creta
il sangue impaziente ti modella
il corpo dal di dentro.
Forse stringerai tra le dita
i tuoi giovani capelli
e li solleverai sopra le spalle
perché somiglino piuttosto ad ali,
e davanti a loro prontamente correrai
là
dove proprio davanti agli occhi
e sul fondo estremo dell'aria
sta il grande, erto, conturbante
e dolce nulla,
che splende.
Da tempo la vita mi ha insegnato
Da tempo la vita mi ha insegnato
che musica e poesia
sono al mondo le cose più belle
che la vita può darci.
Oltre all’amore, ovviamente.
In una vecchia crestomazia
stampata all’epoca dell’Imperalregia Libreria,
nell’epoca in cui viveva Vrchlicky,
cercai una trattazione di poetica
e stili di poesia.
Poi misi una rosellina in un bicchiere,
accesi una candela
e cominciai a scrivere i primi versi miei.
Divampi pure la fiamma di parole
e arda,
magari mi bruci le dita!
Una sorprendente metafora val più
che anello d’oro al dito.
Ma nemmeno il Rimario di Puchmajer
a niente mi servì.
Invano raccolsi i pensieri
e spasmodicamente chiusi gli occhi
per udire il primo meraviglioso verso.
Nell’oscurità invece di parole
scorsi un sorriso di donna e una chioma
svolazzante nel vento.
Fu il mio destino.
Dietro di lui ho arrancato
senza respiro per tutta la vita.
fece profumare anche l'erba pesta
e la sera, piena di primaverile malinconia,
lenta s'univa alla notte.
L'organetto tagliuzzava da tempo
una nuova canzone
quando tra le ali del cigno
entrò la ragazza dal bracciale d'argento.
Notai il suo polso
perchè abbracciò il colllo del cigno
e i suoi occhi
schivavano il mio sguardo avido.
Finalmente mi lanciò un'occhiata
ed ebbe un piccolo sorriso
per farmi poi un cenno con la mano
e infine mandarmi un bacio.
Fu tutto lì.
Aspettai che apparisse di nuovo
per saltar su da lei durante la corsa,
ma le ali restarono vuote.
Talvolta gli amori sembrano un fiore
di papavero selvatico,
non riesci a portarteli a casa.
Quella volta però le due lampade,
sibilavano come serpe contro serpe,
due serpenti l'uno verso l'altro,
e io invano corsi
dietro le sue gambe
nel vasto buio.
COSIMO PRIVATO - Italy al mercato-
Allora mi preparavo alla vita
e puntavo là dove
il mondo è più denso.
Sulle bancarelle della fiera ogni tanto
scrosciavano mazzi di rosari,
come quando piove su un tetto di lamiera,
e le ragazze che passeggiavano per la fiera
col fazzoletto nella mano impacciata
prodighe offrivano per ogni dove
i loro occhi splendenti
e le loro labbra seminavano nel vuoto
voluttà di baci futuri
Ah, se il flauto sapesse suonare
Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!
La parola? Che vuoi che esprima
per colei che ha voglia di danzare
se appena sente il vento spirare
nel silenzio del freddo clima?
Ah, se il flauto io sapessi suonare
come so fare i versi in rima!
Salgo alla tomba. Il cancello appare
ma è buio, è chiuso forse in cima.
No, ancora no! Restai lì a guardare,
bisbigliando ai morti la rima:
ah, se il flauto io sapessi suonare!
L’unghia maligna del tempo ama disegnare
L’unghia maligna del tempo ama disegnare
e la pioggia scioglie i segni in pantano.
Vedo il golfo di Napoli, il vulcano
e il fumo, e sotto c’è il mare.
Vicino c’è Roma, con le vigne a filare,
e là il profumo dei fiori è un baccano.
L’unghia maligna del tempo ama disegnare
e la pioggia scioglie i segni in pantano.
Quella canzone? Chissà. Si potrà cantare?
La mia ospite certo leverà la mano.
Oggi il respiro si potrebbe gelare,
qualunque cosa guardi, è vano,
l’unghia maligna del tempo ama disegnare.
Bella mia fiamma, addio!
Bella mia fiamma, addio!
Leggera la romanza sfiorò la fronte,
e tacque lei, che ne era stata fonte,
ciò che non dice nemmeno il leggio.
Non accendete i lumi! La sera è oblio,
e le parole lascian più lievi impronte.
Bella mia fiamma, addio!
Leggera la romanza sfiorò la fronte.
Turbati entrambi da un rimescolio,
lei aprì la finestra con mani pronte.
Scendeva la notte nel solatio,
e lontano Praga, rosa all’orizzonte.
Bella mia fiamma, addio.
Qualche uccello intirizzito su un ramo.
Qualche uccello intirizzito su un ramo
verrà in volo al suo nome un bel giorno.
Sradicata è la vite senza ritorno
e la neve copre il pozzo ormai gramo.
Cantilenava da qui il suo ricamo
un loro fratellino, uno storno,
qualche uccello intirizzito su un ramo
verrà in volo al suo nome un bel giorno.
Il gioioso riso che ricordiamo
disse una volta al tetto: Non torno.
Nella casa entrò il vuoto e uscì il richiamo,
oggi dietro l’eco si cela qui intorno
qualche uccello intirizzito su un ramo.
se sorrisi mandassero i tuoi occhi
quando stasera dovrai ricucire
ciò che le mie mani ti hanno strappato.
Quelle mani che finora io sentivo
essere vuote senza i tuoi seni.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.
Quando poi starai per addormentarti,
il tuo sonno sia come quello di un re
che ha riconquistato il proprio castello.
Sventtante sulla cima di una rupa.
Tu devi credermi, io sarei felice
se sorrisi mandassero i tuoi occhi.
Ahimé, tutto ciò che è vivo
e fiorisce impetuoso,
dura solo per poco.
Intanto gli anni ti sprofondano sotto
come i pioli della scala da ortolano
che stai salendo.
E quando monti sull'ultimo,
cogli anche l'ultima mela
e ti rompi il collo.
Ma dove sei finita
in questi anni passati?
Il tempo non ama gli amori eterni.
Può darsi che ci siamo intravisti
da qualche parte,
ma io sono già vecchio
e tu non mi avrai riconosciuto.
Può darsi che ci siamo anche incontrati
ma colti dall'imbarazzo
ci siamo voltati di là
come se proprio mai
non ci fossimo visti.
Anche questo succede nella vita.
Così si incontravano ogni tanto
anche Jan Neruda
e Karolina Svetla
in piazza Carlo.
Il signor Neruda non alzò il capello
e la signora Karolina Svetla
guardava a terra.
Dopo il ballo la danzatrice stanca
Dopo il ballo la danzatrice stanca
s'adagiò sul prato di seta
e la mussola delle ampie gonne
stese intorno a sè
come due cerchi di onde sull'acqua.
Udii il suo riso spensierato,
ma giunsi troppo tardi.
Quando l'uomo è vecchio,
arriva sempre tardi,
per invidiare persino al prato
le due fossette impresse
dalle giovani ginocchia di donna.
CULTURA & SVAGO