GIUSEPPE DE NITTIS - Sul lago
MARIO LUZI - *Alla vita
Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s'inarca
e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
il viso d'Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui una verità che precede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti,
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire d'aspettare l'avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s'alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.
CHARLES BLECHEN - Tramonto sul mare (1821)
- La terra e a lei concorde il mare
- e sopra ovunque un mare più giocondo
- per la veloce fiamma dei passeri
- e la via
- della riposante luna e del sonno
- dei dolci corpi socchiusi alla vita
- e alla morte su un campo;
- e per quelle voci che scendono
- sfuggendo a misteriose porte e balzano
- sopra noi come uccelli folli di tornare
- sopra le isole originali cantando:
- qui si prepara
- un giaciglio di porpora e un canto che culla
- per chi non ha potuto dormire
- sì dura era la pietra,
- sì acuminato l'amore.
Dipinto di POMPEO MARIANI
*Oscillano le fronde
Oscillano le fronde, il cielo invoca
la luna. Un desiderio vivo spira
dall'ombra costellata, l'aria giuoca
sul prato. Quale presenza s'aggira?
Un respiro sensibile fra gli alberi
è passato, una vaga essenza esplosa
volge intorno ai capelli carezzevole,
nel portico una musica riposa.
Ah questa oscura gioia t'è dovuta,
il segreto ti fa più viva, il vento
desto nel rovo sei, sei tu venuta
sull'erba in questo lucido fermento.
Hai varcato la siepe d'avvenire,
sei penetrata qui dove la lucciola
vola rapida a accendersi e a sparire,
sfiora i bersò e lascia intatta la tenebra.
(1947)
|
Sulla riva
Tu dove sei? ti spero in qualche porto... |
William Turner il mattino dopo il diluvio 1843
MARIO LUZI - *Diana, risveglio
Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall'acqua, quale messaggio più caro?
È tempo di levarsi su, di vivere
puramente. Ecco vola negli specchi
un sorriso, sui vetri aperti un brivido,
torna un suono a confondere gli orecchi.
E tu ilare accorri e contraddici
in un tratto la morte. Cosi quando
s'apre una porta irrompono felici
i colori, esce il buio di rimando
a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci trattengono
con sé: a esistere, a estinguerci in un giorno.
SALVADOR DALI' - Paesaggio con mosche1964
che di me non sanno
ma attraversano il mio campo
come loro proprietà.
Che altro fanno
le antilopi, i mosconi;
che altro fa
la storia umana
nel procedere suo
a cruenti balzelloni
tra sè e se medesima, qua e là?
Mi ignora,
rare volte esplora
con grazia e con amore
la dimora
minima e sconfinata
che le apro
e le preparo per la sua durata.
Solo guarda, solo interroga
ansiosa le mie stelle,
di quando in quando.
MARIO LUZI - Notte
Notte – presto fu piena.
Dischiuse un pugno nero
la raggiera
di fuoco delle dita,
alzò prima un tripudio
celeste di faville,
librò una per una
alte
sempre più in alto
le folgori gemmate...
svettò
verso il suo culmine,
muta
e, a strappi, strepitante
lei, festa umana
e angelica, aspettata
da noi piccoli a lungo
e in ansia, all’unisono
in tempi di concordia
e ora, di nuovo, a tradimento
rapì i desideri
e i sogni, li scrisse in cielo,
ne grondò, calma, per tutta
la lucente ricaduta....
Quante ombrose dimore hai già sfiorato
Quante ombrose dimore hai già sfiorato,
anima mia, senza trovare asilo:
dal sogno rifluivi alla memoria,
da memoria tornavi ad essere un sogno,
per via ti sorprendeva la bufera.
Senza felicit+, senza speranza
di quiete-ma guarda come il volto
puramente contiene il suo destino-
a volte ti levavi rischiarata
dalla ragione, a volte ti eclissavi.
Vivi, incredibilmente ti fu dato;
esisti, come sia lo chiedo ancora
al passato, a quest'ora in cui più lieve
la montagna di sé scolpisce il sole
e la sera che il mare fugge e implora.
MARIO LUZI La giovane ebrea al suo amato musulmano
C’è una pozza di sangue tra te e me.
Mio Dio, chi l’ha versato?
chiunque sia stato,
caro, è sangue sprecato.
Ma io so che l’amore
mio, se mi aprirai le braccia,
potrà vederlo asciugato.
Vieni, non tardare.
nella tua memoria
era scritto nel testamento
ed era un golfo
di beatitudine nel nulla
o un paradiso
di luce e vita aperta
senza croce di esistenza
che sorgeva dalle carte
ammuffite nello scrigno.
E lei non ne fu offesa,
le nascevano, né sentì prima rimorso
e poi letizia, impensate latitudini
nelle profondità del desiderio,
ecco, la trascinava
una celestiale oltremisura
fuori di quella ministoria, oh, grazia.
Sì scioglievano
l'uno dell'altro i due
e ogni altro compresente,
si perdevano sì,
però si ritrovavano
perduti nell'infinito della perdita-
era quello il sogno umano
della pura assolutezza.
Di nuovo gli astri d'amore traversano
Di nuovo gli astri d'amore traversano
lucidi sulle nostre teste opache
là dove noi sediamo inconsapevoli
su opposte rive. E appare naturale
non averti veduta mai nè udita
ed affiggerti in una luce antica.
Desiderio o rimpianto? Desiderio
e rimpianto, una sola febbre amara.
Raggiava nel cristallo un vino astrale,
un sole fuso che bevevi a sorsi
e fissavi la dura cecità del paesaggio
EDMUND BLAIR LEIGHTON 1890
*Tu che avevi in te il mio bene
Tu che avevi in te il mio bene
cui ero andato incontro, ma poco,
camminando da solo
e inciampando nella mia ombra,
tu che me lo porti in dono
e non vuoi né congedo a occhi bassi dal passato
né abiura, né pentimento
e sorridi profonda
in me più di me stesso e risplendi,
non ti fermare sulla soglia:
nulla di degno posso darti in cambio,
entra, prendi possesso della casa,
nei muri, nelle fondamenta.
MARIO LUZI - Monologo
Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d'essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte...
Era, donde scendesse, un salto d'acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d'astri
ove di giorno ero travolto in giorno,
da me profondamente entro di me
e l'angoscia d'esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.
Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
correva, ove tendesse, vento astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e stelle.
Con lo sgomento d'una porta
che s'apra sotto un peso ignoto, entrava
nel cuore una vertigine d'eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest'ora ti edifica e ti schianta.
L'uno ancora implacato, l'altro urgeva -
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
senza riparo n'ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Vita, ne misuravi la pienezza.
Quando si è giovani
e uno per avventatezza o incuria
segna senza badarvi il suo destino,
molti anni o pochi giorni
di vita irredimibile pagata tutta
o più tardi quando l'uomo non è più lui
e come dimesso da un giudizio
si regge con moti cauti
in una sopravvivenza minuziosa,
in un tempo o nell'altro
in cui meno forte stride,
meno crepita questo fuoco greco,
il fiume sceso giù dal giogo
non ha più tutte le voci
che oggi mi feriscono festose
e cupe in vetta a questo ponte aguzzo.
Il fiume allora ha una voce sola
o vitale o mortale. Chi l'ascolta
ha un cuore solo o greve o tempestoso.
"Tu che tieni stretto il filo
di refe del labirinto
dove sei che ti scinde in tante voci
la voce che mi guida" esclamo io
non si sa bene a chi,
compagno fedele o ombra.
Sotto pruni di luce, oltre le pile,
fiammeggia a scaglia a scaglia un’acqua ambigua
tra moto ed immobilità. Fa freddo,
pure scendono in molti per le ripe
alle barche legate ai pali, in molti
tentano il fiume e la sua primavera
su e giù con i remi e le pagaie.
“Felici voi nel movimento” dico
mentre fisso dal ponte
chi naviga con abbandono o lena
e guardo come crea
nel molteplice l’unità la vita; la vita stessa.
RIDOTTO A ME STESSO?
Ridotto a me stesso?
Morto l'interlocutore?
O morto io,
l'altro su di me
padrone del campo, l'altro,
universo, parificatore...
o no,
niente di questo:
il silenzio raggiante
dell'amore pieno,
della piena incarnazione
anticipato da un lampo? -
penso
se è pensare questo
e non opera di sonno
nella pausa solare
del tumulto di adesso...
MATURITA'
Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
e irraggiano nel vuoto lo stupore
d'un viso che non sente più il suo rosa?
Attoniti si perdono gli occhi in banchi d'azzurro
e neppure il tuo pianto si ripete.
Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.
Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
per le strade stillanti di silenzio
e d'ambra e i riverberi lontani
delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
Ombra, non più che un'ombra è la mia vita
per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.
Equoree primavere di conche abbandonate
al vento il cui riflesso è solitario
nel fondo col tuo viso scarduffato!
Schiava ai piedi di un'ombra, ombra d'un'ombra
disperdi nel tremore dell'acqua il tuo sorriso.
Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.
Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
nella bocca inarcata dall'oblio,
non più il dominio audace di pallore
delle tue braccia al vento dall'alte balaustrate.
Sguardi deserti, forme senza nome
nella notte pesante pendula sul tuo cuore.
A UN COMPAGNO
E la musica ansiosa che bruiva
nel biondo dell'estate
ora densa di ruggine risale
confusa col tuo nome alle colline
mentre un cielo violato dal ricordo
mesce nubi con la marea di biade
instancabile, rotta alle pendici
dei borghi di Toscana.
Voci rare feriscono il silenzio
eterno, ancora accese
qui dove indugio, anima sulla riva
del fiume inquieto ferma ad ascoltare.
Il passante ravviva
le croci di papaveri votivi
alle svolte della strada.
Ed ora che per te
morire sempre più profondamente,
per me essere è non dimenticare,
la forza di quel gesto ci conviene
usata a ritrovarci,
a difenderci l'un dall'altro quando
striscia un vento recondito di morte.
VITA FEDELE ALLA VITA
La città di domenica
sul tardi
quando c'è pace
ma una radio geme
tra le sue moli cieche
dalle sue viscere interite
e a chi va nel crepaccio di una via
tagliata netta tra le banche arriva
dolce fino allo spasimo l'umano
appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,
tregua, sì, eppure
uno, la fronte sull'asfalto, muore
tra poca gente stranita
che indugia e si fa attorno all'infortunio,
e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
tu ed io, mia compagna di poche ore,
in questa sfera impazzita
sotto la spada a doppio filo
del giudizio o della remissione,
vita fedele alla vita
tutto questo che le è cresciuto in seno
dove va, mi chiedo,
discende o sale a sbalzi verso il suo principio...
sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.
DE BLAAS
*L'IMMENSITA' DELL'ATTIMO
Quando tra estreme ombre profonda
in aperti paesi l'estate
rapisce il canto agli armenti
e la memoria dei pastori e ovunque tace
la segreta alacrità delle specie,
i nascituri avallano
nella dolce volontà delle madri
e preme i rami dei colli e le pianure
aride il progressivo esser dei frutti.
Sulla terra accadono senza luogo
senza perché le indelebili
verità, in quel soffio ove affondan
leggere il peso le fronde
le navi inclinano il fianco
e l'ansia de' naviganti a strane coste,
il suono d'ogni voce
perde sé nel suo grembo, al mare al vento.
TAMARA DE LEMPICKA - Il telefono
*QUANDO MI PARLI AL TELEFONO
Quando mi parli al telefono
e mi s'aprono
d'incanto i paradisi
della vocalità -
gli accordi
e i tocchi d'arpa
soffici
appena subsquillanti
di quella voce dai precordi sono
tuoi, sì, ma intanto
è il calmo pelago
della muliebrità
che entra
festosamente ruscellando
nel mattino della stanza
e mi dilava da me,
si porta via la mia nascita,
mi cancella dalla mia morte
lasciandomi sospeso...
è o non è
chi? me stesso
ed il mio ascolto - le dicono da tempo
i suoi interlocutori
uomini o angeli.
L'INDIA
Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma,
(so della sua vita, del nome che le dà, e del senso)
mentre mostra a lungo lo schermo
sul selciato una moltitudine
stecchita in una posa tra sonno e morte
levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba.
Né forse la colpisce il primo aspetto
ma un altro più recondito, e vede
una giustizia di diverso stampo
in quella sofferenza di paria
orrida eppure non abbietta, e nella sua che le scende addosso.
"Avere o non avere la sua parte in questa vita"
riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo.
E io ne tiro a me quella frangia
ansioso mi confidi tutto l'altro,
attento non mi rubi niente
di lei, neppure l'amarezza, ed attendo.
S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India
e nel loro riverbero le colgo
un sorriso estremo tra di vittima e di bimba
quasi mi lasci quella grazia in pegno
di lei mentre si eclissa nella sua pena
e l'idea di se stessa le muore dentro.
"Perché porti quel giogo, perché non insorgi"
mi trattengo appena dal gridarle,
soffrendo perché soffre, certo,
ma più ancora perché lascia la presa
della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo;
"Ascoltami" comincio a mormorarle
e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor
e a lei che sul punto di partire
mi guarda da dietro la lampada
della sua solitudine tenuta alzata di fronte.
"Mario" mi previene lei che indovina il resto. "Ancora
levi come una spada, buona a che?,
lo sdegno per le cose che ti resistono.
Uomo chiuso all'intelligenza del diverso,
negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque"
e indulge a una smorfia fine di scherno
per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla.
"Davvero vorrei tu avessi vinto"
le dico con affetto incontenibile, più tardi,
mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, l'India.
PER MARE
Nel più alto punto
dove scienza è oblìo d'ogni sapere
e certezza, mi dicono,
certezza irrefutabile venuta incontro
o nel tempo appeso a un filo
d'un riacquisto d'infanzia,
tra sonno e veglia, tra innocenza e colpa,
dove c'è e non c'è opera nostra voluta e scelta.
"La salute della mente
è là" dice una voce
con cui contendo da anni,
una voce che ora è di sirena.
Si naviga tra Sardegna e Corsica.
C'è un po' di mare
e la barca appruata scarricchia.
L'equipaggio dorme. Ma due
vegliano nella mezzaluce della plancia.
E' passato agosto; Siamo alla rottura dei tempi.
E' una notte viva.
Viva più di questa notte,
viva tanto da serrarmi la gola
è la muta confidenza
di quelli che riposano
si curi in mano d'altri
e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo
mentre pregano per i loro uomini in mare
da un punto oscuro della costa, mentre arriva
dalla parte del Rodano qualche raffica.
LA NOTTE LAVA LA MENTE
La notte lava la mente.
Poco dopo si è qui come sai bene,
file d'anime lungo la cornice,
chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
Qualcuno sulla pagina del mare
traccia un segno di vita, figge un punto.
Raramente qualche gabbiano appare.
A MIA MADRE DALLA SUA CASA
M'accoglie la tua vecchia, grigia casa
steso supino sopra un letto angusto,
forse il tuo letto per tanti anni. Ascolto,
conto le ore lentissime a passare,
più lente per le nuvole che solcano
queste notti d'agosto in terre avare.
Uno che torna a notte alta dai campi
scambia un cenno a fatica con i simili,
infila l'erta, il vicolo, scompare
dietro la porta del tugurio. L'afa
dello scirocco agita i riposi,
fa smaniare gli infermi ed i reclusi.
Non dormo, seguo il passo del nottambulo
sia demente sia giovane tarato
mentre risuona sopra pietre e ciottoli;
lascio e prendo il mio carico servile
e scendo, scendo più che già non sia
profondo in questo tempo, in questo popolo.
QUESTA FELICITÀ
Questa felicità promessa o data
m'è dolore, dolore senza causa
o la causa se esiste è questo brivido
che sommuove il molteplice nell'unico
come il liquido scosso nella sfera
di vetro che interpreta il fachiro.
Eppure dico: salva anche per oggi.
Torno torno le fanno guerra cose
e immagini su cui cala o si leva
o la notte o la neve
uniforme del ricordo.
NULLA DI CIÒ CHE ACCADE E NON HA VOLTO
Nulla di ciò che accade e non ha volto
e nulla che precipiti puro, immune da traccia,
percettibile solo alla pietà
come te mi significa la morte.
Il vento ricco oscilla corrugato
sui vetri, finge estatiche presenze
e un oriente bianco s'esala
nei quadrivi di febbre lastricati.
Dalla pioggia alle candide schiarite
si levano allo sguardo variopinto
blocchi d'aria in festevoli distanze.
Apparire e sparire è una chimera.
E' questa l'ora tua, è l'ora di quei re
sismici il cui trono è il movimento,
insensibili se non al freddo di morte
che lasciano nel sangue all'improvviso.
Loro sede fulminea è qualche specchio
assorto nella sera, ivi s'incontrano,
ivi si riconoscono in un battito.
Sei certa ed ingannevole, è vano ch'io ti cerchi,
ti persegua di là dai fortilizi,
dalle guglie riflesse negli asfalti,
nei luoghi ove l'amore non può giungere
né la dimenticanza di se stessi.
UCCELLI
Il vento è un'aspra voce che ammonisce
per noi stuolo che a volte trova pace
e asilo sopra questi rami secchi.
E la schiera ripiglia il triste volo,
migra nel cuore dei monti, viola
scavato nel viola inesauribile,
miniera senza fondo dello spazio.
Il volo è lento, penetra a fatica
nell'azzurro che s'apre oltre l'azzurro,
nel tempo ch'è di là dal tempo; alcuni
mandano grida acute che precipitano
e nessuna parete ripercuote.
Che ci somiglia è il moto delle cime
nell'ora - quasi non si può pensare
né dire - quando su steli invisibili
tutt'intorno una primavera strana
fiorisce in nuvole rade che il vento
pasce in un cielo o umido o bruciato
e la sorte della giornata è varia,
la grandine, la pioggia, la schiarita.
(Da Onore del vero)
In alto, ancora,
ancora un poco,
ecco,
quassù non giunge
la furente sparatoria
ma, attento, attento,
ahimè questo bruciore
tra le piume, quella stilla
di sangue che mi cola,
ecco cede la lena,
la forza mi vien meno,
sì, sono io
quel grumo
che crolla a piombo sul selciato...
Oh Dio del mondo
quando sarò rinato?
dei molti suoi fratelli e poi di me e nostro figlio.
In questo soprattutto era se stessa,
pur essendo glottologa e buona latinista
e maestra brava e beneamata.
No, non voglio riviverlo da solo
quel tempo, voglio sia con me
presente, anche il suo dolore...
Tempi hanno un buon sapore umano
quei tempi a ricordarli...
Lei bella e giovane, il bambino nel fiore della crescita.
C'era vita e desiderio
di vita in loro, in me
forse troppa esitazione
qualche
sottile angoscia mi rodeva i nervi. Eppure...
Non so se letizia è tutta nel ricordo o c'era...
C'era e non c'era. Oggi nel rimpianto c'e.
e splendi
e fai apparire opaco
tutto quel che non sei tu.
Ignora non di meno
chiunque
il tempo quando coglierti.
Al principio
a mazzo
all'estremo
del tuo increscere,
quand'è,
frutto, che pendi
piu' luminoso dal tuo ramo?
Non sa nessuna sorte
niente di sè
ma impera...
Oh, gioventù, sii vera,
dissolvi le tue remore,
quando è l'ora...
Muore ignominiosamente la repubblica.
Ignominiosamente la spiano
i suoi molti bastardi nei suoi ultimi tormenti.
Arrotano ignominiosamente il becco i corvi nella stanza accanto.
...Ignominiosamente si azzuffano i suoi orfani,
si sbranano ignominiosamente tra di loro i suoi sciacalli.
Tutto accade ignominiosamente, tutto
meno la morte medesima - cerco di farmi intendere
dinanzi a non so che tribunale
di che sognata equità. E l’udienza è tolta.
E' qui dove vivendo si produce ombra, mistero
per noi, per altri che ha da coglierne e a sua volta
ne getta il seme alle sue spalle, è qui
non altrove che deve farsi luce.
...E' passata, ne resta appena traccia
l'età immodesta e leggera
quando s'aspetta che altri,
chiunque sia, diradi queste ombre.
Quel che verrà verrà da questa pena.
Siedo presso il mio fuoco triste, attendo
finché nasca la vampa piena o il guizzo
sul sarmento bagnato della fiamma.
Tu che aspetti da fuori della casa,
dalla luce domestica, del giorno?
oggi, oggi che il vento
balza, corre nell'allegria dei monti
e a quell'annuncio di vino e di freddi
la furbizia dei vecchi scintilla tra le grinze?
Quel che verrà, verrà da questa pena.
Altra sorte non spero mai, neppure
sotto il cielo di questo mese arcano
che il colore dell'uva si diffonde
e l'autunno ci spinge a viva forza
fino ai Cessati Spiriti o al Domina quo vadis?
MARIO LUZI
Toccò
a lei, ultima ventata
sradicarmi da dov’ero
lì
a dimora.
Il tempo successivo,
arò il mio corpo dalla mia memoria,
ne sperse ogni sentore,
sarchiò quel territorio
e fu materia
nella materia
il mio sfatto sudario,
si
dissolse il grumo
casuale o necessario –
non so ancora –
che
era stato
il mio nido,
il
mio calvario,
se non che celeste e tenebroso
era nel suo deliquio
l’esistente
provvisorio.
Oh vita, ascoltai quella loquela
provenire da te,
dal tuo profondo grembo.
MARIO LUZI - Vola alta parola (da "Per il battesimo dei nostri frammenti")
Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi - sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza...
La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?
MARIO LUZI - TANGO
Poi sulla pista ardente
lontanamente emerse
la donna spagnola,
era un'ombra intangibile in un soffio
di musiche viola il suo sorriso.
Percepiva l'accento
della notte col senso melodioso
del suo passo e quel ciclo
di libertà inibita era l'evento
triste della sua vita senza scampo.
(da “Avvento notturno”, 1938)
MARIO LUZI - Viaggio
Non dai vetri, di là dall'Acheronte
i vostri occhi mi guardano, città,
spere di visi languidi alla fronte
rotanti nella livida fuliggine.
Sono io il vostro pianto trattenuto,
quel gemito rientrato nell'informe,
io per un attimo, io sopravvenuto:
poi la tristezza vestirà altre forme.
Vivere e il sole immemore esiliato
sulle stoppie lontane intime al cielo,
vivere è ancora ciò che ci rimane
occupate le dita già del gelo.
(1942)
MARIO LUZI - ALZATI A VOLO FIN CHE PUOI
Alzati a volo fin che puoi, raggiungilo
qualunque sia
il tuo apice d’ascesa
e d’altitudine, discendi
poi nella profondità dell’aria
e nella tenebra del mare
non però a capofitto, attento!
evita i gorghi
d’oscurità
da cui è difficile riemergere
e di essi dire ti è negato –
lo sappiamo.
Sta’ nei limiti tuoi, usa
la calma, la perseveranza,
l’attenzione dei sensi,
della mente – questo dicono
esperti consiglieri alla mia insufficienza
non sapendo che il patto è già concluso
tra ansia e finitudine
e c’è pace terrena e ultraterrena, c’è.
Di te molto, mia terra,
mi è inciso
nell’anima e nel viso,
mi è scritto nelle carni,
ma tu di me rechi pure qualche traccia,
ti prego, non polverizzarla
del tutto, finché tutto sia compiuto.
PISSARRO
d'inverno inasprisce le carraie,
aguzza il taglio della pietra,
sopra i poggi pelati
brucia i pochi fili d'erba.
Chi affastella legna, chi sciorina
panni s'affretta; sgretola la crosta
con le scarpe chiodate, con gli zoccoli,
spranga l'uscio di casa.
E' un tempo che fa bruschi i conciliaboli,
ruvide le parole ed i commiati.
Antenne
e nervature d'alberi, di rovi
graffiano i venti del tramonto…
Rimani dove sei, ti prego
Rimani dove sei, ti prego,
così come ti vedo.
Non ritirarti da quella tua immagine,
non involarti ai fermi
lineamenti che ti ho dato
io, solo per obbedienza.
Non lasciare deserti i miei giardini
d'azzurro, di turchese,
d'oro, di variopinte lacche
dove ti sei insediata
e
offerta alla pittura
e
all'adorazione,
non farme una derelitta plaga,
primavera da cui manchi,
mancando così l'anima,
il fuoco, lo spirito del mondo.
Non fare che la mia opera
ricada su se medesima,
diventi vaniloquio, colpa.
EMILE VERNON - Starlight
*NON ANDARTENE
Non andartene,
non lasciare
l’eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora
sua è vanificata.
Se musica è la donna amata
- Ma tu continua e perditi, mia vita,
- per le rosse città dei cani afosi
- convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
- Le danzatrici scuotono l'oriente
- appassionato, effondono i metalli
- del sole le veementi baiadere.
- Un passero profondo si dispiuma
- sul golfo ov'io sognai la Georgia:
- dal mare (una viola trafelata
- nella memoria bianca di vestigia)
- un vento desolato s'appoggiava
- ai tuoi vetri con una piuma grigia
- e se volevi accoglierlo una bruna
- solitudine offesa la tua mano
- premeva nei suoi limbi odorosi
- d'inattuate rose di lontano.
AMANTI
Che mi riserva rivederti, amore,
quale viaggio t’hanno dato i venti?
L’oscuro avvolge questi giorni chiari,
circola forse in questa luce densa
qui dove a macchie dondolanti o ferme
filtra oro ed il vino matura.
Spicco dal cielo questo frutto splendido,
chiudo gli occhi su quel che porta seco,
o lo stare sulle spine
o il dirsi addio a cuore gonfio,
questo tempo nel tempo senza fine.
non uscire dal desiderio
tanto da non potervi ritornare
e non provarne
mutuamente tu ed io alcuna pena.
Fa' che questo non si avveri.
Non lasciarmi immaginare
un tempo
in cui sia fatta aliena,
musa in ansia, fuggitiva
trattenuta appena.
Resta
nella adiacenza dell'umano
se non proprio del suo male
almeno del suo dolore,
ti prego,
forse non dovrei, ti porta
il tuo respiro
dov'è necessario,
lo voglia o non lo voglia, per te andare.
Và, però non ti eclissare
nel nulla immemoriale,
sia nell'essere certo e incancellabile
che nell'essere tu eri, tu nell'essere sei stata.
"Di che soffri, per chi ti dai pensiero?"
Fece un cenno d'addio verso l'Europa,
sparì sotto copertta. Non so dove,
ma è lontana. S'è fatta un'altra vita".
Parole udite sì, ma tronche, in uno
di quegli attimi più che lunghi eterni
che arrivano ora sì ora no voci
e richiami, tra gli alberi strinati dalla provenza
in terre dove occhieggia sotto gli strapiombi il mare
CULTURA & SVAGO