PIER PAOLO PASOLINI - Non è amore...

Non è Amore. Ma in che misura è mia
colpa il non fare dei miei affetti
Amore? Molta colpa, sia
pure, se potrei d'una pazza purezza,
d'una cieca pietà vivere giorno
per giorno... Dare scandalo di mitezza.
Ma la violenza in cui mi frastorno,
dei sensi, dell'intelletto, da anni,
era la sola strada. Intorno
a me alle origini c'era, degli inganni
istituiti, delle dovute illusioni,
solo la Lingua: che i primi affanni
di un bambino, le preumane passioni,
già impure, non esprimeva. E poi
quando adolescente nella nazione
conobbi altro che non fosse la gioia
del vivere infantile - in una patria
provinciale, ma per me assoluta, eroica -
fu l'anarchia. Nella nuova e già grama
borghesia d'una provincia senza purezza,
il primo apparire dell'Europa
fu per me apprendistato all'uso più
puro dell'espressione, che la scarsezza
della fede d'una classe morente
risarcisse con la follia ed i tòpoi
dell'eleganza: fosse l'indecente
chiarezza d'una lingua che evidenzia
la volontà a non essere, incosciente,
e la cosciente volontà a sussistere
nel privilegio e nella libertà
che per Grazia appartengono allo stile.

RENE' MAGRITTE - IL PRINCIPIO DEL PIACERE (1937)

Dove sono le armi?

 

“Dove sono le armi? Io non conosco

che quelle della mia ragione:

e nella mia violenza non c’è posto

 

neanche per un'ombra di azione

non intellettuale. Faccio ridere

ora, se, suggerite dal sogno,

 

in un grigio mattino che videro

morti, e altri morti vedranno, ma per noi

non è che un ennesimo mattino, grido

 

parole di lotta?”

(Da Vittoria)

VAN GOGH - Esterno di caffé in Piazza del Foro ad Arles 1888

Solo l'amare, solo il conoscere

(Da "Il pianto della scavatrice, I)

 

Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l'aver amato,

non l'aver conosciuto. Dà angoscia

    

il vivere di un consumato

amore. L'anima non cresce più.

Ecco nel calore incantato

    

della notte che piena quaggiù

tra le curve del fiume e le sopite

visioni della città sparsa di luci,

    

scheggia ancora di mille vite,

disamore, mistero, e miseria

dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri

erano la mia ragione d'esistere.

Annoiato, stanco, rincaso, per neri

    

piazzali di mercati, tristi

strade intorno al porto fluviale,

tra le baracche e i magazzini misti

    

agli ultimi prati. Lì mortale

è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,

alla stazione di Trastevere, appare

    

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,

alle loro borgate, tornano su motori

leggeri - in tuta o coi calzoni

    

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore

i giovani, coi compagni sui sellini,

ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

    

chiacchierano in piedi con voci

alte nella notte, qua e là, ai tavolini

dei locali ancora lucenti e semivuoti.

    

Stupenda e misera città,

che m'hai insegnato ciò che allegri e

feroci

gli uomini imparano bambini,

    

le piccole cose in cui la grandezza

della vita in pace si scopre, come

andare duri e pronti nella ressa

    

delle strade, rivolgersi a un altro uomo

senza tremare, non vergognarsi

di guardare il denaro contato

    

con pigre dita dal fattorino

che suda contro le facciate in corsa

in un colore eterno d'estate;

    

a difendermi, a offendere, ad avere

il mondo davanti agli occhi e non

soltanto in cuore, a capire

    

che pochi conoscono le passioni

in cui io sono vissuto:

che non mi sono fraterni, eppure sono

    

fratelli proprio nell'avere

passioni di uomini

che allegri, inconsci, interi

    

vivono di esperienze

ignote a me. Stupenda e misera

città che mi hai fatto fare

    

esperienza di quella vita

ignota: fino a farmi scoprire

ciò che, in ognun, era il mondo.

    

Una luna morente nel silenzio,

che di lei vive, sbianca tra violenti

ardori, che miseramente sulla terra

    

muta di vita, coi bei viali, le vecchie

viuzze, senza dar luce abbagliano

e, in tutto il mondo, le riflette

    

lassù, un po' di calda nuvolaglia.

È la notte più bella dell'estate.

Trastevere, in un odore di paglia

    

di vecchie stalle, di svuotate

osterie, non dorme ancora.

Gli angoli bui, le pareti placide

    

risuonano d'incantati rumori.

Uomini e ragazzi se ne tornano a casa

- sotto festoni di luci ormai sole -

    

verso i loro vicoli, che intasano

buio e immondizia, con quel passo blando

da cui più l'anima era invasa

    

quando veramente amavo, quando

veramente volevo capire.

E, come allora, scompaiono cantando.

Dansa di Narcìs (Suite Furlana II, Danze)

Jo i soj neri di amòur
né frut né rosignòul
dut intèir coma un flòur
i brami sensa sen.
Soj levat ienfra li violis
intant ch’a sclariva,
ciantànt un ciant dismintiàt
ta la not vualiva.
Mi soj dit: «Narcìs!»
e un spirt cu’l me vis
al scuriva la erba
cu’l clar dai so ris.

Traduzione - DANZA DI NARCISO. Io sono nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore, desidero senza desiderio.
Mi sono alzato tra le viole, mentre albeggiava, cantando un canto dimenticato nella notte uguale. Mi sono detto: «Narciso!», e uno spirito col mio viso oscurava l’erba al chiarore dei suoi ricci.

John Singer Sargent - Leggere

PIER PAOLO PASOLINI - (Da "le ceneri di Gramsci", IV)

 

Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

 

del mio paterno stato traditore

- nel pensiero, in un'ombra di azione -

mi so ad esso attaccato nel calore

 

degli istinti, dell'estetica passione;

attratto da una vita proletaria

a te anteriore, è per me religione

 

la sua allegria, non la millenaria

sua lotta: la sua natura, non la sua

coscienza; è la forza originaria

 

dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,

a darle l'ebbrezza della nostalgia,

una luce poetica: ed altro più

 

io non so dirne, che non sia

giusto ma non sincero, astratto

amore, non accorante simpatia...

 

Come i poveri povero, mi attacco

come loro a umilianti speranze,

come loro per vivere mi batto

 

ogni giorno. Ma nella desolante

mia condizione di diseredato,

io possiedo: ed è il più esaltante

 

dei possessi borghesi, lo stato

più assoluto. Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

 

ma a che serve la luce?

Le  ceneri di Gramsci 

I

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

con cieche schiarite questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio… Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

  

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio. In esso c’è il grigiore del mondo;

la fine del decennio in cui appare

 

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo…

 

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva almeno ardore,

 

quanto meno sventato e impuramente sano

dei nostri padri – non padre, ma umile

fratello – già con la tua magra mano

 

delineavi l’ideale che illumina

(ma non per noi: tu, morto, e noi

morti ugualmente, con te, nell’umido

 

giardino) questo silenzio. Non puoi,

lo vedi?, che riposare in questo sito

estraneo, ancora confinato.  
 

III  

Uno straccetto rosso, come quello 

arrotolato al collo ai partigiani

e, presso, l’urna, sul terreno cereo,

 

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai,  bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

 

morti: Le ceneri di Gramsci…Tra speranza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

   

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa

di diverso, forse, di più estasiato

 

e anche di  più umile, ebbra simbiosi

d’adolescente  di sesso con morte…)

E, da questo  paese in cui non ebbe posa

 

la tua tensione, sento quale torto

qui nella quiete delle tombe – e insieme 

quale ragione  – nell’inquieta sorte 

 

nostra –  tu avessi stilando le supreme

pagine nei  giorni del tuo assassinio. 

IV

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

 

del mio paterno stato traditore

- nel pensiero, in un’ombra di azione –

mi so ad esso attaccato nel calore

 

degli istinti, dell’estetica passione,

attratto da una vita proletaria

a te anteriore, è per me religione

 

la sua allegria, non la millenaria

sua lotta: la sua natura, non la sua

coscienza; è la forza originaria

 

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,

a darle l’ebbrezza della nostalgia,

una luce poetica; ed altro più

 

io non so dirne, che non sia

giusto ma non sincero,  astratto

amore, non accorante simpatia…

   

V

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea

 

che al quartiere in penombra si rapprende.

E lo sommuove. Lo fa diventare, vuoto,

intorno, e, più lontano, lo riaccende

 

di una vita smaniosa che del roco

rotolìo dei tram, dei gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

 

e assoluto. E  senti come in quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro veicoli, in quei grami

 

caseggiati dove si consuma l’infido

ed espansivo dono dell’esistenza –

quella vita non è che un brivido,

 

corporea, collettiva presenza;

senti il mancare di ogni religione

vera; non vita, ma sopravvivenza

   

- forse più lieta della vita - come

d’un popolo  di animali, nel cui arcano

orgasmo non ci sia altra passione

 

che per l’operare quotidiano:

umile fervore  cui dà un senso di festa

l’umile corruzione. Quanto più è vano

 

- in questo vuoto della storia, in questa

ronzante pausa  in cui la vita tace –

ogni ideale,  meglio è manifesta 

 

la stupenda, adusta sensualità

quasi alessandrina,  che tutto minia

e impuramente  accende, quando qua

 

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina

il mondo, nella  penombra, rientrando

in vuote piazze,  in scorate officine…

 VI

È un brusio la vita, e questi persi

in essa la  perdono serenamente,

se il cuore  ne hanno pieno: a godersi

 

eccoli,  miseri, la sera: e potente

in essi, inermi,  per essi, il mito

rinasce… Ma  io, con il cuore cosciente

 

di chi soltanto nella storia ha vita,

potrò mai  più con pura passione operare,

se so che  la nostra storia è finita?

ANDY WARHOL

PIER PAOLO PASOLINI - *Marilyn

 

Del mondo antico e del mondo futuro

era rimasta solo la bellezza, e tu,

povera sorellina minore,

quella che corre dietro ai fratelli più grandi,

e ride e piange con loro, per imitarli,

e si mette addosso le loro sciarpette,

tocca non vista i loro libri, i loro coltellini,

 

tu sorellina più piccola,

quella bellezza l’avevi addosso umilmente,

e la tua anima di figlia di piccola gente,

non ha mai saputo di averla,

perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

Sparì, come un pulviscolo d’oro.

 

Il mondo te l’ha insegnata.

Così la tua bellezza divenne sua.

 

Dello stupido mondo antico

e del feroce mondo futuro

era rimasta una bellezza che non si vergognava

di alludere ai piccoli seni di sorellina,

al piccolo ventre così facilmente nudo.

E per questo era bellezza, la stessa

che hanno le dolci mendicanti di colore,

le zingare, le figlie dei commercianti

vincitrici ai concorsi a Miami o a Roma.

Sparì, come una colombella d’oro.

 

Il mondo te l’ha insegnata,

e così la tua bellezza non fu più bellezza.

 

Ma tu continuavi ad essere bambina,

sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,

e fra te e la tua bellezza posseduta dal potere

si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.

Te la portavi sempre dentro, come un sorriso tra le lacrime,

impudica per passività, indecente per obbedienza.

L’obbedienza richiede molte lacrime inghiottite.

Il darsi agli altri,

troppi allegri sguardi, che chiedono la loro pietà.

Sparì, come una bianca ombra d’oro.

 

La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,

richiesta dal mondo futuro, posseduta

dal mondo presente, divenne così un male.

 

Ora i fratelli maggiori finalmente si voltano,

smettono per un momento i loro maledetti giochi,

escono dalla loro inesorabile distrazione,

e si chiedono: «È possibile che Marilyn,

la piccola Marilyn ci abbia indicato la strada?»

Ora sei tu, la prima, tu sorella più piccola,

quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,

sei tu la prima oltre le porte del mondo

abbandonato al suo destino di morte.

DEGAS - Il broncio (particolare)

PIER PAOLO PASOLINI - *Senza di te tornavo come ebbro

 

Senza di te tornavo, come ebbro,
non più capace d’esser solo, a sera
quando le stanche nuvole dileguano
nel buio incerto.

Mille volte son stato così solo
dacché son vivo, e mille uguali sere
m’hanno oscurato agli occhi l’erba, i monti
le campagne, le nuvole.

Solo nel giorno, e poi dentro il silenzio
della fatale sera. Ed ora, ebbro,
torno senza di te, e al mio fianco
c’è solo l’ombra.

E mi sarai lontano mille volte,
e poi, per sempre. Io non so frenare
quest’angoscia che monta dentro al seno;
essere solo.

(1945-1946)

PASOLINI - Autoritratto 1947

*La diversità che mi fece stupendo
e colorò di tinte disperate
una vita non mia, mi fa ancora
sordo ai comuni istinti, fuori dalla
funzione che rende gli uomini servi
e liberi. Morta anche la povera
speranza di rientrarvi, sono solo,
per essa, coscienza.
E poiché il mondo non è più necessario
a me, io non sono più necessario.

Le ceneri di Gramsci

I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l'abbaglia
 
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
 
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
 
tra le vecchie muraglie l'autunnale
maggio. In esso c'è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
 
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...
 
Tu giovane, in quel maggio in cui l'errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
 
quanto meno sventato e impuramente
sano
dei nostri padri - non padre, ma umile
fratello - già con la tua magra mano
 
delineavi l'ideale che illumina
 
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell'umido
 
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
 
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d'incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
 
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
 
la sua giornata, mentre intorno spiove.

II

 

Tra i due mondi, la tregua, in cui non

siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo
 
e nobile, in cui caparbio l'inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
 
che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte
 
e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni
 
più grandi; ronzano, quasi mai
scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell'urne sparse
 
inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti
 
uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo
 
a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà
 
questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera
 
rasserenando spegne in disadorni
sentori d'alga... quest'erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda
 
l'atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta
 
trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
 
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
- familiari da latitudini e
 
orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come
 
smeraldi: "And O ye Fountains..." - le pie
invocazioni...
 
III
 
Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l'urna, sul terreno cereo,
 
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
 
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra
speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
 
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
 
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d'adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
 
la tua tensione, sento quale torto
- qui nella quiete delle tombe - e insieme
quale ragione - nell'inquieta sorte
 
nostra - tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme
 
non ancora disperso dell'antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio
 
e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d'incudini, in sordina,
soffocato e accorante - dal dimesso
 
rione - ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in
vetrine
 
dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito
 
è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade
 
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
 
l'odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
- con te - il mondo, oggetto non appare
 
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
 
perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio - nella sua miseria
 
sprezzante e perso - per un oscuro
scandalo
della coscienza... 
IV


Lo scandalo del contraddirmi,
dell'essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
  nel pensiero, in un'ombra di azione -
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell'estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria
dell'uomo, che nell'atto s'è perduta,
a darle l'ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...

Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la
storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce? Non dico l'individuo, il fenomeno
dell'ardore sensuale e sentimentale...
altri vizi esso ha, altro è il nome
e la fatalità del suo peccare...

Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce
all'inganno.

Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza... e ironico ardore
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute... Fino alle infime minuzie
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia... Ben protetto
dall'impura virtù e dall'ebbro peccare,
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l'io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento... Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
del vento, qui dov'è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l'anima il cui graffito suona
Shelley... Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell'avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l'Italia
come dentro il ventre di un'enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
goethiano, il giovincello ciociaro...

Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d'erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.

Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
del mare... E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
ne è l'Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
in luride spiaggette...

Mi chiederai tu, morto disadorno,
d'abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
VI
 
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
 
che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
 
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
 
e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
 
caseggiati dove si consuma l'infido
ed espansivo dono dell'esistenza -
quella vita non è che un brivido;
 
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
 
- forse più lieta della vita - come
d'un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
 
che per l'operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l'umile corruzione. Quanto più è vano
 
- in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace -
ogni ideale, meglio è manifesta
 
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
 
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...
 
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l'intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
 
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
 
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina... Manca poco alla cena;
 
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d'operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
 
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d'immondizia
nell'ombra, rintanate zoccolette
 
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
 
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
 
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
 
vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
 
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
 
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
 
È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
 
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
 
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
1954
GUSTAV KLIMT

PIER PAOLO PASOLINI - *Ballata delle madri

 

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

d'esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate, a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

 

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

Madri vili, poverine, preoccupate

che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

 

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d'amore,

se non d'un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v'hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

 

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto

l'antico, vergognoso segreto

d'accontentarsi dei resti della festa.

Madri servili, che vi hanno insegnato

come il servo può essere felice

odiando chi è, come lui, legato,

come può essere, tradendo, beato,

e sicuro, facendo ciò che non dice.

 

Madri feroci, intente a difendere

quel poco che, borghesi, possiedono,

la normalità e lo stipendio,

quasi con rabbia di chi si vendichi

o sia stretto da un assurdo assedio.

Madri feroci, che vi hanno detto:

Sopravvivete! Pensate a voi!

Non provate mai pietà o rispetto

per nessuno, covate nel petto

la vostra integrità di avvoltoi!

 

Ecco, vili, mediocri, servi,

feroci, le vostre povere madri!

Che non hanno vergogna a sapervi

- nel vostro odio - addirittura superbi,

se non è questa che una valle di lacrime.

E' così che vi appartiene questo mondo:

fatti fratelli nelle opposte passioni,

o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo

a essere diversi: a rispondere

del selvaggio dolore di esser uomini.

*Alla mia nazione

 

Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico

ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti,

governanti impiegati di agrari, prefetti codini,

avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi,

funzionari liberali carogne come gli zii bigotti,

una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

Milioni di piccoli borghesi come milioni di porci

pascolano sospingendosi sotto gli illesi palazzotti,

tra case coloniali scrostate ormai come chiese.

Proprio perché tu sei esistita, ora non esisti,

proprio perché fosti cosciente, sei incosciente.

E solo perché sei cattolica, non puoi pensare

che il tuo male è tutto male: colpa di ogni male.

Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.

COURBET - Autoritratto

PIER PAOLO PASOLINI - *Mi alzo con le palpebre infuocate

 

Mi alzo con le palpebre infuocate.

La fanciullezza smorta nella barba

cresciuta nel sonno, nella carne smagrita,

si fissa con la luce fusa nei miei occhi riarsi.

Finisco così nel buio incendio

di una giovinezza frastornata dall'eternità;

così mi brucio, è inutile

- pensando - essere altrimenti,

imporre limiti al disordine: mi trascina

sempre più frusto, con un viso secco

nella sua infanzia, verso un quieto e folle

ordine, il peso del mio giorno perso

in mute ore di gaiezza, in muti

istanti di terrore...

Le parole e le cose

 

L'intelligenza non avrà mai peso, mai

nel giudizio di questa pubblica opinione.

Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

 

da uno dei milioni d'anime della nostra nazione,

un giudizio netto, interamente indignato:

irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

 

di questo popolo ormai dissociato

da secoli, la cui soave saggezza

gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.

 

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -

alzare la mia sola puerile voce -

non ha più senso: la viltà avvezza

 

a vedere morire nel modo più atroce

gli altri, nella più strana indifferenza.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

GENNARO VILLANI - Terrazzino con campana

 

Canto delle campane

Quando la sera si perde nelle fontane,
il mio paese è di colore smarrito.

Io sono lontano, ricordo le sue rane,
la luna, il triste tremolare dei grilli.

Suona Rosario, e si sfiata per i prati:
io sono morto al canto delle campane.

Straniero, al mio dolce volo per il piano,
non aver paura: io sono uno spirito d'amore,

che al suo paese torna di lontano.
COURBET - Autoritratto (Il disperato)

Ho la calma di un morto

 

Ho la calma di un morto:
guardo il letto che attende
le mie membra e lo specchio
che mi riflette assorto.

Non so vincere il gelo
dell'angoscia, piangendo,
come un tempo, nel cuore
della terra e del cielo.

Non so fingermi calme
o indifferenze o altre
giovanili prodezze,
serti di mirto o palme.

O immoto Dio che odio
fa che emani ancora
vita dalla mia vita
non m'importa più il modo.

 

L’incanto

La condanna pronunciata
contro di me nel ventre
della madre ingenua – mentre
al mondo era in fiore – suona
senza più darmi stupore.
Conto gli anni, i giorni, le ore
di un tempo che mi abbandona
senza che mai si disperda
L’incanto, l’atroce incanto.
Resta sempre al mio fianco
la morte, mentre io ancor verde
della recente nascita,
non entro nel tempo vero.
Nella mente un solo pensiero,
uno solo, che non la lascia
mai incustodita: esploro, cado
nell’ombra del mio destino,
sempre più in basso, fino
al disonore, e non mi persuado
di peccare di troppo amore...

È un brusio la vita

 

È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi

eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente

di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?

(da "Le ceneri di Gramsci")

Mi trovo nelle scure

vie della memoria, nelle stanze
misteriose dove l’uomo fisicamente è altro,
e il passato lo bagna col suo pianto…
Eppure, dal lungo uso fatto esperto,
non perdo i fili: ecco la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città di Rossellini…
ecco l’epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo, i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la mistica
folla perduta nel daffare quotidiano,
le tetre forme della dominazione nazista…
Quasi emblema, ormai, l’urlo della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente assolute,
risuona nelle disperate panoramiche,
e nelle sue occhiate vive e mute
si addensa il senso della tragedia.
E' lì che si dissolve e si mutila
il presente, e assorda il canto degli aedi.

*********************

 

La cultura si secca, appassisce:
l'orto ben coltivato torna selvaggio.
Ciò che era ordine è di nuovo caso.
Una foglia marcia, un cespuglio si interroga senza rispondersi
nella malinconia delle stagioni naturali.
Avere appreso non significa nulla, se non si apprende.
Ma l'uomo, come il sole, si stanca.
Gli interessi, le passioni non sono più novità.
Così, alle volte, a più di quarant'anni
si torna adolescenti: si sa soltanto
ciò che si sapeva allora.
Ma è un sapere freddo come il sole dei giorni
e delle stagioni, quando tutto torna com'era.
Tuttavia, quasi per vendetta contro questo mio fallimento
io voglio tornare ancora più indietro.
Con l'aridità il Non-Amore celebra i suoi trionfi,
ma in compenso (l'Amore è sempre il più forte)
anch'esso mi dà qualcosa.