POESIE

 

ALTRI POETI ITALIANI CONTEMPORANEI (Da fine '800 ai nostri giorni)

MARIO RAPISARDI

GIOVANNI PASCOLI

GIOSUE' CARDUCCI 

GABRIELE D'ANNUNZIO

GIOVANNI PASCOLI 

CAMILLO SBARBARO

ANDREA ZANZOTTO

PIER PAOLO PASOLINI

CESARE PAVESE

LEONARDO SINISGALLI

VITTORIO SERENI

EDOARDO SANGUINETI

GIOVANNI GIUDICI 

GIOVANNI BOLDINI - Profilo di giovane donna

GIOVANNI GIUDICI

 

*La Bovary c'est moi - I

 

Deve essere stato l’abbaglio di un momento
un tac di calamita da una parola mia o sua.
E io che ci ricasco benché lo so come sono.
Ma ti amo – mi ha ripetuto e come faccio
a non riamarlo io che non chiedo altro.
Poi tutti a bocca aperta che uno come lui
con una come me che nemmeno col pensiero avrei osato.
Continuo a domandarmi come è possibile che.
Chissà cos’ha in mente chissà in me cosa vede.
Chissà cosa ama se pure ama.

Potrei supporre di non sapere come sono
e che anche lui si domandi come è possibile che.
Ma temo sia più vero quello che so di sapere
e lui se non oggi domani riaprirà gli occhi.
Forse ci sta già pensando a come cavarsene fuori
più avanti dei miei timori.
Non devo illudermi perché dopo sarà peggio.
Meglio dirglielo subito che se ha un sospetto è vero.
Che faccia conto sia stato come uno sbaglio al telefono.
Insomma niente – e che se vuole può andarsene.

PAOLO BUZZI - Le unghie

 

V'amo nei neonati,

candide, tenere, piccole

come i primi petali

del fiore del pero:

prensili,

nel vagito dei sogni,

prendere tentate

solo dei fiocchi

di neve di limbo

o la montagna rosea

della mammella nutrice

che lor nasconde il mondo?

Femmine? Maschi?

Chi può dire?

L'unghie dell'infanzia in fasce

è come l'infanzia medesima fasciata.

Non ha sesso.

Ed ogni falda di neve

ed ogni stilla di latte

che le imperli

degna è di fare,

d'una mano d'angelo piccolo,

il fiore paradisiaco della purità.

 

V'amo nelle donne:

siete lame di corno: potreste

ferire a sangue: potreste

tatuare di mille segni barbarici

la carne avversaria dell'amante.

Avete le lùnule, bianche,

d'un sorriso adamantino, che saprebbero

ardere d'un pianto di rubino

se mai vi ficcaste gelose fino al fondo

d'una nuca diabolica di traditore.

E l'incarnato gelido dell'anime specchiasi

nei vostri segmenti

color delle pelli-rosa calde feroci.

M'inebriano i profumi concentrici

delle faccette vostre di vetri di fiala stappati;

e gli archi estremi, lucidi pallidi acuiti

come becchi di civette canarine,

adoro se a tornio di limucce e di stecchelli

vi lavorano dita pazientissime

per ore ed ore che le spio

dalla finestra rimpetto

come un uomo odia la donna e pur la mangia d'occhi.

 

E v'amo, mie, in cima fulgide

queste mani di musico e di poeta:

v'amo, piccole fiamme dure diafane

su questa candelora bizzarra

delle mie dita sempre in fuochi di festa.

Ch'io scriva,

e voi fulgete chiare, doppie

alla punta oscura della penna.

(...)

RENOIR - View de Venice 1881

GIOVANNI PASCOLI - *Nebbia

 

Nascondi le cose lontane,

tu nebbia impalpabile e scialba,

tu fumo che ancora rampolli,

su l'alba,

da' lampi notturni e da' crolli

d'aeree frane!

Nascondi le cose lontane,

nascondimi quello ch'è morto!

Ch'io veda soltanto la siepe

dell'orto,

la mura ch'ha piene le crepe

di valeriane.

Nascondi le cose lontane:

le cose son ebbre di pianto!

Ch'io veda i due peschi, i due meli,

soltanto,

che dànno i soavi lor mieli

pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane

che vogliono ch'ami e che vada!

Ch'io veda là solo quel bianco

di strada,

che un giorno ho da fare tra stanco

don don di campane...

Nascondi le cose lontane,

nascondile, involale al volo

del cuore! Ch'io veda il cipresso

là, solo,

qui, solo quest'orto, cui presso

sonnecchia il mio cane.

 

GIOVANNI SEGANTINI PRIMAVERA SULLE ALPI 1897

GIOVANNI PASCOLI

 

*Tra il dolore e la gioia

 

Vidi il mio sogno sopra il monte in cima;
era una striscia pallida, cò suoi
Boschi d'un verde quale mai né prima
vidi né poi.
Prima, il sonante nembo coi velari,
tutto ascondeva, delle nubi nere:
poi, tutto il sole disvelò del pari
bello a vedere.
Ma quel mio sogno al raggio d'un'aurora
nuova m'apparve e sparve in un baleno,
che il ciel non era torbo più né ancora
tutto sereno.

Franco Fortini - Lontano lontano...


Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l'arabo nullo! Ho scarso l'inglese!

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

FRANCOIS BOUCHER - Ritratto di Maria Luisa (1752)

LUCIANO FOLGORE - Tutta nuda


Te, nuda dinanzi la lampada rosa,
e gli avori, gli argenti, le madreperle,
pieni di riflessi
della tua carne dolcemente luminosa.

Un brivido nello spogliatoio di seta,
un mormorio sulla finestra socchiusa,
un filo d'odore, venuto
dalla notte delle acacie aperte,
e una grande farfalla che ignora
che intorno a te
non si bruciano le ali,
ma l'anima.

ANTONIO SMINK PITLOO - Coppia di popolani

ANGELO ZANARDINI (1820-1893) - *Serenata

 

Non ti chiedo di schiudermi il verone

Perchè sarebbe troppo grande gioja,

Fa sol ch'io sappia che la mia canzone

Non ti dà noja.

 

Fa che intenda il fruscio della tua vesta,

Fa che indovini le adorate forme

Tanto ch'io veda che per me sei desta

E amor non dorme.

 

E se non dormi spegni il lumicino

E traguarda un istante in sulla via,

Tanto ch'io senta che mi stai vicino,

E che sei mia.

 

E se tu m'ami, e se lo vuoi tacere,

Bacia con le tue labbra il bianco fiore

Che porti in seno, e lascialo cadere

Sovra il mio core.

Cristiano Banti Riunione di contadine

GIOSUE' CARDUCCI - *San Martino

 

La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale, 
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar; 
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar. 
Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

VAN GOGH - Campo di grano con cipressi

GIOSUE' CARDUCCI - Davanti San Guido

 

I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti 
Mi balzarono incontro e mi guardar. 
Mi riconobbero, e— Ben torni omai —
Bisbigliaron vèr' me co 'l capo chino — 
Perché non scendi ? Perché non ristai ? 
Fresca è la sera e a te noto il cammino. 
Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale:
Ira non ti serbiam de le sassate
Tue d'una volta: oh non facean già male! 
Nidi portiamo ancor di rusignoli:
Deh perché fuggi rapido cosí ? 
Le passere la sera intreccian voli
A noi d'intorno ancora. Oh resta qui! — 
— Bei cipressetti, cipressetti miei,
Fedeli amici d'un tempo migliore,
Oh di che cuor con voi mi resterei—
Guardando lor rispondeva — oh di che cuore ! 
Ma, cipressetti miei, lasciatem'ire:
Or non è piú quel tempo e quell'età.
Se voi sapeste!... via, non fo per dire,
Ma oggi sono una celebrità. 
E so legger di greco e di latino,
E scrivo e scrivo, e ho molte altre virtú:
Non son piú, cipressetti, un birichino,
E sassi in specie non ne tiro piú. 
E massime a le piante. — Un mormorio
Pe' dubitanti vertici ondeggiò
E il dí cadente con un ghigno pio
Tra i verdi cupi roseo brillò. 
Intesi allora che i cipressi e il sole
Una gentil pietade avean di me,
E presto il mormorio si fe' parole:
— Ben lo sappiamo: un pover uom tu se'. 
Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse
Che rapisce de gli uomini i sospir,
Come dentro al tuo petto eterne risse
Ardon che tu né sai né puoi lenir. 
A le querce ed a noi qui puoi contare
L'umana tua tristezza e il vostro duol.
Vedi come pacato e azzurro è il mare,
Come ridente a lui discende il sol! 
E come questo occaso è pien di voli,
Com'è allegro de' passeri il garrire!
A notte canteranno i rusignoli:
Rimanti, e i rei fantasmi oh non seguire;
I rei fantasmi che da' fondi neri
De i cuor vostri battuti dal pensier
Guizzan come da i vostri cimiteri
Putride fiamme innanzi al passegger.
Rimanti; e noi, dimani, a mezzo il giorno,
Che de le grandi querce a l'ombra stan
Ammusando i cavalli e intorno intorno
Tutto è silenzio ne l'ardente pian,
Ti canteremo noi cipressi i cori
Che vanno eterni fra la terra e il cielo:
Da quegli olmi le ninfe usciran fuori
Te ventilando co 'l lor bianco velo;
E Pan l'eterno che su l'erme alture
A quell'ora e ne i pian solingo va
Il dissidio, o mortal, de le tue cure
Ne la diva armonia sommergerà. —
Ed io—Lontano, oltre Apennin, m'aspetta
La Tittí — rispondea; — lasciatem'ire.
È la Tittí come una passeretta, 
Ma non ha penne per il suo vestire. 
E mangia altro che bacche di cipresso; 
Né io sono per anche un manzoniano
Che tiri quattro paghe per il lesso.
Addio, cipressi! addio, dolce mio piano! — 
— Che vuoi che diciam dunque al cimitero
Dove la nonna tua sepolta sta? — 
E fuggíano, e pareano un corteo nero
Che brontolando in fretta in fretta va. 
Di cima al poggio allor, dal cimitero,
Giú de' cipressi per la verde via,
Alta, solenne, vestita di nero
Parvemi riveder nonna Lucia: 
La signora Lucia, da la cui bocca,
Tra l'ondeggiar de i candidi capelli,
La favella toscana, ch'è sí sciocca
Nel manzonismo de gli stenterelli,
Canora discendea, co 'l mesto accento 
De la Versilia che nel cuor mi sta,
Come da un sirventese del trecento,
Piena di forza e di soavità. 
O nonna, o nonna! deh com'era bella
Quand'ero bimbo! ditemela ancor,
Ditela a quest'uom savio la novella
Di lei che cerca il suo perduto amor! 
— Sette paia di scarpe ho consumate
Di tutto ferro per te ritrovare: 
Sette verghe di ferro ho logorate
Per appoggiarmi nel fatale andare: 
Sette fiasche di lacrime ho colmate,
Sette lunghi anni, di lacrime amare:
Tu dormi a le mie grida disperate,
E il gallo canta, e non ti vuoi svegliare. 
— Deh come bella, o nonna, e come vera
È la novella ancor! Proprio cosí.
E quello che cercai mattina e sera
Tanti e tanti anni in vano, è forse qui,
Sotto questi cipressi, ove non spero, 
Ove non penso di posarmi piú: 
Forse, nonna, è nel vostro cimitero 
Tra quegli altri cipressi ermo là su. 
Ansimando fuggía la vaporiera
Mentr'io cosí piangeva entro il mio cuore;
E di polledri una leggiadra schiera
Annitrendo correa lieta al rumore. 
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo 
Rosso e turchino, non si scomodò: 
Tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo
E a brucar serio e lento seguitò. 

LEONARDO SINISGALLI - APPENA IERI

Tutti i fiori sono caduti dai rami
in un sol giro della ruota.

La nuova luna ci porta già
i prati secchi. E' cambiata la scena
e noi non ci ricordiamo
che appena ieri
abbiamo creduto immutabili cielo e terra. 

IPPOLITO NIEVO

 

E anch’io meschino trovator di rime

Né miei più fanciulleschi anni, quand’era

Nuovo a tutto il pensiero, e la speranza

Vece tenea della lontana fede

Ond’oggi faccio schermo alle presenti

Viltadi, anch’io sulle deserte arene

Del Tirreno discesi, e popolai

De’ miei sogni quell’onde, ove le prime

Fenicie prore arditamente in traccia

Correvan di nuova terra.

 

LEONARDO SINISGALLI - TU CERCAVI UN COMPAGNO

Tu cercavi un compagno. Ti duoli
ancora d'avermi creduto.
A notte, tardi, tu resti sola,
mi gridi un saluto, mi guardi
sparire con dolore sulla strada antica.
Pesto gli acini di mica sul pietrisco
della collina (e le siepi sono folte di baci
sulle dita).

GIANNI RODARI - Dopo la pioggia

 

Dopo la pioggia viene il sereno
brilla in cielo l'arcobaleno:
è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.
E' bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.
Però lo si vede - questo è il male -
soltanto dopo il temporale.
Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?
Un arcobaleno senza tempesta
questa sì che sarebbe festa.
Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.
 

DANTE GABRIEL ROSSETTI - Bocca baciata

D'ANNUNZIO - *'A vucchella

 

Si' comm'a nu sciurillo,

tu tiene na vucchella

nu poco, pucurillo,

appassuliatella.

Méh, dammillo, dammillo,

è comm'a na rusella,

dammillo nu vasillo,

dammillo, Cannetella.

 

Dammillo

e pigliatillo

nu vaso piccerillo.

Nu vaso piccerillo

comm'a chesta vucchella

ca' pare na rusella,

nu poco, pucurillo,

appassuliatella.

 

Si, tu tiene na vucchella

nu poco, pucurillo,

appassuliatella.

 

Sei come un fiorellino,

hai una boccuccia

un poco, solo un po'

appassitella.

Dai, dammelo, dammelo,

è come una rosella,

dammi un bacetto,

dammelo, Cannetella.

 

Dammelo

e prenditelo

un piccolo bacio.

Un piccolo bacio

come questa boccuccia

che sembra una rosella,

un poco, solo un poì

appassitella. 

 

Sì, tu hai una boccuccia

un poco, solo un po'

appassitella.

NICOLAS POUSSIN - L'ispirazioene del poeta (1630)

GIOSUE' CARDUCCI - *Il poeta

 

Il poeta, o vulgo sciocco, 

Un pitocco

Non è già, che a l'altrui mensa 

Via con lazzi turpi e matti 

Porta i piatti 

Ed il pan ruba in dispensa. 

E né meno è un perdigiorno

Che va intorno

Dando il capo ne' cantoni,

E co 'l naso sempre a l'aria

Gli occhi svaria

Dietro gli angeli e i rondoni. 

E né meno è un giardiniero

Che il sentiero

De la vita co 'l letame

Utilizza, e cavolfiori

Pe' signori

E viole ha per le dame. 

Il poeta è un grande artiere,

Che al mestiere

Fece i muscoli d'acciaio:

Capo ha fier, collo robusto,

Nudo il busto,

Duro il braccio, e l'occhio gaio. 

Non a pena l'augel pia

E giulía

Ride l'alba a la collina,

Ei co 'l mantice ridesta

Fiamma e festa

E lavor ne la fucina: 

E la fiamma guizza e brilla

E sfavilla

E rosseggia balda audace,

E poi sibila e poi rugge

E poi fugge

Scoppiettando da la brace. 

Che sia ciò, non lo so io;

Lo sa Dio

Che sorride al grande artiero. 

Ne le fiamme cosí ardenti

Gli elementi

De l'amore e del pensiero

Egli gitta, e le memorie

E le glorie

De' suoi padri e di sua gente.

Il passato e l'avvenire

A fluire

Va nel masso incandescente. 

Ei l'afferra, e poi del maglio

Co 'l travaglio

Ei lo doma su l'incude.

Picchia e canta.

Il sole ascende,

E risplende

Su la fronte e l'opra rude. 

Picchia.

E per la libertade

Ecco spade,

Ecco scudi di fortezza:

Ecco serti di vittoria

Per la gloria,

E diademi a la bellezza. 

Picchia.

Ed ecco istoriati

A i penati

Tabernacoli ed al rito:

Ecco tripodi ed altari,

Ecco rari 

Fregi e vasi pe 'l convito. 

Per sé il pover manuale

Fa uno strale

D'oro, e il lancia contro 'l sole: 

Guarda come in alto ascenda

E risplenda,

Guarda e gode, e più non vuole. 

D'Annunzio - La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove sui mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
sui ginestri folti
di coccole aulenti,
piove sui nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
l'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come un foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancora trema, si spegne,
risorge, treme, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontane,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i malleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove sulle nostre mani
ignude,
sui nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

MARINO MORETTI

E l'ore... L'ore non passavan mai!

Ero fanciullo, andavo a scuola: e un giorno
dissi a me stesso: -Non ci voglio andare-
E non ci andai. Mi misi a passeggiare
...solo soletto, fino a mezzogiorno.

E così spesso a scuola non andai
che qualche volta da quel triste giorno.
Io passeggiavo fino a mezzogiorno
e l'ore... l'ore non passavan mai.

Il rimorso tenea tutto il mio cuore
in quella triste libertà perduto,
e l'ansia mi prendea d'esser veduto
dal signor Monti, dal signor dottore.

Pensavo alla mia classe, al posto vuoto,
al registro, all'appello (oh, il nome, il nome
mio nel silenzio!) e mi sentivo come
proteso nell'abisso dell'ignoto...

Infine io mi spingea fino ai giardini
od ai viali fuori di città;
e mi chiedevo: -Adesso chi sarà?
interrogato, Poggi o Poggiolini?

E fra me ripetevo qualche brano
di storia (Berengario... Carlo Magno...
Rosmunda...) ed era la mia voce un lagno
ritmico, un suono quasi non umano...

E quante, quante volte domandai
l'ora a un passante frettoloso; ed era
nella richiesta mia tanta preghiera!
Ma l'ore... l'ore non passavan mai!

WATERHOUSE - My sweet Rose

ANDREA ZANZOTTO - Rose ai pilastri


Rose ai pilastri, rose lungo i muri
e dentro i vasi, da per tutto rose
che sbocciano fiammanti e sanguinose
come ferite sopra i seni impuri.

Rose thee dai bei labri immaturi
dalle fini ceramiche untuose,
rose di siepe, rose rugiadose
avvinghiate ai cancelli e ai vecchi muri.

Eruzione di rose nei giardini,
di rive sanguinose ed odorose,
vive e rampanti per la mia ringhiera.

Rose e rose ne i miei vasi murrini
rose odorose, rose sanguinose
rosee bocche della primavera.

ROMANO BATTAGLIA - Un cuore pulito

 

C'è un silenzio nel cielo prima del temporale,

delle foreste prima che si levi

il vento, del mare calmo della sera,

di quelli che si amano, della nostra anima,

poi c'è un silenzio che chiede

soltanto di essere ascoltato...

SALVATORE FIUME

EDOARDO SANGUINETI - *La ballata delle donne

 

Quando ci penso, che il tempo è passato,
le vecchie madri che ci hanno portato,
poi le ragazze, che furono amore,
e poi le mogli e le figlie e le nuore,
femmina penso, se penso una gioia:
pensarci il maschio, ci penso la noia.

Quando ci penso, che il tempo è venuto,
la partigiana che qui ha combattuto,
quella colpita, ferita una volta,
e quella morta, che abbiamo sepolta,
femmina penso, se penso la pace:
pensarci il maschio, pensare non piace.

Quando ci penso, che il tempo ritorna,
che arriva il giorno che il giorno raggiorna,
penso che è culla una pancia di donna,
e casa è pancia che tiene una gonna,
e pancia è cassa, che viene al finire,
che arriva il giorno che si va a dormire.

Perché la donna non è cielo, è terra
carne di terra che non vuole guerra:
è questa terra, che io fui seminato,
vita ho vissuto che dentro ho piantato,
qui cerco il caldo che il cuore ci sente,
la lunga notte che divento niente.

Femmina penso, se penso l’umano
la mia compagna, ti prendo per mano.

EDOARDO SANGUINETI - BALLATA DEL LAVORO
(per Gino Guerra)


Con le due mani nati a lavorare,
nati con i due piedi a camminare
con lavorare si va per salire
per una scala che va a proseguire:
questa è una scala che sale a spirale,
e che qui ci significa la vita:
quando ci sali ti è già incominciata,
quando finisci non ti è mai finita:
e prima i padri, e poi salgono i figli,
che così vanno le generazioni:
questa scala significa la storia,
che chi è passato resta per memoria:
se te la guardi come fosse ruota,
vedi che gira come la fortuna,
che ti trascina come vecchia giostra,
e fa le fasi come fa la luna:
ma la luna sparisce e ti ritorna,
te, la tua giostra, ti fa un solo giro.
che se ti guardi la tua vita sola,
ci vedi il primo e l’ultimo respiro:
se poi la guardi come fosse torre,
vedi Babele, che fu confusione:
fu in Babilonia, dove si confusero
tutte le lingue in tutte le persone:
ma quella torre si sognava un cielo,
te, la tua torre, qui in terra ti tiene:
che se guardi lì, muscoli e ossa,
un grattacielo, ci vedi una fossa:
ma questa, che è la vita, sale a vite,
che come sta un martello ci sta dura,
e ci sta curva come sta una falce,
ma che ci trovi lì la tua ventura:
per questa scala ci trovi i compagni,
salire insieme, insieme lavorare:
così sta scritto in qualunque scrittura,
chi non lavora, niente da mangiare:
con le due mani nati a lavorare,
nati con i due piedi a camminare,
con tutto il corpo nati qui a sudare,
e ancora nati a ruscare e a sgobbare,
e nati a faticare e a travagliare,
per questa scala ci impari a lottare,
e fare fine a tutto il dominare,
e, te con gli altri, tutti liberare.

MARCUS STONE - In love (particolare)

MARIO RAPISARDI - *L'impenitente

 

Odio, nol nego, e di sì fosche bende

L'ira talor gli acri miei sensi allaccia,

Che con furor di flutti il cor si caccia

Contro chi il giusto opprime e il vero offende.

 

Ma come prima a' torvi occhi s' affaccia

L'Idea che le mie notti unica accende,

Ecco, Amor torna, e in cerula bonaccia

Sotto a lui la selvaggia anima splende.

 

Così, volgo maligno, entro il mio core,

Nell'opre mie, ne' detti miei sfavilla

Con alterna costanza odio ed amore :

 

Non l'amor tuo, che il mondo gabba e i santi;

Non l'odio tuo, che frigido distilla

Da la lingua de' preti e de' pedanti.

ANTONIO FONTANESI - Solitudine (1875)

LEONARDO SINISGALLI - *Ora e sempre più viva

 

Ora e sempre più viva

Sarà la smania di far notte in me solo

E cercar scampo e riposo

Nella mia storia più remota

Ogni sera mi vado incontro a ritroso. 

VINCENT VAN GOGH - Coal Barges

PRIMO LEVI - *L'approdo

 

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,

Che lascia dietro di sè mari e tempeste,

I cui sogni sono morti o mai nati,

E siede a bere all’osteria di Brema,

Presso al camino, ed ha buona pace.

Felice l’uomo come una fiamma spenta,

Felice l’uomo come sabbia d’estuario,

Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,

E riposa al margine del cammino.

Non teme né spera né aspetta,

Ma guarda fisso il sole che tramonta.

PRIMO LEVI - Se non ora quando?

 

  Ci riconoscete? Siamo le pecore del ghetto,

Tosate per mille anni, rassegnate all’offesa.

Siamo i sarti, i copisti ed i cantori

Appassiti nell’ombra della Croce.

Ora abbiamo imparato i sentieri della foresta,

Abbiamo imparato a sparare, e colpiamo diritto.

Se non sono io per me, chi sarà per me?

Se non cosi, come? E se non ora, quando?

I nostri fratelli sono saliti al cielo

Per i camini di Sobibór e di Treblinka,

Si sono scavati una tomba nell’aria.

Solo noi pochi siamo sopravvissuti

Per l’onore del nostro popolo sommerso

Per la vendetta e la testimonianza.

Se non sono io per me, chi sarà per me?

Se non cosi, come? E se non ora, quando?

Siamo i figli di Davide e gli ostinati di Massada.

Ognuno di noi porta in tasca la pietra

Che ha frantumato la fronte di Golia.

Fratelli, via dall’Europa delle tombe

Saliamo insieme verso la terra

Dove saremo uomini fra gli altri uomini.

Se non sono io per me, chi sarà per me?

Se non cosi, come? E se non ora, quando?

PRIMO LEVI - Cercavo te nelle stelle

Cercavo te nelle stelle
quando le interrogavo bambino.
Ho chiesto te alle montagne,
ma non mi diedero che poche volte
solitudine e breve pace.
Perché mancavi, nelle lunghe sere
meditai la bestemmia insensata
che il mondo era uno sbaglio di Dio,
io uno sbaglio nel mondo.
E quando, davanti alla morte,
ho gridato di no da ogni fibra,
che non avevo ancora finito,
che troppo ancora dovevo fare,
era perché mi stavi davanti,
tu con me accanto,come oggi avviene,
un uomo una donna sotto il sole.
Sono tornato perché c’eri tu.

PRIMO LEVI 

 

Abbi pazienza, mia donna affaticata,
Abbi pazienza per le cose del mondo,
Per i tuoi compagni di viaggio, me compreso,
Dal momento che ti sono toccato in sorte.
Accetta, dopo tanti anni, pochi versi scorbutici
Per questo tuo compleanno rotondo.
Abbi pazienza, mia donna impaziente,
Tu macinata, macerata, scorticata,
Che tu stessa ti scortichi un poco ogni giorno
Perchè la carne nuda ti faccia più male.
Non è più tempo di vivere soli.
Accetta, per favore, questi 14 versi,
Sono il mio modo ispido di dirti cara,
E che non starei al mondo senza te.