LEFEVRE - Young woman

Sergej Esenin

 

*Io lo ricordo, amata, lo ricordo

 

Io lo ricordo, amata, io lo ricordo,

Lo splendore dei tuoi capelli;

Non fu allegra vicenda, né leggera,

Per me l'abbandonarti.

 

Delle notti autunnali mi ricordo,

Del murmure nell'ombra di betulle:

E se allora più corti erano i giorni,

Più a lungo dava luce a noi la luna.

 

Ed io ricordo che tu mi dicevi:

"Questi anni azzurri se ne andranno via,

E tu, mio amato, dimenticherai,

Per sempre, per un'altra".

 

Ma oggi il tiglio che va rifiorendo

Di nuovo ha ricordato ai sentimenti

Come teneramente cospargevo

A quel tempo i tuoi riccioli di fiori.

 

E il cuore, non disposto a raffreddarsi,

E amando un'altra con malinconia,

Va ricordando con quell'altra te,

Come un lungo racconto prediletto.

 

MUNCH - Gelosia (particolare)

SERGEJ ESENIN - L'uomo nero


Amico mio, amico mio,
Sono molto molto malato.
Io stesso non so da dove mi venga questo male.
Se sia il vento che sibila
Sul campo vuoto e deserto,
forse, come a settembre al boschetto,
È l’alcool che sgretola il cervello.

La mia testa sventola le orecchie,
Come fa un uccello con le ali.
La mia testa non è più capace
Di ciondolarsi sul collo.
Un uomo nero,
Nero, nero,
Un uomo nero
Si siede sul mio letto,
Un uomo nero
Non mi lascia dormire per tutta la notte.

L’uomo nero
Scorre il dito su un libro schifoso
E, con canto nasale sopra di me,
Come un monaco su un morto,
Mi legge la vita
Di un certo mascalzone e furfante,
Cacciando nell’anima angoscia e paura.
L’uomo nero
Nero, nero...

«Ascolta, ascolta, -
Mi farfuglia, -
Nel libro ci sono molti bellissimi
Pensieri e progetti.
Quest’uomo
Viveva nel paese
Dei più repellenti
Teppisti e ciarlatani.

In dicembre in quel paese
La neve è pura fino al demonio,
E le bufere mettono in moto
i più allegri filatoi.
Quell’uomo era un avventuriero,
Ma della marca migliore
La più alta.

Egli era elegante,
E per giunta poeta,
Anche se piccola,
Afferrava la sua forza,
E una certa donna,
Che aveva quarant’anni e passa,
Lui la chiamava bambina cattiva
E la sua amata».

«La felicità – diceva,–
È destrezza di mente e mani.
Tutte le anime maldestre
Sono note per la loro infelicità.
Non importa,
Se molti tormenti
Sono frutto di gesti
Tortuosi e menzogneri.

Nelle tempeste, nei temporali,
Nella gelida vita,
Nelle perdite gravi
E quando sei triste,
Apparire sorridente e semplice –
È l’arte più sublime del mondo».

«Uomo nero!
Non osare questo!
Tu non sei in servizio
Come un palombaro.
Che m’importa della vita
Di un poeta scandaloso.
Per favore, a qualcun altro
Leggi e racconta».

L’uomo nero
Mi guarda fisso.
E gli occhi si tingono
Di un vomito azzurro,
Quasi volesse dirmi,
Che io sono delinquente e ladro,
Che in modo svergognato e impudente
Ha derubato qualcuno.

SERGEJ ESENIN - "Alenushka"

Fiorisci fiore fiorisci
respira l’aria di primavera
esci e cresci tremante e spera
che l’umore non sia confuso con l’amore
e tu non sia sacrificato e offerto
nel nome di un sentimento indistinto
spinto dal cuore che batte soltanto più forte.

SERGEJ ESENIN - Stagno

Penso: "nel bene e nel male: io ti amo!"
ma forse più nel male che nel bene. oggi.
domani notte
baciarti il sesso
mi auguro abbia più senso.
rimane dunque un sonetto incompleto il mio amore per te.

 

ALPHONSE MUCHA - Flowers

SERGEJ ESENIN

*I fiori mi dicono addio

 

I fiori mi dicono addio,

Scrollando in giù le corolle,

Perch'io mai più rivedrò

Il suo volto e il paese natio.

 

Non importa, mia cara, non importa!

Li ho visti ed ho visto la terra,

E accolgo questo brivido tombale

Come se fosse una nuova carezza.

 

E poiché penetrai l'intera vita

Passandole dinanzi sorridendo,

Mi dico ad ogni istante

Che a questo mondo tutto si ripete.

 

Verrà un altro, e che importa! La tristezza

Non cancella chi parte: per la donna

Abbandonata e cara comporrà

Il successore un canto ancor più bello.

 

E nel silenzio ascoltandolo

Dal nuovo amante l'amata,

Di me può darsi si ricorderà

Come di un fiore che non si ripete.

 

SERGEJ ESENIN - Ballata della cagna

Al mattino nel granaio
dove biondeggiano le stuoie in fila,
una cagna figlio sette,
sette cuccioli rossicci

Sino a sera li carezzava
pettinandoli con la lingua
e la neve disciolta colava
sotto il suo caldo ventre.

Ma a sera, quando le galline
si rannicchiano sul focolare,
venne il padrone accigliato,
tutti e sette li mise in un sacco.

Essa correva sui mucchi di neve,
durando fatica a seguirlo.
E cosi a lungo, a lungo tremolava
lo specchio dell’acqua non ghiacciata.

E quando torno trascinandosi appena,
leccando il sudore dai fianchi,
la luna sulla capanna le parve
uno dei suoi cuccioli.

Guardava l’azzurro del cielo
con striduli guaiti,
ma la luna sottile scivolava
e si celo nei campi dietro il colle.

E sordamente, come quando in dono
le si butta una pietra per giuoco,
la cagna rotolò i suoi occhi
come stelle d’oro nella neve.

MATISSE - La danza

SERGEJ ESENIN

 

Si è sollevato un incendio azzurro

 

Si è sollevato un incendio azzurro,

Le lontananze natie offuscando.

Ho cantato d'amore, ho rinunciato

A far scandali: per la prima volta.

 

Non ero che un giardino abbandonato,

Ero avido d'alcool e di donne.

Non amo più bere, ballare e perdere,

Senza voltarmi indietro, la mia vita.

 

Vorrei solo guardarti, contemplando

L'oro-castano abisso dei tuoi occhi

E, rinnegando il passato, far sì

Che con un altro tu non te ne vada.

 

Dolce andatura ed elegante vita:

Tu, dal cuore inflessibile, sapessi

Come è capace un teppista d'amare,

Come è capace d'esser sottomesso.

 

Le bettole per sempre scorderei,

Smettendo anche di scrivere versi:

Soltanto per sfiorare la tua mano

E come un fiore autunnale i capelli.

 

E vorrei sempre seguirti da presso,

Sia in patria che in paesi forestieri...

Ho cantato d'amore e ho rinunziato

A far scandali: per la prima volta.

SERGEJ ESENIN - Confessioni di un teppista

 

Non a tutti è dato cantare,
E non tutti possono cadere come una mela
Sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
Che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
L'autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
Solo allora stringo più forte tra le mani
La bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il suono rauco dell'ontano,
Che da qualche parte vivono per me padre e madre,
Che se ne fregano di tutti i miei versi,
E che a loro sono caro come il campo e la carne,
Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
Per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
E temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
Che vostro figlio in Russia
È il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
Quando le gambe nude
Immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
E calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
Del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull'insegna di macelleria
Da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l'odore del letame dei campi nativi,
Ed è pronto a reggere la coda d'ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
Amo molto la patria!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
Sogno delle sere d'aprile la nebbia e l'umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
S'è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
Dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d'un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
Mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
Vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
Quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d'oro di versi,
Vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell'erba la falce dell'aurora...
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
Dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m'importa, se ho l'aria d'un cinico
Che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M'occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
A cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
Versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una gialla velatura
Verso il paese per cui navighiamo.

SERGEI ESENIN - Non ho rimpianti

 

Non ho rimpianti, non chiedo aiuto, non piango
Tutto passerà come la bruma dai meli bianchi
Pervaso dall'oro della stagione secca
Io non sarò più giovane.
 
Ora non batterai più allo stesso modo
o cuore, toccato dal freddo

il paese del telo di betulla
non mi spingerà più a girovagare a piedi nudi.

Spirito randagio! Tu sempre meno
attizzi la fiamma delle labbra
O mia perduta freschezza
Guizzo degli occhi e fiume di sentimenti.
 
Ora sono diventato avaro nel desiderio
Vita mia, forse ti ho sognato?
Davvero all'alba della mia primavera tuonante
ho cavalcato un destriero rosa.
 
Noi tutti a questo mondo siamo mortali
Il colore ramato delle foglie d'acero goccia silenziosamente

Ma chiamiamoci dunque felici, benedetti per sempre,
d’essere nati per fiorire e morire.

(1922)

Ogni cosa è viva

 

 

Ogni cosa viva è segnata
Sin dalla prima età
Se io non fossi un poeta
Sarei un ladro e imbroglione

Scarno, di statura bassa
Tra i ragazzi sempre eroe
Spesso, spesso col sangue al naso
Ritornavo nella mia casa.

Ed incontro alla madre spersa
Rispondevo a denti stretti:
“Non e’ niente, son inciampato
All’indomani sarò già guarito!”

E addesso, quando ormai si e’ sciolto
Di quei giorni il tormento ardente,
Una forza indomita e audace
Si e' riversata sopra i miei versi.

L’oro dei verbi e il grano,
Sopra ogni riga dei versi
Si riflette ancor l’ardore
Di quel vecchio monello.

Come allora, ardito e fiero
Solo il mio passo si e’ cambiato...
Mi picchavano prima nel muso,
Ma ora mi sanguina il cuore.

E non piu’ alla mamma confesso
Bensi’ a canaglia che sghignazza e ride:
“Non e’ niente, son inciampato
All’indomani sarò già guarito!”


SERGEJ ESENIN

 

Arrivederci, amico mio, arrivederci.
Mio caro, sei nel mio cuore.
Questa partenza predestinata
Promette che ci incontreremo ancora

Arrivederci, amico mio, senza mano, senza parola
Nessun dolore e nessuna tristezza dei sopraccigli.
In questa vita, morire non è una novità,

ma, di certo, non lo è nemmeno vivere.

 

E' l'ultima poesia scritta dal poeta Esenin il quale, non avendo inchiostro a disposizione, la scrisse col suo sangue un giorno prima di morire.

ALPHONSE MUCHA - Moon

SERGEJ ESENIN - Che notte

Che notte! lo non posso.
Non riesco a ubriacarmi.
C'è un tale lume di luna!
E' come se ancora custodissi
Nell'anima la giovinezza perduta.

Amica dell'estati ormai fredde,
Non chiamare il giuoco amore,
Meglio che questo lume di luna
Filtri sul mio guanciale.

Lascia che i tratti guastati
Esso disegni arditamente:
Tu non potrai disamare
Così come non hai saputo amare.

Amare si può solo una volta,
E tu mi sei lontana
Perché invano ci chiamano i tigli,
Coi piedi affondati nei mucchi di neve.

Io so e lo sai anche tu
Che in questo azzurro riflesso lunare,
In questi tigli non ci sono fiori:
Su questi tigli c'è neve e brina.

Che più non ci amiamo da tempo,
Tu non mi ami, io ne amo un'altra
E a tutti e due è indifferente
Giocare in un amore a buon mercato.

Ma anche se mi abbracci e accarezzi
Coi baci di un'astuta passione,
Il cuore eternamente sogni il maggio
E colei che per sempre io amo.

Amore mio! perdonami, perdonami,
Niente io ho trascurato,
Ma ciò che ho più caro sul cammino
É quello che per me è irripetibile.


Irripetibili siamo tu e io.
Morremo ed altri dopo noi verranno.
Ma saranno sempre diversi:
Non sono tuo ormai, tu non sei mia.

SERGEJ ESENIN - Non mi guardare con rimprovero

 

Con rimprovero non mi guardare,
Io non celo il mio disprezzo per te,
Ma amo il tuo sguardo languido
E la tua astuta dolcezza.

Sì mi ti mostri distesa
E, magari, son lieto di vedere,
Come la volpe, fingendosi morta,
Sta all'agguato dei corvo e dei suoi piccoli.

Ebbene, fa' così pure con me,
Ma perché non s'è spento il tuo ardore?
Nella mia anima indifferente ormai
Si sono imbattute altre simili a te.

Non sei tu che io amo, mia cara,
Tu sei soltanto un'eco, solo un'ombra:
In te io sogno un'altra,
Che ha occhi cerulei.

Anche se essa non appariva dolce
E, magari, era fredda all'aspetto,
Con la sua maestosa andatura
Profondamente mi scuoteva l'anima.

E una come lei non l'offuschi,
E te ne andrai, anche se non vuoi,
Ma non potrai già ferirmi il cuore
Con una menzogna intrisa di carezze.

E tuttavia, pure disprezzandoti,
Sconcertato scopro per sempre
Che se non ci fosse inferno e paradiso,
L'uomo stesso l'inventerebbe.

Shells - Albert Joseph Moore

SERGEJ ESENIN

 

Non vagheremo più, non schiacceremo più tra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce...
Col fascio dei tuoi capelli d'avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.
Tenera, bella, e col vermiglio
colore delle bacche sulla pelle,
eri simile a un crepuscolo rosa.
E come neve, candida e abbagliante.
Sono appassiti i chicchi dei tuoi occhi,
il tuo nome s'è dissolto come una musica,
ma è rimasto tra le pieghe gualcite dello scialle
l'aroma di miele delle mani innocenti.
Nell'ora silenziosa, quando l'alba sul tetto
come un gatto con la zampa si lava la bocca,
odo dolcemente parlare di te
le canne acquatiche che conversano col vento.
Ah mi sussurri pure la sera blu
che tu eri una canzone e un sogno.
Chi inventò la tua flessibile figura
ha toccato con le mani un luminoso mistero.
Non vagheremo più, non schiacceremo più fra gli arbusti
le bietole rosse, non cercheremo più le tracce...
Col fascio dei tuoi capelli d'avena
per sempre sei svanita dai miei sogni.

SERGEJ ESENIN - Cantico del pane

Ecco qui la crudeltà maligna
il cui fine è il pianto degli umani:
come il collo si recide ai cigni,
così il grano mietono nei piani.

Il mio campo noto mi è da lungo
e il sussulto delle aurore estive...
Come gialli corpi di defunti
in covoni giacciono le spighe.

Accompagna e guida un barocciaio
il trasporto come un arciprete.
Alle cripte giungono dei granai
rispettando il grado delle esequie.

le testine stendono sull'erba
con premura, senza accanimento;
giunge poi una macchina che trebbia
le ossa via dai corpi macilenti.

A nessuno viene mai a mente
che di carne è fatto pure il grano,
che il mulino è un orco e che i suoi denti
stritolano lo scheletro del pane.

Ma una pasta viene dalla farina
che dà frutti pieni di sapore;
giù nel sangue il tossico si insinua,
per deporvi le uova del rancore.

In un succo lievita e ragguaglia
la brutalità dei contadini,
e a chi mangia la sua carne gialla
avvelena i visceri-mulini.

L'assassino, il ladro, il ciarlatano
fischiano già nei boschi e nelle vigne...
Ecco perché l'uomo miete il grano
come si recide il collo ai cigni.

SERGEJ ESENIN Svegliami presto domattina

 

 

Svegliami presto domattina,
O madre mia paziente!
Camminerò sulla strada oltre il colle
Per incontrare un caro ospite.
Sul prato oggi, dentro il fitto bosco
Ho visto tracce di larghe ruote.
Il vento sotto una cappa di nuvole
Gli scuote la sua dugà dorata
Domani all’alba passerà in un lampo,
Curvando la luna-berretto sotto un cespuglio,
E la giumenta agiterà per scherzo
La coda rossa sopra la pianura.
Svegliami presto domattina,
E accendi la luce nella stanza.
Si dice che presto diventerò
Un famoso poeta russo.
Io canterò per te e l’ospite,
La nostra strofa, il gallo e il tetto...
Sui miei canti si verserà
Il latte delle tue mucche fulve.

(1917)

Voi ricordate

 

Voi ricordate,
Voi certamente tutto ricordate:
Come io stavo
Alla parete appoggiato,
E come, andando su e giù per la stanza
Un discorso tagliente
Mi scagliavate in faccia.
È tempo di lasciarci, dicevate;
E che vi aveva sfinito
La vita mia dissennata,
Ch'era tempo per voi di lavorare,
E mio destino
Rotolarmene ancora più in basso.
Amore mio!
Voi non mi avete amato.

SERGEJ ESENIN - La vacca

Decrepita, senza più denti,
sulle corna il volume degli anni,
la percuote l'uomo violento
lungo i campi e lungo gli stagni.

L'anima è aliena al rumore,
ma le talpe raspan nei campi.
In cuore essa medita ancora
al vitello dai piedi bianchi.

Le hanno tolto la sua creatura,
le hanno negato la gioia più bella.
Su una pertica oscilla alla furia
del vento la povera pelle.

Presto nei campi silvestri
come hanno fatto al vitello,
le metteranno il capestro
e la condurranno al macello.

Le corna con un lamento
si pianteranno nel terreno.
Essa sogna boschetti lucenti,
pascoli grassi e sereni...

Una sera azzurra

Una sera azzurra, una sera di luna
Sono stato giovane e bello.

Irrevocabile, irripetibile
Tutto è volato via...lontano, senza sosta...

Il cuore è freddo ormai e gli occhi senza luce.
Azzurra felicità! Notti di luna!

Non ho rimpianti

 

Non ho rimpianti, non chiamo,
non piango,
Tutto passerà, come fumo dai
bianchi meli.
Afferrato dall’oro
dell’appassimento,
Io non sarò mai più giovane.
da “Poesie e poemetti”