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VICENTE ALEIXANDRE

VICENTE ALEIXANDRE è un poeta spagnolo nato a Siviglia nel 1898 e morto a  Madrid nel 1984. Leggendo Rubén Darìo scoprì la sua vocazione letteraria.

 

Nel 1925 fu colpito da una malattia tubercolare a trascorrere un lungo periodo di isolamento. Nel 1928 escono le sue prime liriche, che lo inseriscono in pieno nel gruppo della Generacion del '27. La sua casa di Madrid diviene il centro di incontro e di raccolta degli intellettuali del tempo.

 

Nel 1935 riceve il Premio Nazionale di Letteratura. A causa delle cattive condizioni di salute, non prende parte attiva alla guerra civile, ma collabora ad una rivista letteraria. Nel 1949 entra a far parte del'Accademia Spagnola di Letteratura.

Nel 1977 riceve il Premio Nobel per la letteratura. 

EMILE MUNIER

*VICENTE ALEIXANDRE - A te viva

 

Quando contemplo il tuo corpo disteso

come un fiume che non cessa mai di passare,

come un limpido specchio dove cantano uccelli

e dà gioia sentire il giorno come albeggia.

 

Quando guardo i tuoi occhi, profonda morte o vita che mi chiama,

canzone da un profondo che sospetto;

o vedo la tua forma, la tua fronte serena,

pietra lucente ove i miei baci brillano,

come rocce che specchiano un sole che non cala.

 

Quando accosto il mio labbro a quell'incerta musica,

al rumore di quanto è sempre giovane,

dell'ardore terrestre che canta in mezzo al verde,

umido corpo in perpetuo trascorrere

come amore felice che va e torna

 

Sotto di me sento il mondo girare,

girare lieve con virtù eterna di stella,

con generosità lieta di astro

che non chiede neppure un mare ove riflettersi.

 

Tutto è sorpresa. Il mondo scintillante

sente che un mare a un tratto è la tremulo, nudo,

che è quel petto avido, febbrile,

che chiede solo il brillio della luce.

 

La creazione fulge. Resa quieta la gioia

passa come un piacere che non tocca il suo colmo,

come fulminea ascensione d'amore

dove il vento circonda le fronti più cieche.

 

Contemplare il tuo corpo alla tua sola luce,

con la vicina musica che concerta gli uccelli,

le acque, il bosco, il palpito in catene

di questo mondo pieno che sento sulle labbra.

Non esiste l'uomo

 

Solo la luna sospetta la verità.
Ed è che l'uomo non esiste.
La luna esplora le pianure, attraversa i fiumi,
penetra nei boschi.
Chiaroscura le ancora tepide montagne.
Trova il calore delle città erette.
Forgia un'ombra, smorza un angolo oscuro,
inonda di folgoranti rose,
il mistero delle grotte inodori.
La luna transita, sa, canta, avanza ed avanza senza posa.
Un mare non è un letto dove il corpo d' un uomo possa distendersi da solo.
Un mare non è un sudario per una morte luminosa.
La luna prosegue, s'abbassa, s'immerge, irraggia le profonde spiagge.
Smuove fantastica i verdi rumori placati.
Un cadavere in piedi un istante dondola,
esita, ecco avanza, verde rimane immobile.
La luna falsifica le sue braccia rotte,
il suo sguardo dominante in cui annidano pesci.
Accende le città sommerse in cui ancora si possono udire
(dolcissime!) le campane vissute;
in cui le onde ultime ancora s'infrangono sui petti neutri,
sui seni morbidi, da qualche polpo adorati.
Ma la luna è pura e sempre inaridisce.
Esce da un mare che è sempre una bara,
che è un blocco con limiti che nessuno, nessuno stringe,
che non è una pietra che irradia su un monte.
Esce ed insegue quel che fu le ossa,
quel che fu le vene d' un uomo,
quel che fu il suo sangue famoso, la sua prigione melodiosa,
la sua cintura visibile che divide la vita,
o la sua testa lieve su un vento verso oriente.
Ma l'uomo non esiste.
Non è mai esistito, mai.
Ma l'uomo non vive, come non vive il giorno.
Ma la luna inventa i suoi metalli furiosi.

VICENTE ALEIXANDRE - Lenta umidità

 

Felice ombra dei capelli
che serpeggia quando il sole è al tramonto,
simile a giunchi aperti - è tardi; fredda
umidità lasciva, quasi polvere -.
Delicata una cenere,
il grembo segreto del giunco,
serpente tenero senza veleno
di cui lo sguardo verde non fa male.
Addio. Dondola il sole
i quasi rossi, quasi verdi raggi.
La triste fronte aureolata immerge.
Umido, freddo, sapore di terra.

  A DON LUIS DE GÓNGORA

¿Qué firme arquitectura se levanta
del paisaje, si urgente de belleza,
ordenada, y penetra en la certeza
del aire, sin furor y la suplanta?

Las líneas graves van. Mas de su planta
brota la curva, comba su justeza
en la cima, y respeta la corteza
intacta, cárcel para pompa tanta.

El alto cielo luces meditadas
reparte en ritmos de ponientes cultos,
que sumos logran su mandato recto.

Sus matices sin iris las moradas
del aire rinden al vibrar, ocultos,
y el acorde total clama perfecto.

VICENTE ALEIXANDRE - Espadas como labios

Nostalgia de la mar.
Sirenas de la mar que por las playas
quedan de noche cuando el mar se marcha.
Llanto, llanto, dureza de la luna,
insensible a las flechas desnudas.
Quiero tu amor, amor, sirenas vírgenes
que ensartan en sus dedos las gargantas,
que bordean el mundo con sus besos,
secos al sol que borra labios húmedos.
Yo no quiero la sangre ni su espejo,
ignoro si la tierra es verde o roja,
si la roca ha flotado sobre el agua.
Por mis venas no nombres, no agonía,
sino cabellos núbiles circulan.

 ADOLESCENCIA

      Vinieras y te fueras dulcemente,
de otro camino
a otro camino. Verte,
y ya otra vez no verte.
Pasar por un puente a otro puente.
—El pie breve,
la luz vencida alegre—.

      Muchacho que sería yo mirando
aguas abajo la corriente,
y en el espejo tu pasaje
fluir, desvanecerse.

 EL CUERPO Y EL ALMA

 

Pero es más triste todavía, mucho más triste.
Triste como la rama que deja caer su fruto para nadie.
Más triste, más.  Como ese vaho
que de la tierra exhala depués la pulpa muerta.
Como esa mano que del cuerpo tendido
se eleva y quiere solamente acariciar las luces,
la sonrisa doliente, la noche aterciopelada y muda.
Luz de la noche sobre el cuerpo tendido sin alma.
Alma fuera, alma fuera del cuerpo, planeando
tan delicadamente sobre la triste forma abandonada.
Alma de niebla dulce, suspendida
sobre su ayer amante, cuerpo inerme
que pálido se enfría con las nocturnas horas
y queda quito, solo, dulcemente vacío.

Alma de amor que vela y se separa
vacilando, y al fin se aleja tiernamente fría.

PABLO PICASSO - Gli amanti

VIENI SEMPRE, VIENI (VEN, SIEMPRE VEN)

 

Non avvicinarti.

La tua fronte, la tua infuocata fronte, la tua accesa fronte,
le impronte di certi baci,
questo bagliore che anche di giorno si vede se t’avvicini,
questo bagliore contagioso che mi rimane in mano,
questo fiume luminoso dove immergo le braccia,
dove non oso quasi bere,

per timore poi d’una vita d’ura ornai d’astro brillante.
Non voglio che tu viva in me come vive la luce,
con questo isolamento di stella che si unisce alla sua luce,
cui l’amore è negato attraverso lo spazio
duro e azzurro che separa e non unisce,
dove ogni astro inaccessibile
è una solitudine che, gemebonda, trasmette la sua tristezza.
La solitudine scintilla nel mondo senza amore.
La vita è una vivida corteccia,
una rugosa pelle immobile
dove l’uomo non può trovare il suo riposo,
per quanto scagli i suoi sogni contro un astro spento.
Ma tu non avvicinarti.

La tua fronte sfavillante,

carbone acceso che mi strappa alla stessa coscienza,
duello sfolgorante in cui di colpo provo la tentazione di morire,
di bruciarmi le labbra con il tuo contatto indelebile,
di sentirmi la carne disfarsi contro il tuo diamante rovente.
Non avvicinarti,

perche’ il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle,
come lo spazio che all’improvviso s’incendia,
etere propagante dove la distruzione dei mondi
è un unico cuore che totalmente s’infiamma.
Vieni, vieni, vieni

come il carbone consunto e oscuro che racchiude una morte;
vieni come la notte cieca che mi avvicina il suo volto;
vieni come le due labbra segnate dal rosso,
per quella lunga linea che fonde i metalli.
vieni, vieni, amore mio; vieni, ermetica fronte, rotondità quasi movente
che brilli come un’orbita che nelle mie braccia si estingue;
vieni come due occhi o due profonde solitudini,
come due imperiosi richiami da una profondità che non conosco.
Vieni, vieni, morte, amore: vieni subito, ti distruggerò;
vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto;
vieni, che tu rotoli come pietra lieve,
confusa come una luna che chiede i miei raggi!

 

No te acerques. Tu frente, tu ardiente frente, tu encendida frente,
las huellas de unos besos,
ese resplandor que aun de día se siente si te acercas,
ese resplandor contagioso que me queda en las manos,
ese río luminoso en que hundo mis brazos,
en el que casi no me atrevo a beber, por temor después a ya una dura vida de lucero.

No quiero que vivas en mí como vive la luz,
con ese ya aislamiento de estrella que se une con su luz,
a quien el amor se niega a través del espacio
duro y azul que separa y no une,
donde cada lucero inaccesible
es una soledad que, gemebunda, envía su tristeza.

La soledad destella en el mundo sin amor.
La vida es una vívida corteza,
una rugosa piel inmóvil,
donde el hombre no puede encontrar su descanso,
por más que aplique su sueño contra un astro apagado.

Pero tú no te acerques. Tu frente destellante, carbón encendido que me arrebata a la propia conciencia,
duelo fulgúreo en que de pronto siento la tentación de morir,
de quemarme los labios con tu roce indeleble,
de sentir mi carne deshacerse contra tu diamante abrasador.

No te acerques, porque tu beso se prolonga como el choque imposible de las estrellas,
como el espacio que súbitamente se incendia,
éter propagador donde la destrucción de los mundos
es un único corazón que totalmente se abrasa.

Ven, ven, ven como el carbón extinto oscuro que encierra una muerte;
ven como la noche ciega que me acerca su rostro;
ven como los dos labios marcados por el rojo,
por esa línea larga que funde los metales.

Ven, ven, amor mío; ven, hermética frente, redondez casi rodante
que luces como una órbita que va a morir en mis brazos;
ven como dos ojos o dos profundas soledades,
dos imperiosas llamadas de una hondura que no conozco.

¡Ven, ven, muerte, amor; ven pronto, te destruyo;
ven, que quiero matar o amar o morir o darte todo;
ven, que ruedas como liviana piedra,
confundida como una luna que me pide mis rayos!

Como la mar, los besos

 

No importan los emblemas
ni las vanas palabras que son un soplo sólo.
Importa el eco de lo que oí y escucho.
Tu voz, que muerta vive, como yo que al pasar
aquí aún te hablo.

Eras más consistente,
más duradera, no porque te besase,
ni porque en ti asiera firme a la existencia.
Sino porque como la mar
después que arena invade temerosa se ahonda.
En verdes o en espumas la mar, se aleja.
Como ella fue y volvió tú nunca vuelves.

Quizá porque, rodada
sobre playa sin fin, no pude hallarte.
La huella de tu espuma,
cuando el agua se va, queda en los bordes.

Sólo bordes encuentro. Sólo el filo de voz que
en mí quedara.
Como un alga tus besos.
Mágicos en la luz, pues muertos tornan.

Diosa

 

Dormida sobre el tigre,
su leve trenza yace.
Mirad su bulto. Alienta
sobre la piel hermosa,
tranquila, soberana.
¿Quién puede osar, quién sólo
sus labios hoy pondría
sobre la luz dichosa
que, humana apenas, sueña?
Miradla allí. ¡Cuán sola!
¡Cuán intacta! ¿Tangible?
Casi divina, leve
el seno se alza, cesa,
se yergue, abate; gime
como el amor. Y un tigre
soberbio la sostiene
como la mar hircana,
donde flotase extensa,
feliz, nunca ofrecida.
¡Ah, mortales! No, nunca;
desnuda, nunca vuestra.
Sobre la piel hoy ígnea
miradla, exenta: es diosa.

 

El olvido

No es tu final como una copa vana
que hay que apurar. Arroja el casco, y muere.

Por eso lentamente levantas en tu mano
un brillo o su mención, y arden tus dedos,
como una nieve súbita.
Está y no estuvo, pero estuvo y calla.
El frío quema y en tus ojos nace
su memoria. Recordar es obsceno,
peor: es triste. Olvidar es morir.

Con dignidad murió. Su sombra cruza.

ALEIXANDRE - Si amavano

 

Si amavano.

Pativano la luce, labbra azzurre nell'alba,

labbra ch'escono dalla notte dura,

labbra squarciate, sangue, sangue dove?

Si amavano in un letto battello, in mezzo fra notte e luce.

 

Si amavano come i fiori le spine profonde,

o il giallo che sboccia in amorosa gemma,

quando girano i volti malinconicamente,

diralume che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi

palpitavano sotterra e le valli si stirano

come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:

carezza, seta, mano, luna che giunge e tocca.

Si amavano d'amore là nel fare del giorno

e tra le dure pietre oscure della notte,

dure come son corpi gelati dalle ore,

dire come son baci di dente contro dente.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,

onde che su dai piedi carezzano le cosce,

corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando ....

Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sì intimi,

mare altissimo e giovane, estesa intimitò

vivente solitudine, orizzonti remoti

avvinti come corpi che solitari cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,

come il mare che calmo aderisce a quel volto,

dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte

e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazi,

onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,

mare o terra, battello, letto, piuma, cristallo,

labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale, mondo, quiete,

la loro forma. Perché si amavano.

ALPHONSE MUCHA - Flirt

VICENTE ALEIXANDRE

*Corpo felice che mi fluisce tra le mani,

volto amato dove contemplo il mondo,

dove graziosi uccelli si specchiano fuggitivi,

in volo alla regione dove nulla si oblia.

 

La tua forma esteriore, diamante o duro rubino,

lucentezza d'un sole che abbaglia tra le mie mani,

cratere che m'alletta con l'intima sua musica,

con quell'indecifrabile appello dei tuoi denti.

 

Muoio perché m'avvento, perché voglio morire,

perché voglio vivere nel fuoco, perché quest'aria di fuori

non è mia, ma il caldo respiro

che se m'accosto brucia e dora le mie labbra dal profondo.

 

Lascia, lascia che guardi, macchiato dall'amore,

arrossato il volto dalla tua vita purpurea,

lascia che guardi l'ultimo clamore delle tue viscere

dove muoio e rinunzio a vivere per sempre.

 

Voglio amore o la morte, voglio intero del tutto,

voglio essere te, il tuo sangue, questa lava ruggente

che irrigando racchiusa le belle membra estreme

sente così i leggiadri limiti della vita.

 

Questo bacio sulle tue labbra come indugio di spina,

come un mare che volò divenuto uno specchio,

come luccichio d'un'ala,

è ancora mani, un ritornare dei tuoi fruscianti capelli,

un crepitare della luce vendicatrice,

luce o spada mortale che sul mio collo minaccia,

ma che giammai distruggerà questa unità del mondo.

 

Cuerpo feliz que fluye entre mis manos,

rostro amado donde contemplo el mundo,

donde graciosos pájaros se copian fugitivos,

volando a la región donde nada se olvida.

 

Tu forma externa, diamante o rubí duro,

brillo de un sol que entre mis manos deslumbra,

cráter que me convoca con su música íntima,

con esa indescifrable llamada de tus dientes.

 

Muero porque me arrojo, porque quiero morir,

porque quiero vivir en el fuego, porque este aire de fuera

no es mío, sino el caliente aliento

que si me acerco quema y dora mis labios desde un fondo.

 

Deja, deja que mire, tenido del amor,

enrojecido el rostro por tu purpúrea vida,

deja que mire el hondo clamor de tus entranas

donde muero y renuncio a vivir para siempre.

 

Quiero amor o la muerte, quiero morir del todo,

quiero ser tú, tu sangre, esa lava rugiente

que regando encerrada bellos miembros extremos

siente así los hermoso límites de la vida.

 

Este beso en tus labios como una lenta espina,

como un mar que voló echo un espejo,

como el brillo de un ala,

es todavía una manos, un repasar de tu crujiente pelo,

un crepitar de la luz vengadora,

luz o espada mortal que sobre mi cuello amenaza,

pero que nunca podrá destruir la unidad de este mundo.

VICENTE ALEIXANDRE

Come nacque l'amore? Fu in autunno.
Maturo il mondo
non t'aspettavo ancora. Ed arrivasti
allegra, bionda, sfuggita dal tempo
indulgente. E ti guardai. Oh quanto mi sembrasti
ancora bella! E viva nel sorriso, a specchio
della giovane luna precoce
nella sera, e pallida, maliosa
in quell'aure dorate; come te
che dall'azzurro uscivi, senza un bacio
ma con la bocca accesa
già impaziente d'amore.

Ti guardai. La tristezza
scompariva lontana, di drappi lunghi colma,
come un pigro occidente che le onde ritira.

Quasi una pioggia leggera - il cielo, blu! - bagnava
la tua fronte ora nuova.
Amante, amante era quello il destino
della luce! Tu eri così dorata che il sole
non avrebbe potuto infiammarsi
di più per te, di te, per darti sempre
la sua passione luminosa, tenera
ronda del sole che gira
intorno a te, dolce astro, intorno a un corpo,
o un'anima soltanto? Ah la tua carne
luminosa lambiva come due ali tiepide,
come l'aria che muove un petto che respira
sentii le tue parole, il tuo profumo,
e nella fonda anima veggente
toccasti il fondo. Imbevuto
di te fino al midollo della luce
io sentii la tristezza, la tristezza
d'amore: oh come è triste l'amore! E già nasceva
nella mia anima il giorno. Splendendo
raggiava in te e in me l'anima tua raggiava.
Sentii nella mia bocca il gusto dell'aurora.
I miei occhi svelarono
la sua dorata verità. Sentii
nella mia mente uccelli che cantavano
e turbarono il cuore. Vi guardai dentro e vidi
le ramaglie, i lucenti viottoli, e un volo
di piume colorate
m'inebriò d'un acceso presente
mentre tutto il mio essere a un mezzogiorno
furioso, folle, sempre più bruciava
e il mio sangue chiassoso ruinava in fiammate
d'amore, di lucore, di pienezza, di spuma

VICENTE ALEIXANDRE

In questa sera piove e la tua immagine
limpida piove. E nel ricordo s'apre
il giorno. E tu entri. Ma non sento.
La memoria mi dà solo l'immagine,
Solo il tuo bacio
solo la pioggia cade nel ricordo.
E piove la tua voce, e piove il bacio
triste, il bacio profondo,
bacio che nella pioggia si è bagnato.
Umido è il labbro.
Umido di ricordo piange il bacio
dai grigi cieli teneri.
Piove il tuo amore bagnando
la mia memoria, e cade e cade. Il bacio
profondo cade. E anche grigia cade
la pioggia.

LOS BESOS

 

No te olvides, temprana, de los besos un día.
De los besos alados que a tu boca llegaron.
Un instante pusieron su plumaje encendido
sobre el puro dibujo que se rinde entreabierto.

Te rozaron los dientes. Tú sentiste su bulto,
En tu boca latiendo su celeste plumaje.
Ah, redondo tu labio palpitaba de dicha.
¿Quién no besa esos pájaros cuando llegan, escapan?

Entreabierta tu boca vi tus dientes blanquísimos.
Ah, los picos delgados entre labios se hunden.
Ah, picaron celestes, mientras dulce sentiste
que tu cuerpo ligero, muy ligero, se erguía.

¡Cuán graciosa, cuán fina, cuán esbelta reinabas!
Luz o pájaros llegan, besos puros, plumajes.
Y oscurecen tu rostro con sus alas calientes,
que te rozan. revuelan, mientras ciega tú brillas.

No lo olvides. Felices, mira, van, ahora escapan.
Mira: vuelan, ascienden, el azul los adopta.
Suben altos, dorados. Van calientes, ardiendo.
Gimen, cantan, esplenden. En el cielo deliran.