Wislawa Szymborska

JEAN BERAUD (particolare)
JEAN BERAUD (particolare)

WISLAWA SZYMBORSKA

 

*Accanto a un bicchier di vino

 

Con uno sguardo mi ha resa più bella,

e io questa bellezza l'ho fatta mia

Felice, ho inghiottito una stella.

 

Ho lasciato che mi immaginasse

a somiglianza del mio riflesso

nei suoi occhi. Io ballo, io ballo

nel battito di ali improvvise.

 

Il tavolo è tavolo, il vino è vino

nel bicchiere che è un bicchiere

e sta lì dritto sul tavolo.

Io invece sono immaginaria,

incredibilmente immaginaria,

immaginaria fino al midollo.

Gli parlo di tutto ciò che vuole:

delle formiche morenti d'amore

sotto la costellazione del soffione.

Gli giuro che una rosa bianca,

se viene spruzzata di vino, canta.

 

Mi metto a ridere, inclino il capo

con prudenza, come per controllare

un'invenzione. E ballo, ballo

nella pelle stupita, nell'abbraccio

che mi crea.

 

Eva dalla costola, Venere dall'onda,

Minerva dalla testa di Giove

erano più reali.

 

Quando lui non mi guarda,

cerco la mia immagine

sul muro. E vedo solo

un chiodo, senza il quadro.

REMO BRINDISI - Figure e oltre (1960)
REMO BRINDISI - Figure e oltre (1960)

 Sotto una piccola stella 

 

Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.

chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.

non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.

mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.

chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.

chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.

perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.

perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.

chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.

chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.

perdonami, speranza braccata, se a volte rido.

perdonatemi deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.

e tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,

immobile, con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,

assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.

chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.

chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.

verità, non prestarmi troppa attenzione.

serietà, sii magnanima con me.

sopporta, mistero dell’esistenza, se tiro via fili dal tuo strascico.

non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.

chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.

chiedo scusa a tutti se non posso essere ognuno e ognuna.

so che finché vivo niente mi giustifica,

perché io stessa mi sono d’ostacolo.

non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,

e poi fatico per farle sembrare leggere.

Un amore felice

Un amore felice. È normale?
è serio? è utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?

Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi venuti fra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.

Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano -
sembra un complotto alle spalle dell’umanità!

È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile:
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?

Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.

Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

Wislawa Szymborska - La Gioia di scrivere

 

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un'acqua scritta
che riflette il suo musetto

come carta carbone?
Perchè alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio - anche questa parola fruscia sulla carta e scosta
i rami generati dalla parola "bosco".
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d' inchiostro c'è una buona scorta
di cacciatori con l' occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d' occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
nè si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C'è dunque un mondo
Di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo Che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d' una mano mortale.

Wislawa Szymborska, Nato

 

Dunque è sua madre.
Questa piccola donna.
Artefice dagli occhi grigi.
La barca su cui, anni fa,
lui approdò alla riva.
è da lei che si è tirato fuori
nel mondo,
nella non-eternità.
Genitrice dell'uomo
con cui salto attraverso il fuoco.
è dunque lei, l'unica
che non lo scelse
pronto, compiuto.
Da sola lo tirò
dentro la pelle a me nota,
lo attaccò alle ossa
a me nascoste.
Da sola gli cercò
gli occhi grigi
con cui mi ha guardato.
Dunque è lei, la sua Alfa.
Perchè mai me l'ha mostrata?
Nato.
Così è nato anche lui.
Nato come tutti.
Come me, che morirò.
Figlio d' una donna reale.
Uno giunto dalle profondità del corpo.
In viaggio verso l'Omega.
Esposto
alla propria assenza
da ogni dove,
in ogni istante.
E la sua testa
è una testa contro un muro
cedevole per ora.
E le sue mosse
sono tentativi di eludere
il vedetto universale.
Ho capito
che è già a metà cammino.
Ma questo a me non l'ha detto,
no.
"Questa è mia madre"
mi ha detto soltanto.

 

WISLAWA ZYMBORSKA

 

Amore a prima vista
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza

ma l'incertezza è più bella.
Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.
(Da La fine e l'inizio)

WISLAWA SZYMBORSKA
Il primo amore.
Dicono
che il primo amore sia il più importante.
Ciò è molto romantico
ma non è il mio caso.
Qualcosa tra noi c'è stato e non c'è stato,
è accaduto e si è perduto.
Non mi tremano le mani
quando mi imbatto in piccoli ricordi
e in un rotolo di lettere legate con lo spago
-nemmeno con un nastrino.
Il nostro unico incontro dopo anni;
la conversazione di due sedie
intorno a un freddo tavolino.
Atri amori
ancora respirano profondamente in me.
A questo manca il fiato per sospirare.
Eppure proprio così com'è,
è capace di ciò di cui quelli
non sono ancora capaci:
non ricordato,
neppure sognato,
mi familiarizza con la morte.
RENE' MAGRITTE - La condizione umana
RENE' MAGRITTE - La condizione umana

Wislawa Szymborska - Il cielo

 

Finestra senza parapetto,

senza intelaiature,
senza vetri.
Un'apertura e nulla oltre,
solo amplitudine.
Non devo attendere una notte serena,
nè alzare la testa,
per osservare il cielo.
Il cielo l'ho dietro le spalle,

sottobraccio e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva da sotto.

Persino le montagne più alte
non sono più vicino al cielo
delle valli più fonde.
In nessun posto c'è più cielo
che in un altro.
Il cielo opprime ugualmente
le nuvole e le tombe.
La talpa è assunta in cielo
come la civetta che agita le ali.
Qualsiasi cosa che cada in un abisso,
cade di cielo in cielo.

Aride, fluide, rocciose,
infiammate e aeree
regioni celesti, briciole di cielo,
folate di cielo e cataste.
Il cielo è onnipresente
anche nelle oscurità sotto pelle.
Divoro il cielo e lo secerno.
Sono una trappola intrappolata,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

Dividendo il Cielo dalla terra
non si pensa in modo appropriato
a questa totalità.
E' solo un modo per vivere
presso un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
I miei segni particolari
sono l'estasi e la disperazione.

WISLAWA SZYMBORSKA
So che la mia prodezza
indignerà i vicini.
Ma dica pure la gente
quello che le pare.
Correrò giù e griderò
ai quattro venti:
Erato*, torna! Aspetta!
Erato, mi senti?
* Erato è la musa della poesia amorosa.

Wisława Szymborska - Vestiario                                   

Ti togli, ci togliamo, vi togliete
cappotti, giacche, gilè, camicette
di lana, di cotone, di terital,
gonne, calzoni, calze, biamcheria,
posando, appendendo, gettando su
schienali di sedie, ante di paraventi;
per adesso, dice il medico, nulla di serio
si rivesta, riposi, faccia un viaggio,
prenda nel caso, dopo pranzo, la sera,
torni fra tre mesi, sei, un anno,
vedi, e tu pensavi, e noi temevamo,
e voi supponevate, e lui sospettava;
è già ora di allacciare con mani ancora tremanti
stringhe, automatici, cerniere, fibbie,
cinture, bottoni, cravatte, colletti
e da maniche, borsette, tasche, tirar fuori
-sgualcita, a pois, a righe, a fiori, a scacchi- la sciarpa
riutilizzabile per protratta scadenza.

 

(da "Gente sul ponte")

Le tre parole più strane

Quando pronuncio la parola Futuro
la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,
lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,
creo qualcosa che non entra in alcun nulla.

Tutto

 

Tutto
una parola sfrontata
e gonfia di boria.
Andrebbe scritta
fra virgolette.

Finge
di non tralasciare nulla,
di concentrare,
includere,
contenere
e avere.
E invece
è soltanto
un brandello di bufera.

Sulla morte, con misura

 

Non capisce gli scherzi, non sa nulla
di stelle, di ponti, di miniere,
è incapace di tessere, di coltivare i campi,
di costruire navi, di cuocere dei dolci.

Nel nostro conversare di progetti futuri
infila la sua ultima parola
fuori tema.

Non sa neppure compiere
ciò che direttamente riguarda la sua arte:
non sa scavare tombe,
nè inchiodare una bara,
nè rimettere in ordine quando sgombera.

Occupata ad uccidere
lo fa maldestramente,
senza metodo e pratica.
Come se ognuno di noi
stesse imparando a fare il suo mestiere.

I trionfi sono certo trionfi,
ma sconfitte quante,
colpi falliti,
prove ripetute!

A volte le mancano le forze
per far cadere una mosca giù dall' aria.
Se striscia con un bruco, spesso
le accade di perdere la gara.

E tutti quei baccelli, bulbi,
antenne, piume, bronchi,
piumaggi nuziali e invernali mantelli
testimoniano il ritardo
del suo lavoro sbadato.
Non basta la cattiva volontà.

E persino il nostro aiuto
con rivolgimenti e guerre
finora - è stato insufficiente.

Cuori pulsano nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Le sementi producono
le prime foglioline
e anche i grandi alberi che stanno all' orizzonte.

Chi afferma che la morte è onnipotente
è la vivente smentita
al proprio credo.

Non c' è una sola vita
la quale per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
arriva sempre tardi su quell' attimo.

Invano tormenta le maniglie
di invisibili porte.
Quanto fu conquistato
non può più riprendersi.

 

Nulla è in regalo

 

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
Mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l'obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L'inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perchè
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l'unica voce
che manca nell'inventario.

Un incontro inatteso

Siamo molto cortesi l'uno con l'altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.
Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell'acqua.
I nostri lupi sbadigliano alla gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa

Album
 
Album.
Nessuno in famiglia è mai morto per amore.
Nulla di quel passato potrebbe farsi mito.
Romei tisici? Giuliette malate di cuore?
C'e chi anzi è diventato vecchio e raggrinzito.
Nessuna vittima d'una risposta non giunta
a una lettera bagnata di pianto!
In fondo appariva sempre un qualche vicino
con pinze-nez e rose in mano.
Nessun soffocamento in un armadio elegante
per il ritorno del marito dell'amante!
Questi corsseti, queste gale, la mantiglia
non impedivano di entrare nella foto di famiglia.
E mai nell'anima Bosch infernale!
(Morivano con una palla nel cranio
e barelle da campo per guanciale).
Perfino questa, con pudico dècolltè
e gli occhi cerchiati come dopo una soireè,
è defluita con una grande emorragia
non verso di te, o cavaliere, e non per nostalgia.
Prima della fotografia, forse qualcuno,
ma di quelli dell'album, a quel che so, nessuno.
Le pene volgevano al riso, giorni volavano,
e loro, placati, per un'influenza se ne andavano.

Divorzio

 

Per i bambini è la prima fine del mondo.

Per il gattino un nuovo padrone.

Per la cagnolina una nuova padrona.

E per i mobili: scale, fracasso, prendere o lasciare.

E per le pareti i segni dei quadri.

Per i vicini chiacchiere e noia interrotta.

Per l'auto: meglio se fossero state due.

Per i romanzi e le poesie: ok, vedi tu.

Va peggio con l'enciclopedia e gli aparecchi video

e poi forse con quella guida alla scrittura corretta,

dove forse ci sono consigli in merito si due nomi - ,

se ancora unirli con la congiunzione "e"

o se ormai separarli con un punto.

 

Esempio

 

Una bufera

di notte ha strappato tutte le foglie dell'albero

tranne una fogliolina,

lasciata

a dondolarsi  in un a solo sul ramo nudo.

 

Con questo esempio

la Violenza dimostra

che certo -

a volte le piace scherzare un po'.

KATZKA
KATZKA

*LA CHIAVE

 

La chiave c'era e non c'è più.

Come entreremo in casa?

Qualcuno la potrà trovare,

la guarderà - per farne cosa?

camminando la rigira su e giù

come un ferro da buttare.

 

Ma se lo stesso accadesse

all'amore che io provo per te,

non solo a noi, al mondo intero

questo amore mancherebbe.

Sollevato nell'altrui mano,

non aprirà nessuna casa

e sarà solo una forma

e che ruggine la roda.

 

Non da carte, astri o grida di pavone

è tratta questa conclusione.

Dipinto di ARCIMBOLDO
Dipinto di ARCIMBOLDO

LA CIPOLLA

La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollosità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla-cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.

La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sè si avvolge in tondo.
In noi-grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.

FREDERICK SANDYS - Cassandra
FREDERICK SANDYS - Cassandra

MONOLOGO PER CASSANDRA

 

Sono io, Cassandra.
E questa è la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa è la mia testa piena di dubbi.

E' vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto poté compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a metà.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde -
nessuno la finiva in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall'alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla è più facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall'alto delle stelle - gridavo -
guardatevi dall'alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti già decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c'era in loro un'umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos'è davvero un'istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di -

E' andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa è la mia veste bruciacchiata.
E questo è il mio ciarpame di profeta.
E questo è il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

JEAN COTELLE - Boscheto del labirinto
JEAN COTELLE - Boscheto del labirinto

LABIRINTO

  

- e ora qualche passo
da parete a parete,
su per questi gradini
o giù per quelli,
e poi un po’ a sinistra,
se non a destra,
dal muro in fondo al muro
fino alla settima soglia,
da ovunque, verso ovunque
fino al crocevia,
dove convergono,
per poi disperdersi
le tue speranze, errori, dolori,
sforzi, propositi e nuove speranze.

Una via dopo l’altra,
ma senza ritorno.
Accessibilie soltanto
ciò che sta davanti a te,
e laggiù, a mo’ di conforto,
curva dopo curva,
e stupore su stupore,
e veduta su veduta.
Puoi decidere
dove essere o non essere,
saltare, svoltare
pur di non farsi sfuggire.
Quindi di qui o di qua,
magari per di lì,
per istinto, intuizione,
per ragione, di sbieco,
alla cieca,
per scorciatoie intricate.
Attraversi infilate di file
di corridoi, di portoni,
in fretta, perché nel tempo
hai poco tempo,
da luogo a luogo
fino a moli ancora aperti,
dove c’è buio e incertezza
ma insieme chiarore, incanto
dove c’è gioia, benché il dolore
sia pressoché lì accanto
e altrove, qua e là,
in un altro luogo e ovunque
felicità nell’infelicità
come parentesi dentro parentesi,
e così sia
e d’improvviso un dirupo,
un dirupo, ma un ponticello,
un ponticello, ma traballante,
traballante, ma solo quello,
perché un altro non c’è.
Deve pur esserci un’uscita,
è più che certo.
Ma non tu la cerchi,
è lei che ti cerca,
è lei fin dall’inizio
che ti insegue,
e il labirinto
altro non è
se non la tua, finché è possibile,
la tua, finché è tua,
fuga, fuga -

UTOPIA

Isola dove tutto si chiarisce.
Qui ci si può fondare su prove.

 

L'unica strada è quella d'accesso.
Gli arbusti si piegano sotto le risposte.

Qui cresce l'albero della Giusta Ipotesi
Con rami da sempre districati.

Di abbagliante linearità è l'albero del Senno
presso la fonte detta Ah Dunque E' Così.

Più ti addentri nel bosco, più si allarga
la Valle dell'Evidenza.

Se sorge un dubbio, il vento lo disperde.

L'Eco prende la parola senza farsi chiamare
e chiarisce volenterosa i misteri dei mondi.

A destra una grotta in cui giace il Senso.

A sinistra il lago della Profonda Convinzione.
Dal fondo si stacca la Verità e viene lieve a galla.

Domina sulla valle la Certezza Incrollabile.
Dalla sua cima si spazia sull'Essenza delle Cose.

Malgrado le sue attrattive l'isola è deserta,
e le tenui orme visibili sulle rive
sono tutte dirette verso il mare.

Come se da qui si andasse solo via,
immergendosi irrevocabilmente nell'abisso.
Nella vita inconcepibile.

CLAUDE MONET - Giverny
CLAUDE MONET - Giverny

ADDIO A UNA VISTA

Non ce l’ho con la primavera
perché è tornata.
Non la incolpo
perché adempie come ogni anno
ai suoi doveri.

Capisco che la mia tristezza
non fermerà il verde.
Il filo d’erba, se oscilla,
è solo al vento.

Non mi fa soffrire
che gli isolotti di ontani sulle acque
abbiano di nuovo con che stormire.

Prendo atto
che la riva di un certo lago
è rimasta- come se tu vivessi ancora-
bella come era.

Non ho rancore
Contro la vista per la vista
sulla baia abbacinata dal sole.

Riesco perfino ad immaginare
che degli altri, non noi
siedano in questo momento
sul tronco rovesciato d’una betulla.

Rispetto il loro diritto
a sussurrare, ridere
e tacere felici.

Suppongo perfino
che li unisca l’amore
e che lui stringa lei
con il suo braccio vivo.

Qualche giovane ala
fruscia nei giuncheti.
Auguro loro sinceramente
di sentirla.

Non esigo alcun cambiamento
dalle onde vicine alla riva,
ora leste, ora pigre
e non a me obbedienti.

Non pretendo nulla
dalle acque fonde accanto al bosco,
ora color smeraldo,
ora color zaffiro
ora nere.

Una cosa non accetto.
Il mio ritorno là.
Il privilegio della presenza-
ci rinuncio.

Ti sono sopravvissuta solo
e soltanto quanto basta
per pensare da lontano.

FRANCIS BACON - Personaggio che scrive, riflesso in uno specchio (1976)
FRANCIS BACON - Personaggio che scrive, riflesso in uno specchio (1976)

Scrivere un curriculum


 

Che cos'è necessario?
E' necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.
A prescindere da quanto si è vissuto
è bene che il curriculum sia breve.
E' d'obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.
Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.
Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all'estero.
L'appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.
Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.
Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.
Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.
Aggiungi una foto con l'orecchio in vista.
E' la sua forma che conta, non cio' che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Vista con granello di sabbia

 

Lo chiamano granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello né sabbia.
Fa a meno di un nome
generale, individuale, permanente, temporaneo, scorretto o corretto.

Del nostro sguardo e tocco non gli importa.
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale è solo un'avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto o di cadere ancore.

Dalla finestra c'è una vista sul lago, ma quella vista, lei non si vede.
Senza colore e senza forma, senza voce, senza odore e senza dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo è lo stare del fondo del lago,
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.
Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E tutto ciò sotto un cielo per natura senza cielo.
Ove il sole tramonta senza tramontare affatto
e si nasconde senza nascondersi dietro una nuvola ignara.

Il vento la scopiglia senza altri motivi se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Tre secondi, però, solo nostri.

Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.

Ma è soltanto un paragone nostro.
Inventato il personaggio, fittizia la fretta, e la notizia inumana.

FOGLIETTO ILLUSTRATIVO 

Sono un tranquillante.
Agisco in casa.
Funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte -
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.

So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l'assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della pietà chimica.

Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto
che la vita va vissuta con coraggio?

Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata)
per la caduta in piedi.

Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.

Un altro diavolo non c'è più.

(Da Ogni caso, 1972)

Il terrorista, lui guarda

 

La bomba esploderà nel bar alle tredici e venti.

Adesso sono appena le tredici e sedici.

Alcuni faranno in tempo a entrare,

alcuni a uscire.

 

Il terrorista ha già attraversato la strada.

Questa distanza lo protegge da ogni male,

e poi la vista è come al cinema:

 

Una donna con il giaccone giallo, lei entra.

Un uomo con gli occhiali scuri, lui esce.

Ragazzi in jeans, loro parlano.

Le tredici e diiassette e quattro secondi.

Quello più basso è fortunato e sale sulla vespa,

quello più alto invece entra.

 

Le tredici e diciassette e quaranta secondi.

La ragazza, lei cammina con un nastro verde nei capelli.

ma quell'autobis d'improvviso la nasconde.

Le tredici e diciotto.

La ragazza non c'è più.

Se è stata così stupida da entrare, oppure no,

si vedrà quanto li porteranno fuori.

 

Le tredici e diciannove.

Più nessuno che entri, pare.

Invece esce un grassone calvo.

sembra che si frughi nelle tasche e

alle tredici e venti meno dieci secondi

rientra a cercare quei suoi miseri guanti.

 

Sono le tredici e venti.

il tempo, come scorre lentamente.

Deve essere ora.

No, non ancora.

Sì, ora.

la bomba, lei esplode.

CLAUDE MONET
CLAUDE MONET

LA STAZIONE

 
Il mio arrivo nella città di N.
è avvenuto puntualmente.
Eri stato avvertito
con una lettera non spedita.
Hai fatto in tempo a non venire
all'ora prevista.
Il treno è arrivato sul terzo binario.
E' scesa molta gente.
L'assenza della mia persona
si avviava verso l'uscita tra la folla.
Alcune donne mi hanno sostituito
frettolosamente
in quella fretta.
A una è corso incontro
qualcuno che non conoscevo,
ma lei lo ha riconosciuto
immediatamente.
Si sono scambiati
un bacio non nostro,
intanto si è perduta
una valigia non mia.
La stazione della città di N.
ha superato bene la prova
di esistenza oggettiva.
L'insieme restava al suo posto.
I particolari si muovevano
sui binari designati.
E' avvenuto perfino
l'incontro fissato.
Fuori dalla portata
della nostra presenza.
Nel paradiso perduto
della probabilità.
Altrove.
Altrove.
Come risuonano queste piccole parole. 

Torture

Nulla è cambiato.
Il corpo prova dolore,
deve mangiare respirare e dormire,
ha la pelle sottile, e subito sotto - sangue,
ha una buona scorta di denti e di unghie,
le ossa fragili, le giunture stirabili.
Nelle torture, di tutto ciò si tiene conto.

Nulla è cambiato.
Il corpo trema, come tremava
prima e dopo la fondazione di Roma e dopo,
nel ventesimo secolo prima e dopo Cristo,
le torture c'erano e ci sono, solo la Terra è più piccola
e qualunque cosa accade, è come dietro la porta.

Nulla è cambiato.
C'è soltanto più gente,
alle vecchie colpe se ne sono aggiunte di nuove,
reali, fittizie, temporanee e inesistenti,
ma il grido con cui il corpo ne risponde
era, è e sarà un grido di innocenza,
secondo un registro e una scala eterni.

Nulla è cambiato.
Tranne forse i modi, le cerimonie, le danze.
Il gesto delle mani che proteggono il capo
è rimasto lo stesso.
Il corpo si torce, si dimena e si divincola,
fiaccato cade, raggomitola le ginocchia,
illividisce, si gonfia, sbava e sanguina.

Nulla è cambiato.
Tranne il corso dei fiumi,
la linea dei boschi, del litorale, di deserti e ghiacciai.
Tra questi paesaggi l'anima vaga,
sparisce, ritorna, si avvicina, si allontana,
a se stessa estranea, inafferrabile,
ora certa, ora incerta della propria esistenza,
mentre il corpo c'è, e c'è, e c'è
e non trova riparo.

Ritorni 

E' ritornato. Non ha detto nulla.
Era chiaro però che aveva avuto un dispiacere.
Si è coricato vestito.
Ha messo la testa sotto le coperte.
Ha ripiegato le gambe.
E' sulla quarantina, ma non ora.
Esiste - ma solo quanto nel ventre di sua madre,
al di là di sette pelli, al riparo del buio.
Domani terrà una conferenza sull'omeostasi
nella cosmonautica metagalattica.
Per il momento s'è raggomitolato, dorme.
CHARLES CHAPLIN - Ragazza con una colomba
CHARLES CHAPLIN - Ragazza con una colomba
*Ritratto di donna

Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
È facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi, se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l'unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma ottima consigliera.
Debole, ma sosterrà.
Non ha la testa sulle spalle, però l'avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a che serve questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l'ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l'amor del cielo. 
GEORGES LAOMBE (1894) - le tre età della vita
GEORGES LAOMBE (1894) - le tre età della vita

WISLAWA SZYMBORSKA - La breve vita dei nostri antenati

 

Non arrivavano in molti fino a trent'anni.
La vecchiaia era un privilegio di alberi e pietre.
L'infanzia durava quanto quella dei cuccioli di lupo.
Bisognava sbrigarsi, fare in tempo a vivere
prima che tramontasse il sole,
prima che cadesse la neve.
Le genitrici tredicenni,
i cercatori quattrenni di nidi fra i giunchi,
i capicaccia ventenni -
un attimo prima non c'erano, già non ci sono più.
I capi dell'infinito si univano in fretta.
Le fattucchiere biascicavano esorcismi
con ancora tutti i denti della giovinezza.
Il figlio si faceva uomo sotto gli occhi del padre.
Il nipote nasceva sotto l'occhiata del nonno.
E del resto non si contavano gli anni.
Contavano reti, pentole, capanni, asce.
Il tempo, così prodigo con una qualsiasi stella del cielo,
tendeva loro la mano quasi vuota
e la ritraeva in fretta, come dispiaciuto.
Ancora un passo, ancora due
lungo il fiume scintillante,
che dall'oscurità nasce e nell'oscurità scompare.
Non c'era un attimo da perdere,
domande da rinviare e illuminazioni tardive,
se non le si erano avute per tempo.
La saggezza non poteva aspettare i capelli bianchi.
Doveva vedere con chiarezza, prima che fosse chiaro,
e udire ogni voce, prima che risonasse.
Il bene e il male -
ne sapevano poco, ma tutto:
quando il male trionfa, il bene si cela;
quando il bene si mostra, il male attende nascosto.
Nessuno dei due si può vincere
o allontanare a una distanza definitiva.
Ecco il perché d'una gioia sempre tinta di terrore,
d'una disperazione mai disgiunta da tacita speranza.
La vita, per quanto lunga, sarà sempre breve.
Troppo breve per aggiungere qualcosa.

Devo molto

 

Devo molto
a quelli che non amo.
Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro. La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli. Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo. Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai. Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana. I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi. E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante. È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile. Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote. «Non devo loro nulla» -
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

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