Antologia della letteratura magica e fantastica

EDGAR ALLAN POE - Il ritratto ovale

 

I raggi delle molteplici candele (poichè ve ne erano molte) caddero allora sopra una nicchia che trovavasi sulla parete e che una colonna del letto aveva fino allora coperta d'un'ombra profonda e mi apparve d'un tratto, in mezzo alla viva luce, un quadro che m'era dapprima sfuggito all'esame. Era il ritratto d'una giovine le cui forme già pronunciate, accennavano a donna omai fatta. Io gettai sul dipinto un rapido sguardo e chiusi gli occhi: il perchè non lo compresi bene io stesso a tutta prima. Ma nel mentre le mie pupille rimanevano abbassate, analizzai rapidamente la ragione che mi obbligava quasi di ricorrere a tale espediente. Era questo un movimento involontario per guadagnar tempo, e per pensare, per assicurarmi che la mia vista non mi aveva ingannato, per calmare, direi così, e preparare ad un tempo istesso il mio spirito ad una contemplazione più pacata e sicura. Dopo alcuni istanti guardai di nuovo quel dipinto fissamente. Io non poteva allora più dubitare, quand'anche lo avessi voluto, di distinguere ogni cosa assai nettamente; giacchè il primo baleno di luce su quella tela aveva dissipato lo stupore da trasognato da cui i miei sensi erano invasi, e mi aveva richiamato d'improvviso alla vita reale. Il ritratto, io l'ho già detto , era quello d'una giovine donna. Era una semplice testa, giacchè il collo e le spalle vi si intravedevano appena; il tutto composto in quello stile che suol chiamarsi, in linguaggio tecnico, stile da vignetta; vi era assai della maniera di Sully nelle teste di sua predilezione. Il braccio, il seno, e fino le ultime ciocche di capelli, si fondevano in modo da sfuggire ad ogni indagine, nell'ombra indefinita ma intensa che serviva di fondo all'insieme. La cornice era ovale, magnificamente dorata e foggiata a rilievi sul gusto moresco. Come opera d'arte non si poteva, del resto, trovar nulla di più ammirabile di quel dipinto. Tuttavia non dovevano essere nè la perfetta esecuzione dell'artista, nè l'immortale bellezza della fisionomia, che mi impressionarono così d'improvviso e sì fortemente; ed io dovevo poi credere ancor meno che la mia immaginazione, non ancor ben risveglia, avesse preso quella testa per quella d'una persona vivente. Allora mi s'affacciò senz'altro al pensiero che i dettagli del disegno, lo stile di vignetta e l'aspetto del quadro avrebbero ben tosto dissipato una simile allucinazione, cosicchè io sarei stato liberato repentinamente da ogni illusione. Nel mentre maturava tra me queste riflessioni, assai preoccupato, io restai, mezzo seduto, mezzo sdrajato, più di un'ora forse cogli occhi fissi in quel ritratto. A lungo andare però, sembrandomi d'aver scoperto il vero segreto del suo effetto, mi lasciai ricadere sul letto. Io aveva indovinato che il fascino di quella pittura era un'impressione vitale assolutamente adeguata alla vita stessa; ciò che dapprima m'aveva fatto trasalire, poi confuso, soggiogato, atterrito. Pieno di spavento profondo, misterioso, io ricollocai il candelabro alla sua pristina posizione, ed essendomi così tolto dagli occhi la causa della mia violenta agitazione, cercai ansiosamente il volume che conteneva l'analisi dei dipinti e la loro istoria. Passando tosto al numero che designava il ritratto ovale, io vi lessi allora lo strano e singolare racconto che segue: «Era una giovinetta veramente d'una rara bellezza e che non era meno amabile di quel che fosse piena di giovialità. E maledetta sia l'ora in cui essa vide il pittore! innamorossi di lui e divenne infine sua sposa. «Egli, appassionato, studioso, austero, e che aveva già trovato nell'arte la sua fidanzata: ella una giovinetta non meno amabile che piena di gajezza, tutta luce e sorrisi e colle pazzie in capo di una giovine gazzella; innamorata alla follia d'ogni cosa, e non odiando che l'arte, che era la sua rivale; nulla temendo fuorchè la tavolozza e i pennelli e gli altri odiosi istrumenti che la privavano dell'aspetto del suo adorato amante. Oh! fu una ben terribile cosa per questa poveretta quando essa udì il pittore manifestarle il desiderio di dipingere egli stesso la sua giovine sposa. Ma essa era umile ed obbediente, e posò quindi con dolcezza, durante ben lunghe settimane, nella tetra e più alta camera della torre, ove la luce pioveva sulla bianca tela solamente da un'apertura del soffitto. Ma egli, il pittore, metteva ogni sua gloria in quel lavoro, che progrediva di giorno in giorno, di ora in ora. Ed era un uomo appassionato e strano e pensieroso che si perdeva in fantasticherie; cosicchè egli non voleva vedere come la luce che cadeva così lugubremente in quella torre isolata disseccava le fonti della salute ed ogni vigoria di spirito della sua amata, la quale periva visibilmente agli occhi di tutti, fuorchè ai suoi. Ma essa sorrideva sempre, e sempre senza muover lamento, giacchè s'accorgeva come il pittore (che già aveva una gran fama) provava un piacer vivo ed ardente nel suo cómpito e lavorava notte e giorno per ritrarre quella che l'amava tanto, nonostante che si facesse di giorno in giorno più debole e languente. E in verità, quanti contemplavano il ritratto parlavano a bassa voce della sua rassomiglianza, come di una superba maraviglia, e di una prova non meno grande, della potenza del pittore, che del suo profondo amore per quella che egli dipingeva sì mirabilmente e in modo quasi prodigioso. – Ma a lungo andare, appressandosi il lavoro al suo compimento, niuno fu più ammesso nella torre; poichè il pittore, divenuto demente quasi dall'ardore della sua opera, staccava raramente gli occhi dalla tela nemmeno per guardare l'aspetto della sua amante. Ed egli non voleva vedere come i colori che stemprava sulla tela, erano tolti dalle guance di quella che era seduta e posava presso di lui. E quando furono trascorse lunghe settimane e non restava omai che ben poco a fare, null'altro che un ultimo tocco alle labbra e un tratto all'occhio, lo spirito della giovine donna palpitò ancora un istante come l'ultimo guizzo della fiamma d'una lampada. E allora il tocco fu dato e il tratto fu posto, e per un momento il pittore si trattenne in estasi davanti il proprio quadro – quel quadro che egli stesso aveva dipinto; ma un momento appresso, mentre egli stava tuttora contemplando, prese a tremare, si fe' pallido in viso e, come colpito di repentino spavento, gridando con voce possente: «Davvero che è la vita istessa!» – egli si rivolse bruscamente per riguardare la sua amata; – essa era morta!»

 

(Da EDGAR ALLAN POE - Racconti straordinari)

Edgar Allan Poe 

 

IL CORVO 

 

Era una cupa mezzanotte e mentre stanco meditavo su bizzarri volumi di sapere remoto, mentre, il capo reclino, mi ero quasi assopito, d’improvviso udii bussare leggermente alla porta. “C’è qualcuno” mi dissi “che bussa alla mia porta. Solo questo e nulla più”.

     Ah, ricordo chiaramente quel dicembre desolato, delle braci morenti scorgevano i fantasmi al suolo. Bramavo il giorno e invano domandavo ai miei libri un sollievo al dolore per la perduta Leonora, la rara radiosa fanciulla che gli angeli chiamavano Leonora, e che nessuno, qui, chiamerà mai più.

     E al serico, triste, incerto fruscio delle purpuree tende, rabbrividì, colmo di assurdi terrori inauditi. Sebbene ripetessi, per acquistare i battiti del cuore: “E’ qualcuno alla porta, che chiede di entrare, qualcuno attardato, che mi chiede di entrare. Ecco: è questo e nulla più”.

     Poi mi feci coraggio e senza più esitare: “Signore” dissi “o Signora, vi prego, perdonatemi, ma ero un po’ assopito e il vostri lieve tocco, il vostro così debole bussare mi ha fatto dubitare di avervi veramente udito”. Qui spalancai la porta: c’erano solo tenebre e nulla più.

      Nelle tenebre a lungo, gli occhi fissi in profondo. Stupefatto, impaurito, sognai sogni che mai si era osato sognare: ma nessuno violò quel silenzio e soltanto una voce, la mia, bisbigliò la parola ‘Leonora’ e un eco rispose ‘Leonora’. Solo questo e nulla più.

     Rientrai nella mia stanza, l’anima che bruciava. Ma ben presto, di nuovo, si udì battere fuori, e più forte di prima. “Certo” dissi “è qualcosa proprio alla mia finestra: esplorerò il mistero, renderò pace al cuore, esplorerò il mistero. Ma è solo il vento e nulla più”.

     Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi, che non fece un inchino né si fermò un istante, e con aria di dama o di gran gentiluomo si appollaiò su un busto di Pallade sulla porta. Si posò, si sedette e nulla più.

     Poi quell’uccello d’ebano, col suo austero decoro, indusse ad un sorriso le mie fantasie meste, “Benché” dissi “rasata sia la tua cresta, un vile non sei, orrido, antico corvo venuto da notturne rive. Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?”. Disse il corvo “Mai più”.

     Provai grande stupore a parole tanto chiare dette da un goffo uccello, benché di poco senso. Certo, si converrà, giammai uomo poté vedere uccello o altro animale posasi sulla sua porta: uccello o altro animale su un busto in una stanza, con un nome così ‘Mai più ’.

     Ma quel Corvo posato solitario sul placido busto, come se tutta l’anima versasse in quelle parole, altro non disse, immobile, senza agitare piuma, finché non mormorai: “Altri amici di già sono volati via: lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze”. Allora disse il Corvo: “Mai più”.

     Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto, “Parole” mi dissi “che sono la sola scorta sottratta a un padrone bloccato dal Disastro, perseguitato finché un solo ritornello non ebbero i suoi canti, un cupo ritornello, i canti funerei della sua Speranza: ‘Mai, mai più’”.

     Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie, sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta, una poltrona dove affondai tra fantasie diverse, pensando a cosa mai l’infausto uccello del tempo antico, cosa mai quel sinistro, infausto e torvo animale antico potesse voler dire gracchiando ‘Mai più ’.

     Sedevo in congetture senza dire parola. All’uccello i cui occhi di fuoco mi ardevano il cuore; cercavo di capire, chino il capo sul velluto dei cuscini dove assidua la lampada occhieggiava, sul viola del velluto dove la lampada luceva, e che purtroppo Lei non premerà mai più.

     Parve più densa l’aria, profumata da un occulto turibolo, oscillato da leggeri serafini tintinnanti sul tappeto. “Infelice” esclamai “Dio ti manda un nepente dagli angeli a lenire il ricordo di Lei, dunque devilo e dimentica la perduta tua Leonora!” Disse il Corvo “Mai più”.

     “Profeta” io dissi “figlio del male e tuttavia profeta, se uccello tu sei o demonio, se il Maligno ti manda o la tempesta, desolato ma indomito su una deserta landa incantata, in questa casa inseguita dall’Orrore, io t’imploro, c’è un balsamo, dimmi, un balsamo di Galaad?” Disse il Corvo “Mai più”.

     “Profeta, figlio del male e tuttavia profeta, se uccello tu sei o demonio, per il Cielo che si china su di noi, per il Dio che entrambi adoriamo, dì a quest’anima afflitta se nell’Eden lontano riavrà questa fanciulla, la rara raggiante fanciulla che gli angeli chiamano Leonora”. Disse il Corvo “Mai più”.

     “Siano queste parole d’addio” alzandomi gridai “Uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta, alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno della tura menzogna. Intatta lascia la mia solitudine, togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta”. Disse il Corvo “Mai più”.

     E quel Corvo senza un volo, siede ancora, siede ancora sul pallido busto di Pallade sulla mia porta. E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante. E la luce della lampada getta a terra la sua ombra. E l’anima mia dall’ombra che galleggia sul pavimento non si solleverà mai più.

 

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