Antologia di letteratura per ragazzi

JEAN WEBSTER - Papà Gambalunga

 

7 aprile

Caro Papà Gambalunga,

santo cielo, New York è enorme! Worcester è niente al confronto. E tu mi dici che ti trovi a tuo agio in una tale confusione? Credo che mi ci vorranno mesi per rimettermi dall'incredibile effetto di questi due giorni. Non inizio nemmeno a descriverti tutte le cose meravigliose che ho visto: le conosci di certo, visto che vivi qui.

Non sono fantastiche le strade? E la gente? E i negozi? Non ho mai visto cose tanto belle come in quelle vetrine. Ti fanno venir voglia di dedicare la tua vita solo ai vestiti. Sabato mattina Sallie, Julia e io siamo andate a fare shopping insieme. Julia è entrata nel luogo più incredibile che io abbia mai visto: pareti candide con profili dorati, tappeti blu, tende in seta della stessa tonalità, poltroncine laccate


...


Non posso immaginare una gioia più grande nella vita di sedersi davanti a uno specchio e acquistare i cappellini che ti piacciono di più senza nemmeno dare prima un'occhiata al prezzo! Non c'è alcun dubbio su questo, Papà: New York distruggerebbe in pochi giorni la bella, sobria personalità che l'istituto John Grier ha costruito con tanta pazienza.


...


Dopo pranzo siamo andati a teatro: è stato fantastico, meraviglioso, incredibile – non faccio che sognarlo ogni notte da allora!

E Shakespeare, non è stupendo? Amleto è molto meglio in scena che quando lo analizziamo in classe. Mi piaceva già prima, figurati ora! Penso, se non ti dispiace troppo, che preferirei diventare un'attrice piuttosto che una scrittrice. Non ti piacerebbe che io lasciassi il collegio per andare in una scuola di recitazione? Ti manderei un biglietto d'invito per ogni mio spettacolo e ti sorriderei dal palcoscenico. Solo… mettiti un fiore rosso all'occhiello, per favore, così che io possa essere sicura di sorridere all'uomo giusto. Sarebbe tremendamente imbarazzante se per errore mi rivolgessi alla persona sbagliata.


...


Julia si interessa molto a me, ora, perché dico sempre cose divertenti. Faccio il possibile per non farlo, ma mi scappano semplicemente fuori quando qualcosa mi sorprende – cosa che si verifica spessissimo. È un'esperienza incredibile, Papà, passare diciotto anni rinchiusi nell'istituto John Grier e poi, all'improvviso, essere tuffati nel MONDO. Ma ormai mi sto acclimatando.

Fatti coraggio, adesso smetto.

Tua sempre,

Judy

 

...

 

11 aprile

Carissimo Papà,

ti prego, perdonami per la lettera che ti ho scritto ieri! Me ne sono pentita non appena l'ho imbucata; ho cercato di riprenderla, ma quell'ottuso impiegato postale non me l'ha voluta ridare.

Siamo nel cuore della notte e sono sveglia da ore pensando a che Verme io sia, un Verme a Mille Zampe, e questo è il peggio che io possa dire! Ho chiuso piano piano la porta che dà sullo studio così da non svegliare Sallie e Julia e ora sono seduta sul letto a scriverti su un foglio che ho strappato dal mio quaderno di storia.

Voglio solo dirti che mi dispiace di essere stata tanto scortese riguardo all'assegno. La tua intenzione era di farmi una gentilezza, lo so, e penso che tu sia un vero tesoro a prenderti tanto disturbo per una cosa futile come un cappellino. Avrei dovuto restituirti l'assegno con molto più garbo. A ogni modo dovevo farlo. Io sono diversa dalle altre ragazze.


...


Io non posso accettare altro denaro oltre a quello che già mi passi, perché un bel giorno intendo restituirtelo; e allora, anche se diventerò, secondo i miei sogni, una grande scrittrice, non sarò comunque in grado di estinguere un debito così colossale. Mi piacciono i cappellini graziosi e le cose belle, ma non devo ipotecare il mio futuro per pagarli.

Nel mio cuore ti ringrazio sempre per la vita, la libertà, l'indipendenza che mi hai regalato. La mia fanciullezza è stata soltanto un lungo, doloroso sentiero di risentimento e di rivolta, mentre ora mi sento così felice in ogni momento della giornata che non mi sembra vero. Mi pare di essere l'eroina di un romanzo.

Sono le due e un quarto. Esco subito in punta di piedi a impostare la lettera.

La riceverai quasi subito dopo l'altra, così non dovrai pensare male di me troppo a lungo. Buonanotte Papà, ti voglio sempre bene,

Judy

CARLO COLLODI - Le avventure di Pinocchio

 

– Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi?
– Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d’inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti», e io gli dissi: «Bada, Grillo!...», e lui mi disse: «Tu sei un burattino e hai la testa di legno» e io gli tirai un martello di legno, e lui morì ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò fuori e disse: «Arrivedella... e tanti saluti a casa» e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: «Fatti sotto e para il cappello» e io con quella catinellata d’acqua sul capo, perché il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero? me ne tornai subito a casa, e perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l’ho sempre e i piedi non li ho più! Ih!... ih!... ih!... ih!...
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.
Geppetto, che di tutto quel discorso arruffato aveva capito una cosa sola, cioè che il burattino sentiva morirsi dalla gran fame, tirò fuori di tasca tre pere, e porgendogliele, disse:
– Queste tre pere erano per la mia colazione: ma io te le do volentieri. Mangiale, e buon pro ti faccia.
– Se volete che le mangi, fatemi il piacere di sbucciarle.
– Sbucciarle? – replicò Geppetto meravigliato. – Non avrei mai creduto, ragazzo, mio, che tu fossi così boccuccia e così schizzinoso di palato. Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!...
– Voi direte bene, – soggiunse Pinocchio, – ma io non mangerò mai una frutta, che non sia sbucciata. Le bucce non le posso soffrire.
E quel buon uomo di Geppetto, cavato fuori un coltellino, e armatosi di santa pazienza, sbucciò le tre pere e pose tutte le bucce sopra un angolo della tavola.
Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:
– Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo.
– Ma io il torsolo non lo mangio davvero!... – gridò il burattino, rivoltandosi come una vipera.
– Chi lo sa! I casi son tanti!... – ripeté Geppetto, senza riscaldarsi.
Fatto sta che i tre torsoli, invece di essere gettati fuori dalla finestra, vennero posati sull’angolo della tavola in compagnia delle bucce.
Mangiate o, per dir meglio, divorate le tre pere, Pinocchio fece un lunghissimo sbadiglio e disse piagnucolando:
– Ho dell’altra fame!
– Ma io, ragazzo mio, non ho più nulla da darti.
– Proprio nulla, nulla?
– Ci avrei soltanto queste bucce e questi torsoli di pera.
– Pazienza! – disse Pinocchio, – se non c’è altro, mangerò una buccia.
E cominciò a masticare. Da principio storse un po’ la bocca; ma poi, una dietro l’altra, spolverò in un soffio tutte le bucce: e dopo le bucce, anche i torsoli, e quand’ebbe finito di mangiare ogni cosa, si batté tutto contento le mani sul corpo, e disse gongolando:
– Ora sì che sto bene!
– Vedi dunque, – osservò Geppetto, – che avevo ragione io quando ti dicevo che non bisogna avvezzarsi né troppo sofistici né troppo delicati di palato. Caro mio, non si sa mai quel che ci può capitare in questo mondo. I casi son tanti!...

HANS THOMA The child round dance

LOUISA MAY ALCOTT - Piccole donne

 

Dipinto di HANS THOMA - The child round dance

 

Tutto era già quasi all’ordine, quando Laurie ritornò colla lettera della zia March che racchiudeva la somma desiderata: tutte le commissioni erano state fatte; Meg e la madre erano intente ad un lavoro che dovevano finire; Beth ed Amy preparavano il thè, Anna finiva di «dare una botta» alla biancheria, come chiamava lei lo stirare e Jo non tornava a casa. Cominciarono ad essere inquieti e Laurie andò in traccia di lei, perché nessuno poteva mai sapere che cosa poteva venire in mente ai quella testa un po’ balzana.

Non la vide però; ed ella entrò in casa qualche minuto dopo, con una espressione curiosa sul volto: un misto di allegria e di timore, soddisfazione e dispiacere, espressione che meravigliò la famiglia, come lo fece il rotolo di danaro che posò dinanzi a sua madre, dicendo con un leggiero tremolio nella voce: — Ecco la mia contribuzione, mamma.

— Ma mia cara, dove hai trovato tanto danaro! Venticinque dollari! Jo, spero che non hai fatto nulla di cui poi ti potresti pentire!

— No, sono tutti miei: non sono andata elemosinando, non li ho presi in prestito e non li ho rubati. Li ho guadagnati io e non credo che potrai trovare nulla da ridire, perché non ho che venduto quello che era mio.

Così dicendo Jo si levò il cappello ed un grido generale si innalzò nella piccola camera; i suoi magnifici capelli erano stati tutti tagliati.

— I tuoi capelli! i tuoi bellissimi capelli! Oh Jo, come hai potuto fare una cosa simile! La tua umica bellezza! Mia cara bambina non vi era certamente bisogno che tu facessi questo! Non è più la mia Jo ma l’amo ancora di più adesso!

Mentre che tutti facevano queste esclamazioni, e Beth abbracciava teneramente la povera testa rasa, Jo assunse un’espressione di indifferenza, che non ingannò però nessuno. E passandosi una mano sulla testa e cercando di mostrarsi contenta di ciò che aveva fatto:

— Non deciderà certo delle sorti della patria, perciò non ti addolorare, Beth. Mi farà del bene; perché prima di tutto cominciavo ad essere troppo orgogliosa della mia treccia e poi perché questa diminuzione di peso mi rischiarerà il cervello e le idee. Adesso mi sento così leggiera e così fresca ed il barbiere ha detto che presto avrò una testa ricciuta come quella di un maschio. Sono contentissima; perciò fatemi il favore di non parlarne più ed andiamo a cena,

— Dimmi tutto, Jo; non sono perfettamente soddisfatta, ma non ti posso rimproverare perché vedo che sacrifichi la tua cosiddetta vanità all’affetto. Ma, mia cara, non ce n’era bisogno e temo che una volta o l’altra ti possa dispiacere,— disse la signora March.

— No, mai — rispose Jo con forza, contenta almeno di essersela cavata senza rimproveri.

— Perché l’hai fatto? — domandò Amy, che si sarebbe fatta tagliare la testa piuttosto che i suoi bei ricci.

— Volevo per forza contribuire anch’io — rispose Jo, mentre tutti si riunivamo attorno alla tavola, poiché la gioventù sana e robusta, anche se afflitta da un gran dolore, può sempre mangiare con appetito. — Prendere a prestito mi piace quanto piace alla mamma, e sapevo benissimo che la zia March avrebbe brontolato: già brontola sempre se le si tocca il suo tesoro! Meg aveva dato tutto il suo salario ed io invece l’avevo speso per comprarmi dei vestiti; perciò mi sentivo in debito e volevo trovare del denaro a costo di vendere la punta del mio naso.

— Non dovevi sentirti in debito, Jo: non avevi abiti da inverno e tu hai comprato con i tuoi risparmi i più semplici e i più a buon mercato, — disse la signora March, con uno sguardo che fece bene a Jo.

— Da principio non mi era neppure passata per la mente l’idea di vendere i miei capelli, ma mentre che mi stavo scervellando per trovare qualche mezzo, incominciando a capire come è che i poveri, nei momenti di grande necessità, finiscono col rubare, vidi nella bottega di un barbiere alcune parrucche, coi prezzi attaccati. Una treccia, più lunga, ma meno folta della mia, era segnata quaranta dollari. Per la mia mente balenò allora, come un lampo, l’idea che anche io avevo qualche cosa dai vendere e, senza pensare a ciò che facevo, entrai e domandai se comperavano dei capelli e quanto avrebbero dato per i miei.

— Dio mio, come hai potuto avere tanto coraggio? — domandò Beth.

— Oh! era un omiciattolo che sembrava non essere buono ad altro che ad ungersi i capelli. Da principio mi ha guardato un po’ sorpreso, perché suppongo che non sono abituati a vedere gente che entra così nella bottega a domandare se vogliono comprar capelli; poi ha cominciato ai dire che in generale non gli piacevano i capelli come i miei, che il colore non era di moda e non pagava mai molto perché il lavoro da farsi dopo costava tanto caro, ecc. ecc. Cominciava a farsi tardi ed io temevo che se non lo facevo subito non ne avrei più avuto il coraggio e sapete bene che quando mi metto in testa una cosa è difficile che mi rassegni a non farla! Perciò lo pregai di prendere i miei capelli e gli raccontai perché"avevo tanta fretta. Ho fatto male, sono stata stupida, ma il racconto gli fece cambiare idea; io mi eccitai parlando e feci il racconto a modo mio, ma in modo evidentemente persuasivo, perché sua moglie, che stava ad ascoltar con tanto d’orecchi, disse con voce così dolce:

— Prendili, Tommaso, fa’ questo piacere alla signorina; farei la stessa cosa per il mio Jimmy, senza pensarci un momento, se avessi capelli da vendere:

— Chi era Jimmy? — domandò Amy che voleva sempre avere spiegazioni.

— Suo figlio; mi ha detto che è anche lui alla guerra. Certe cose avvicinano subito anche i più estranei, non è vero? Ella ha continuato sempre a parlarmi, mentre che suo marito tagliava e questo mi ha distratta.

— Non ti sei sentita male quando ha dato il primo taglio? — domandò Meg con un brivido.

— Ho dato un ultimo addio ai miei capelli, mentre l’uomo si stava preparando. Non piango mai io per cose di così poca importanza; però debbo confessare che mi ha fatto impressione vedere i miei cari capelli distesi là sul tavolino e non sentirne in testa altro che le radici! Mi pareva quasi che mi avessero portato via un braccio od una gamba. La donna si accorse che li guardavo con un certo dispiacere ed allora ha scelto un lungo ricciolo e me lo ha dato. Lo darò a te, mammina, per ricordo di passati allori! Dico passati perché sto così bene ora che credo non mi farò più crescere i capelli!

La signora March prese il lungo ricciolo e lo ripose nel suo scrittoio insieme ad un altro grigio. L’espressione del suo volto, mentre diceva queste sole parole: — Grazie, cara! — era tale che le ragazze si affrettarono a cambiar discorso ed a parlare il più lietamente possibile della bontà del signor Brooke, della speranza di una bella giornata domani e del piacere che avrebbero avuto quando il papà sarebbe tornato a casa a farsi curare da loro.

Quella sera nessuno voleva andare a letto, ma la signora March alle dieci, finito l’ultimo preparativo, si alzò e disse: — Andiamo ragazze — e Beth si sedette al piano, suonando l’inno favorito del padre; tutti cominciarono a cantare, mai una ad una dovettero smettere e restò sola Beth, la cui grande consolazione era la musica.

— Andate a letto e non parlate, bambine. Domattina bisogna alzarsi presto ed abbiamo bisogno di riposo. Buona notte, bambine mie — disse la signora March, quando fu finito il canto, non osando per quella sera tentarne un altro.

Esse la baciarono teneramente ed andarono a letto in silenzio come se il caro ammalato fosse stato nella camera accanto. Beth ed Amy si addormentarono presto, nonostante il loro dolore, ma Meg se ne restò a lungo sveglia nel letto pensando a cose serie, le più serie a cui avesse mai pensato nella sua breve vita. Jo stava immobile, tanto che sua sorella credeva che dormisse, quando ad un tratto un singhiozzo soffocato la fece esclamare, mentre toccava una guancia bagnata di lacrime:

— Jo cara, che cos’hai? È per papà che piangi?

— No, non adesso!

— Perché allora?

— I miei.... i miei capelli! — singhiozzò la povera Jo, mentre cercava di soffocare i suoi singhiozzi nel guanciale. La cosa poteva parere alquanto ridicola ad altri, ma non a Meg, che baciò e consolò l’afflitta eroina colle più tenere parole.

— Non mi dispiace — protestò Jo fra i singhiozzi — Lo rifarei domani se ve ne fosse bisogno. Non è che la parte egoista e vana di me stessa che piange così stupidamente. Non lo dire a nessuno; adesso è passato. Credevo che dormissi ed ho creduto di fare un piccolo piantino sulla mia unica bellezza perduta. Com’è che sei sveglia?

— Non posso dormire. Sono così inquieta! — disse Meg.

— Pensa a qualcosa di piacevole e vedrai che t’addormenterai subito.

— Ho provato, ma sto più sveglia che mai! — A che cosa stavi pensando?

— A delle belle facce e particolarmente a degli occhi — rispose Meg sorridendo a sé stessa nell’oscurità.

— Che colore di occhi ti piace più di tutti?

— Quelli castagni.... cioè qualche volta, anche i celesti sono bellissimi!

Jo rise e Meg le ordinò di non parlare, poi con grande amabilità le promise che le avrebbe arricciato i capelli e si addormentò sognando che il suo castello in aria si era realizzato.


ASTRID LINDGREN - Pippi Calzelunghe

 

Intanto erano entrati in cucina, e Pippi canterellò:

       Che belle frittelle friggeremo!

       Che belle frittelle mangeremo!

Dopo di che tirò fuori tre uova e le gettò per aria: un uovo le cadde in testa e si ruppe, così che il tuorlo le colò negli occhi; ma le altre due uova riuscì ad acchiapparle abilmente a volo e mandarle a rompersi in una casseruola.

Ho sempre inteso dire che il tuorlo d'uovo giova ai capelli — disse Pippi, e s'asciugò gli occhi. — Vedrete che d'ora in poi cresceranno così a vista d'occhio che li sentirete frusciare. Del resto in Brasile tutti, ma proprio tutti, vanno in giro con un uovo tra i capelli: questo è il motivo per il quale lì i calvi non esistono. Solo una volta si dette il caso di un originale che, invece di rompersi le uova sulla testa, se le mangiò: naturalmente divenne calvo e quando comparve in pubblico causò un tale scompiglio, che la polizia dovette intervenire.

 

Parlando, Pippi aveva tolto molto abilmente, con le dita, i gusci d'uovo dalla casseruola; staccò poi dalla parete, dove stava appesa, una spazzola da bagno, e con questa si accinse a frullare le uova, facendone schizzare una generosa parte sulle pareti. Quel che si salvò venne versato in una padella che si trovava sul fuoco; quando una frittella era ben cotta da una parte, Pippi la faceva saltare in maniera che si rivoltasse in aria, e poi la riacchiappava. Quando il tutto fu pronto, venne fatto volare attraverso la cucina, direttamente in un piatto posto sulla tavola.

Mangiate! — strillò Pippi tutta eccitata. — Mangiate, prima che si raffreddino!

Tommy ed Annika mangiarono, e trovarono le frittelle veramente squisite; poi furono invitati a passare in salotto.

 

Qui troneggiava un solo mobile: un enorme comò con un'infinità di cassettini. Pippi li aprì e mostrò a Tommy ed Annika tutti i tesori che vi aveva riposto: straordinarie uova d'uccello, strane conchiglie e meravigliose pietre, graziose scatoline, specchi d'argento, collane di perle e tante altre cose che Pippi e il suo papà avevano comperato durante i loro viaggi intorno al mondo. Pippi offerse ad ognuno dei suoi compagni di gioco un regalino per ricordo; a Tommy un pugnale col manico di madreperla scintillante e ad Annika una scatolina col coperchio formato di frammenti di conchiglie. Nella scatola c'era un anello con una pietra verde.

Sarebbe consigliabile che ve ne andaste a casa, adesso, — disse Pippi — così potrete ritornare domani. Perché se non ve ne andate per tempo, potrebbero proibirvi di ritornare, e sarebbe un gran peccato.

Dipinto di MOREAU (1904)

FERENC MOLNAR - I ragazzi della via Pal

 

- Nemecsek!

- Sì, Nemecsek - fece il biondino - Io in carne ed ossa. Volete sapere chi ha rubato la bandiera dall'arsenale? Sono stato io! sono io che ho i piedi più piccoli di quelli di Wendauer. Se avessi voluto avrei potuto restare tranquillamente sull'albero sino a che voi non ve ne foste andati, perché c'ero già da più di tre ore e mezzo. Ma quando Gereb ha affermato che non c'è fra noi uno solo che ha del coraggio, allora mi sono detto: "Aspetta un po', te lo faccio vedere io, un semplice soldato, se quelli della via Pal sono tutti conigli". Ed eccomi qui! Ho assistito a tutta la vostra riunione, ho ripreso la nostra bandiera. Ora voi siete liberi di fare di me quello che volete, di picchiarmi, di strapparmi a forza la bandiera, perché io non ve la darò di certo di mia spontanea volontà... Avanti, cosa aspettate? Non dovete aver paura: siete in dieci contro uno!...

Mentre parlava aveva il fuoco negli occhi ed agitava le braccia con foga. In una mano stringeva la bandiera.

Le Camicie Rosse non credevano ai propri occhi e fissavano con profondo stupore quello smilzo biondino caduto dal cielo che parlava con tanta sicurezza, come se fosse in grado di picchiare tutti, non esclusi Feri Ats e i due Pasztor.

Furono appunto i Pasztor che ritrovarono per primi il loro sangue freddo. Balzarono su Nemecsek e lo afferrarono per le braccia. Il più giovane di loro stava già per strappargli la bandiera quando Feri Ats gridò:

- Fermatevi! Lasciatelo stare!

I Pasztor fissarono stupiti il loro comandante.

- Lasciatelo stare - ripetè. - Questo ragazzo mi piace. Tu sei un tipo coraggioso, Nemecsek. Qua la mano! Arruolati con noi! Fatti anche tu una Camicia Rossa!

Nemecsek scosse la testa.

- No! - Disse sdegnato.

La sua voce tremava, certo, ma d'emozione e non di paura.

- No, mai! Feri Ats sorrise.

- Tanto meglio! Io non ti pregherò, stai sicuro. Non ho mai pregato nessuno. Tutti quelli che sono qui sono venuti di loro spontanea volontà. Facevo un'eccezione per te. Ma se tu rifiuti non insisto.

E gli voltò le spalle.

- Cosa dobbiamo fare di lui? - Chiesero i Pasztor.

Riprendetegli la bandiera - rispose Ats con sufficienza.

Con una mossa brusca il più vecchio dei due fratelli strappò il vessillo dalla debole mano di Nemecsek. L'altro intanto gli torceva il braccio così forte che il ragazzo dovette stringere i denti per non gridare.

- E' fatto! - dichiarò Pasztor.

Tutti si domandavano quale terribile punizione Feri Ats avrebbe inflitto al prigioniero. Nemecsek immobile stringeva i denti.

Il capo delle Camicie Rosse si volse verso di lui, chiamò con un cenno i due aguzzini -E' un ragazzo è piuttosto gracile... Non vale la pena picchiarlo. Che ne dite di fargli fare un buon bagno?

Il verdetto venne accolto con una risata generale. Szebenics lanciò in alto il suo cappello e Wendauer si mise a saltare di gioia come un matto. Lo stesso Gereb, che se ne stava in disparte sotto l'albero, si mise a sghignazzare. Un solo viso restava serio: quello di Nemecsek.

Egli era raffreddato e tossiva da più giorni. Sua madre gli aveva perfino proibito di uscire di casa nel timore che si ammalasse, ma il biondino non sopportava di restare inattivo proprio ora che il campo era in pericolo. Alle tre aveva eluso la sorveglianza della madre, era uscito e dopo mezz'ora era già appollaiato sull'albero. Non disse nulla .Doveva forse dire che era raffreddato e che era una crudeltà gettarlo in acqua con la temperatura così bassa? Si sarebbero certamente beffati di lui e Gereb più di tutti, quel Gereb che stava ora sghignazzandogli contro a bocca così aperta che gli si potevano contare tutti i denti.

Si lasciò dunque condurre sulla riva dello stagno tra i fischi e gli scherni di tutta la banda e gettare nell'acqua.

Erano dei ragazzi ben crudeli i Pasztor! Uno gli teneva le mani, l'altro gli immergeva la testa nell'acqua... Quando lo videro nell'acqua fino al collo la gioia delle Camicie Rosse raggiunse il culmine. Eseguirono una danza di guerra e lanciarono in aria i berretti gridando:

- Oh opp! Oh opp!

Poi di nuovo scoppiarono a ridere.

Nemecsek dal suo bagno improvvisato levava su di loro uno sguardo triste. Pareva una piccola rana spaventata. Proprio davanti a lui, sulla riva, Gereb a gambe aperte si sbellicava dalle risa.

Finalmente, come Dio volle, i Pasztor si decisero a lasciarlo libero ed egli poté risalire sull'argine. Dalle maniche della giacca e dai calzoni sgocciolavano acqua e melma.

Quando si scosse come un cagnolino bagnato, tutti si tirarono indietro e frasi di scherno rifiorirono su tutte le bocche:

- Guardate un po' questo ranocchio!

- Hai bevuto abbastanza, dì?!

- Avresti almeno potuto mostrarci come sai nuotare!

Nemecsek non disse nulla. Ebbe un sorriso amaro e si strizzò come poté i vestiti fradici.

Gereb però non era ancora soddisfatto dello spettacolo. Avrebbe voluto renderlo lui più attraente. Pensava di acquistare prestigio mostrandosi crudele... Si piantò davanti a Nemecsek con un sorriso beffardo sulle labbra e gli chiese ironicamente:

- Buona l'acqua?

- È meglio del nemico- gli rispose il soldatino della via Pal, fissandolo bene in viso. - In ogni caso è meglio che restare a sghignazzare sulla riva. Preferirei rimanere nello stagno fino all'anno venturo piuttosto che allearmi con i miei nemici! Io ho fatto un bagno, e allora? Già sere fa ero caduto nell'acqua; ti avevo già visto, Gereb, nell'isola con i nemici. Portatore di moccoli! Voi avreste ben potuto continuare, lusingarmi con promesse e regali: io non sarei mai venuto dalla vostra parte. E quand'anche mi gettaste ancora una volta, ancora cento, nello stagno, ritornerei qui domani, dopodomani, tutti i giorni. Voi non mi prendereste mai perché sarei così cauto che ve la farei in tutti i modi sotto il vostro naso. Nessuno di voi mi fa paura: se verrete da noi sul campo, mi troverete là. Potete venire quando volete: non sarete più in dieci contro uno e sapremo rispondervi a tono. Con me voi avete giocato, è stato un gioco buttarmi nell'acqua. Bella forza! Ci vuole del fegato per due grossi gorilla come i Pasztor portar via le biglie a un ragazzino come me! Volete continuare il divertimento? Volete picchiarmi? Se avessi voluto non avrei fatto questo bagno, ma ho preferito non passare dalla vostra parte. Strangolatemi anche, se volete, ma io non sarò mai un rinnegato come quello...

Con una mano indicò Gereb che non rideva più ora.

La pallida luce della lanterna rischiarava la bella testa bionda di Nemecsek e i suoi vestiti bagnati. Coraggioso, fiero, il cuore puro, fissava Gereb dritto negli occhi e sfidava i suoi nemici. Sotto il peso di quello sguardo il traditore aveva perso la sua sicurezza e aveva chinato il capo.

Si fece un silenzio profondo: pareva di essere in chiesa. Si sentivano le gocce d'acqua cadere a terra dal vestito inzuppato.

Fu ancora Nemecsek che ruppe il silenzio:

- Posso andarmene? - Domandò. E siccome nessuno gli rispondeva, ripetè la domanda:

- Posso andarmene? Non volete ammazzarmi per caso?

Siccome anche questa volta non ricevette risposta, si diresse con calma verso la passerella.

VITTORIO MARIA CORCOS - Stella e Piero

FRANCES HODGSON BURNETT - Il giardino segreto

 

Dipinto di VITTORIO MARIA CORCOS - Stella e Piero

 

Era il luogo più affascinante e misterioso che uno possa immaginare. Tutti gli alti muri di cinta erano coperti da una fittissima trama di rosai rampicanti. Su quei rami non c'erano foglie verdi e tanto meno fiori, ma Mary li riconobbe come rosai dalle spine: ne aveva viste tante in India di piante di rose. Il terreno era coperto di erba secca, bruciata dal freddo; qua e là si vedevano dei cespugli, certamente pieni di rose, un tempo; ora nudi e spogli. Certe piante di rose, non potate da anni, erano diventate come piccoli alberi dai lunghissimi rami che strisciavano fino a terra. Vi erano anche altri alberi nel giardino, alberi alti di cui Mary non sapeva il nome; ma ciò che rendeva particolare l'atmosfera là dentro era che i rami delle rose rampicanti si erano allungati dappertutto e ricadevano dai rami degli alberi oscillando al vento, formando ponti aerei fra un albero e l'altro.

Non c'era neppure una foglia verde su quei rami; ce n'erano solo alcune secche, accartocciate e Mary non poteva capire se fossero rami morti o solo addormentati per l'inverno. Guardava quel manto grigio-marrone che sembrava steso a coprire tutte le piante, i muri, l'erba che rendeva quel luogo così particolarmente bello.

Mary si era immaginata che dovesse essere diverso da altri giardini pur abbandonati da anni; ma la realtà superava la fantasia.

«Com'è tutto fermo, immobile!» mormorò. «Immobile!» Stette un attimo immobile anche lei, ascoltando il silenzio del giardino. Anche il pettirosso taceva; appoggiato su un grosso ramo di un albero vicino a lei, la guardava senza neppur muovere la testa.

«Questo silenzio sono io a romperlo, dopo dieci anni» bisbigliò.

Si allontanò dalla porta camminando in punta di piedi come se avesse timore di svegliare qualcuno. Era contenta che ci fosse erba secca sotto i suoi piedi ad attutire il rumore dei passi. Si inoltrò sotto uno di quegli archi composti dai rami dei rosai che si intrecciavano fra un albero e l'altro e rimase incantata a guardare quella specie di cupola sulla sua testa:

«Chissà se questi rami sono vivi o morti?» si chiese. «Possibile che in questo giardino sia proprio tutto morto?»

Se fosse stata Ben avrebbe saputo come fare per sapere se una pianta era viva o no. Ma lei vedeva solo quei rami grigi e marroncini con qualche rara foglia accartocciata dello stesso colore e non sapeva proprio niente di giardinaggio.

In ogni caso, però, era dentro il giardino segreto e avrebbe potuto tornarci sempre; sapeva dov'era la porta, aveva la chiave: quello sarebbe diventato il suo mondo.

Il sole brillava fra le mura che racchiudevano il giardino e la volta del cielo sembrava ancora più azzurra e luminosa in questo pezzetto di Misselthwaite. Il pettirosso volò giù dal suo ramo, saltellò e svolazzò da un cespuglio all'altro, sempre seguendola. Si dava un gran da fare, voleva fare gli onori di casa, mostrare le cose belle.

In quel giardino così silenzioso e dall'apparenza così strana, sembrava di essere lontani le mille miglia da tutti, ma per qualche misteriosa ragione, Mary non si sentiva sola. La cosa che la preoccupava era riuscire a sapere se almeno qualche rosaio era vivo ancora dopo tanto tempo, se col progredire della stagione sarebbero spuntate delle piccole foglie verdi su qualche ramo. Avrebbe fatto qualunque cosa perché quel giardino non fosse morto del tutto.

I manici della corda da saltare le battevano contro una delle gambe, mentre camminava, così si ricordò del suo gioco preferito e decise di fare il giro di tutto il giardino saltando e di fermarsi solo se avesse visto qualcosa di interessante da osservare attentamente. Si potevano ancora intravedere dei sentieri tracciati fra le aiuole e in alcuni punti c'erano dei berceaux con dentro sedili di pietra e grandi orci di terracotta che una volta dovevano aver contenuto piante di fiori, ma ora erano quasi completamente coperti di muschio. Quando giunse nelle vicinanze del secondo berceau, Mary smise di saltare. Dalla terra scura di un'aiuola le era sembrato di veder sporgere dei puntini di un verde tenero tenero. Si era ricordata delle parole di Ben e voleva controllare.

«Sì... sì... sono proprio piantine che spuntano... potrebbero essere crocu... come ha detto? crocus, bucaneve o narcisi» bisbigliò in un soffio. Si chinò ancora di più per vedere se c'era un profumo particolare per ogni pianta, ma sentì solo il profumo della terra umida: «Com'è buono questo odore!» esclamò. «Per le piantine è ancora troppo presto... Bisognerà aspettare che crescano, che facciano i fiori... Forse ce ne sono altre di piantine... Devo andare in giro a cercare.»

Attorcigliò la corda su un braccio e continuò a fare il giro del giardino camminando lentamente, con gli occhi fissi a terra.

Via via che avanzava scopriva qua e là ancora di quei puntini verdi e ogni volta era una gioia.

«Non è morto! Non è morto del tutto!» esclamò alla fine, «Anche se i rosai sono morti c'è qualcosa che vive ancora qua dentro!»


MARK TWAIN - Le avventure di Tom Sawyer

 

Tom stava imbiancando energicamente lo steccato e zia Polly stava lasciando il campo di battaglia con una ciabatta in mano e negli occhi un lampo di trionfo.

Ma l'energia di Tom non durò a lungo. Cominciò a pensare agli scherzi che si era proposto di fare quel giorno, e le sue pene si moltiplicarono. Presto i ragazzi liberi da impegni sarebbero passati di lì, per organizzare allegre spedizioni di ogni genere, e lo avrebbero ferocemente preso in giro perché era costretto a lavorare: il solo pensiero gli bruciava come un ferro rovente. Tirò fuori tutte le sue ricchezze e le studiò: pezzi di giocattoli, palline e cianfrusaglie; abbastanza, forse, per comprarsi uno scambio di lavori, ma non abbastanza per comprarsi anche solo una mezz'ora di piena libertà. Così rimise in tasca i suoi scarsi mezzi e rinunciò all'idea di provare a corrompere i compagni. In quel momento cupo e disperato fu colto da un'improvvisa ispirazione. Una grande, meravigliosa ispirazione. Raccolse il pennello e riprese tranquillamente a lavorare. Poco dopo comparve Ben Rogers: proprio il ragazzo di cui, più di tutti gli altri, Tom temeva i sarcasmi. Ben non camminava, saltellava: segno evidente che il suo cuore era leggero e grandi le sue speranze. Stava mangiando una mela, e mandava a intervalli un suono lungo e melodioso, seguito da un tonante din don don, din don don, perché in quel momento faceva il vaporetto! Avvicinandosi ridusse la velocità, si spostò in mezzo alla strada, virò a tribordo e orzò pesantemente, e con grande pompa, perché in quel momento Ben faceva il Big Missouri e pensava di pescare nove piedi. Era battello, capitano e campana tutto insieme, perciò doveva immaginarsi dritto in piedi sul ponte di manovra a dare gli ordini e insieme a eseguirli.

«Macchine ferme, signore! Din din din.» L'abbrivo si era quasi spento, e Ben si diresse lentamente verso il marciapiede. «Macchine indietro! Din din din!» Le sue braccia si raddrizzarono e gli s'irrigidirono sui fianchi.

«Macchine indietro a tribordo! Din din din! Ciuf! Ciuf ciuf ciuf!» Con la destra che intanto descriveva alcuni cerchi maestosi, perché rappresentava una ruota di dodici metri. «Macchine indietro a babordo! Din din din! Ciuf ciuf ciuf!»

Anche la sinistra prese a descrivere dei cerchi.

«Ferma a tribordo! Din din din! Ferma a babordo! Macchine avanti a tribordo! Ferma! Poggia col fianco esterno, piano, piano! Din din din! Ciuf ciuf ciuf! Fila quella cima! Sveglia, ora! Forza - fuori la cima da ormeggio - cosa state combinando? Fa' un giro col cappio intorno a quella bitta! Pronti con la passerella, ora: molla! Macchine ferme, signore! Din din din!»

«Sht! Sht! Sht!» (Provando gli indicatori di livello.)

Tom continuava a pitturare, senza prestare la minima attenzione al vaporetto. Ben lo guardò un momento, poi disse:

«Ehilà! Siamo in secca, eh?»

Nessuna risposta. Tom studiò il suo ultimo tocco con l'occhio di un artista; poi diede al pennello un'altra piccola spinta e studiò il risultato come prima. Ben andò a metterglisi di fianco. Alla vista della mela, Tom aveva l'acquolina in bocca, ma non interruppe il suo lavoro. Ben disse:

«Ciao, vecchio; devi sgobbare, eh?»

«Ah, sei tu, Ben! Non me n'ero accorto.»

«Di', io vado a fare il bagno. Non ci verresti anche tu? Ma certo, tu preferisci lavorare, no? Si capisce!»

Tom fissò il ragazzo per un attimo e disse:

«Cos'è il lavoro, secondo te?»

«Be', quello lì non è un lavoro?»

Tom prima riprese a verniciare, poi rispose con aria indifferente:

«Be', forse sì e forse no. Tutto quello che so io è che a Tom Sawyer gli sta bene.»

«Oh, su, dai, non vorrai farmi credere che ti piace!»

Il pennello continuava ad andare avanti e indietro.

«Se mi piace? Be', non vedo perché non dovrebbe piacermi. Non càpita tutti i giorni l'occasione d'imbiancare uno steccato.»

Questo mise l'intera faccenda in una luce nuova. Ben cessò di mangiucchiare la sua mela. Tom passò delicatamente il pennello sulle tavole, fece un passo indietro per osservare l'effetto, aggiunse un tocco qui e uno là, studiò nuovamente l'effetto, mentre Ben seguiva ogni sua mossa; il suo interesse cresceva sempre più, di pari passo con l'attrazione che quel lavoro esercitava su di lui. Finalmente disse:

«Di', Tom, fa' imbiancare un pochino pure a me.»

Tom rifletté; stava per acconsentire; ma poi cambiò idea: «No, no; non credo che sarebbe opportuno, Ben.

Vedi, zia Polly ci tiene moltissimo a questo steccato: proprio qui sulla strada, capisci? Ma se fosse quello dietro mi starebbe bene, e lei non ci baderebbe. Sì, ci tiene moltissimo a questo steccato; bisogna pitturarlo con molta cura; non c'è un ragazzo su mille, forse su duemila, secondo me, capace di farlo come si deve.»

«No... Davvero? Oh, su, dai; fammi provare, solo un pezzettino. Io ti farei provare, Tom, se fossi in te.»

«Ben, io lo farei, ti giuro; ma zia Polly... Guarda, voleva farlo Jim, ma lei non gli ha dato il permesso. Voleva farlo Sid, ma lei non ha voluto. Ecco, vedi in quale situazione mi trovo? Se dovessi farlo tu, e gli capitasse qualcosa...»

«Oh, uffa! Starò attento come te. Ora fammi provare. Senti... Ti do il torsolo della mia mela.».

«Be', ecco. No, Ben; non posso; non me la sento...»

«Te la do tutta!»

Tom rinunciò al pennello con viso atteggiato a un'espressione riluttante, ma con la solerzia nel cuore. E mentre l'ex vapore Big Missouri lavorava e sudava sotto i raggi del sole, l'artista a riposo sedeva lì vicino, all'ombra, su una botte, dondolando le gambe, sgranocchiando la sua mela e progettando la strage di altri innocenti. Il materiale non mancava; ogni tanto dei ragazzi passavano di lì; venivano a sfottere, ma restavano a imbiancare. Quando Ben non ne poté più, Tom aveva già ceduto il turno successivo a Billy Fisher per un aquilone in buono stato; e quando Billy gettò la spugna, Johnny Miller prese il suo posto per un topo morto e uno spago per farlo dondolare; eccetera, eccetera, un'ora dopo l'altra. E quando venne la metà del pomeriggio, da quel ragazzo povero in canna che era la mattina, Tom si era trasformato in un riccone che nuotava letteralmente nell'oro. Aveva, oltre alla roba che ho citato, dodici girini, sei petardi, un gattino cieco da un occhio, una maniglia di ottone, un collare per cane - senza il cane - il manico di un coltello, quattro pezzi di buccia d'arancia e il vecchio telaio sconquassato di una finestra. Per tutto quel tempo si era insieme riposato e divertito - non gli mancava la compagnia - e lo steccato aveva ben tre mani di vernice! 

DANIELE RANZONI - Ritratto di fanciullo

FRANCES HODGSON BURNETT - Il piccolo lord

 

Dipinto di DANIELE RANZONI - Ritratto di fanciullo


Cedric vide un vecchio grande, con i capelli bianchi ispidi e le sopracciglia irsute; il naso sembrava un becco d'aquila in mezzo a due occhi duri e infossati dallo sguardo fiero. Il conte invece vide un'elegante figurina infantile, con un vestitino di velluto nero e un colletto di pizzo, riccioli ondeggianti intorno a un bel visino serio e gli occhi che incontrarono i suoi erano fiduciosi e amichevoli. Se il castello era simile al palazzo di una fiaba, bisogna dire che il

piccolo Lord Fauntleroy sembrava proprio la copia in miniatura del principe della storia, benché lui non ne fosse affatto conscio.

Nel cuore fiero del vecchio conte ci fu un improvviso lampo di trionfo e di esultanza quando vide che bel giovanotto forte era il suo nipotino, e con quale sicurezza lo guardava mentre stava ritto con la mano sul collo del grosso cane. L'arcigno vecchio nobiluomo si compiacque che il bambino non mostrasse timidezza o paura, né per il cane né per lui.

Mentre si avvicinava, Cedric lo guardava nello stesso modo in cui aveva guardato la donna al cancello e la governante. «Sei tu il conte?» chiese. «Io sono il tuo nipotino, sai? Quello che il signor Havisham ha condotto qui. Sono Lord Fauntleroy.» Quindi gli porse la mano perché pensava che quella fosse la cosa più educata e più giusta da fare anche con un conte. «Spero che tu stia bene», continuò con la massima cordialità. «Sono molto contento di conoscerti.»

Il conte gli strinse la mano con una strana luce negli occhi. Era così stupito che non sapeva che cosa dire.

Fissava quell'apparizione pittoresca da sotto le folte sopracciglia, esaminandola dalla testa ai piedi. «Ah sì, sei contento di conoscermi?» chiese.

«Sì» rispose Lord Fauntleroy. «Molto.»

Vicino a lui c'era una sedia e vi si sedette. Era piuttosto alta, e quando il bambino vi fu sopra, i piedi non toccavano il pavimento. Cedric comunque era perfettamente a suo agio e guardava il suo augusto congiunto con attenzione e rispetto. «Mi domandavo come saresti stato» osservò. «Mi sdraiavo in cabina, sulla nave, e mi chiedevo se assomigliavi al mio papà.»

«Gli assomiglio?» domandò il conte.

«Ecco» rispose Cedric «io ero molto piccolo quando morì: forse non mi ricordo bene com'era, ma non mi pare.»

«Sei deluso, dunque?» insinuò il nonno.

«Oh, no» rispose Cedric con garbo. «Naturalmente sarebbe bello che qualcuno assomigliasse a papà, ma si è contenti lo stesso del nonno, anche se non gli somiglia. Sai com'è, si vuole bene ai familiari.»

Il conte era appoggiato alla spalliera della poltrona e fissava il bambino. Non si poteva dire che conoscesse l'amore per i parenti. Aveva trascorso la maggior parte del suo nobile ozio a litigare con loro furiosamente, a cacciarli di casa, a insignirli degli epiteti più ingiuriosi; e da loro era a sua volta odiato cordialmente.

«Qualunque bambino ama suo nonno» continuò Lord Fauntleroy «specialmente un nonno tanto gentile come tu lo sei stato con me.»

Un altro strano bagliore apparve negli occhi del conte. «Ah!» disse. «Io sarei stato gentile con te, davvero?»

«Sì» rispose Lord Fauntleroy animandosi. «Ti ringrazio molto per Bridget, per la fruttivendola e per Dick.»

«Bridget?» esclamò il conte. «Dick? La fruttivendola?»

«Sì» spiegò Cedric. «Sono le persone per le quali mi hai fatto avere tutti quei soldi, il denaro che hai detto al signor Havisham di darmi se lo desideravo.»

«Ah!» proruppe il conte. «Ah, si tratta di questo! Il denaro che potevi spendere come volevi. Che cosa ti sei comprato? Mi piacerebbe saperlo.»

Aggrottò le folte sopracciglia e fissò il bambino con sguardo penetrante. Era intimamente curioso di sapere quali desideri avesse soddisfatto il bambino.

«Oh» disse Lord Fauntleroy. «Tu non sai niente di Dick, della fruttivendola e di Bridget. Erano miei cari amici. Mi sono dimenticato che vivi così lontano. Devi sapere che Michael aveva la febbre...»

«Chi è Michael?» chiese il conte.

«Michael è il marito di Bridget, ed erano proprio nei guai. Sai bene com'è quando un uomo è malato, non può lavorare e ha tanti figli. Michael non è uno che beve e Bridget veniva sempre a casa nostra a piangere. La sera che è venuto il signor Havisham lei era in cucina a piangere perché non avevano quasi più niente da mangiare e non potevano pagare l'affitto. Io andai a parlarle, poi il signor Havisham mi chiamò e mi disse che tu gli avevi dato del denaro per me. Allora sono corso

più in fretta che potevo in cucina e l'ho dato a Bridget, così ogni cosa è andata a posto. Bridget non riusciva a credere ai suoi occhi: ecco perché ti sono grato.»

«Ah!» disse il conte con la sua voce cupa. «Sarebbe questa una delle cose che hai fatto per te, allora! E poi?»

Dougal si era accucciato vicino alla sedia alta; il grosso cane aveva preso posto lì appena Cedric si era seduto, e più volte si era girato a guardare il bambino, come se fosse interessato alla conversazione. Dougal era un cane maestoso, che sembrava sentirsi troppo grosso per prendere alla leggera le responsabilità della vita. Il vecchio conte, che lo conosceva bene, l'aveva osservato con segreto interesse. Dougal non era abituato a dare confidenza e il conte era meravigliato di come la bestia stesse quieta al tocco delle carezze del bambino. Proprio in quel momento il grosso cane diede al piccolo Lord Fauntleroy un'occhiata e dopo un dignitoso esame posò l'enorme testa leonina sui calzoni di velluto nero del bimbo.


FREDERICK MORGAN - After school

GEORGE SAND - La piccola Fadette

 

Dipinto di FREDERICK MORGAN - After school

- Parliamo di te. E poiché non ti riconosci alcun difetto, vuoi che sinceramente in buona amicizia ti dica quelli che hai?

- Sì, Landri, lo voglio, e l'avrò in conto della miglior ricompensa e della miglior punizione del bene e del male che ti ho fatto.

- Ebbene, Cecchina Fadet, poiché tu parli cosi giudiziosamente, e per la prima volta ti vedo così dolce e trattabile, ti dirò perché non sei rispettata quanto dovrebbe pretendere una ragazza di sedici anni. La ragione è questa: che tu hai troppo più il fare e le maniere d'un ragazzo che non d'una giovinetta, e che non ti prendi nessuna cura della tua persona. Innanzitutto trascuri la pulizia e ti rendi brutta col tuo strano modo di vestire e di parlare. Sai che i ragazzi ti danno un nomignolo ancor più sgradevole che quello di grillo: ti chiamano spesso maschiaccio. Ebbene, ti pare che sia bello a sedici anni non sembrare ancora una fanciulla? Tu ti arrampichi sugli alberi come un vero scoiattolo, e quando salti su una cavalla senza briglia né sella, la fai galoppare come se avesse il diavolo in groppa. Va bene esser forti e agili, va bene anche non aver paura di nulla; e per un uomo è un pregio di natura. Ma per una donna il troppo storpia, e tu hai l'aria di voler farti notare. E infatti ti notano, ti danno la baia, ti urlano dietro come al lupo. Tu hai dello spirito e rispondi con certe frecciate maligne che fanno ridere quelli a cui non sono dirette. Buono anche aver più spirito degli altri; ma a forza di farne mostra, ci si fa dei nemici.

Tu sei curiosa, e quando hai scoperto i segreti degli altri, glieli getti in faocia assai rudemente, tosto che hai da lagnarti di loro. Ciò ti fa temuta, ma chi è temuto è odiato, e il male che fa gli viene reso ad usura. Finalmente, che tu sia o no una strega, voglio credere che se conosci tante cose, non ti sia però data agli spiriti cattivi; ma tu cerchi di darlo ad intendere per far paura a quelli che ti danno noia; è davvero una ben triste fama che ti regali. Ecco tutti i tuoi torti, Cecchina Fadet: ed è per questi torti che tutti ce l'hanno contro di te. Rumina un po' quel che ti dico e vedrai che, se tu volessi essere un po' come gli altri, tutti apprezzerebbero le doti che ti fanno superiore a loro.

- Ti ringrazio, Landri, rispose tutta seria la piccola Fadette, dopo avere ascoltato religiosamente il gemello. Tu mi hai detto suppergiù quello che tutti mi rimproverano, e me l'hai detto onestamente e con molto garbo; cosa che gli altri non fanno. Ma adesso permetti che io risponda? e vuoi sederti un momentino qui accanto ad ascoltarmi?

- Il posto non è molto piacevole, disse Landri, che non aveva troppa voglia d'indugiarsi con lei, e che pensava sempre ai malefici che l'accusavano di gettare su coloro che non ne diffidavano.

- Tu non trovi il luogo di tuo gusto, perché voialtri ricchi siete schizzinosi: vi ci vogliono le belle rive erbose, per sedervi all'aperto, e potete scegliere nei vostri prati e nei vostri giardini i più bei posti e le più belle ombre.

Ma quelli che non posseggono nulla non domandano tanto al buon Dio, e si contentano della prima pietra che capita per posarvi la testa. I loro piedi non temono le spine, e dovunque si trovino vedono ciò che è bello e piacevole nel cielo e sulla terra. Non c'è luogo che sia brutto, Landri, per quelli che conoscono la virtù e la dolcezza delle cose che Dio ha fatto. Quanto a me, senza essere strega, so a che possono servire le più umili erbe che tu schiacci col piede; e una volta che so il loro uso, le guardo e non disprezzo né il loro odore né la loro forma. Queste cose ti dico, Landri, per insegnarti ora un'altra cosa che si riferisce cosi alle anime umane come ai fiori del giardino e ai pruni della cava: cioè che troppo spesso si disprezza ciò che non sembra né bello né buono, e che per questo ci si priva di ciò che è giovevole e salutare.

CHARLES DICKENS - Canto di Natale

 

    Caldo e freddo non facevano effetto sulla persona di Scrooge. L'estate non gli dava calore, il rigido inverno non lo assiderava. Non c'era vento più aspro di lui, non c'era neve che cadesse più fitta, non c'era pioggia più inesorabile. Il cattivo tempo non sapeva da che parte pigliarlo. L'acquazzone, la neve, la grandine, il nevischio, per un sol verso si potevano vantare di essere da più di lui: più di una volta si spargevano con larghezza: Scrooge no, mai.

    Nessuno lo fermava mai per via per dirgli con cera allegra: "Come si va, caro il mio Scrooge? a quando una vostra visita?" Né un poverello gli chiedeva la più piccola carità, né un bambino gli domandava che ore fossero, né uomo o donna, una volta sola in tutta la vita loro, si erano rivolti a lui per informarsi della tale o tal'altra strada. Perfino i cani dei ciechi davano a vedere di conoscerlo; scorgendolo di lontano subito si tiravano dietro il padrone in una corte o in un chiassuolo. Poi scodinzolavano un poco, come per dire: "Povero padrone mio, val meglio non aver occhi che avere un mal occhio!"

Ma che gliene premeva a Scrooge! Meglio anzi, ci provava gusto. Sgusciare lungo i sentieri affollati della vita, ammonendo la buona gente di tirarsi in là, era per Scrooge come per un goloso sgranocchiar pasticcini.

   Una volta - il più bel giorno dell'anno, la vigilia di Natale - il vecchio Scrooge se ne stava a sedere tutto affaccendato nel suo banco. Il tempo era freddo, uggioso, tutto nebbia; e si sentiva la gente di fuori andar su e giù, traendo il fiato grosso, fregandosi forte le mani, battendo i piedi per terra per scaldarseli. Gli orologi del vicinato avevano battuto le tre, ma era già quasi notte, se pure il giorno c'era stato. Dalle finestre dei negozi vicini rosseggiavano i lumi come tante macchie sull'aria grigia e spessa. Entrava la nebbia per ogni fessura, per ogni buco di serratura; e così densa era di fuori che, ad onta dell'angustia del vicoletto, le case dirimpetto parevano fantasmi. Davvero, quella nuvola scura che scendeva e scendeva sopra ogni cosa faceva pensare che la Natura, stabilitasi lì accanto, avesse dato l'aire a una sua grande manifattura di birra.

    L'uscio del banco era aperto, per dare agio a Scrooge di tenere d'occhio il suo commesso, il quale, inserito in una celletta più in là, una specie di cisterna, attendeva a copiar lettere. Scrooge non aveva per sé che un fuocherello; ma tanto più misero era il fuocherello del commesso, che pareva fatto di un sol pezzo di carbone. Né c'era verso di accrescerlo, perché la cesta del carbone se la teneva Scrooge con sé; e quando per caso il commesso entrava con in mano la paletta, issofatto il principale gli faceva capire che sarebbe stato costretto a dargli il benservito. Epperò lo scrivano si avvolgeva al collo il suo fazzoletto bianco e ingegnavasi di scaldarsi alla fiamma della candela: il che, per non essere egli un uomo di gagliarda immaginazione, non gli riusciva né punto né poco.

- Buon Natale, zio! un allegro Natale! Dio vi benedica! - gridò una voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco così d'improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire.

- Eh via! - rispose Scrooge - sciocchezze! -

S'era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo, cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva la faccia rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora il fiato.

- Come, zio, Natale una sciocchezza! - esclamò il nipote di Scrooge. - Voi non lo pensate di certo.

- Altro se lo penso! - ribatté Scrooge. - Un Natale allegro! o che motivo hai tu di stare allegro? che diritto? Sei povero abbastanza, mi pare.

- Via, via - riprese il nipote ridendo. - Che diritto avete voi di essere triste? che ragione avete di essere uggioso? Siete ricco abbastanza, mi pare. -

Scrooge, che non avea pel momento una risposta migliore, tornò al suo "Eh via! sciocchezze."

- Non siate così di malumore, zio - disse il nipote.

- Sfido io a non esserlo - ribatté lo zio - quando s'ha da vivere in un mondaccio di matti com'è questo. Un Natale allegro! Al diavolo il Natale con tutta l'allegria! O che altro è il Natale se non un giorno di scadenze quando non s'hanno danari; un giorno in cui ci si trova più vecchi di un anno e nemmeno di un'ora più ricchi; un giorno di chiusura di bilancio che ci dà, dopo dodici mesi, la bella soddisfazione di non trovare una sola partita all'attivo? Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto "allegro Natale" in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e capo. Buon pro ti faccia il tuo Natale! E davvero che te n'ha fatto del bene fino adesso!

- Di molte cose buone sono stato io a non voler profittare sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!

- Zio! - pregò il nipote.

- Nipote! - rimbeccò accigliato lo zio, - tieniti il tuo Natale tu, e lasciami il mio.

- Il vostro Natale! ma che Natale è il vostro, se voi non ne fate?

- Vuol dire che così mi piace, e tu non seccare.

- Ma il fatto è che io ho tenuto sempre il giorno di Natale, quando è tornato - lasciando stare il rispetto dovuto al suo sacro nome, se si può lasciarlo stare - come un bel giorno, un giorno in cui ci si vuol bene, si fa la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del calendario, in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio verso la tomba e non già come ad un'altra razza di creature avviata per altri sentieri. Epperò, zio, benché non mi abbia mai cacciato in tasca la croce di un soldo, io credo che il Natale m'abbia fatto del bene e me ne farà. Evviva dunque il Natale! -

Il commesso non si seppe tenere dall'applaudire dal fondo della sua cisterna; ma, subito accortosi del marrone, si diè ad attizzare il fuoco e riuscì ad estinguere l'ultima scintilla.

- Un altro di cotesti rumori dalla vostra parte - disse Scrooge - e ve lo darò io il Natale con un bravo benservito. Sei davvero un parlatore coi fiocchi - sopraggiunse

- Non andate in collera, zio. Orsù, vi aspettiamo domani sera a pranzo. -

Scrooge rispose che piuttosto lo volea vedere all'inferno. Sì davvero, la disse tutta la parola. Allora, forse, avrebbe accettato l'invito. 

HARRIET BEECHER STOWE - La capanna dello zio Tom

  

— Quanto sono contenta! Ma perché non sorridi tu? Perché non guardi il nostro Enrichetto? Vedi come cresce tutti i giorni! Il bimbo guardava timidamente il babbo stringendosi alla madre.

— Non è un visetto che innamora? — disse Elisa, rimovendo le lunghe ciocche per stampargli un bacio sulla bocca.

— Oh, non fosse mai nato! — rispose Giorgio con malumore. — Vorrei non esser nato neppur io. —

Sorpresa, spaventata, Elisa si lasciò cadere sopra una sedia, appoggiò la testa alla spalla del marito e proruppe in pianto.

— Elisa mia, sono pur crudele a parlarti così! Poverina! — disse teneramente. — Oh, perché mai mi conoscesti? Senza di me potresti essere felice.

— O mio Giorgio, perché dir tali cose? Che cosa ti è dunque accaduto di sì orribile, o che cosa ti minaccia? Eppure nulla ha turbato la nostra felicità fino a questi ultimi giorni!

— Sì, cara... nulla... nulla! —

E tirando il fanciulletto tra le sue ginocchia, ne contemplò lungamente i grandi occhi neri, passando le dita nelle ciocche de’ suoi capelli.

— È tutto il tuo ritratto, Elisa, e tu sei la più bella donna che finora io abbia vista e la migliore che io abbia vagheggiata col pensiero. Ma ohimè, perché dovevamo incontrarci?

— Giorgio, come puoi parlare a questo modo?

— Sì, Elisa, tutto è miseria, miseria, miseria! La vita per me è amara come il fiele. Io non sono che un meschino derelitto, senza barlume di speranza. Null’altro posso fare per te che trascinarti nella mia rovina. A che vale darsi briga, imparare, tentar d’essere qualche cosa? A che vale il vivere? Io vorrei esser morto.

— Oh, mio diletto Giorgio, è male ciò che vai dicendo! So quanto soffristi perdendo il posto nella fabbrica, e so quanto è duro il tuo padrone: ma sii paziente, te ne supplico. Chi sa!... Forse...

— Paziente! — diss’egli interrompendola. — Non lo sono stato finora? Mi sfuggì un detto solo, quando egli venne a togliermi senza ragione da un luogo dove tutti mi dimostravano benevolenza? Gli resi conto dei miei guadagni fino a un centesimo, e ciascuno attesterebbe che io lavoravo a dovere.

— Per verità è cosa orribile; — disse Elisa — ma poi alla fine egli è tuo padrone.

— Mio padrone!... E con qual diritto è mio padrone? Ecco ciò che domando a me stesso. Quali sono i suoi diritti sopra di me? Non sono un uomo al pari di lui? Io valgo più di lui: m’intendo meglio di affari, sono più abile amministratore, e leggo e scrivo meglio di lui. E non gli devo niente: tutto ciò l’ho compreso da me, senza lui, a dispetto di lui.

Dunque, con qual diritto mi adopera come una bestia da soma? Con qual diritto mi toglie da occupazioni alle quali io son atto più di quanto egli non sia, per condannarmi alle fatiche di un cavallo?... Egli pretende umiliarmi, dice, e a questo intento si diletta di caricarmi dei lavori più aspri e più vili per amor del nostro Enrico!

— Fui prudente, fui paziente; ma le cose vanno ogni giorno peggiorando. Egli spia tutte le occasioni per insultarmi e avvilirmi.

Credevo di poter fare il mio lavoro, e trovar poi qualche momento di posa da dedicare alla lettura e allo studio. Ma più egli vede che io posso fare, e più mi carica. Benché io non proferisca mai parola, egli pretende che io sia posseduto dal demonio, e dice di volerlo scacciare da me; ma badi bene! Uno di questi giorni esso n’uscirà in guisa che non gli piacerà molto, o io m’inganno forte.

— Ahimè, ahimè! Che sarà di noi? — esclamò dolorosamente Elisa.

— Ieri appunto io caricavo una carretta di pietre, e suo figlio stava colà facendo fischiare la frusta sì presso alle orecchie del cavallo, che la bestia se ne inquietava. Lo pregai di desistere, con quella maggiore urbanità che mi fu possibile, ma egli continuò. Rinnovai la preghiera, ed egli mi rispose col darmi dei colpi. Provai allora di tenergli la mano, ma il manigoldo si pose a gridare, e corse a dire ch’io l’avevo battuto. Suo padre s’infuriò.

«— Ti farò veder ben io chi è il tuo padrone! — egli disse.

«E legatomi ad un albero, tagliò delle bacchette che diede a suo figlio, dicendogli di flagellarmi finché fosse stanco. E così fece. Ma io glielo farò ricordare un giorno. —

La fronte di quell’uomo s’offuscò, ed i suoi occhi scintillavano d’una luce sinistra che fece tremare sua moglie.

ALEXANDRE DUMAS - I tre Moschettieri

 

Gli assassini capirono che se fossero fuggiti verso il campo francese senza aver ucciso il loro uomo, esso li avrebbe denunciati: così la loro prima idea fu di passare al nemico. Uno di essi prese il suo fucile per la canna e, servendosene come di una clava, vibrò un terribile colpo a d'Artagnan che lo evitò gettandosi da un lato; ma con questa mossa lasciò il passaggio libero al bandito che si slanciò verso il bastione. Siccome i Rochellesi che vi erano di guardia non potevano immaginare con quali intenzioni quell'uomo corresse verso di loro, fecero fuoco su di lui ed egli cadde ferito da un proiettile che gli trapassò una spalla.

Nel frattempo d'Artagnan s'era gettato sul secondo soldato, attaccandolo con la spada; il combattimento non fu lungo, giacché il miserabile non aveva, per difendersi, che il suo archibugio scarico; la spada della guardia scivolò contro la canna dell'arma divenuta inutile e trapassò la coscia dell'assassino che cadde.

D'Artagnan gli mise immediatamente la punta della spada alla gola.

"Non uccidetemi!" esclamò il bandito "fatemi grazia, signor ufficiale! Vi dirò tutto."

"Mette conto il tuo segreto che ti serbi in vita?" chiese il giovanotto.

"Sì, se pensate che l'esistenza valga qualche cosa quando si hanno ventidue anni come voi avete e che si possa sperare tutto dall'avvenire essendo belli e arditi come voi siete."

"Miserabile!" esclamò d'Artagnan. "Suvvia, spicciati a parlare; chi t'ha incaricato di assassinarmi?"

"Una donna che non conosco, ma che veniva chiamata Milady."

"Se non la conosci, come sai il suo nome?"

"La conosceva il mio compagno e la chiamava così; è con lui che ha trattato e non con me; egli ha anzi in tasca una lettera di quella donna, lettera che deve avere una grande importanza per voi, secondo quanto egli diceva."

"Ma tu come ti trovi immischiato in questo tranello?"

"Fu il mio compagno che mi propose di fare il colpo in due e io accettai."

"E quanto vi ha dato per questa bella impresa?"

"Cento luigi."

"Meno male" disse il giovanotto ridendo "ella pensa che io valga qualche cosa; cento luigi! E' una bella somma, per due miserabili come voi. Capisco dunque come tu abbia accettato e ti faccio grazia, ma a una condizione."

"Quale?" domandò il soldato inquieto poiché si rendeva conto che tutto non era finito.

"Che tu vada a prendere la lettera che il tuo compagno ha in tasca." "Ma" esclamò il bandito "questa è un'altra maniera per uccidermi; come volete che possa andar a prendere la lettera sotto il fuoco del bastione?"

"Eppure bisogna che tu ti decida ad andar a prenderla, o ti giuro che morrai sotto le mie mani."

"Grazia, signore, per pietà! In nome della giovane signora che amate e che forse credete morta e non lo è!" esclamò il bandito inginocchiandosi e appoggiandosi sulla mano perché insieme col sangue cominciava a perdere le forze.

"E come fai a sapere che c'è una giovane che amo e che credevo morta?"

"Dalla lettera che il mio compagno ha in tasca."

"Vedi bene allora che devo avere quella lettera" disse d'Artagnan "dunque non più ritardi o esitazioni, oppure, quale che sia la mia ripugnanza a immergere per la seconda volta la mia spada nel sangue di un miserabile pari tuo, ti giuro, in fede di onest'uomo..."

E dicendo queste parole d'Artagnan fece un gesto così minaccioso che il ferito si alzò.

"Ferma! ferma!" gridò quest'ultimo riprendendo coraggio a forza di terrore. "Andrò... andrò!..."

D'Artagnan prese l'archibugio del soldato e, punzecchiandogli le reni con la punta della spada, lo spinse verso il suo compagno.

Era una cosa orribile vedere quel disgraziato che lasciava sul suo cammino una lunga striscia di sangue, già pallido per la sua morte imminente, cercare di trascinarsi senza essere visto fino al corpo del suo complice che giaceva a venti passi da lui!

Il terrore sfigurava talmente quel viso bagnato di un freddo sudore che d'Artagnan ne ebbe pietà e guardandolo con disprezzo gli disse:

"Ebbene, ti farò vedere la differenza che passa fra un uomo di fegato e un vile come te; resta dove sei, andrò io."

E con passo agile e occhio vigile, attento a ogni mossa del nemico, approfittando di tutti gli accidenti del terreno, d'Artagnan giunse sin presso il secondo soldato.

C'erano due mezzi per raggiungere lo scopo: o perquisirlo sul posto o portarlo via facendosi scudo del suo corpo e perquisirlo nella trincea.

D'Artagnan preferì il secondo mezzo e si caricò sulle spalle l'assassino proprio nell'istante in cui il nemico faceva fuoco.

Una leggera scossa e il rumore sordo di tre palle che bucavano le carni, un ultimo grido, un fremito d'agonia dimostrarono a d'Artagnan che colui che aveva voluto assassinarlo gli aveva salvato in quel momento la vita.

D'Artagnan raggiunse la trincea e gettò il cadavere vicino al ferito che era pallido come un morto.

Poi cominciò immediatamente l'inventario; un portafogli di cuoio, una borsa che conteneva, evidentemente, parte della somma ricevuta dal bandito, un cornetto e due dadi costituivano tutta l'eredità del morto.

Lasciò il cornetto e i dadi dove erano caduti, gettò la borsa al ferito e aprì con impazienza il portafogli.

Tra alcune carte di nessuna importanza trovò quella che era andata a cercare a costo della vita.

"Poiché avete perduto la traccia di quella donna che è ormai al sicuro nel convento dove non avreste dovuto mai lasciarla arrivare, cercate almeno di non lasciarvi sfuggire l'uomo; altrimenti, come sapete, ho la mano lunga e vi farò pagar cari i cento luigi che vi ho già dato."

Nessuna firma. Nondimeno, risultava evidente che la lettera era di Milady. Per conseguenza, egli la serbò come documento d'accusa; poi, al sicuro dietro l'angolo della trincea, cominciò a interrogare il ferito, il quale gli confessò di aver preso l'impegno, insieme col suo compagno ucciso, di rapire una giovane donna che doveva uscire da Parigi passando dalla barriera della Villette, ma che, essendosi fermati in un'osteria a bere, ne erano usciti dieci minuti dopo che la vettura era passata.

"Ma che cosa ne avreste fatto di quella donna?" chiese d'Artagnan con angoscia.

"Dovevamo condurla in un palazzo di Place Royale."

"Ecco, ecco" mormorò d'Artagnan. "Tutto è chiaro. Proprio in casa di Milady."

Allora il giovanotto comprese come fosse terribile la sete di vendetta che spingeva quella donna a rovinarlo assieme a coloro che egli amava, e come essa fosse bene informata di quanto succedeva a Corte, giacché aveva scoperto tutto. Certamente essa riceveva le sue informazioni dal Cardinale.

Ma, fra tante altre cose, egli capì anche con un vero senso di gioia che la Regina aveva finito per scoprire la prigione nella quale la povera signora Bonacieux espiava la sua fedeltà, e l'aveva liberata. Allora si spiegò la lettera ricevuta dalla giovane donna e il suo passaggio, simile a una apparizione, sulla via di Chaillot.

Stando così le cose, come Athos aveva predetto, sarebbe stato possibile ritrovare la signora Bonacieux, e un convento non era impenetrabile.

Questa idea finì per colmargli il cuore di demenza. Si volse verso il ferito che seguiva con ansia le diverse espressioni del suo viso e gli tese le braccia: "Suvvia, non voglio abbandonarti così" disse egli "appoggiati a me e torniamo al campo."

"Va bene" disse il ferito che non osava credere a tanta magnanimità "ma non sarà per farmi impiccare?"

"Hai la mia parola" rispose d'Artagnan "per la seconda volta ti regalo la vita."


SOPHIE ANDERSON

LUCY MAUD MONTGOMERY - Anna dai capelli rossi

 

Matthew continuava a stringere quella mano scarna tra le sue, sempre più impacciato, e intanto aveva preso una decisione.

Non poteva dire a quella ragazzina dai grandi occhi verdi che c'era stato un errore e piantarla lì. No, l'avrebbe portata a casa e che fosse Marilla a dipanare l'arruffata matassa. C'era tempo per domande, chiarimenti e spiegazioni.

- Mi dispiace di aver tardato - disse timidamente. - Andiamo, il calesse è nel cortile dell'albergo. Dammi la tua borsa.

- Oh, posso portarla io - rispose lei in tono allegro. - Non è affatto pesante, anche se dentro c'è tutto quello che posseggo al mondo. E poi, se non si tiene nel modo giusto, l'impugnatura si stacca, perciò è meglio che la tenga io che conosco il trucco. È una borsa molto vecchia, vede? Oh, signore, sono molto contenta che lei sia arrivato anche se mi sarebbe piaciuto dormire sul ciliegio. Dobbiamo fare un bel po' di strada, non è vero? La signora Spencer ha detto che sono otto miglia; benissimo, io amo viaggiare. E poi è meraviglioso sapere che verrò a vivere con lei, che diventerò parte della sua famiglia, signore. Io non sono mai appartenuta a nessuno, sa? La permanenza all'orfanotrofio è stata terribile: quattro mesi soltanto, ma mi è bastato. E solo un orfano può capire quello che ho provato. È mille volte peggio di quanto si possa immaginare. La signora Spencer afferma che sono ingiusta a parlare così, ma io non credo assolutamente di essere ingiusta. Però è facile esserlo, senza rendersene conto.

All'orfanotrofio erano buoni con me, ma là dentro c'era così poco spazio per l'immaginazione! C'erano soltanto tanti altri orfani. Era abbastanza divertente immaginare delle cose sul loro conto... per esempio che la ragazza che mi sedeva accanto, a tavola, fosse la figlia di un signore di alto lignaggio strappata alla famiglia quando era piccola piccola da una crudele istitutrice che era morta prima di poter confessare il suo misfatto. Stavo sveglia di notte a immaginare cose come questa, perché durante il giorno non ne avevo il tempo. Forse è perché dormivo tanto poco che sono così magra. Sono  terribilmente magra, non trova? Proprio tutta pelle e ossa; però mi piace immaginarmi graziosa e grassottella con le fossette sulle guance.

A questo punto la ragazzina tacque, un po' perché era a corto di fiato, un po' perché erano giunti al calesse.

Non disse più una parola finché non ebbero lasciato il villaggio, inoltrandosi su una strada tagliata così profondamente nei fianchi di una collina che i bordi, fiancheggiati da ciliegi selvatici e argentee betulle, superavano in altezza le loro teste.

D'un tratto sporse una mano e strappò un ramo di prugno selvatico che sfregava contro il fianco del calesse.

- Non è bello? - disse. - Che cosa le suggerisce, signore, questo albero che sporge dall'argine, tutto bianco e simile a un ricamo?

- Mah, non saprei! - disse Matthew.

- Una sposa, signore, fa pensare a una sposa tutta vestita di bianco con un magnifico velo di pizzo. Io non ne ho mai vista una, ma posso immaginarla. Non credo che mi sposerò mai. Sono così scialba che nessuno mi vorrebbe, salvo forse qualche missionario forestiero. Credo che i missionari non siano di gusti troppo difficili. Ma, anche se non mi sposo, spero di avere un vestito bianco un giorno. È il mio ideale di felicità terrena. A me i bei vestiti piacciono, ma non ne ho mai avuti in tutta la mia vita. Meglio, così ho qualcosa da sognare. Questa mattina, quando ho lasciato l'orfanotrofio, ero angosciata per questo brutto vestito di flanella che sono stata costretta a indossare.

Tutti gli orfani ne hanno uno uguale. Lo scorso inverno un mercante di Hopetown regalò diverse pezze di flanella all'orfanotrofio. C'è chi dice che lo abbia fatto perché nessuno voleva comprargliela, io preferisco pensare che sia stato un atto di buon cuore, e lei? Quando sono salita sul treno mi sembrava che tutti mi guardassero con aria di commiserazione; allora ho dato il via alla fantasia e ho immaginato di indossare un vestito stupendo, di seta azzurra marezzata. In testa portavo un cappello di paglia guarnito di fiori finti e piume, avevo un orologio d'oro, guanti di capretto, e calzavo stivaletti all'ultima moda.

Mi sono sentita subito meglio e ho goduto in pieno il viaggio fino all'isola. Sul battello sono stata benissimo, niente mal di mare. Non l'ha sofferto nemmeno la signora Spencer che di solito ci va soggetta. Ha detto che non poteva permetterselo impegnata com'era a badare che non cadessi in acqua. Ha detto anche di non aver mai conosciuto nessuno irrequieto come me. Ma se questo l'ha aiutata a non sentirsi male, è stata una fortuna che io fossi così vivace, no? Volevo che non mi sfuggisse niente di tutto quello che c'era sul battello perché non sapevo se in futuro avrei potuto metter piede su un altro. Oh, quanti ciliegi tutti in fiore! Quest'isola è il posto più ricco di fiori che abbia mai visto! Mi piace moltissimo e sono felice di venire a vivere qui. Ho sempre sentito dire che l'isola Prince Edward è un posto bellissimo e tante volte ho sognato di venire ad abitarci, ma non ho mai osato pensare che il mio sogno si sarebbe avverato. È meraviglioso quando i sogni diventano realtà, vero? E come sono divertenti queste stradine rosse.

Quando siamo salite sul treno a Charlottetown, ho visto quelle stradine rosse dal finestrino, ho chiesto alla signora Spencer perché avessero quel colore, e lei ha detto che non lo sapeva, e ha aggiunto: per favore, non farmi altre domande. Ne hai sparate a centinaia in poco tempo, non resisto più. Forse era vero, ma se non si fanno domande, come si possono imparare tante cose? Lei, signore, lo sa perché queste strade sono così rosse?

- No, direi proprio di no - rispose Matthew.

- Pazienza, prima o poi riuscirò a scoprirlo. Non è meraviglioso pensare a tutte le cose che ci sono da scoprire? Mi fa sentire felice di essere viva, il mondo è così interessante.

Non lo sarebbe altrettanto se conoscessimo tutto, non ci sarebbe più spazio per la fantasia. Sto parlando troppo signore? La gente me lo dice sempre. Lei preferirebbe che tacessi? Se mi dice di farlo, tacerò. Posso farlo, quando me lo chiedono, anche se non è facile.

Matthew, con sua grande sorpresa, si stava divertendo. Come la stragrande maggioranza delle persone taciturne, aveva un debole per quelle loquaci, purché parlassero da sole e non provassero a coinvolgerlo in una conversazione. Non avrebbe mai immaginato che la compagnia di una ragazzina potesse essere tanto gradevole. Considerava tutte le donne sfavorevolmente e le ragazzine ancor di più; detestava il modo in cui gli passavano accanto, furtive, con aria impaurita, come se temessero, solo aprendo bocca, di essere divorate in un solo boccone.

Ma quello era l'atteggiamento delle ragazzine di buona famiglia di Avonlea. Questa streghetta magra e lentigginosa era fatta di una pasta diversa, e sebbene lui, con la sua indole riflessiva e pacata, trovasse qualche difficoltà a entrare in sintonia con tanta esuberanza, il risultato finale era positivo: tutto quel gran chiacchierare gli piaceva.

E disse, con la sua solita aria reticente: - Puoi parlare quanto vuoi, non ci sono problemi.

- Ah, si?! Grazie. Penso che noi due andremo molto d'accordo. È un gran sollievo poter parlare quando se ne ha voglia e non sentirsi dire che i bambini vanno guardati ma non ascoltati. Me lo hanno ripetuto milioni di volte. E la gente ride di me perché uso parole grosse. Ma se si hanno in testa idee grosse, bisogna usare grosse parole per esprimerle, non trova?

- Mi sembra un discorso ragionevole, il tuo - disse Matthew.


NICOLA CILETTI - Ritratto di due fanciulli

CHARLES DICKENS - Oliver Twist


Un giorno, all'ora del pranzo, Oliver e Noah erano scesi in cucina. Charlotte era stata chiamata fuori e Noah, affamato e di cattivo umore, pensò di tormentare Oliver, tanto per ingannare l'attesa.

Gli tirò i capelli e le orecchie, mise i piedi sulla tovaglia, proprio davanti al posto del suo rivale, gli disse che era uno zero e un accattone, gli promise di andare ad assistere allo spettacolo quando, un giorno o l'altro, l'avessero impiccato e continuò a rivolgergli epiteti ingiuriosi e a molestarlo in tutti i modi.

Visto che le sue spiritosaggini non ottenevano il risultato voluto e non facevano piangere Oliver, passò ad allusioni più delicate.

- Ehi, bastardello dell'ospizio, come sta tua madre?

- E' morta e non voglio che tu la nomini. – rispose Oliver. Era diventato scarlatto, respirava con affanno e le labbra gli tremavano in modo che sembrava preludere a uno scoppio di pianto.

Claypole sferrò un nuovo attacco. - Davvero, povero straccione? E di che cosa è morta?

- Di crepacuore, me l'ha detto la vecchia infermiera. - rispose Oliver; e aggiunse, come parlando a se stesso: - Credo di sapere che cosa sia il crepacuore.

- E adesso cosa piagnucoli, ebete da ricovero? - insisté Noah, notando che una lacrima scendeva lenta sulla guancia del ragazzo.

- Non parlare più di mia madre. - disse Oliver. - E' meglio.

- Meglio per chi? Diventi anche insolente, eh! Tua madre! - Noah alzò le spalle in atteggiamento espressivo e arricciò il naso decorato di bitorzoletti. Poi, reso ardito dal silenzio di Oliver, proseguì in tono di ironica pietà: - Sai, non è colpa tua e noi tutti ti compiangiamo, ma tua madre era proprio una poco di buono. -

- Che cosa hai detto? - domandò Oliver alzando il capo.

- Una donnaccia, capisci, scarto d'ospizio? Insomma, è meglio che sia morta, altrimenti sarebbe finita in galera, o deportata, o impiccata. Che ne dici? -

Rosso e furioso, Oliver balzò in piedi, rovesciò sedie e tavola, afferrò Noah alla gola, lo scosse da fargli battere i denti e raccogliendo tutte le proprie forze lo gettò a terra. Un attimo prima era un ragazzo mite, sottomesso e docile, soffocato dai maltrattamenti e dalle ingiustizie patite; ora, l'insulto rivolto a sua madre morta era stato l'ultima goccia che aveva fatto

traboccare la coppa della sopportazione e che gli aveva acceso nel cuore una fiamma di rivolta.

Respirava affannosamente, la testa fieramente eretta, e con gli occhi scintillanti fissava il suo nemico, ora steso ai suoi piedi, con un coraggio fino allora ignoto a lui stesso.

- Mi ammazza! - berciava Noah.

- Lottie! Signora Sowerberry! E' impazzito, vuol assassinarmi! Aiuto!

Agli urli di Noah risposero gli strilli acuti di Charlotte e uno ancora più acuto della padrona; la ragazza si precipitò in cucina per una porta laterale, la signora scese le scale ma si fermò sugli ultimi scalini, chiedendosi se avanzare oltre le sarebbe costato la vita.

- Mascalzone! sbraitò Charlotte, afferrando Oliver con tutta la sua forza, che non aveva nulla da invidiare a quella di un giovanotto robusto. - Ingrato! Canaglia! - Il pugno di Lottie non era certo molto leggero; ma per il timore che non bastasse a placare il furore di Oliver, la signora Sowerberry si precipitò in cucina e aiutò a tener fermo il ragazzo con una mano, mentre con l'altra gli graffiava il viso; quanto a Noah, riuscì a sollevarsi e ad attaccare il suo rivale per di dietro.

Quella ginnastica era però troppo energica e vigorosa per durare a lungo: quando tutti e tre ebbero il fiato grosso, trascinarono Oliver, che si divincolava e urlava ma non si dava per vinto, nello sgabuzzino del carbone e ve lo rinchiusero, dopo di che la Sowerberry poté lasciarsi cadere su una sedia e scoppiare in pianto.

- Per l'amor di Dio, ora sviene! - strillò Charlotte.

- Noah, un bicchier d'acqua! Lottie, Lottie. - gemeva la signora, parlando come poteva per via della mancanza di fiato e dell'acqua che Noah le versava abbondantemente tra capo e collo.- Per fortuna non è riuscito ad assassinarci tutti nei nostri letti! Una grazia del cielo, signora! E c'è da sperare che il padrone la pianti con la sua manìa di prendersi in casa quei pezzenti che sono destinati fin dalla culla a diventare tagliaborse e assassini. Povero Noah, l'aveva quasi ammazzato quando sono arrivata. Poverino! - sospirò la Sowerberry guardando impietosita quello spilungone che sentendosi compatire fingeva di asciugarsi gli occhi con il dorso della mano.

- Che faremo, ora? continuò la donna. - Il padrone non è in casa, uomini qui attorno non ce ne sono e quell'indemoniato è capace di buttar giù la porta. -

I calci che Oliver avventava all'uscio, senza un istante di sosta, rendevano verosimile tale previsione.


LUIS SEPULVEDA - La gabbianella e il gatto

 

<<E perché devo volare?>> strideva Fortunata con le ali ben strette al corpo.
<<Perché sei una gabbiana e i gabbiani volano>> rispondeva Diderot. <<Mi sembra terribile, terribile! che tu non lo sappia>>.
<<Ma io non voglio volare. Non voglio nemmeno essere un gabbiano>> replicava Fortunata. <<Voglio essere un gatto e i gatti non volano>>.
Una sera si avvicinò al bancone all'ingresso del bazar ed ebbe uno sgradevole incontro con lo scimpanzè.
<<Non fare la cacca in giro, uccellaccio!>> strillò Mattia.
<<Perché mi dice questo, signora scimmia?>> domandò timidamente Fortunata.
<<Perché è l'unica cosa che sanno fare gli uccelli. La cacca. E tu sei un uccello>> ripeté sicurissimo lo scimpanzè.
<<Si sbaglia. Sono un gatto, e molto pulito>> ribatté Fortunata cercando la simpatia della scimmia. <<Uso la stessa cassetta di Diderot>>.
<<Ha ha ha! Il fatto è che quel mucchio di sacchi di pulci ti hanno convinto che sei una di loro. Ma guardati il corpo: hai due zampe, mentre i gatti ne hanno quattro. Hai le piume, mentre i gatti hanno il pelo. E la coda? Eh? Dove hai la coda? Tu sei matta come quel gatto che passa la vita a leggere e a miagolare `terribile! terribile!' Stupido uccellaccio! E vuoi sapere perché ti viziano i tuoi amici? Perché aspettano che tu ingrassi per fare un bel banchetto. Ti divoreranno con le piume e tutto!>> strillò lo scimpanzè.
Quella sera i gatti si stupirono che la gabbianella non venisse a mangiare il suo piatto preferito: i calamari che Segretario trafugava nella cucina del ristorante.
Molto preoccupati la cercarono, e fu Zorba a trovarla, triste e avvilita, fra gli animali imbalsamati.
<<Non hai fame, Fortunata? Ci sono i calamari>> spiegò Zorba.
La gabbianella non aprì becco.
<<Ti senti male?>> insisté preoccupato Zorba. <<Sei malata?>>
<<Vuoi che mangi per farmi ingrassare?>> domandò lei senza guardarlo.
<<Perché tu cresca sana e forte>> rispose Zorba.
<<E quando sarò grassa, inviterai i topi a mangiarmi?>> stridette con i lucciconi agli occhi.
<<Da dove tiri fuori queste sciocchezze?>> miagolò deciso Zorba.
Lì lì per scoppiare a piangere, Fortunata gli riferì tutto quello che Mattia le aveva strillato. Zorba le leccò le lacrime e all'improvviso si sentì miagolare come non aveva mai fatto prima.
<<Sei una gabbiana. Su questo lo scimpanzè ha ragione, ma solo su questo. Ti vogliamo tutti bene, Fortunata. E ti vogliamo bene perché sei una gabbiana, una bella gabbiana. Non ti abbiamo contraddetto quando ti abbiamo sentito stridere che eri un gatto, perché ci lusinga che tu voglia essere come noi, ma sei diversa e ci piace che tu sia diversa. Non abbiamo potuto aiutare tua madre, ma te sì. Ti abbiamo protetta fin da quando sei uscita dall'uovo. Ti abbiamo dato tutto il nostro affetto senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi>>.
<<Volare mi fa paura>> stridette Fortunata alzandosi.
<<Quando succederà, io sarò accanto a te>> miagolò Zorba leccandole la testa.
<<L'ho promesso a tua madre>>.
La gabbianella e il gatto nero grande e grosso iniziarono a camminare. Lui le leccava teneramente la testa, e lei gli copriva il dorso con una delle sue ali tese.

ANTOINE DE SAINT-EXUPERY - Il piccolo principe

 

Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l'altra, pareva che non sentisse mai le mie.

Così, quando vide per la prima volta il mio aeroplano (non lo disegnerò perche' sarebbe troppo complicato per me), mi domandò:
"Che cos'è questa cosa?"

"Non è una cosa - vola. E' un aeroplano. E' il mio aeroplano".
Ero molto fiero di fargli sapere che volavo.

Allora gridò:
"Come? Sei caduto dal cielo!"

"Sì", risposi modestamente.

"Ah! Questa è buffa..."
E il piccolo principe scoppiò in una bella risata che mi irritò.
Voglio che le mie disgrazie siano prese sul serio.

Poi riprese: "Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta sei?"
Intravvidi una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai bruscamente:
"Tu vieni dunque da un altro pianeta?"

Ma non mi rispose. Scrollò gentilmente il capo osservando l'aeroplano.
"Certo che su quello non puoi venire da molto lontano..."
E si immerse in una lunga meditazione.

Poi, tirando fuori dalla tasca la mia pecora, sprofondò nella contemplazione del suo tesoro.
Vi potete bene immaginare come io fossi incuriosito da quella mezza confidenza su "gli altri pianeti".

Cercai dunque di tirargli fuori qualche altra cosa:
"Da dove vieni, ometto? Dov'è la tua casa? Dove vuoi portare la mia pecora?"

Mi rispose dopo un silenzio meditativo:
"Quello che c'è di buono è che la cassetta che mi hai dato le servirà da casa per la notte".

"Certo. E se sei buono ti darò pure una corda per legare la pecora durante il giorno. E un paletto".

La mia proposta scandalizzò il piccolo principe.
"Legarla? Che buffa idea!"

"Ma se non la leghi andrà in giro e si perderà..."

Il mio amico scoppio' in una nuova risata:
"Ma dove vuoi che vada!"

"Dappertutto. Dritto davanti a sé..."

E il piccolo principe mi rispose gravemente:
"Non importa, è talmente piccolo da me!"
E con un po' di malinconia, forse, aggiunse:
"Dritto davanti a sé non si può andare molto lontano..."

Avevo così saputo una seconda cosa molto importante!
Che il suo pianeta nativo era poco più grande di una casa.
Tuttavia questo non poteva stupirmi molto.

Sapevo benissimo che, oltre ai grandi pianeti come la Terra, Giove, Marte, Venere ai quali si è dato un nome, ce ne sono centinaia ancora che sono a volte così piccoli che si arriva sì e no a vederli col telescopio.

Quando un astronomo scopre uno di questi, gli dà per nome un numero.
Lo chiama per esempio: "l'asteroide 3251".
Ho serie ragioni per credere che il pianeta da dove veniva il piccolo principe è l'asteroide B 612.

J. K. ROWLING - Harry Potter e il calice di fuoco

 

Da tre anni, Harry riviveva di continuo nella sua mente la morte dei suoi genitori, da quando aveva scoperto che erano stati assassinati, da quando aveva saputo cos'era successo quella notte: che Codaliscia aveva rivelato la posizione dei suoi genitori a Voldemort, e come lui era piombato loro addosso. Come Voldemort avesse ucciso per primo suo padre, dopo che James Potter aveva cercato di trattenerlo, urlando a sua moglie di prendere Harry e fuggire... come Voldemort fosse avanzato verso Lily Potter ordinandole di farsi da parte, in modo da poter colpire Harry... come lei avesse offerto la propria vita in cambio di quella di Harry... e allora Voldemort aveva ucciso anche lei, prima di puntare la bacchetta su Harry...

Tutto questo Harry lo sapeva dalla voce dei suoi stessi genitori, evocata dal tremendo potere dei Dissennatori, da lui affrontati l'anno prima: perché i demoni inducevano le loro vittime a rivivere i ricordi peggiori della loro vita, e ad annegare, impotenti, nella loro disperazione...

Come da una distanza infinita, Moody parlò di nuovo. Con uno sforzo enorme, Harry si costrinse a tornare al presente.

‘Avada Kedavra è una maledizione che ha bisogno di essere sostenuta da un grande potere magico: potreste estrarre tutti le vostre bacchette adesso, puntarle contro di me, e pronunciare le parole, e dubito che mi fareste uscire anche solo il sangue dal naso. Ma questo non ha importanza. Non sono qui per insegnarvi come si fa.

‘Ora, se non esiste contromaledizione, perché ve l'ho mostrata?

Perché dovete sapere. Dovete capire che cos'è il peggio. Non dovete trovarvi in una situazione in cui dobbiate affrontarlo. Vigilanza costante!’ ruggì, e tutta quanta la classe sobbalzò di nuovo.

‘Ora... questi tre anatemi - Avada Kedavra, Imperius e Cruciatus - sono noti come le Maledizioni Senza Perdono. L'uso su un essere umano basta a meritare una condanna a vita ad Azkaban. E' questo che dovete combattere. E' questo che devo insegnarvi a contrastare. Avete bisogno di preparazione. Avete bisogno di essere attrezzati. Ma soprattutto, avete bisogno di esercitare una costante, incessante vigilanza. Fuori le penne... ricopiate...’

Passarono il resto della lezione a prendere appunti su ciascuna delle maledizioni senza perdono. Nessuno parlò finché non suonò la campana: ma quando Moody li ebbe congedati e furono usciti dalla classe, esplose un torrente di chiacchiere. Quasi tutti discutevano le maledizioni con voci intimorite: ‘Avete visto come si contorceva?’, ‘E quando l'ha ucciso, proprio così!’

Parlavano della lezione, pensò Harry, come se si fosse trattato di una specie di spettacolo eccezionale, ma lui non l'aveva trovata molto divertente, e nemmeno Hermione, in apparenza.

‘Muovetevi’ disse in tono nervoso a Harry e Ron.

‘Non di nuovo quella maledetta biblioteca?’ disse Ron.

‘No’ disse Hermione asciutta, indicando un corridoio laterale.

‘Neville’.

Neville era da solo in mezzo al passaggio e fissava il muro di pietra con gli stessi occhi sgranati e pieni di orrore di quando Moody aveva dato la dimostrazione della Maledizione Cruciatus.

‘Neville?’ disse Hermione dolcemente.

Neville si guardò intorno.

‘Oh, ciao’ disse, la voce molto più acuta del solito. ‘Una lezione interessante, vero? Chissà che cosa c'è a cena, io... io muoio di fame, e voi?’

‘Neville, ti senti bene?’ chiese Hermione.

‘Oh, sì, sto bene’ farfugliò Neville con la stessa voce innaturale.

‘Una cena molto interessante... voglio dire, una lezione... che cosa c'è da mangiare?’

Ron scoccò a Harry uno sguardo allarmato.

‘Neville, cosa...?’

Ma uno strano tonfo sordo echeggiò alle loro spalle, e i ragazzi si voltarono per vedere il professor Moody che zoppicava verso di loro.

Tacquero di colpo, guardandolo tesi, ma quando Moody parlò la sua voce roca era molto più dolce e gentile del consueto.

‘Va tutto bene, ragazzo’ disse a Neville. ‘Perché non vieni su nel mio ufficio? Andiamo... possiamo berci una tazza di tè...’

La prospettiva di prendere il tè con Moody sembrò spaventare Neville ancora di più. Non si mosse né parlò.

Moody puntò l'occhio magico su Harry. ‘Stai bene, vero, Potter?’

‘Sì’ rispose Harry, quasi in tono di sfida.

L'occhio azzurro di Moody tremò appena nella palpebra mentre scrutava Harry.

Poi Moody disse: ‘Dovete sapere. Sembrerà duro, forse, ma dovete sapere. Fingere non serve a niente... bene... andiamo, Paciock, ho dei libri che potrebbero interessarti’.

Neville scoccò un'occhiata supplichevole a Harry, Ron e Hermione, ma loro non dissero niente, quindi non ebbe altra scelta che lasciarsi condurre via, una delle mani nodose di Moody sulla spalla.



PETALI PROFUMATI - I vostri haiku

Se siete iscritti a Facebook e volete cimentarvi con la scrittura degli haiku, oppure siete esperti e volete contribuire con i vostri componimenti, vi invito a iscrivervi al mio gruppo PETALI PROFUMATI - I nostri haiku.  Il link per gli iscritti a facebook è il seguente:

 https://www.facebook.com/groups/petaliprofumati/

 

Se chiedete l'iscrizione, daremo una veloce occhiata  al vostro diario di Facebook (per evitare di iscrivere buontemponi e perditempo). Sono graditi coloro che amano l'arte, la bellezza, la gioia e coloro che vogliono leggere o scrivere haiku. Il gruppo propone diverse attività: organizziamo giochi e gare di haiku (in premio diamo pergamene virtuali).