ANTOLOGIA DI LETTERATURA ITALIANA E STRANIERA

 

"La solitudine dei numeri primi" di PAOLO GIORDAN

"La voce del tuono" di WILBUR SMITH

"Non ti muovere" di MARGARET MAZZANTINI

"Cent'anni di solitudine" di GABRIEL GARCIA MARQUEZ

"Jane Eyre" di CHARLOTTE BRONTE

"Il ritratto di Dorian Gray" di OSCAR WILDE

"Sotto gli occhi dell'Occidente" di JOSEPH CONRAD

"Il dottor Zivago" di BORIS PASTERNAK

"Il deserto dei Tartari" di DINO BUZZATI 

 

PAOLO GIORDANO - La solitudine dei numeri primi

 

I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospetti e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Alltre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.

In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 42. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato, fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l'uno all'altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finché non li si scopre.

Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e sperduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l'aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto.

La solitudine dei numeri primi, Oscar Mondadori Milano 2008, pp. 129-130.

WILBUR SMITH - "La voce del tuono"

 

Aiutare gli altri anche quando si ha paura per la propria incolumità.

 

Avanzare ancora nella prateria sottostante le alture era un suicidio. La risolutezza che l'aveva sostenuto fin lì si afflosciò e la paura spezzò la frusta con cui Sean l'aveva tenuta sotto controllo. Corse indietro alla cieca, gemendo, piegato in avanti, i gomiti che si muovevano al ritmo dei piedi sospinti dal terrore.

Poi, accanto a lui, Saul fu colpito al capo. L'impatto del proiettile lo gettò in avanti, mentre il fucile gli schizzava di mano. Emise un gemito di dolore e di sorpresa, quindi cadde piegandosi sul ventre. Sean continuò a correre.

"Sean!" La voce di Saul dietro di lui.

"Sean!". Una disperata invocazione di aiuto. Ma Sean chiuse la sua mente a quella e corse verso la sicurezza del fossato.

"Sean. Ti prego!"

Si fermò e rimase incerto, con i Mauser che abbaiavano sulle alture e le pallottole che falciavano l'erba intorno a lui.

"Lascialo", urlava a Sean il suo terrore. "Lascialo. Corri!Corri!"

Saul strisciava verso di lui, con la faccia coperta di sangue e gli occhi fissi sul suo volto. "Sean!"

"Lascialo!Lascialo!

Ma c'era speranza su quel pietoso viso insanguinato, e le dita di Saul artigliavano l'erba fino alle radici, mentre si trascinava in avanti.

Era al di là di ogni bragionevolezza. Ma Sean tornò indietro.

Spronato dal terrore, trovò la forza di sollevare Saul e di correre con lui.

Odiandolo come non aveva mai odiato prima, Sean trasportò barcollando il compagno verso il fosso di drenaggio. La tensione nervosa rallentava il ritmo del tempo e gli parve di correre per un'eternità. "Maledetto" disse a Saul, odiandolo...Poi il terrenpo gli mancò sotto i piedi. Caddero insieme nel fossato...

"Grazie, Sean". Improvvisamente Courteney si accorse che gli occhi del compagno erano pieni di lacrime e la cosa lo imbarazzò. Distolse lo sguardo.

"Grazie...per essere tornato a prendermi".

"Dimenticalo".

"Non lo dimenticherò mai. Finché avrò vita".

"Tu avresti fatto lo stesso".

"No, non credo. Non ne sarei stato capace. Ero così spaventato, così terrorizzato, Sean. Tu non puoi sapere. Tu non saprai mai cosa significhi avere tanta paura...Ti devo la vita".

"Chiudi il becco, maledizione!"...Sean non riuscì a trattenere la propria rabbia. "Così, io non saprei cos'è la paura! Ero talmente terrorizzato là fuori che ... ti odiavo. Mi senti?Ti odiavo".

Poi la sua voce si raddolcì. Doveva spiegarlo a Saul e a se stesso. Doveva parlarne, giustificarlo e sistemarlo saldamente nell'ordine delle cose.

A un tratto si sentì molto vecchio e saggio. Teneva nelle sue mani la chiave del grande mistero della vita. Era tutto così chiaro, per la prima volta lo capiva e poteva spiegarlo.

WILBUR SMITH - La voce del tuono, Superpocket 2010 su licenza Longanesi, Milano, pp.119-121

Non ti muovere - MARGARET MAZZANTINI

 

Tua madre parte, un viaggio di lavoro di un paio di giorni, una boccata di tempo per me. Sta sistemando le ultime cose nella valigia, quella del viaggio di nozze, di camoscio maculato. Il suo braccio mi sfiora mentre cerca un foulard nell'armadio a più ante che riempie tutta la parete. Indossa un tailleur pantalone con un collo sciallato, di un morbido jersey color noce moscata, e una collana molto semplice, fatta di grossi grani di ambra trattenuti da un filo di raso nero. Prendo una camicia, io ho solo camicie bianche, e completi con la cravatta girata intorno alla stampella, così non sbaglio. Elsa qualche volta mi ha spinto a osare, almeno con un cappello. C'è un suo amico, uno scrittore berlinese, che sfoggia baschi, zuccotti, panama, feluche, a lui stanno bene, è eccentrico, bisessuale, intelligentissimo. Lo scrittore berlinese l'avrebbe sicuramente resa più felice. Magari s'incontrano in qualche caffé letterario, lui posa il suo sombrero o il suo colbacco sulla sedia, le legge i suoi scritti, lei si emoziona. Sì, è matura al punto giusto, borhese al punto giusto, per un amante bisessuale. Avere una donna così elegante accanto mi ha sempre riempito di orgoglio. Oggi invece la sua eleganza mi rende triste. L'ennesimo travestimento...

Non voglio stare solo, voglio stare con Italia e se non avessi incontrato lei probabilmente non avrei trovato una sola ragione valida per separarmi da Elsa. Non ho nulla da rimproverarle o forse troppo. Non la amo più e forse non l'ho mai amata davvero, sono stato sedotto da lei. Ho subito la sua tirannia, a tratti estasiato, a tratti intimorito, e infine con sommessa fatica. se la guardo attentamente adesso, tanto lei non si accorge di me, sta facendo l'inventario dei cosmetici nel beauty-case, se la guardo adesso, che ha uno sguardo fisso e ottuso, la mascella rilassata, adesso penso: Che ci fa questa donna qui? Che c'entra lei con me?

Non ti muovere, I libri del Corriere della sera, Milano 2006, pp. 141-142-

 

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - Cent'anni di solitudine
Aureliano non poté muoversi. Non perché lo avesse paralizzato lo stupore, ma perché in quell'istante prodigioso gli si rivelarono le chiavi definitive di Melquìades, e vide l’epigrafe delle pergamene perfettamente ordinata nel tempo e nello spazio degli uomini: Il primo della stirpe è legato a un albero e l'ultimo se lo stanno mangiando le formiche.
Aureliano non era mai stato così lucido in nessun atto della sua vita come quando dimenticò i suoi morti e il dolore dei suoi morti, e tornò a sbarrare le porte e le finestre con le crociere di Fernanda per non lasciarsi turbare da alcuna tentazione del mondo, perché allora sapeva che nelle pergamene di Melquíades era scritto il suo destino. Le trovò intatte, tra le piante preistoriche e le pozze fumanti e gli insetti luminosi che avevano bandito dalla stanza ogni vestigio del  passaggio degli uomini sulla terra, e non ebbe la serenità di portarle alla luce, ma in quel luogo stesso, in piedi, senza la minima difficoltà, come se fossero state scritte in spagnolo sotto lo splendore accecante del mezzogiorno, come a decifrarle a voce alta. Era la storia della famiglia, scritta da Melquiades perfino nei suoi particolari più triviali, con cent'anni di anticipo. L'aveva redatta in sanscrito, che era la sua lingua materna, e aveva cifrato i versi pari con la chiave privata dell'imperatore Augusto, e quelli dispari con chiavi militari lacedemoni. La protezione finale, che Aureliano cominciava a intravedere quando si era lasciato confondere dall'amore di Amaranta Ursula, si basava sul fatto che Melquíades non aveva ordinato i fatti nel tempo convenzionale degli uomini, ma che aveva concentrato un secolo di episodi quotidiani, di modo che tutti coesistessero in un istante. Affascinato dalla scoperta, Aureliano lesse ad alta voce, senza salti, le encicliche cantate che lo stesso Melquíades aveva fatto ascoltare ad Arcadio, e che erano in realtà le predizioni della sua esecuzione, e trovò annunziata la nascita della donna più bella del mondo che stava salendo al cielo in corpo e anima, e conobbe l'origine di due gemelli postumi che rinunciavano a decifrare le pergamene, non soltanto per incapacità e incostanza, ma perché i loro tentativi erano prematuri. A questo punto, impaziente di conoscere la propria origine, Aureliano passò oltre. Allora cominciò il vento, tiepido, incipiente, pieno di voci del passato, di mormorii di gerani antichi, di sospiri di delusioni anteriori alle nostalgie più tenaci. Non se ne accorse perché in quel momento stava scoprendo i primi indizi del suo essere, in un nonno concupiscente che si lasciava trascinare dalla frivolità attraverso un altipiano allucinato, in cerca di una donna bella che non lo avrebbe fatto felice. Aureliano lo riconobbe, incalzò i sentieri occulti della sua discendenza, e trovò l'istante del suo stesso concepimento tra gli scorpioni e le farfalle gialle di un bagno crepuscolare, dove un avventizio saziava la sua lussuria con una donna che gli si dava per ribellione.
Era cosí assorto, che non sentì nemmeno il secondo assalto del vento, la cui potenza ciclonica strappò dai cardini le porte e le finestre, svelse il tetto dell'ala orientale e sradicò le fondamenta.
Soltanto allora scoprì che Amaranta Ursula non era sua sorella, ma sua zia, e che Francis Drake aveva assaltato Riohacha soltanto perché loro potessero cercarsi per i labirinti più intricati del sangue, fino a generare l'animale mitologico che avrebbe posto termine alla stirpe. Macondo era già un pauroso vortice di polvere e macerie, centrifugato dalla collera dell'uragano biblico, quando Aureliano saltò undici pagine per non perder tempo con fatti fin troppo noti, e cominciò a decifrare l'istante che stava vivendo, e lo decifrava a mano a mano che lo viveva, profetizzando sé stesso nell'atto di decifrare l'ultima pagina delle pergamene, come se si stesse vedendo in uno specchio parlante. Allora saltò oltre per precorrere le predizioni e appurare la data e le circostanze della sua morte. Tuttavia, prima di arrivare al verso finale, aveva già compreso che non sarebbe mai più uscito da quella stanza, perché era previsto che "la città degli specchi (o degli specchietti) sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell'istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.
JOSEPH CONRAD - Sotto gli occhi dell'Occidente
"Un atto di coscienza dev'essere compiuto con una certa dignità esteriore. Egli sentiva disperatamente il bisogno d'una parola di consiglio, d'un appoggio morale. Chi sa che cos'è la vera solitudine... non la parola convenzionale, ma il puro terrore? Ai solitari stessi essa è mascherata; e il più miserabile proscritto stende le braccia verso qualche memoria o qualche illusione. Oggi o domani, una fatale coincidenza di fatti può sollevare il velo un momento ... ma un momento soltanto, poiché nessun essere umano potrebbe sopportare la vista costante della solitudine morale, senza impazzire".

CHARLOTTE BRONTE - JANE EYRE

 

XVII.

 

La villa di Ferndean era una vecchia costruzione, non molto alta e senza pretensioni architettoniche, posta in mezzo ai boschi.

Il signor Rochester ne parlava spesso e qualche volta vi andava.

Suo padre aveva comprato quella tenuta per le belle rocce che vi erano annesse, e il figlio l'avrebbe affittata volentieri, se avesse trovato, ma nessuno la voleva perché l'aria era cattiva.

Ferndean non era dunque né abitata, né mobiliata, ad eccezione di poche stanze preparate per ricevere il padrone al tempo delle caccie.

Giunsi un poco prima di sera; il cielo era triste, il vento freddo ed ero bagnata da una pioggia continua.

Feci a piedi l'ultimo miglio dopo aver rimandato il carrozzino.

La villa non si vedeva, benché fosse vicinissima, tanto erano folti i boschi che la circondavano.

Cancelli di ferro, posti per pilastri di granito, indicavano l'ingresso.

Dopo averli oltrepassati, mi trovai in una mezza oscurità prodotta da una doppia fila di alberi.

Fra i tronchi nodosi si stendeva un sentiero erboso che costeggiava il bosco.

Lo seguii sperando che mi avrebbe condotto alla villa, ma continuava sempre e non si vedevano né prati, né case.

Supposi di avere sbagliato direzione e di essermi smarrita e guardai intorno a me per cercare un'altra via; non ve n'era alcuna.

Andai avanti e alla fine la via si allargò, gli alberi si fecero meno fitti.

Presto scorsi una cancellata, poi una casa.

L'oscurità impediva quasi di distinguerla dagli alberi, tanto le mura erano scure, umide e verdastre.

Passai il cancello che era chiuso soltanto da un chiavistello e mi trovai in mezzo a prati, circondati d'alberi, piantati in semicerchio davanti alla casa.

Non vi erano fiori, ma soltanto un gran viale che conduceva al centro del bosco.

La casa, vista di faccia, aveva due torrette nel centro; le finestre erano strette e munite d'inferriate, la porta era pure angusta e vi si saliva con uno scalino.

Era proprio, come aveva detto l'oste, un luogo desolato e silenzioso come una tomba.

Il rumore della pioggia che batteva sulle foglie era il solo rumore che si udisse.

— Ci può essere vita qui? — domandai.

Sì, vi era una specie di vita, perché udii un rumore, l'angusta porta si aprì lentamente e una figura comparve su quella.

Era un uomo, senza cappello, e stese la mano come per sentire se piovesse.

Nonostante l'oscurità lo riconobbi: era il mio padrone, Edoardo Rochester.

Mi fermai, trattenni il respiro e mi diedi a esaminarlo senza essere veduta, ahimè! senza poterlo essere.

Quell'incontro improvviso e l'ebrezza erano amareggiati dalla vista di lui.

Non dovetti far forza a me stessa per trattenere la voce e il passo.

La figura era egualmente vigorosa, il portamento eretto e i capelli neri; neppure i suoi tratti erano abbattuti.

Un anno di dolore non aveva potuto distruggere la forza atletica né la vigorosa giovinezza del signor Rochester; ma quale cambiamento nell'espressione!

II suo volto disperato e irrequieto mi fece pensare agli uccelli da preda, che sono così pericolosi per chi li avvicina quando manca loro la libertà.

L'aquila imprigionata, cui una mano crudele ha tolto gli occhi cerchiati d'oro, doveva somigliare a quel Sansone cieco.

Credete forse che mi sgomentassi della sua ferocia? Se lo pensate, non mi conoscete.

Cullavo il mio dolore nella dolce speranza di deporre presto un bacio su quelle pupille chiuse, ma il momento non era giunto per avvicinarmi a lui.

Scese il gradino e avanzò lentamente esitando verso il prato.

Che cosa n'era della sua andatura così ardita? Si fermò, non sapendo da qual lato volgere, stese la mano, sollevò le palpebre, guardò intorno a sé e facendo uno sforzo diresse gli occhi verso gli alberi e il cielo. Mi accorsi bene che tutto era per lui oscurità (...)

Il vassoio mi tremava fra le mani e l'acqua si versò in parte. Anche il cuore mi batteva forte.

Maria aprì la porta del salotto e la richiuse.

Il salotto era triste; il fuoco si spegneva nel caminetto antico, al quale il cieco teneva appoggiata la testa; di faccia a lui stava accucciato Pilato.

L'animale stava distante dal padrone, quasi temesse di esser pestato.

Quando entrai, Pilato rizzò le orecchie, si alzò abbaiando e diedesi a saltarmi intorno.

Per poco non mi fece cadere il vassoio.

Posai questo sulla tavola, poi mi accostai al cane e gli dissi piano: Giù, Pilato!

Il signor Rochester si volse per sapere che cosa aveva cagionato quel trambusto, ma, non potendo veder nulla, sospirò.

Datemi dell'acqua, Maria, — disse. Mi accostai col bicchiere. Pilato mi seguiva, sempre eccitato.

Che cosa c'è, dunque? — domandò il signor Rochester.

Giù, Pilato! — ripetei.

Il signor Rochester si fermò nel momento in cui stavo per avvicinargli il bicchiere alle labbra, e parve ascoltare; poi bevve e posò il bicchiere.

Siete voi, Maria, non è vero? — disse.

Maria è in cucina — risposi. Egli avanzò rapidamente la mano, ma, non vedendoci, non potè toccarmi.

Chi è? Chi è? — domandò, sforzandosi di vedere.

Sforzo vano e doloroso!

Rispondetemi, parlatemi ancora! — esclamò con voce alta e imperiosa.

Volete dell'altr'acqua, signore? — dissi. Ne ho versato la metà.

Chi è? Com'è? Chi parla?

Pilato mi ha riconosciuta, e John e Maria anche. Sono giunta stasera — risposi.

Gran Dio! Qual delusione mi aspetta! Quale dolce pazzia m'invade!

Non vi sarà delusione, come non vi è pazzia. La vostra mente, signore, è troppo forte per andar soggetta alla pazzia.

Dov'è quella che parla? Ma è una voce soltanto? Oh! non posso vederla! Bisogna che la senta il mio cuore, se no cesserà di battere, la testa mi scoppierà. Chiunque siate, lasciate che vi tocchi, se no morrò!

Si mise a brancolare. Io fermai la sua mano errante e la chiusi nelle mie.

Sono i suoi ditini! esclamò. I suoi ditini delicati! Allora è qui tutta intera.

La mano muscolosa si sprigionò dalle mie, afferrò il braccio, la spalla, il collo, la vita e ben presto mi sentii stretta a lui.

È Jane? È lei davvero? Queste sono le sue forme, la sua vita...

Ed è la sua voce — aggiunsi. — È lei tutta intera, con lo stesso cuore per voi. Iddio vi benedica, signore! Sono felice di essere accanto a voi.

Jane Eyre! Jane Eyre! — fu tutto quello che potè dire.

Mio caro padrone — risposi — sono Jane Eyre; vi ho ritrovato e torno a voi.

— Siete voi davvero, in carne ed ossa? La mia Jane vivente?

— Mi toccate, signore, e mi stringete forte. Non sono fredda come un cadavere e non svanisco come spirito.

— La mia adorata è viva! Queste sono certo le sue membra, questo il suo spirito; ma non è possibile che io sia tanto felice dopo tanto dolore. È un sogno, un sogno come quello che ho fatto spesso, figurandomi di stringerla a me, di toccarla come ora, e sentivo che mi amava e che non mi avrebbe lasciato mai.

E non vi lascierò più da oggi, signore.

— Anche la visione lo diceva, ma svaniva, e io mi trovavo solo e burlato, ed ero desolato, abbandonato; la mia vita continuava ad esser tetra, isolata e senza speranza. La mia anima era assetata, il mio cuore affamato! Visione gentile, che stringo al petto, anche tu svanirai come le altre; ma baciami prima di fuggire, Jane, abbracciami.

Sì, sì, ecco!

Posai le labbra sui suoi occhi, un tempo così brillanti e ora senza luce; sollevai i suoi capelli, e lo baciai in fronte.

Parve che a un tratto si destasse; la convinzione della realtà gli era penetrata nel cuore.

Siete voi, Jane? Siete tornata a me?

— Sì, sono io.

— Allora non siete morta in qualche fosso, nel fondo di qualche torrente? Non siete avvilita in casa di estranei?

(...)

 Non vi ho detto che ero indipendente e ricca? Sono padrona assoluta di me, signore.

— E volete restar con me?

— Certo, a meno che non me lo permettiate. Sarò la vostra vicina, la vostra infermiera, dirigerò la vostra casa. Vi ho trovato solo, sarò la vostra compagna, vi leggerò, passeggerò con voi, mi sederò presso di voi, sarò le vostre mani e i vostri occhi. Cessate di mostrarvi afflitto, caro padrone: non sarete mai abbandonato finché io vivrò.

Non rispose: pareva serio e distratto.

Sospirò, socchiuse le labbra per parlare e le richiuse di nuovo.

Io provavo un senso di malessere, forse avevo messo troppo zelo nelle mie offerte, forse avevo tenuto poco conto delle convenienze, e lui, come Saint-John, era stato offeso dalla mia sfrontatezza.

Avevo fatta la mia proposta partendo dall'idea che egli volesse sposarmi.

Benché non l'avesse detto, ero convinta che mi avrebbe reclamata come cosa sua, ma vedendo che non diceva nulla e che il suo aspetto si faceva sempre più chiuso, temei d'essermi ingannata e di aver agito alla leggiera.

Allora cercai di svincolarmi dalle sue braccia, ma egli mi strinse a sé più forte.

No, Jane, non partite! — esclamò. — Non partite! Vi ho toccata, ascoltata, ho sentito tutta la felicità di avervi accanto, tutta la dolcezza di esser consolato da voi; non posso rinunziare a questa gioia.

"II mondo potrà ridere, potrà chiamarmi pazzo ed egoista, non importa. La mia anima ha bisogno di voi; ella vuole essere appagata, se no si vendicherà crudelmente sul corpo che la tiene schiava.

Ebbene, signore, rimarrò con voi come ho detto.

— Sì, ma dicendo che resterete con me, voi capite una cosa e io un'altra. Voi potreste forse risolvervi a essermi sempre accanto, a servirmi come un'attenta infermiera, perché avete il cuore affettuoso, siete generosa e pronta a sacrificarvi per quelli che compatite. Questo dovrebbe bastarmi certo. Dovrei aver per voi soltanto sentimenti paterni; non è questo il vostro pensiero, dite?

(...)

È tempo che qualcuno vi faccia riprendere aspetto umano, — dissi, rialzandogli i capelli lunghi e folti, — perché vedo che siete cambiato in leone o in qualche altra fiera. I vostri capelli mi rammentano le penne dell'aquila, ma non so se vi siate lasciato crescer le unghie come artigli.

— In fondo a questo braccio non c'è né mano, né unghie, — disse, cavando dal petto il braccio monco per farmelo vedere. — È’ un moncherino; che spettacolo orribile, non è vero, Jane?

— Sì, fa pena a vederlo, e fanno pena i vostri occhi e la cicatrice della fronte. E il peggio si è che si corre rischio di amarvi troppo per questo, e di stimarvi più di quel che valete.

— Credevo, Jane, che avreste provato ribrezzo vedendomi in questo stato.

— Come! Non osate dirmelo, se no avrò cattiva opinione di voi. Ma ora lasciatemi andare perché possa fare un buon fuoco. Vedete la fiamma?

— Sì, con l'occhio destro vedo un chiarore.

— E vedete anche le candele?

— Ognuna è per me come una nube luminosa.

— Mi distinguete?

— No, cara, ma sono infinitamente pago udirvi e di sentirvi.

— A che ora cenate?

— Non ceno mai.

— Ma stasera cenerete, perché ho fame, e sono sicura che a questo non avete pensato.

Chiamai Maria, e la stanza prese subito un aspetto più assettato e più grazioso, e preparai una buona cena.

Ero eccitata e gli parlai con piacere durante la cena e dopo.

Con lui almeno non ero costretta a reprimere la vivacità, mi sentivo sicura, perché sapevo di piacergli. Tutto quello che gli dicevo lo consolava e lo rianimava.

Deliziosa certezza, che faceva espandere liberamente tutte le mie qualità!

Benché cieco, il sorriso gli animava il volto, i suoi tratti prendevano una espressione più calda e più dolce.

OSCAR WILDE - IL RITRATTO DI DORIAN GRAY 

Capitolo undicesimo

 

Per molti anni Dorian Gray non poté liberarsi dall'influenza di quel libro, e forse sarebbe più giusto dire che non cercò mai di liberarsene. Fece venire da Parigi non meno di nove esemplari non rilegati della prima edizione e li fece rilegare in colori diversi, così che potessero accordarsi con i suoi vari stati d'animo e con le mutevoli fantasie di una natura sulla quale, a volte, sembrava che lui stesso avesse perso ogni controllo.

L'eroe, quel meraviglioso giovane parigino nel quale il temperamento romantico e quello scientifico erano così stranamente mischiati, diventò per lui quasi una prefigurazione di se stesso; e davvero il libro gli sembrava che contenesse la storia della sua vita scritta prima che lui l'avesse vissuta.

In un punto però egli era più fortunato del fantastico eroe di quel romanzo. Egli non conobbe mai, anzi, non ebbe mai motivo di conoscere, quel terrore un po' grottesco degli specchi, delle superfici metalliche lucide, delle acque immobili, dal quale il giovane parigino fu colto tanto presto nella sua vita, dovuto all'improvviso disfacimento di una bellezza che un tempo, a quanto pare, era stata eccezionale. Con una gioia quasi crudele- e forse un po' di crudeltà entra in quasi tutte le gioie, come entra sicuramente in ogni piacere - leggeva l'ultima parte del libro, con la sua descrizione davvero tragica, anche se un po' troppo accentuata, dell'angoscia e della disperazione di un uomo che aveva perso quello che, negli altri e nel mondo, aveva apprezzato di più.

Dato che quella bellezza meravigliosa, che aveva tanto affascinato Basil Hallward e molti altri con lui, sembrava non dovesse mai abbandonarlo. Nemmeno quelli che avevano sentito dire le cose più gravi sul suo conto, poiché ogni tanto si diffondevano per Londra strane voci sul suo modo di vivere e diventavano l'argomento dei pettegolezzi dei circoli, potevano credere di lui, quando lo vedevano, niente di disonorante.

Aveva sempre l'aspetto di chi è riuscito a conservarsi immune da qualunque sporcizia del mondo. Uomini che usavano un linguaggio scurrile stavano zitti, non appena Dorian Gray entrava nella stanza; nel suo volto c'era un che di puro che ai loro occhi sembrava come un rimprovero. La sua presenza era sufficiente a rievocare in loro il ricordo dell'innocenza che avevano macchiato, ed essi si meravigliavano che un essere pieno di fascino e di grazia come lui fosse riuscito a sottrarsi all'impronta di un'età che era insieme sordida e sensuale.

Spesso, tornando a casa da una di quelle sue misteriose e prolungate assenze che facevano nascere tante strane congetture tra quelli che erano o credevano di essere suoi amici, saliva nella stanza chiusa al piano superiore, apriva la porta con la chiave dalla quale non si separava mai e si sistemava, con uno specchio, di fronte al ritratto dipinto da Basil Hallward, guardando ora la faccia cattiva e invecchiata sulla tela, ora il bel volto giovanile che gli sorrideva dal vetro pulito.

L'intensità stessa del contrasto sembrava acuire in lui la sensazione voluttuosa. Di giorno in giorno crescevano in lui di pari passo l'amore per la propria bellezza e l'interessamento alla corruzione della propria anima. Esaminava le linee ripugnanti che solcavano quella fronte rugosa o che circondavano quella pesante bocca sensuale con una cura minuziosa e a volte con una voluttà mostruosa e terribile, chiedendosi a volte se fossero più orribili le impronte dell'età oppure quelle del peccato. Metteva le mani bianche vicino a quelle ruvide e gonfie del ritratto e sorrideva.

Derideva quel corpo deformato e quelle membra infiacchite.

Di notte, quando giaceva insonne nella sua camera delicatamente profumata o nella lurida stanza di qualche taverna malfamata del porto che era solito frequentare sotto falso nome e travestito, c'erano momenti nei quali gli capitava di pensare alla rovina che aveva attirato sulla sua anima, con una compassione tanto più acuta in quanto era squisitamente egoistica; ma quei momenti erano rari. Pareva che quella curiosità della vita che Lord Henry aveva risvegliato in lui per la prima volta quando si erano seduti insieme nel giardino del loro amico, tanto più aumentasse quanto più era appagata. Più sapeva e più desiderava sapere; più soddisfaceva i suoi folli appetiti e più questi diventavano famelici.

Peraltro non aveva abbandonato ogni riguardo, almeno nei suoi rapporti con la società. Un paio di volte al mese durante l'inverno e ogni mercoledì sera durante la "season" londinese era solito aprire la sua bella casa al mondo elegante e faceva venire i più celebri musicisti del momento a deliziare i suoi ospiti con le meraviglie della loro arte. I suoi pranzi, nel preparare i quali era costantemente assistito da Lord Henry, erano famosi sia per la cura nella scelta e nel collocamento degli invitati sia per il gusto squisito dimostrato nella decorazione della tavola, con la disposizione raffinata di fiori esotici, di tovaglierie ricamate, e di posateria antica d'oro e d'argento. Anzi non erano pochi, specialmente tra i giovanissimi, quelli che vedevano o che si immaginavano di vedere in Dorian Gray la vera personificazione di un tipo che avevano sognato più volte durante gli anni di Eton e di Oxford, un tipo che doveva riunire la vera cultura dell'erudito con tutta la grazia, la distinzione e la perfezione di modi, tipiche del cosmopolita. Sembrava loro che lui appartenesse alla compagnia di quelli dei quali Dante dice che avevano cercato di rendersi perfetti mediante il culto della bellezza: era, come il Gautier, uno per il quale "il mondo visibile esisteva".

Per lui, certo, la vita in se stessa era la prima e la più grande delle arti, per la quale tutte le altre arti sembravano costituire solo una preparazione. La moda, che rende universale per un momento quello che in realtà è fantastico, e l'eleganza del vestire e dei modi, che è, nel suo genere, un tentativo di affermare l'assoluta modernità della bellezza, avevano naturalmente un fascino per lui.

Il suo modo di vestire e lo stile particolare che adottava ogni tanto esercitavano una spiccata influenza sui giovani raffinati dei balli di Mayfair e dei circoli di Pall Mall. Lo imitavano in tutto quello che faceva e si sforzavano di riprodurre il fascino casuale delle sue graziose frivolezze, che lui, peraltro, non prendeva interamente sul serio.

BORIS PASTERNAK
Il dottor Zivago
E' una malattia di questi ultimi tempi. Credo che le cause siano d'origine morale. Alla gran maggioranza di noi si richiede un'ipocrisia costante, eretta a sistema. Ma non si può, senza conseguenze, mostrarsi ogni giorno diversi da quello che ci si sente: sacrificarsi per ciò che non si ama, rallegarsi di ciò che ci rende infelici. Il sistema nervoso non è un vuoto suono o un'invenzione. La nostra anima occupa un posto nello spazio e sta dentro di noi come i denti nella bocca. Non si può impunemente violentarla all'infinito.

DINO BUZZATI

Il deserto dei Tartari

 

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch'era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò nello specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c'era un grande silenzio , si udivano solo i piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all'Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l'incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni uno ad uno, che sembrava non finissero mai.
Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più dai consumarsi sui libri nè tremare alla voce del sergente, eppure tutto questo era passato. Tutti quei giorni, che gli erano sembrati odiosi, si erano ormai consumati per sempre, formando mesi ed anni che non si sarebbero ripetuti mai.
Sì adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo - si accorse Giovanni Drogo - il tempo migliore, la prima giovinezza, era probabilmente finito. Così Drogo fissava lo specchio, vedeva uno stentato sorriso sul proprio volto, che invano aveva cercato di amare.

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