Brani di letteratura magica e fantastica

EDGAR ALLAN POE - Il ritratto ovale

 

A lungo andare però, sembrandomi d'aver scoperto il vero segreto del suo effetto, mi lasciai ricadere sul letto. Io aveva indovinato che il fascino di quella pittura era un'impressione vitale assolutamente adeguata alla vita stessa; ciò che dapprima m'aveva fatto trasalire, poi confuso, soggiogato, atterrito. Pieno di spavento profondo, misterioso, io ricollocai il candelabro alla sua pristina posizione, ed essendomi così tolto dagli occhi la causa della mia violenta agitazione, cercai ansiosamente il volume che conteneva l'analisi dei dipinti e la loro istoria. Passando tosto al numero che designava il ritratto ovale, io vi lessi allora lo strano e singolare racconto che segue: «Era una giovinetta veramente d'una rara bellezza e che non era meno amabile di quel che fosse piena di giovialità. E maledetta sia l'ora in cui essa vide il pittore! innamorossi di lui e divenne infine sua sposa. «Egli, appassionato, studioso, austero, e che aveva già trovato nell'arte la sua fidanzata: ella una giovinetta non meno amabile che piena di gajezza, tutta luce e sorrisi e colle pazzie in capo di una giovine gazzella; innamorata alla follia d'ogni cosa, e non odiando che l'arte, che era la sua rivale; nulla temendo fuorchè la tavolozza e i pennelli e gli altri odiosi istrumenti che la privavano dell'aspetto del suo adorato amante. Oh! fu una ben terribile cosa per questa poveretta quando essa udì il pittore manifestarle il desiderio di dipingere egli stesso la sua giovine sposa. Ma essa era umile ed obbediente, e posò quindi con dolcezza, durante ben lunghe settimane, nella tetra e più alta camera della torre, ove la luce pioveva sulla bianca tela solamente da un'apertura del soffitto. Ma egli, il pittore, metteva ogni sua gloria in quel lavoro, che progrediva di giorno in giorno, di ora in ora. Ed era un uomo appassionato e strano e pensieroso che si perdeva in fantasticherie; cosicchè egli non voleva vedere come la luce che cadeva così lugubremente in quella torre isolata disseccava le fonti della salute ed ogni vigoria di spirito della sua amata, la quale periva visibilmente agli occhi di tutti, fuorchè ai suoi.

Edgar Allan Poe 

 

IL CORVO 

 

 

     Allora spalancai le imposte e sbattendo le ali entrò un Corvo maestoso dei santi tempi antichi, che non fece un inchino né si fermò un istante, e con aria di dama o di gran gentiluomo si appollaiò su un busto di Pallade sulla porta. Si posò, si sedette e nulla più.

     Poi quell’uccello d’ebano, col suo austero decoro, indusse ad un sorriso le mie fantasie meste, “Benché” dissi “rasata sia la tua cresta, un vile non sei, orrido, antico corvo venuto da notturne rive. Qual è il tuo nome nobile sulle plutonie rive?”. Disse il corvo “Mai più”.

     Provai grande stupore a parole tanto chiare dette da un goffo uccello, benché di poco senso. Certo, si converrà, giammai uomo poté vedere uccello o altro animale posasi sulla sua porta: uccello o altro animale su un busto in una stanza, con un nome così ‘Mai più ’.

     Ma quel Corvo posato solitario sul placido busto, come se tutta l’anima versasse in quelle parole, altro non disse, immobile, senza agitare piuma, finché non mormorai: “Altri amici di già sono volati via: lui se ne andrà domani, volando con le mie speranze”. Allora disse il Corvo: “Mai più”.

     Trasalii al silenzio interrotto da un dire tanto esatto, “Parole” mi dissi “che sono la sola scorta sottratta a un padrone bloccato dal Disastro, perseguitato finché un solo ritornello non ebbero i suoi canti, un cupo ritornello, i canti funerei della sua Speranza: ‘Mai, mai più’”.

     Rasserenando ancora il Corvo le mie fantasie, sospinsi verso di lui, verso quel busto e la porta, una poltrona dove affondai tra fantasie diverse, pensando a cosa mai l’infausto uccello del tempo antico, cosa mai quel sinistro, infausto e torvo animale antico potesse voler dire gracchiando ‘Mai più ’.

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