Nuova antologia di letteratura

Brani tratti dalle seguenti opere:

 

  • BANANA YOSHIMOTO - Arcobaleno
  • ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira
  • ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare
  • GEORGETTE HEYER - La pedina scambiata
  • JOHN FORSYTH - Il giorno dello Sciacallo
  • ISABEL ALLENDE - Paula 
  • TRUMAN CAPOTE - Colazione da Tiffany
  • JANE AUSTEN - Orgoglio e pregiudizio
  • MARGARETH MITCHELL - Via col vento
  • HONORE' DE BALZAC - Eugenia Grandet
  • GANDOLIN (L.A. VASSALLO) - La famiglia De-Tappetti
  • IGINO UGO TARCHETTI - Fosca
  • CESARE PAVESE - La luna e i falò
  • CARLOS LUIS ZAFON - L'ombra del vento

BANANA YOSHIMOTO - Arcobaleno

 

"Al Tour della laguna si può nuotare insieme a tartarughe  marine, razze e squali in cattività all'interno di una riserva naturale marina."
Vi avevano preso parte molti turisti provenienti da tutti gli alberghi di Bora Bora; io, però, ero l'unica a parteciparvi da sola.  Per quanto mi guardassi intorno, gli altri erano tutti francesi o italiani riuniti in piccole comitive formate nei rispettivi hotel.  
Di giapponesi non ce n'era nemmeno uno.  
Non che la cosa mi preoccupasse più di tanto, tuttavia – piccola di statura come sono - stare in coda in mezzo a quella confusione mi faceva sentire un po' fuori luogo.  
Dopo essere stati divisi nei vari gruppi, finalmente venne il mio turno.
Insieme a me c'era una famiglia di francesi. La moglie era incinta, per cui decisero di entrare in acqua soltanto il marito e il figlio di circa dieci anni.  
Le dissero in coro qualcosa come "torniamo subito!" oppure "aspettaci, eh!" e scesero verso la spiaggia.
Ah, beati loro! Come li invidio, pensai.
Dopodiché la signora aprì un ombrellino da sole e, sotto i raggi trasparenti, piano piano si sedette a terra facendo attenzione al pancione. A quella vista riaffiorò il nitido ricordo di quando da piccola correvo lontano dalla mamma, sapendo che qualsiasi cosa mi fosse successa lei sarebbe stata pronta a soccorrermi. Rivissi con intensità quella sensazione del tutto particolare, immaginando che sotto il suo parasole si nascondesse un viso sorridente.
Quella sensazione divertente, intensa come miele scuro, conosciuta spesso da bambina quando giocavo tranquilla con una concentrazione quasi eccessiva, me la ritrovai in tutto il corpo fino a provare un leggero senso di oppressione.  
Sono davvero molto lontana... Non che volessi tornare indietro o che la mia vita fosse stata soltanto un avvicendarsi continuo di difficoltà. Tuttavia, ogni volta che mi giravo e vedevo i piedi candidi  spuntare da sotto la gonna lunga di quella mamma sconosciuta con l'ombrellino, insieme a quella scena di ombre che si  proiettavano sulla sabbia bianchissima, mi si stringeva il cuore.
Una volta in mare, nella riserva, a dire la verità sembravamo noi umani a essere in mostra.  
I pesci si muovevano tranquilli, del tutto incuranti di noi alieni che invece nuotavamo affannosamente.
Con gli occhi spalancati per la meraviglia, ebbi uno strano pensiero.
Chissà se un gruppo di extraterrestri che si fosse messo a osservare la Terra dallo spazio avrebbe pensato che anche noi, esattamente come quei pesci, siamo esseri meravigliosi che fluttuano nell'atmosfera.
In quel momento vidi un piccolo squalo color giallo limone spuntare impavido; nuotava in un modo differente dagli altri pesci. Ah, incredibile! È giallo! E sgranai ulteriormente gli occhi. Ogni volta che cambiava direzione con la pinna posteriore, controllavo con un certo disagio che non si soffermasse a osservare i miei piedi.  
Ricordavo nel dettaglio quelle storie secondo le quali l'olfatto degli squali è superiore a quello degli esseri umani decine di migliaia di volte, e che nel momento in cui attaccano gli uomini strabuzzano gli occhi.
Anche se è così piccolo, ha un'aura diversa dagli altri pesci. Fa davvero paura! E per di più è di un giallo da non crederci!
Morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno e mi ritrovai a indicarlo con la mia manina decisamente più piccola della norma. Che oltretutto sott'acqua sembrava ancora più piccola.
La coppia di anziani che nuotava al mio fianco mi fece un cenno di assenso. Intuii che anche loro fossero eccitati da quell'incontro. Erano due francesi simpatici che soggiornavano nel mio stesso albergo e avevamo parlato un po' sulla barca che ci aveva portati lì.
In quel momento, continuando a osservare lo squalo, ci  prendemmo istintivamente tutti e tre per mano.
Che le mani di estranei potessero trasmettere tanta felicità, superando la barriera delle nazionalità, dipendeva dal fatto che erano quelle di due persone anziane. Due grandi mani piene di rughe che avevano abbracciato  un'infinità di volte i loro figli e nipoti.
Dopo esserci assicurati che lo squalo fosse tranquillo e per niente intenzionato ad attaccarci, tirammo fuori la testa
dall'acqua e ne parlammo un po'. Poi ci sorridemmo e ognuno andò per la sua strada a inseguire i pesci che preferiva.
Io avrei voluto continuare a osservare quel rarissimo squalo in eterno. Ma guarda che giallo trasparente! Era davvero di un giallo limone molto acceso. Esattamente come l'avevo sentito descrivere. Eppure era incredibile che ci fossero esseri viventi di quel colore, che ci fossero pesci colorati come frutti. Immaginai i miei occhi intenti a fissare i suoi movimenti luccicare come quelli di una ragazza innamorata.
L'acqua del mare, all'inizio pulita e limpida, piano piano divenne torbida per via della sabbia sollevata dai movimenti della gente.  
Ed esattamente come in una tempesta di sabbia nel deserto, come nei giorni di forte vento con le nuvole che all'improvviso affollano il cielo, il mondo dei pesci si offuscò (come in un'illusione). In quel mare che a tratti si intorbidiva per poi tornare limpido, davanti ai miei occhi vedevo pesci dai colori variopinti, agili razze che scivolavano sul fondo marino, mentre in bocca sentivo un sapore di sale carico di nostalgia. Il corallo cambiava colore ogni volta che veniva illuminato dai raggi del sole, e sott'acqua tutto brillava leggermente. Pensai che fosse un sogno, come vedere un arcobaleno. I sette colori erano tutti presenti in quel mondo.  
E sfocandosi, poco alla volta si disperdevano in tremolanti raggi sottili che davano vita a splendidi fiocchi colorati.  
Era un mondo silenzioso in cui il tempo pareva essersi fermato. Nonostante tutto quello che mi è successo finora nella vita,  eccomi qui a godermi questa magnifica scena...  
Nella mia vita dovrò certamente affrontare altre avversità, ma sono sicura che ogni volta, alla fine, davanti ai miei occhi si presenterà uno spettacolo come questo. Ne sono certa.
Feci questi pensieri e stranamente sentii sgorgare dentro di me una forza incredibile.
Eppure, almeno in quell'istante, sarei voluta tornare ragazzina e partire alla volta di una dimensione mai conosciuta. Armata soltanto del mio piccolo e inaffidabile corpo di mortale, come un'astronauta in un bellissimo universo sconosciuto privo di gravità, sola nonostante le moltitudini presenti, ascoltando soltanto il suono del mio respiro.
Da quando ero arrivata a Tahiti avevo sempre sonno. Per quanto dormissi non riuscivo a scrollarmi di dosso la stanchezza, anche dopo essermi spostata da Moorea a Bora Bora.  
Nonostante mi fossi concessa il lusso di un albergo da favola e il mio cottage costruito direttamente sull'acqua fosse completamente avvolto dallo spaventoso mugghio del mare, mi svegliavo per un momento, ma subito dopo mi riaddormentavo.  
La notte il vento soffiava rumoroso facendo tremare tutta la costruzione, e il mare con la sua presenza soffocante sembrava  riempire l'intera stanza, tanto da far credere che il mattino non sarebbe mai più arrivato. Tuttavia la violenza di quei rumori era per me una dolce ninnananna che mi isolava dal mondo esterno e dal passato.
Quando mi svegliavo a volte facevo quattro passi senza meta, altre nuotavo un poco, oppure camminavo per tutto il sentiero fino  alla lontana reception e andavo a mangiare un boccone. Dovevo innanzitutto percorrere un lunghissimo pontile di legno scricchiolante, poi passare in mezzo alle piante e ai fiori di un enorme parco disseminato di bungalow, attraversare un ponte che dava su una striscia di mare dove nuotava un'infinità di pesci, camminare un bel po' lungo la spiaggia, per raggiungere finalmente l'edificio della reception.
Senza niente da fare e assonnata com'ero, quel percorso era un ottimo modo per ammazzare il tempo. Camminavo raccolta nel mio silenzio e, poiché la vista davanti ai miei occhi cambiava in continuazione, restavo estasiata, come se mi trovassi in un sogno. Avevo l'impressione di non appartenere a quello spettacolo. E che la bellezza del panorama altro non fosse che il seguito dei miei sogni.  
Di giorno ogni cosa era avvolta da una luce molto intensa, di notte invece dal buio più pesto.
Tuttavia, quella volta sott'acqua ero completamente sveglia.

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

 

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un'agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira La Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia. Una rivista d'avanguardia, forse, di questo Pereira non è sicuro, ma che aveva molti collaboratori cattolici. E Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon
cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne. Nell'anima sì, certo perché era sicuro di avere un'anima; ma tutta la sua carne, quella ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e poi perché?, si chiedeva Pereira. Tutto quel lardo che lo accompagnava quotidianamente, il sudore, l'affanno a salire le scale, perché dovevano risorgere? No, non voleva più tutto questo, in un'altra vita, per l'eternità, Pereira, e non voleva credere nella resurrezione della carne. Così si mise a sfogliare quella rivista, con noncuranza, perché provava noia, sostiene, e trovò un articolo che diceva: «Da una tesi discussa il mese scorso all'Università di Lisbona pubblichiamo una riflessione sulla morte. L'autore è Francesco Monteiro Rossi, che si è laureato in Filosofia a pieni voti, e
questo è solo un brano del suo saggio, perché forse in futuro egli collaborerà nuovamente con noi».
Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l'articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente tornò indietro e ne ricopiò un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista d'avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufo d'avanguardie e di cattolicismi, anche se lui era profondamente cattolico, o forse perché in quel momento, in quell'estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l'idea della resurrezione della carne, ma il fatto è che si mise a ricopiare l'articolo, forse per poter buttare la rivista nel cestino.
Sostiene che non lo ricopiò tutto, ne ricopiò solo alcune righe che sono le seguenti e che può documentare: «II rapporto che caratterizza in modo più profondo e generale il senso del nostro essere è quello della vita con la morte, perché la limitazione della nostra esistenza mediante la morte e decisiva per la comprensione e la valutazione della vita». Poi prese l'elenco telefonico e disse fra sé e sé: Rossi, che nome strano, più di un Rossi non ci può essere sull'elenco, sostiene che fece un numero, perché di quel numero si ricorda bene, e dall'altra parte sentì una voce che disse: pronto. Pronto, disse Pereira, qui è il "Lisboa". E la voce disse: sì? Bene, sostiene di aver detto Pereira, il "Lisboa" è un giornale di Lisbona, è nato qualche mese fa, non so se lei lo ha visto, siamo apolitici e indipendenti, però crediamo nell'anima, voglio dire che abbiamo tendenze cattoliche, e vorrei parlare con il signor Monteiro Rossi. Pereira sostiene che dall'altra parte ci fu un momento di silenzio e poi la voce disse che Monteiro Rossi era lui e che non è che pensasse troppo all'anima. Pereira a sua volta mantenne qualche secondo di silenzio, perché gli pareva strano, sostiene, che una persona che aveva firmato riflessioni così profonde sulla morte non pensasse all'anima. E dunque pensò che ci fosse un equivoco, e subito l'idea gli andò alla resurrezione della carne, che era una sua fissa, e disse che aveva letto un articolo di Monteiro Rossi sulla morte, e poi
disse che anche lui, Pereira, non credeva alla resurrezione della carne, se era questo che il signor Monteiro Rossi voleva dire. Insomma, Pereira si impappinò, sostiene, e questo lo irritò, lo irritò principalmente con se stesso, perché si era preso la briga di telefonare a uno sconosciuto e di parlargli di quelle cose delicate, anzi, così intime, come l'anima e la resurrezione della carne. Pereira si pentì, sostiene, e lì per lì pensò anche di riattaccare la cornetta, ma poi, chissà perché, trovò la forza di continuare e così disse che lui si chiamava Pereira, dottor Pereira, che dirigeva la pagina culturale del "Lisboa" e che, certo, per ora il "Lisboa" era un giornale del pomeriggio, insomma un giornale che non poteva certo competere con gli altri giornali della capitale, ma che era sicuro che avrebbe fatto la sua strada, prima o poi, e era vero che per ora il "Lisboa" dava spazio soprattutto alla cronaca rosa, ma insomma, ora avevano deciso di pubblicare una pagina culturale che usciva il sabato e la redazione non era ancora completa e per questo aveva bisogno di personale, di un collaboratore esterno che facesse una rubrica fissa.
Sostiene Pereira che il signor Monteiro Rossi farfugliò subito che sarebbe andato in redazione quel giorno stesso, disse anche che il lavoro lo interessava, che tutti i lavori lo interessavano, perché, eh sì, aveva proprio bisogno di lavorare, ora che aveva finito l'università e si doveva mantenere, ma Pereira ebbe la precauzione di dirgli che in redazione no, per ora era meglio di no, magari si trovavano fuori, in città, e che era meglio darsi un appuntamento. Disse così, sostiene, perché non voleva invitare una persona sconosciuta in quella squallida stanzetta di Rua Rodrigo da Fonseca, dove ronzava un ventilatore asmatico e dove c'era sempre puzzo di fritto a causa della portiera, una megera che guardava tutti con aria sospettosa e che non faceva altro che friggere. E poi non voleva che uno sconosciuto si accorgesse che la redazione culturale del "Lisboa" era solo lui, Pereira, un uomo che sudava dal caldo e dal disagio in quel bugigattolo, e insomma, sostiene Pereira, gli chiese se potevano incontrarsi in città, e lui, Monteiro Rossi, gli disse: stasera, in Praca da Alegria, c'è un ballo popolare con canzoni e schitarrate, io sono stato invitato a cantare una romanza napoletana, sa, io sono mezzo italiano ma il napoletano non lo conosco, comunque il proprietario del locale mi ha riservato un tavolino all'aperto, sul mio tavolino c'è un cartellino con scritto Monteiro Rossi, che ne dice se ci vediamo là? E Pereira disse di sì, sostiene, riattaccò la cornetta, si asciugò il sudore, e poi gli venne una magnifica idea, di fare una breve rubrica intitolata "Ricorrenze", e pensò di pubblicarla subito per il prossimo sabato, e così, quasi macchinalmente, forse perché pensava all'Italia, scrisse il titolo: Due anni fa scompariva Luigi Pirandello. E poi, sotto, scrisse l'occhiello: «II grande drammaturgo aveva presentato a Lisbona il suo Sogno ma forse no».
Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell'azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare

 

Nella stanza in fondo al corridoio (primo piano) c’erano un letto, un armadio, due sedie, una stufa, un piccolo scrittoio, un tappeto (blu), due quadri identici, un lavabo con specchio, una cassapanca e un bambino: seduto sul davanzale della finestra (aperta), con le spalle alla stanza e le gambe a penzoloni nel vuoto.
Bartleboom si esibì in un misurato colpetto di tosse, così, tanto per fare un rumore qualsiasi. Niente.
Entrò nella stanza, posò le valigie, si avvicinò a guardare i quadri (uguali, incredibile), si sedette sul letto, si tolse le scarpe con evidente sollievo, si rialzò, andò a guardarsi allo specchio, constatò che era sempre lui (si sa mai), diede un’occhiata nell’armadio, ci appese il mantello e poi si avvicinò alla finestra.
- Fai parte del mobilio o sei qui per caso?
Il bambino non si mosse di un millimetro. Ma rispose.
- Mobilio.
- Ah.
Bartleboom tornò verso il letto, si slacciò la cravatta e si sdraiò. Macchie di umidità, sul soffitto, come fiori tropicali disegnati in bianco e nero. Chiuse gli occhi e si addormentò. Sognò che lo chiamavano a sostituire la donna cannone al Circo Bosendorf e lui, arrivato sulla pista, riconosceva in prima fila sua zia Adelaide, donna squisita ma dai discutibili costumi, che baciava prima un pirata, poi una donna uguale a lei e infine la statua lignea di un santo che poi tanto statua non era se d’improvviso prese a camminare e ad andare diritto verso di lui, Bartleboom, gridando qualcosa che non si riusciva bene a capire e che tuttavia sollevò lo sdegno di tutto il pubblico, tanto da costringere lui, Bartleboom, a scappare a gambe levate, rinunciando perfino al sacrosanto compenso concordato col direttore del circo, 128 soldi, per la precisione. Si svegliò, e il bambino era ancora lì. Però era voltato e lo guardava. Anzi, gli stava parlando.
- Ci siete mai stato, voi, al Circo Bosendorf?
- Prego?
- Vi ho chiesto se ci siete mai stato, al Circo Bosendorf.
Bartleboom si drizzò seduto sul letto.
- Che ne sai tu del Circo Bosendorf?
- Niente. Solo che l’ho visto, è passato da qui l’anno scorso. C’erano gli animali e tutto. C’era anche la donna cannone.
Bartleboom si domandò se non fosse il caso di chiedergli notizie della zia Adelaide. É vero che era morta da anni, ma quel bambino sembrava saperla lunga. Alla fine preferì limitarsi a scendere dal letto e avvicinarsi alla finestra.
- Ti spiace? Avrei bisogno di un po’ d’aria.
Il bambino si spostò un po’ più in là sul davanzale. Aria fredda e vento da nord. Davanti, fino all’infinito, il mare.
- Cosa ci fai tutto il tempo seduto qua sopra?
- Guardo.
- Non c’è molto da guardare...
- Scherzate?
- Be’, c’è il mare, d’accordo, ma il mare è poi sempre quello, sempre uguale, mare fino all’orizzonte, se va bene ci passa una nave, non è che sia poi la fine del mondo.
Il bambino si girò verso il mare, si rigirò verso Bartleboom, si girò ancora verso il mare, si rigirò ancora verso Bartleboom.
- Quanto vi fermerete qui? - gli chiese.
- Non so. Qualche giorno.
Il bambino scese dal davanzale, andò verso la porta, si fermò sulla soglia, rimase per un po’ a studiare Bartleboom.
- Voi siete simpatico. Magari quando ve ne andrete sarete un po’ meno imbecille.
Cresceva, in Bartleboom, la curiosità di sapere chi li aveva educati, quei bambini. Un fenomeno, evidentemente.

 

Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio. Scrittoio, lampada a petrolio, silenzio. Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi. Foglio bianco, sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive, Bartleboom. Scrive.

 

Mia adorata,
sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò che conta è che ora sono qui. La locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. È sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l’acqua arriva fin quasi sotto alla mia finestra. È come stare su una nave. Vi piacerebbe.
Io non sono mai stato su una nave.
Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell’impresa, ma Voi sapete - Voi sola, al mondo - quanto io sia determinato a portare a termine l’opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarvi in salute e in letizia d’animo.
Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave.
Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrire il ricordo di colui che Vi ama e che sempre rimarrà il Vostro
Ismael A. Ismael Bartleboom


Posa la penna, piega il foglio, lo infila in una busta. Si alza, prende dal suo baule una scatola di mogano, solleva il coperchio, ci lascia cadere dentro la lettera, aperta e senza indirizzo. Nella scatola ci sono centinaia di buste uguali. Aperte e senza indirizzo.
Ha 38 anni, Bartleboom. Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. Ogni tanto si rammarica che il destino si ostini a farlo attendere con tanta indelicata tenacia, ma col tempo ha imparato a considerare la cosa con grande serenità. Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei? Lui pensa che quando si incontreranno sarà bello posarle sul grembo una scatola di mogano piena di lettere e dirle : - Ti aspettavo.
Lei aprirà la scatola e lentamente, quando vorrà, leggerà le lettere una ad una e risalendo un chilometrico filo di inchiostro blu si prenderà gli anni - i giorni, gli istanti - che quell’uomo, prima ancora di conoscerla, già le aveva regalato. O forse, più semplicemente, capovolgerà la scatola e attonita davanti a quella buffa nevicata di lettere sorriderà dicendo a quell’uomo: -  Tu sei matto. - E per sempre lo amerà.

GEORGETTE HEYER - La pedina scambiata (These Old Shades, 1926)


Sua Grazia il duca di Avon compra un'anima


Un gentiluomo percorreva passo passo una stradetta solitaria di Parigi, di ritorno dalla casa di Madame de Verchoureux, costretto a un'andatura non priva di ostentazione dagli alti tacchi rossi degli scarpini. Un tabarro color porpora, bordato di rosa, gettato sulle spalle, si apriva con elegante noncuranza rivelando una lunga casacca di raso scarlatto riccamente adorna di trine d'oro, un giustacuore di seta a fiori, un'impeccabile camicia e una profusione di gioielli sulla cravatta e sulla casacca. Sulla parrucca incipriata aveva un tricorno e in mano un bastone ornato di nastri, protezione insufficiente contro le aggressioni notturne; né d'altro canto gli sarebbe stato facile impadronirsi dello spadino che recava al fianco, la cui elsa si perdeva nelle pieghe del tabarro. Camminare senza scorta e con una tal pompa di gioielli a quell'ora tarda e in quella strada deserta era di una temerarietà folle, ma il gentiluomo pareva non rendersene conto; procedeva languidamente per la sua strada, senza guardarsi attorno, trascurando storditamente ogni possibile pericolo.
E tuttavia, mentre percorreva la strada, giocherellando oziosamente col bastoncino, una figura umana gli si scagliò contro, catapultata come una palla di cannone da un oscuro viale che si apriva sulla destra di quel superbo gentiluomo; si aggrappò all'elegante tabarro di lui, diede in un grido di terrore e cercò di riprendere l'equilibrio.
Sua Grazia il duca di Avon scartò rapidamente e con eleganza, attanagliò i polsi del suo assalitore e li tenne saldamente fermi con una forza spietata che il suo aspetto fatuo sembrava smentire. La vittima ebbe un gemito di dolore e, tremante, crollò in ginocchio.
«M'sieur! Lasciatemi andare! Non volevo... non sapevo... non avrei mai... M'sieur, lasciatemi andare!»
Sua Grazia si chinò sul ragazzo, tenendosi leggermente di lato, così che la luce proveniente da un fanale illuminò quel viso pallido e atterrito: grandi e profondi occhi violetti, sbarrati dal panico, lo fissarono smarriti.
«Non esito a dire che mi sembri un po' giovane per questo genere... di occupazione» osservò pigramente il duca. «O pensavi forse di cogliermi alla sprovvista?»
Il ragazzo arrossì di sdegno e gli occhi gli si incupirono.
«Non volevo derubarvi! Non volevo, non volevo farlo! Stavo... stavo solo fuggendo. Io... oh, vi prego, lasciatemi andare!»
«A suo tempo, ragazzo mio. E posso chiedere da cosa stavi fuggendo? Da un'altra vittima?»
«No! Vi prego, lasciatemi andare! Non potete capire voi! Lui mi starà già inseguendo! Vi prego, vi supplico, Milor'!».
Gli occhi del duca, curiosi, ombreggiati da pesanti palpebre, non avevano mai abbandonato il viso del ragazzo, ma ora si fecero più attenti, più penetranti.
«Chi è questo lui, bambino mio?»
«Mio... mio fratello. Vi prego...»
Un uomo veniva di gran corsa dal viale ma scorgendo Sua Grazia si arrestò di colpo; il ragazzo rabbrividì e si afferrò al braccio del duca.
«Ah, eccoti» esplose il nuovo venuto. «Se questo moccioso ha cercato di derubarvi, Milor', la pagherà. Furfante, marmocchio irriconoscente, te ne pentirai, te lo garantisco! E quanto a voi, Milor', mille scuse! Il ragazzino è mio fratello; lo stavo picchiando per punirlo della sua pigrizia, quando mi è sfuggito di mano...»
Il duca si portò alle narici un fazzoletto profumato.
«Tenetevi a distanza, amico» disse con alterigia. «Indubbiamente, picchiare i giovani è un ottimo sistema.»
Il ragazzo gli si fece più vicino; non cercava di fuggire, ma le mani gli tremavano convulsamente. Gli strani occhi del duca si attardarono ancora una volta su di lui, soffermandosi appena sui corti e arruffati riccioli color rame.
«Come stavo dicendo, picchiare i giovani è un ottimo sistema. Vostro fratello, avete detto?» e prese a fissare quel giovanotto bruno, dai lineamenti rozzi.
«Sì, nobile signore, mio fratello. Mi sono preso cura di lui da quando sono morti i nostri genitori e mi ha sempre ripagato con l'ingratitudine. È una maledizione, monsignore, una maledizione!»
Il duca parve riflettere:
«Che età ha?»
«Diciannove anni, Milor'.»
«Diciannove... non è piccolo per la sua età?»
«Ma, Milor', se... se lo è non è colpa mia! Io... l'ho sempre nutrito bene; non badate a quello che dice, vi prego! È una vipera, un bastardo, una vera maledizione!»
«Vi libererò di questa maledizione» concluse con calma Sua Grazia.
L'uomo lo fissava, senza capire.
«Milor'?»
«È in vendita, suppongo?»
Una mano gelida prese furtiva la mano del duca, e la strinse.
«In vendita, Milor'? Voi...»
«Penso che lo acquisterò per farne il mio paggio. Quanto può valere? un luigi? O le maledizioni non valgono nulla? Ecco un problema interessante.»
Uno scintillio di astuta avidità accese improvvisamente lo sguardo dell'uomo.
«È un bravo ragazzo, monsignore, e lavora bene. Poi, mi è molto utile e... e caro. Davvero io...»
«Pagherò una ghinea per la vostra maledizione.»
«Oh, no, Milor', vale molto di più! Molto, molto di più!»
«Quando è così, tenetelo» concluse il duca e fece per allontanarsi.
Ma il ragazzo lo rincorse appendendosi al suo braccio:
«Milor', prendetemi con voi, vi supplico, prendetemi! Lavorerò bene, lo giuro! Oh, vi supplico, prendetemi!»
Sua Grazia si arrestò.
«Mi chiedo se sono un pazzo» mormorò in inglese; si tolse dalla cravatta la spilla di diamanti e la tenne in modo tale da farla splendere e scintillare alla luce del fanale. «Allora, amico? È sufficiente, questa?»
L'uomo guardò di sottecchi il gioiello quasi non credesse ai suoi occhi; se li strofinò, si avvicinò sempre di più, fissando spasmodicamente la spilla.
«Al prezzo di questa, io acquisto vostro fratello, anima e corpo. Siete d'accordo?»
«Datemi!» sussurrò l'uomo e tese la mano. «Il ragazzo è vostro, Milor'.»
Il duca gli gettò la spilla.

JOHN FORSYTH - Il giorno dello Sciacallo

 

Lebel ritelefonò a Thomas, a Londra, alle dieci. La sua richiesta provocò un gemito soffocato: tuttavia il sovrintendente rispose con cortesia che avrebbe fatto tutto il possibile. Deposto il ricevitore, Thomas mandò a chiamare l'ispettore anziano che si era occupato delle indagini la settimana precedente.
«Bene, sieda» disse. «I francesi si sono rifatti vivi. Sembra che se lo siano lasciato scappare ancora. Adesso si trova a Parigi, e loro pensano che possa avere pronta un'altra identità falsa. Ragion per cui, noi due cominceremo subito a telefonare a ogni consolato di Londra, per chiedere una lista dei passaporti stranieri denunciati come rubati o smarriti dal primo luglio in poi. Lasci stare i negri e gli asiatici. Si occupi solo di quelli di razza bianca. In ogni caso, voglio sapere l'altezza della persona in questione. Gli alti più di un metro e settantacinque sono sospetti. Si metta al lavoro.»
La riunione quotidiana al ministero, a Parigi, era stata anticipata alle due del pomeriggio.
Il rapporto di Lebel venne esposto con il solito tono monotono e pacato, ma fu accolto gelidamente.
«Maledetto quell'uomo,» esclamò il ministro, a metà circa del resoconto «ha una fortuna del diavolo!»
«No, signor ministro, non è stata fortuna. O almeno, non soltanto fortuna. È stato tenuto costantemente informato dei nostri progressi, a ogni stadio delle operazioni.
Ecco perché ha lasciato Gap così in fretta, e perché ha ucciso quella donna a Haute-Chalonnière, e se ne è andato di là un attimo prima che la rete gli si stringesse intorno. Ogni sera, durante questa riunione, ho fatto un rapporto su comeprocedevano le mie indagini. Per tre volte, ci siamo trovati a un passo dal prenderlo.
Questa mattina, l'arresto di Valmy e la mia incapacità di impersonare Valmy al telefono lo hanno fatto partire da dove si trovava e assumere una nuova identità. Ma nelle due occasioni precedenti ha ricevuto le informazioni necessarie alla mattina presto, dopo che io avevo ragguagliato i presenti durante questa riunione.» Intorno al tavolo era sceso un silenzio gelido.
«Mi sembra di ricordare, commissario, che lei ha già fatto un'altra volta questa insinuazione» disse il ministro, in tono freddo. «Spero che ne possa dimostrare la fondatezza.»
In risposta, Lebel depose sulla tavola un piccolo registratore portatile e schiacciò il pulsante che lo metteva in azione. Nel silenzio della sala, la conversazione registrata aveva un suono aspro e metallico. Al termine i presenti restarono tutti con gli occhi fissi sul registratore. Il colonnello Saint-Clair era diventato grigio, e le mani gli tremarono leggermente mentre infilava i suoi fogli nella cartelletta.
«Di chi questa voce?» domandò infine il ministro.
Lebel rimase in silenzio. Saint-Clair si alzò lentamente, e gli occhi di tutti si girarono nella sua direzione.
«Mi dispiace di doverla informare... signor ministro... che quella è la voce di... una mia amica. Attualmente abita con me... Scusatemi.»
E lasciò la sala per tornare all'Eliseo e comunicare le proprie dimissioni. Gli altri si guardavano le mani, in silenzio.
«Molto bene, commissario». La voce del ministro era sommessa. «Può continuare.»
Lebel riprese il suo rapporto, riferendo la richiesta fatta a Londra, a Thomas, perché cercasse di rintracciare ogni passaporto scomparso nei cinquanta giorni precedenti.
«Io spero» concluse «di avere entro stasera un breve elenco - probabilmente si tratterà di uno o due nomi, non di più - delle persone i cui connotati si possono adattare a quelli che già conosciamo dello Sciacallo. Appena ne saprò qualcosa, chiederò ai paesi d'origine di questi turisti che hanno perduto il passaporto a Londra, di mandarcene la fotografia, per poter essere sicuri che da questo momento lo Sciacallo assomiglierà più a un nuovo personaggio che non a Calthrop, a Duggan o a Jensen. Con un po' di fortuna, dovrei ricevere le fotografie domani verso mezzogiorno.»
«Da parte mia» disse il ministro «posso riferire la mia conversazione con il presidente de Gaulle. Si è rifiutato categoricamente di cambiare anche una virgola al suo programma futuro, per difendersi da quest'assassino. Francamente, c'era da aspettarselo. Ad ogni modo, ho potuto ottenere una concessione. Il divieto di divulgare qualche notizia su questo affare è stato tolto, almeno sotto un certo aspetto; lo Sciacallo, oggi come oggi è diventato un volgare assassino. Ha assassinato la baronessa de la Chalonnière in casa sua, mentre cercava di rubarle i gioielli. Si pensa che sia fuggito a Parigi e stia nascondendosi qui. Va bene, signori?
«Questo è quanto verrà comunicato ai giornali del pomeriggio, per lo meno quelli delle ultime edizioni. Appena lei, commissario, sarà completamente certo della nuova identità, o di una scelta possibile tra due o tre identità alternative, sotto la quale si nasconde adesso, è autorizzato a comunicare alla stampa quel nome o quei nomi. Questo permetterà ai giornali del mattino di aggiornare i loro articoli con particolari più freschi.
«Quando, domani mattina, le perverrà la fotografia dello sfortunato turista che ha perduto il suo passaporto a Londra, potrà diffonderla ai giornali della sera, alla radio e alla televisione per un ulteriore aggiornamento alla storia della caccia all'assassino.
«Oltre a questo, nel momento stesso nel quale ci verrà fornito un nome, ogni poliziotto e ogni uomo del CRS, a Parigi, comincerà a fermare ogni persona in circolazione per esaminarne i documenti.»
Il prefetto di polizia, il Capo del CRS e il capo della Police Judiciaire prendevano febbrilmente qualche appunto. Il ministro continuò: «Il DST si preoccuperà di controllare ogni simpatizzante dell'OAS, assistito in questo compito dai Renseignements Généraux. D'accordo?»
I capi del DST e dell'RG, annuirono vigorosamente.
«La Police Judiciaire richiamerà ognuno dei suoi agenti da qualsiasi altro compito e li impegnerà in questa caccia all'assassino.»
Max Fernet della Police Judiciaire annuì.
«Per quel che riguarda l'Eliseo, è chiaro che avrò bisogno di un elenco completo degli spostamenti del Presidente da questo momento in avanti, anche se lui non è stato informato delle precauzioni extra che vengono prese nel suo stesso interesse.
Questa è una di quelle occasioni in cui dobbiamo rischiare la sua collera, perché è la persona più direttamente interessata. Naturalmente posso contare sui suoi uomini, commissario Ducret, perché il Corpo di sorveglianza presidenziale curi la sicurezza del Presidente come mai in passato?»
Jean Ducret, capo delle Guardie del corpo personali di de Gaulle, piegò in avanti la testa.
«La Brigade Criminelle...» Il ministro fissò il commissario Bouvier «ovviamente ha molti contatti con il mondo della malavita. informatori ai quali passa uno stipendio. Voglio che anche loro siano mobilitati e si mettano a cercare quest'uomo:
bisogna fornire a tutti il nome e i connotati. Va bene?»
Maurice Bouvier fece un brusco cenno d'assenso con la testa. Nel suo intimo era preoccupato. Gli era già capitato di vedere qualche caccia all'uomo durante la sua carriera, ma questa era gigantesca. Nel momento stesso in cui Lebel avesse fornito un nome e un numero di passaporto, per non parlare dei connotati di un individuo, quasi centomila uomini, tra agenti di polizia e informatori che vivevano a contatto con la malavita, sarebbero scesi per le strade a perlustrare alberghi, bar, ristoranti - tutti alla ricerca di un solo uomo.
«C'è qualche altra fonte di informazione che ho trascurato?» domandò il ministro.
Il colonnello Rolland rivolse una rapida occhiata al generale Guibaud, poi al commissario Bouvier. Tossì.
«C'è sempre l'Unione Còrsa.»
Il generale Guibaud si esaminava le unghie con profonda attenzione. Bouvier aveva assunto un aria cupa. Gli altri sembravano imbarazzati. L'Unione Còrsa, fratellanza dei còrsi, discendenti dai Fratelli di Ajaccio, o figli della vendetta, era
ancora la più grande organizzazione criminale francese. Occupava e dominava incontrastata Marsiglia e parte della costa meridionale. Secondo certi esperti, l'Unione Còrsa poteva essere considerata più antica e pericolosa della Mafia. Nessuno
dei suoi membri era emigrato in America come i mafiosi nei primi anni del secolo, e quindi era riuscita a evitare tutta la pubblicità che da allora in poi aveva reso così familiare il nome “Mafia”.
Per due volte il gollismo aveva stretto alleanza con l'Unione, e tutte e due le volte l'aveva trovata un'alleata preziosa ma imbarazzante. Perché l'Unione chiedeva sempre qualcosa in cambio del proprio aiuto, e generalmente si trattava di un certo
rilassamento nel controllo della polizia sulla sua rete di delitti e di crimini. L'Unione aveva aiutato gli Alleati a invadere il sud della Francia nell'agosto del 1944, e da allora in poi Marsiglia e Tolone erano diventate suo incontrastato dominio. Aveva
aiutato ancora la Francia nella lotta contro i coloni algerini e l'OAS dopo l'aprile del 1961, e per questa ragione era riuscita poi ad allungare i suoi tentacoli più in su, verso il nord, fino a Parigi.
Maurice Bouvier era un poliziotto e naturalmente odiava quella gente, ma sapeva che il Servizio d'azione di Rolland si serviva molto spesso dei còrsi.
«Lei pensa che potrebbero esserci d'aiuto?» domandò il ministro.
«Se questo Sciacallo è astuto come dicono,» rispose Rolland, «devo riconoscere che, se qualcuno a Parigi che può trovarlo, questa è l'Unione.»
«Quanti uomini ha in città?» domandò il ministro, con aria dubbiosa.
«Ottantamila circa. Qualcuno nella polizia, altri nelle dogane, nel CRS, nel Servizio segreto, e naturalmente nella malavita. E sono organizzati.»
«Usate la vostra discrezione» disse il ministro.
Non ci furono ulteriori suggerimenti.
«Be', allora questo è tutto. Commissario Lebel, quello che vogliamo da lei ora, è un nome, dei connotati, una fotografia. Dopo di che, concedo allo Sciacallo solo sei ore di libertà».
«In effetti, abbiamo tre giorni» disse Lebel, che stava guardando fuori dalla finestra. Gli altri non nascosero il loro stupore.
«Come fa a saperlo?» domandò Max Fernet.
Lebel sbatté le palpebre rapidamente, parecchie volte.
«Devo chiedere scusa. Sono stato molto stupido a non capirlo prima. Ormai da una settimana ho la certezza che lo Sciacallo deve aver studiato un piano, scelto un giorno particolare per uccidere il Presidente. Quando ha lasciato Gap, perché non è diventato immediatamente il pastore Jensen? Perché non ha raggiunto in automobile Valence e non ha preso subito il rapido per Parigi? Perché è entrato in Francia e ha passato una settimana a perdere tempo?»
«Ebbene, perché?» domandò qualcuno.
«Perché aveva scelto un giorno preciso» disse Lebel. «Sa quando dovrà colpire.
Commissario Ducret, il Presidente ha qualche impegno fuori dall'Eliseo oggi, domani o sabato?»
Ducret scosse la testa.
«E domenica, 25 agosto?» domandò Lebel.
Un sospiro passò sul tavolo, come il vento che soffia attraverso il grano.
«Naturalmente» sussurrò il ministro «l'anniversario della Liberazione. E la cosa più straordinaria è che molti di noi erano con lui in quel giorno, la Liberazione di Parigi nel 1944».
«Precisamente» disse Lebel. «È anche uno psicologo, il nostro Sciacallo. Sa che esiste un giorno dell'anno che il generale de Gaulle non trascorrerebbe in nessun altro posto se non qui. È, per così dire, la sua grande giornata. Ecco che cosa ha aspettato l'assassino.»
«In questo caso», disse il ministro in tono vivace «l'abbiamo in mano. Adesso che gli è venuta a mancare la sua fonte di informazioni, non c'è angolo di Parigi in cui possa nascondersi, né gruppo di parigini che lo accolga, sia pure controvoglia, per dargli protezione. Lo abbiamo in mano. Commissario Lebel, ci dia il nome di quell'uomo».
Claude Lebel si alzò e si avviò alla porta. Gli altri stavano alzandosi e si preparavano a uscire per andare a pranzo.
«Oh, c'è una cosa» il ministro gridò dietro a Lebel «come sapeva di dover intercettare le telefonate che venivano fatte dall'appartamento del colonnello Saint-Clair?»
Sulla soglia, Lebel si voltò e si strinse nelle spalle.
«Non lo sapevo» disse «e così la notte scorsa ho fatto intercettare le telefonate fatte da tutti i vostri telefoni. Buongiorno, signori.»

ISABEL ALLENDE - Paula

 

Dove vaghi, Paula? Come sarai quando ti sveglierai? Sarai la stessa donna o dovremo imparare a conoscerci come due estranee? Avrai memoria o dovrò raccontarti pazientemente i ventotto anni della tua vita e i quarantanove della mia?
Dio guardi la sua bambina, mi sussurra a fatica don Manuel, il malato che occupa il letto accanto al tuo. È un vecchio contadino operato più volte allo stomaco, che lotta ancora contro il male e la morte. Dio protegga la sua bambina, mi ha detto ieri anche una giovane donna con un bimbo fra le braccia, che aveva saputo del tuo caso ed era venuta all'ospedale a offrirmi speranza. Ha avuto un attacco di porfiria due anni fa ed è rimasta in coma per più di un mese; ci ha messo un anno per tornare alla normalità e deve curarsi per il resto dei suoi giorni, ma lavora, si è sposata e ha avuto un figlio. Mi ha assicurato che il coma è come dormire senza sogni, una misteriosa parentesi. Non pianga più, signora, mi ha detto, sua figlia non sente niente, uscirà di qui con le sue gambe e non si ricorderà di quello che le è successo. Ogni mattina perlustro i corridoi del sesto piano a caccia dello specialista per indagare nuovi dettagli. Quest'uomo ha la tua vita nelle sue mani e io non ho fiducia di lui, passa come una corrente d'aria, distratto e frettoloso, dandomi noiose spiegazioni sugli enzimi, e copie di articoli sulla tua malattia, che tento di leggere ma che non capisco. Sembra più interessato a imbastire le statistiche del suo computer e le formule del suo laboratorio che al tuo corpo crocifisso su questo letto. Così è questa condizione, alcuni si riprendono dalla crisi in poco tempo e altri passano settimane in terapia intensiva, prima i pazienti semplicemente morivano, ma adesso possiamo mantenerli in vita finché il metabolismo riprende a funzionare, mi dice senza guardarmi negli occhi. Se tu resisti, Paula, resisto anch'io.
Quando ti sveglierai avremo mesi, forse anni, per incollare i frammenti spezzati del tuo passato, o meglio ancora potremo inventare i tuoi ricordi man mano secondo le tue fantasie; per adesso ti racconterò di me e di altri membri di questa famiglia alla quale apparteniamo entrambe, ma non chiedermi esattezza perché ci infilerò degli errori, molte cose le dimentico o le modifico, non ricordo luoghi, date e nomi, però non mi sfugge mai una bella storia. Seduta al tuo fianco a osservare su uno schermo le linee luminose che indicano i battiti del tuo cuore, tento di comunicare con te con i metodi magici di mia nonna. Se fosse qui, lei potrebbe recapitarti i miei messaggi e aiutarmi a tenerti legata a questo mondo. Hai intrapreso uno strano viaggio fra le dune dell'incoscienza. Perché tante parole, se non mi puoi sentire? Perché queste pagine che forse non leggerai mai? La mia vita si fa nel narrarla e la mia memoria si fissa con la scrittura; ciò che non riverso in parole sulla carta lo cancella il tempo.
Oggi è l'8 gennaio 1992. In un giorno come questo, undici anni fa, ho iniziato a Caracas una lettera per prendere congedo da mio nonno che agonizzava con un secolo di lotta alle spalle. Le sue salde ossa continuavano a resistere, anche se da molto tempo si preparava a seguire la Memé, che lo chiamava facendogli cenno dalla soglia. Io non potevo ritornare in Cile e non era il caso di seccarlo col telefono che tanto lo infastidiva, per dirgli che se ne andasse tranquillo perché nulla sarebbe
andato perduto del tesoro di aneddoti che mi aveva raccontato durante la nostra amicizia, io non avevo dimenticato niente. Poco dopo il vecchio morì, ma il racconto mi aveva preso e non potei più fermarmi, altre voci parlavano attraverso di me, scrivevo in trance, con la sensazione di andar dipanando un gomitolo di lana, e con la stessa urgenza con cui scrivo adesso. Alla fine dell'anno si erano accumulate cinquecento pagine in una borsa di tela e capii che non era più una lettera; allora annunciai timidamente alla famiglia che avevo scritto un libro. Com'è intitolato? chiese mia madre. Facemmo una lista di titoli ma non riuscimmo a metterci d'accordo su nessuno, e alla fine tu, Paula, lanciasti in aria una moneta per decidere. Così nacque e fu battezzato il mio primo romanzo, La casa degli spiriti, e io mi iniziai al vizio irrinunciabile di narrare storie.
Quel libro mi salvò la vita. La scrittura è una lunga introspezione, è un viaggio verso le caverne più oscure della coscienza, una lenta meditazione.
Scrivo a tentoni nel silenzio e nel cammino scopro particelle di verità, piccoli cristalli che stanno nel palmo di una mano e giustificano il mio passaggio per questo mondo. Sempre un 8 gennaio iniziai il mio secondo romanzo, e poi non osai più cambiare quella data fortunata, in parte per superstizione, ma anche per disciplina; ho cominciato tutti i miei libri un 8 gennaio.
Diversi mesi fa ho terminato Il Piano infinito, il mio romanzo più recente, e da allora mi preparo per questo giorno. Avevo già tutto pronto: argomento, titolo, prima frase, ma non scriverò ancora questa storia, perché da quando ti sei ammalata le forze mi bastano soltanto per farti compagnia, Paula. È un mese che dormi, non so come raggiungerti, ti chiamo e ti chiamo, ma il tuo nome si perde nei recessi di questo ospedale.
Ho l'anima soffocata di sabbia, la tristezza è un deserto sterile. Non so pregare, non riesco a legare due pensieri, meno che mai potrei immergermi nella creazione di un altro libro. Mi rigiro in queste pagine in un tentativo irrazionale di vincere il mio terrore, mi viene da pensare che se do forma a questa devastazione potrò aiutarti e aiutarmi, il meticoloso esercizio della scrittura può essere la nostra salvezza. Undici anni fa scrissi una lettera a mio nonno per dargli l'ultimo saluto nella morte, questo 8 gennaio 1992 ti scrivo, Paula, per riportarti alla vita.
Mia madre era una splendida ragazza di diciotto anni quando il Tata si portò la famiglia in Europa in un gran viaggio che allora si faceva una sola volta nella vita, il Cile sta in capo al mondo. Aveva intenzione di lasciare sua figlia in un collegio inglese affinché acquisisse una cultura e intanto dimenticasse i suoi amori con Tomás, ma Hitler gli sconvolse i piani e la seconda guerra mondiale scoppiò con strepito da cataclisma, sorprendendoli sulla Costa Azzurra. Con incredibili difficoltà, procedendo contro corrente per strade intasate da gente che fuggiva a piedi, a cavallo o su qualsiasi veicolo disponibile, riuscirono a raggiungere Amberes e a salire sull'ultima nave cilena che salpò dal molo. I ponti e le scialuppe di salvataggio erano occupati da dozzine di famiglie ebree che fuggivano abbandonando i loro beni – in alcuni casi vere fortune – in mano a consoli privi di scrupoli che avevano venduto loro i visti a peso d'oro. In mancanza di cabine viaggiavano come bestiame, dormendo alle intemperie e soffrendo la fame perché i viveri erano razionati. Durante quella penosa traversata la Memé consolava le donne che piangevano per le case perdute e per l'incertezza del futuro, mentre il Tata cercava di ottenere cibo dai cuochi e coperte dai marinai per distribuirle ai rifugiati. Uno di loro, pellicciaio di mestiere, regalò alla Memé per ringraziamento un sontuoso cappotto di astrakan grigio. Navigarono per settimane fra acque infestate dai sommergibili nemici, a luci spente di notte e pregando di giorno, finché si lasciarono alle spalle l'Atlantico e giunsero sani e salvi in Cile.
Attraccando al porto di Valparaíso la prima cosa che scorsero fu la figura inconfondibile di Tomás in abito di lino bianco e cappello di Panama, e allora il Tata capì la futilità di opporsi ai misteriosi mandati del destino, e diede il suo consenso alle nozze, molto di malavoglia. La cerimonia si svolse in casa sua, con la partecipazione del nunzio apostolico e diverse personalità ufficiali. La sposa esibiva un sobrio abito di raso e un atteggiamento di sfida; non so come si fosse presentato lo sposo, perché la fotografia è tagliata e di lui non rimane che un braccio. Conducendo sua figlia nel salone, dove era stato eretto un altare adorno di cascate di rose, il Tata si fermò ai piedi della scala.
"Sei ancora in tempo a cambiare idea. Non ti sposare, figlia mia, pensaci meglio, per favore. Basta che tu mi faccia un gesto e penso io a far sgombrare questo bordello di gente e a mandare il banchetto all'ospizio dei poveri..." Lei rispose con uno sguardo glaciale.
Come era stato preconizzato a mia nonna in una seduta spiritica, il matrimonio dei miei genitori fu un disastro fin dall'inizio. Mia madre si imbarcò di nuovo, stavolta diretta in Perù, dove Tomás era stato nominato segretario dell'ambasciata cilena. Portava con sé una collezione di pesanti bauli col suo corredo e un carico di regali, tanti oggetti di porcellana, cristallo e argento, in cui mezzo secolo più tardi continuavamo a imbatterci negli angoli più insospettati. Cinquant'anni di destinazioni diplomatiche in diverse latitudini, divorzi e lunghi esilii non sono riusciti a liberare la famiglia da quella zavorra; temo proprio, Paula, che erediterai, insieme ad altri oggetti raccapriccianti, una lampada di ninfe caotiche e paffuti cherubini che mia madre conserva ancora. La tua casa è di una semplicità monacale e nel tuo squallido armadio stanno appesi non più di quattro camicette e due paia di pantaloni, mi chiedo che cosa fai con quello che continuo a darti, sei come la Memé che, appena scesa dalla nave e messo piede a terra, si liberò del cappotto di astrakan per coprire una mendicante.
Mia madre passò i primi due giorni della sua luna di miele talmente sconvolta dalle convulsioni dell'oceano Pacifico che non poté lasciare la cabina, e appena si sentì meglio e uscì a respirare a pieni polmoni, suo marito cadde in preda al mal di denti. Mentre lei passeggiava in coperta, indifferente agli sguardi cupidi di ufficiali e marinai, lui gemeva nella sua branda. Il tramonto del sole tinteggiava di arancione l'immenso orizzonte e di notte le stelle scandalose invitavano all'amore, ma la sofferenza fu più forte del romanticismo. Dovevano passare tre giorni interminabili prima che il paziente permettesse al medico di bordo di intervenire con una pinza per alleviargli il supplizio, solo allora il gonfiore cedette e gli sposi poterono iniziare la vita matrimoniale. La sera seguente si presentarono insieme in sala da pranzo, invitati al tavolo del capitano. Dopo un brindisi formale agli sposi novelli, apparve l'antipasto, gamberetti serviti in coppe intagliate nel ghiaccio. Con un gesto di civettuola intimità mia madre protese la forchetta e pescò un gamberetto dal piatto di suo marito, con tanta sfortuna che un minuscolo punto di salsa cadde sulla cravatta di lui.

Tomás prese un coltello per raschiare il malfatto, ma la macchia si estese.
E allora, fra lo sgomento dei commensali e la mortificazione della moglie, il diplomatico ficcò le dita nel piatto, prese i crostacei, se li sfregò sul petto, insozzando la camicia, la giacca e il resto della cravatta, poi si passò le mani fra i capelli imbrillantati, si alzò in piedi, salutò con un breve inchino e se ne andò nella sua cabina, dove rimase per il resto della navigazione immerso in un silenzio imbronciato. Malgrado tali incidenti, io fui generata in alto mare.
Mia madre non era stata preparata alla maternità, a quei tempi di queste cose si parlava a bassa voce in presenza di ragazze nubili, e alla Memé non venne in mente di informarla sugli indecenti affanni delle api e dei fiori, perché la sua anima fluttuava ad altri livelli, più interessata alla traslucida natura delle apparizioni che alle grossolane realtà di questo mondo; ma
appena presentì di essere incinta seppe che sarebbe stata una bambina, la chiamò Isabel e intavolò con lei un dialogo permanente che non si è mai interrotto fino a oggi. Aggrappata alla creatura che cresceva nel suo ventre, tentò di compensare la sua solitudine di donna mal maritata; mi parlava ad alta voce spaventando coloro che la vedevano comportarsi come un'allucinata, e suppongo che io la ascoltassi e le rispondessi, ma non mi ricordo di quel periodo intrauterino.
Mio padre aveva gusti sfarzosi. L'ostentazione è sempre stata un vizio mal sopportato in Cile, dove la sobrietà è segno di raffinatezza; invece a Lima, città di viceré, il fasto è di buon gusto. Si installò in una casa sproporzionata alla sua posizione di secondo segretario dell'Ambasciata, si circondò di domestici indio, ordinò a Detroit un'automobile lussuosa e sperperò in feste, casinò e gite in yacht, senza che nessuno sapesse spiegarsi come finanziava simili stravaganze. In breve riuscì a entrare in rapporti con il gruppo più eletto della crème politica e sociale, scoprì le debolezze di tutti e di ciascuno e mediante i suoi contatti venne a conoscenza di confidenze indiscrete e persino di alcuni segreti di Stato.
Divenne l'invitato immancabile delle feste di Lima; in piena guerra riusciva a ottenere il miglior whisky, la cocaina più pura e le cortigiane più compiacenti, tutte le porte erano aperte per lui. Mentre saliva i gradini della sua carriera, la moglie si sentiva prigioniera in una situazione senza uscita, unita a vent'anni a un uomo sfuggente da cui dipendeva in tutto e per tutto. Languiva nell'umida calura dell'estate scrivendo pagine interminabili a sua madre, che si incrociavano in mare e si perdevano nelle borse della posta come un dialogo fra sordi. Quelle lettere malinconiche ammucchiate sulla sua scrivania convinsero la Memé del disincanto della figlia; sospese le sedute spiritiche con le tre amiche esoteriche della Fratellanza Bianca, mise in una valigetta il mazzo di carte divinatorie e partì per Lima su un fragile bimotore, dei pochi che portavano passeggeri, perché in quei tempi di guerra gli aerei erano riservati a compiti militari.
Arrivò giusto in tempo per la mia nascita. Poiché aveva messo al mondo i suoi figli in casa, aiutata dal marito e da una levatrice, rimase sconcertata dai moderni metodi della clinica. Intontirono la partoriente con una puntura togliendole la possibilità di partecipare agli avvenimenti, e appena nacque il bebè lo trasferirono in una nursery asettica. Molto tempo dopo, quando si dissiparono le nebbie dell'anestesia, informarono la madre che aveva dato alla luce una bambina, ma che in base al regolamento poteva tenerla con sé solo nei momenti dell'allattamento.
"È un mostro, per questo non me la fanno vedere!"

TRUMAN CAPOTE - Colazione da Tiffany

 

Inoltre la signorina aveva un gatto e suonava la chitarra. Nei giorni in cui il sole picchiava forte si lavava i capelli, poi, assieme al gatto, un maschio rosso tigrato, si metteva a sedere sulla scala di soccorso a pizzicare la chitarra mentre i capelli asciugavano. Ogni volta che sentivo la musica, andavo a mettermi in silenzio accanto alla finestra. Suonava molto bene, e qualche volta cantava. Cantava con il timbro rauco, incerto di un adolescente. Conosceva tutti i grandi successi, Cole Porter e Kurt Weill; le piacevano soprattutto le arie di Oklahoma! che erano nuove quell'estate e che si sentivano dappertutto. Ma c'erano momenti in cui cantava cose che vi facevano domandare dove poteva averle imparate, o da dove mai potevano venire. Strane arie dolci-amare con parole che sapevano di pini e di prateria. Una diceva: Don't wanna sleep, Don't wanna die, Just wanna go a-travelin' through the pastures of the sky (Non voglio dormire, Non voglio morire, Voglio soltanto viaggiare per i pascoli del cielo); e, questa sembrava piacerle più delle altre, perchè continuava a ripeterla anche quando i capelli erano già asciutti, anche quando il sole era tramontato e le finestre si illuminavano nel crepuscolo.

Ma la nostra conoscenza sbocciò solo a settembre, in una sera percorsa dai primi brividi dell'autunno. Ero stato al cinema, ero tornato a casa, mi ero preparato il whisky della staffa, e mi ero coricato con l'ultimo Simenon; mi sentivo così a posto che avvertii un disagio crescente solo quando mi accorsi che il cuore mi batteva forte.

Provavo un'impressione di cui avevo letto e avevo scritto, ma che non avevo mai sentito. L'impressione di essere osservato. Da qualcuno che era nella stanza.' Poi, un improvviso tamburellare alla finestra, una rapida visione di un fantomatico grigio; rovesciai il whisky. Mi ci volle un po' prima di decidermi ad aprire la finestra e a domandare alla signorina Golightly che cosa voleva.

«Ho in casa il più spaventoso degli uomini » mi rispose, passando dalla scala di sicurezza nella mia stanza. «Intendiamoci, quando non è ubriaco è simpaticissimo, ma se attacca col vino, Dio, che bestia diventa. Se c'è una cosa che non posso sopportare sono gli uomini che mordono». Scostò da una spalla la vestaglia di flanella grigia per mostrarmi che cosa succede quando un uomo morde. La vestaglia era tutto quel che aveva addosso. «Scusatemi se vi ho spaventato. Ma quando quella bestia ha cominciato a diventare seccante, sono uscita dalla finestra, semplicemente. Immagino che lui mi creda in bagno, non che mi importi un accidente di quello che crede, che vada al diavolo, si stancherà, si metterà a dormire: deve farlo, santo Dio, con otto Martini prima di cena, e abbastanza vino per fare il bagno a un elefante. Sentite, potete buttarmi fuori, se volete. Non è molto educato da parte mia imporvi la mia presenza in questo modo. Ma faceva un freddo maledetto sulla scala di soccorso. E voi, qua dentro, avevate un'aria così beata. Come mio fratello Fred. Dormivamo sempre in quattro in un letto, e nelle notti fredde era il solo che mi permettesse di stargli vicina. A proposito, vi dispiace se vi chiamo Fred?»

Era entrata nella mia stanza ormai, e si fermò, guardandomi. Non l'avevo mai vista senza occhiali neri, e capii che si trattava di lenti graduate, perchè senza di esse i suoi occhi si socchiudevano, con l'aria di valutare qualcosa, come quelli di un gioielliere. Erano occhi molto grandi, un po' azzurri, un po' verdi, con piccoli punti bruni; variegati, come i suoi capelli, e, come i suoi capelli, avevano una sfumatura calda, viva.

«Immagino che mi giudicherete sfacciata. O très fou. O qualcosa di simile. »

«Niente affatto. »

Parve delusa. «Invece sì. Lo pensano tutti. Io non ci bado. È una cosa molto utile.»

Andò a sedersi su una delle traballanti poltrone di velluto rosso, ripiegò le gambe sotto di sè e diede un'occhiata circolare alla stanza, strizzando ancora di più gli occhi.

«Ma come riuscite a resistere? È la camera degli orrori, questa. »

«Oh, ci si abitua a tutto, » risposi, irritato con me stesso, perchè in realtà ero orgoglioso della mia sistemazione.

«Io no. Non mi abituo mai a niente, io. Chi si abitua a tutto tanto vale che muoia. »

Con occhi sprezzanti, tornò ad osservare la stanza. «Che cosa fate qui voi, tutto il giorno? »

Con un cenno del capo, indicai un tavolo carico di libri e di carte. «Scrivo. »

«Credevo che gli scrittori fossero vecchissimi. Saroyan non è vecchio, lo so. L'ho conosciuto a una festa, e non è affatto vecchio. Anzi, » continuò, meditabonda, « se si fosse fatto meglio la barba... a proposito, è vecchio Hemingway? »

«Sulla quarantina, credo».

«Non c'è male. Un uomo comincia a eccitarmi solo quando ha quarantadue anni. Conosco una idiota di ragazza che continua a ripetermi che dovrei andare da uno psicanalista; secondo lei, ho il complesso del padre. Il che è merde. Mi sono semplicemente allenata ad apprezzare gli uomini anziani, ed è stata la cosa più intelligente che abbia mai fatto. Quanti anni ha Somerset Maugham?» «Non lo so di preciso. Sessanta e rotti». «Non c'è male. Non sono mai stata a letto con uno scrittore. No, un momento: conoscete Benny Shacklett?» Al mio cenno di diniego corrugò la fronte. «Strano. Ha scritto un mucchio di roba per la radio. Ma quel porco! Ditemi, siete un vero scrittore, voi? »

«Dipende da quello che intendete per " vero "».

«Beh, tesoro, c'è qualcuno che compera quello che scrivete?»

«Non ancora».

«Vi aiuterò io» dichiarò. « E posso farlo, sicuro. Pensate a tutta la gente che conosco, e che a sua volta, conosce altra gente. Vi aiuterò perchè siete come mio fratello Fred, tale e quale. Solo un po' più piccolo. Non l'ho più visto da quando avevo quattordici anni, cioè da quando me ne sono andata da casa, e lui era già alto un metro e ottantotto. Gli altri miei fratelli erano più o meno della vostra statura, dei tappi. È stato il burro di arachidi a far diventare Fred così grande. Tutti dicevano che era scemo, perchè si abboffava di burro di arachidi; per lui al mondo esistevano soltanto i cavalli e il burro di arachidi. Ma non era scemo, era soltanto buono e distratto e terribilmente lento; quando sono scappata, ripeteva l'Ottava classe per la terza volta. Povero Fred. Chissà se l'esercito è generoso con il burro di arachidi. A proposito, questo mi ricorda che ho fame».

Le indicai una terrina di mele, e nello stesso tempo le domandai perchè se n'era andata di casa così giovane. Mi guardò senza la minima espressione e si grattò il naso, come se le facesse solletico, un gesto che, rivedendolo parecchie volte, imparai a riconoscere come il segnale che qualcuno stava passando il segno. Come capita a molte persone portate, per indole, a parlare spontaneamente di sè, tutto quanto sottintendeva una domanda diretta, una precisazione, la metteva in guardia. Addentò una mela e disse : «Raccontatemi qualcosa che avete scritto. La trama, beninteso».

«È precisamente questo il guaio. Non sono trame che si possono raccontare».

JANE AUSTEN - Orgoglio e pregiudizio

 

Elizabeth si sentì sollevata al pensiero che avessero scelto proprio quel giorno per la gita a Pemberley. Che cosa terribile se, per un motivo qualsiasi, fosse stata rimandata al giorno dopo! La zia la chiamò poi a guardare un quadro. Ella si avvicinò e vide il ritratto di Mr Wickham appeso, tra varie altre miniature, sulla mensola del camino. La zia le chiese, sorridendo, se le piaceva. La governante si avvicinò e spiegò che era il ritratto di un giovane, figlio del defunto amministratore del padrone e allevato a spese di costui:

- Ora è nell'esercito, - aggiunse, - ma temo che sia diventato molto scapestrato.

Mrs Gardiner guardò la nipote con un sorriso che Elizabeth non riuscì a ricambiare.

- E questo, - disse Mrs Reynolds indicando un'altra miniatura, - è il ritratto del padrone: gli somiglia molto. È stato eseguito insieme all'altro: circa otto anni fa.

- Ho sentito parlare molto della bellezza del vostro padrone, - disse Mrs Gardiner guardando il ritratto. - Indubbiamente ha un bel viso. Ma tu, Lizzy, puoi dirci se gli somiglia oppure no.

Il rispetto di Mrs Reynolds per Elizabeth sembrò aumentare quando senti che conosceva il padrone.

- La signorina conosce Mr Darcy? Elizabeth arrossi e disse: - Un po'.

- E non credete che sia un uomo bellissimo, signorina?

- Sì, molto bello.

- Nella mia vita non ho mai conosciuto nessuno di tanta bellezza; ma, nella galleria al piano di sopra, ne vedrete un ritratto migliore e più grande. Questa era la stanza preferita del defunto padrone, e le miniature sono rimaste proprio dove stavano allora. Gli piacevano molto.

Ciò spiegò a Elizabeth come mai vi si trovava quella di Wickham. Mrs Reynolds rivolse poi la sua attenzione a una miniatura di Miss Darcy, eseguita quando ella aveva solo otto anni.

- E Miss Darcy è bella come il fratello? - chiese Mr Gardiner.- Oh, si... è la più bella signorina che si sia mai vista; ed è così colta! Suona e canta tutto il giorno. Nell'altra stanza c'è un pianoforte nuovo appena arrivato per lei: un regalo del padrone. Miss Darcy arriverà domani con lui.

Mr Gardiner, che aveva modi disinvolti e simpatici, incoraggiò l'esuberanza della governante con domande e osservazioni: Mrs Reynolds, un po' per orgoglio, un po' per affetto, fu più che felice di parlare del padrone e di sua sorella.

- Il vostro padrone si trattiene molto a Pemberley, nel corso dell'anno?

- Non quanto vorrei, signore; ma posso dire che trascorre qui una buona metà del suo tempo, e che Miss Darcy è sempre qui durante i mesi estivi."Tranne quando va a Ramsgate", pensò Elizabeth.

- Se il vostro padrone si sposa, lo vedrete più spesso qui.

- Sì, signore; ma non so quando ciò possa avvenire. Non so se esista una persona degna di lui.

I signori Gardiner sorrisero. Elizabeth non poté trattenersi dall'osservare:

- Gli fate un grande elogio, dicendo questo.

- Non è che la verità. Chiunque lo conosca non potrebbe dire niente di diverso, - rispose la governante. Elizabeth pensò che stesse esagerando e rimase ancora più stupita quando Mrs Reynolds aggiunse:

- Non ho mai sentito da lui una parola sgarbata e lo conosco da quando aveva solo quattro anni.

Un elogio davvero straordinario e, in tutto e per tutto, contrastante con l'idea che si era fatta di Darcy. Era più che convinta che avesse un pessimo carattere. Le affermazioni della governante risvegliarono il suo più profondo interesse: voleva sentire dell'altro e fu grata allo zio che disse:

- Ci sono ben poche persone che meritano elogi del genere. Siete fortunata ad avere un padrone simile.

- Sì, signore, lo so. Non potrei trovarne uno migliore neanche se girassi il mondo. Ma ho sempre notato che chi è buono da bambino è buono anche da adulto; e lui è sempre stato il più caro e il più generoso dei ragazzi.

Elizabeth represse a stento lo stupore. "Possibile che parli di Mr Darcy?" pensò

- Il padre era una bravissima persona, - osservò Mrs Gardiner.- Sì, signora, proprio così; e il figlio sarà presto come lui: altrettanto buono con la povera gente.

Elizabeth ascoltava, stupita e dubbiosa, e sempre più impaziente di sentire dell'altro in proposito. Invano Mrs Reynolds parlò degli splendori di quella dimora, invano descrisse il soggetto dei molti quadri, enumerò le dimensioni delle stanze, sottolineò il prezzo della mobilia: tutto ciò non era di alcun interesse per Elizabeth. Ciò che la interessava era Darcy. Era di Darcy che voleva sentir parlare. Mr Gardiner, divertito da tutta quell'entusiastica loquacità, forse scatenata dall'orgoglio di domestica fedele e devota alla famiglia che serviva, fece in modo di ricondurre Mrs Reynolds su questo argomento e vi riuscì: mentre salivano le imponenti scale, l'anziana governante riprese a parlare del padrone e a decantarne i molti pregi con energia persino maggiore di prima.

- È il miglior padrone che si possa trovare al mondo - precisò; - non come i giovani d'oggi, giovani scapestrati che non pensano ad altro che a sé. Non c'è uno dei suoi fittavoli o dei suoi domestici che non parli bene di lui. Qualcuno dice che è superbo; ma io non me ne sono mai accorta. Secondo me, dicono così perché non va in giro a divertirsi come gli altri giovanotti.

- "In che buona luce lo sta mettendo!", pensò Elizabeth.

- Questo elogio - le bisbigliò la zia mentre, camminavano, - non corrisponde certo al modo in cui si è comportato con il nostro povero amico.

- Forse le cose non sono andate come pensiamo.

- Non credo; le informazioni venivano da fonte sicura.

Giunti sull'ampio pianerottolo, furono introdotti in un graziosissimo salottino, arredato con eleganza e grazia persino maggiori rispetto alle stanze del pianterreno, e vennero informati che era stato allestito da poco e proprio per Miss Darcy, che nella sua ultima permanenza a Pemberley, aveva mostrato una grande predilezione per quella stanza.- È certamente un buon fratello,- disse Elizabeth, avviandosi verso una finestra. Mrs Reynolds s'immaginava già la gioia di Miss Darcy quando sarebbe entrata nella stanza.

- Ed è sempre così, aggiunse. - Qualunque cosa possa far piacere a sua sorella, è fatta immediatamente. Non c'è nulla che non farebbe per lei.

Non rimanevano da vedere che la galleria di quadri e due o tre delle principali camere da letto. Nella prima c'erano dipinti di notevole pregio, ma Elizabeth s'intendeva poco di pittura e, dopo ciò che aveva,visto al pianterreno, sarebbe volentieri tornata a guardare i disegni di Miss Darcy i cui soggetti erano sicuramente più comprensibili e, pertanto, più interessanti.La galleria era piena di ritratti di famiglia che non dicevano niente a un'estranea come lei. Elizabeth cercò, pertanto, l'unico viso noto. Dopo tanto rovistare fra volti di illustri sconosciuti, finalmente lo trovò: era di una somiglianza impressionante. Aveva lo stesso sorriso che ricordava di avergli visto quando la guardava. Rimase in attenta contemplazione del quadro per qualche minuto e vi tornò prima di uscire dalla galleria. Mrs Reynolds li informò che era stato dipinto quando era ancora vivo suo padre. In quel momento nacque, nell'animo di Elizabeth, un'improvvisa tenerezza: mai, da quando lo conosceva, aveva provato per lui un sentimento del genere. Gli elogi di Mrs Reynolds erano cosa tutt'altro che trascurabile. Quali elogi potrebbero avere più valore di quelli fatti da una domestica intelligente? Come fratello, come proprietario e come padrone, Darcy aveva nelle proprie mani la felicità di tanta gente. Di quanta gente! Quanta gioia e quanto dolore aveva il potere di concedere! Quanto bene e quanto male poteva fare! Ogni pensiero, ogni opinione espressa dalla governante parlava in suo favore; ferma davanti al quadro che lo raffigurava con gli occhi fissi su di lei, Elizabeth pensava, con una gratitudine più profonda di quanta ne avesse mai provata, al sentimento che egli le aveva dichiarato: ne ricordava il calore e, nel ricordo, quelle espressioni inopportune e sgraziate che tanto l'avevano indignata sfumarono improvvisamente lasciandole solo una sensazione di dolcezza.Quando ebbero visitato tutta la casa, tornarono al pianterreno e, congedatisi dalla governante, furono affidati al giardiniere che incontrarono sulla porta d'ingresso.

Mentre attraversavano il prato che conduceva al fiume, Elizabeth si voltò a guardare; si fermarono anche gli zii, e, mentre lo zio faceva delle congetture riguardo all'epoca in cui doveva esser stato costruito l'edificio, accadde qualcosa di assolutamente imprevisto. Il proprietario sbucò dal viale che conduceva alle scuderie. Erano a soli venti metri di distanza e la sua comparsa fu così improvvisa che era impossibile fingere di non vederlo. I loro occhi si incontrarono, ed entrambi arrossirono. Darcy sussultò e, per un momento, sembrò paralizzato dalla sorpresa; ma si riprese in fretta e si diresse verso gli inattesi visitatori. Parlò a Elizabeth, se non con calma perfetta, almeno con perfetta cortesia. Ella si era voltata istintivamente come per andarsene, ma, nel vederlo avvicinarsi, si fermò e accolse i suoi saluti, senza però riuscire a vincere il grande imbarazzo che si era impossessato di lei. Se l'improvvisa comparsa del giovane gentiluomo o l'innegabile somiglianza con il quadro che avevano visto solo poco prima non fossero bastati a far sapere ai signori Gardiner che si trovavano di fronte Mr Darcy, sarebbe, però, stata sufficiente l'espressione di sorpresa del giardiniere alla vista del padrone per farli rendere conto di che cosa stava accadendo. Rimasero un po' in disparte mentre egli parlava alla nipote che, sbalordita e confusa, quasi non osava alzare gli occhi e si limitava a rispondere meccanicamente alle cortesi domande che Darcy le rivolgeva sulla sua famiglia. Stupita dal mutamento dei suoi modi da quando si erano lasciati, Elizabeth sentiva, a ogni parola che lui pronunciava, crescere l'imbarazzo; e il pensiero della sconvenienza di farsi trovare proprio in quel luogo rese quei pochi minuti di colloquio il momento più spiacevole della sua vita. Nemmeno Darcy sembrava molto a suo agio e ripeté le domande riguardo a quando era partita da Longbourn e a quanto si era trattenuta nel Derbyshire con tanta insistenza e tanta impulsività da rivelare chiaramente il turbamento e la confusione di cui, malgrado tutto, era preda. Finalmente parvero mancargli le idee; e, dopo essere rimasto un momento in silenzio, si ricompose e si accomiatò. Gli zii raggiunsero allora Elizabeth ed espressero la loro ammirazione per la prestanza del giovane gentiluomo; Elizabeth, però, non sentì neppure una parola e, presa com'era dai suoi sentimenti, si limitò a seguirli in silenzio. Era sopraffatta dalla vergogna e dalla contrarietà. Venire in quel luogo era stata la cosa più sbagliata e inopportuna del mondo. Che strana impressione doveva avergli fatto trovarla lì! In che brutta luce doveva essere apparsa a un uomo tanto superbo! Forse aveva pensato che non fosse affatto una casualità, ma che ella fosse tornata di proposito sulla sua strada! Oh, perché era venuta? E perché era arrivato un giorno prima del previsto? Se ne fossero andati solo dieci minuti prima, non li avrebbe mai incontrati; perché doveva essere arrivato proprio in quel momento, doveva essere sceso proprio in quel momento dalla carrozza o da cavallo! Elizabeth continuava ad arrossire pensando alla sfortuna di questo incontro. E quel suo atteggiamento così diverso dal solito, che cosa significava? Che le avesse parlato, dopo tutto quello che era accaduto, la sbalordiva già, ma che le avesse parlato con tanta cortesia e le avesse chiesto della sua famiglia la lasciava addirittura senza parole! Non lo aveva mai visto rivolgersi a lei in quel modo, così semplice, così diretto, così poco sostenuto; non lo aveva mai sentito parlare con tanto garbo come in quell'inaspettato incontro. Che differenza dal Darcy che le aveva consegnato la lettera nel parco di Rosings! Non sapeva proprio che cosa pensare; non sapeva proprio quale spiegazione trovare. Percorrevano ora un magnifico viale lungo il torrente e, a ogni passo, scoprivano pendii o radure sempre più belle; le ci volle, però, un po' di tempo prima che si rendesse conto di tanto splendore; rispondeva meccanicamente ai frequenti richiami degli zii e sembrava guardare tutto ciò che le additavano, ma, in realtà, non riusciva a concentrarsi su niente né a distinguere alcun particolare, per quanto degno di nota, dell'incantevole paesaggio. Tutti i suoi pensieri erano rivolti a Pemberley House e, precisamente, al punto della casa, qualunque fosse, in cui in quel momento si trovava Mr Darcy. Chissà che cosa gli stava passando per la mente; che cosa pensava di lei e se, malgrado tutto, gli era ancora cara. Forse era stato gentile soltanto perché gli era ormai indifferente; eppure c'era qualcosa nella sua voce che non era indifferenza. Non sapeva dire se egli avesse provato più dispiacere o gioia nel rivederla, ma certamente non aveva provato indifferenza.

MARGARETH MITCHELL - Via col vento

 

Fra l'acquavite, che stava attenuando le aspre punture del rimorso e le parole beffarde ma consolatrici di Rhett, il pallido spettro di Franco si andava ritraendo nell'ombra. Forse Rhett aveva ragione. Forse Dio comprenderebbe. Si riprese abbastanza per poter ricacciare l'idea in fondo al suo cervello e decidere: "Ci penserò domani".

"Che novità?" chiese con sforzo, soffiandosi il naso nel fazzoletto di lui e spingendo indietro i capelli che avevano cominciato a scompigliarsi.

"La novità è questa". Rhett sorrise. "Vi desidero ancora più di quanto abbia mai desiderato alcuna donna e credo che ora che il povero Franco non c'è più, vi interessi saperlo".

Rossella strappò le mani dalla sua stretta e balzò in piedi.

"Io ... Voi siete l'individuo più screanzato che esiste! Venite proprio in questo momento a farmi dei discorsi...Dovevo saperlo che siete sempre lo stesso! Col cadavere di Franco ancora caldo! Se aveste un po' di costumatezza...uscite da questa..."

"State zitta, altrimenti fra un momento vedrete qui miss Pitty" rispose Rhett senza alzarsi ma afferrandola per i polsi. "Temo che non abbiate compreso la mia idea".

"La vostra idea? Non ci tengo". Ella lottò per svincolarsi. "Lasciatemi e uscite. Non ho mai visto una simile mancanza di tatto".

"Zitta" ribatté Rhett. "Vi sto chiedendo di sposarmi, O volete che mi metta in ginocchio?"

"Oh..." fece Rossella ansimando; e piombò a sedere sul divano.

Lo fissò a bocca aperta, chiedendosi se forse era l'acquavite che le faceva uno scherzo, poiché ricordava la dichiarazione

di Rhett: "Mia cara, io sono di quegli uomini che non si ammogliano". O lei era ubriaca o lui era pazzo. Ma non ne aveva l'aspetto. Sembrava calmo come se avesse parlato del sole e della pioggia e la sua cadenza strascicata colpì le sue orecchie senza un'enfasi particolare.

"Vi ho sempre desiderata, Rossella, da quel giorno che vi vidi alle Dodici Querce, quando scagliaste il portafiori, dimostrando così che non eravate una signora. Ho sempre avuto l'intenzione di farvi mia, in un modo o nell'altro. Ma poiché voi e Franco avete messo assieme un po' di denaro, capisco che non verrete più a farmi qualche interessante proposta di prestiti e garanzie. Quindi vedo che mi tocca sposarvi".

"E' uno dei vostri soliti scherzi, Rhett?"

"Ma come: io vi apro l'anima mia e voi fate delle insinuazioni! No, Rossella: questa è una vera e propria dichiarazione in debita forma. Riconosco che non è di buon gusto farla in questo momento, ma ho una buona giustificazione per la mia sconvenienza. Parto domani per una lunga assenza e temo che, se aspettassi il mio ritorno, vi troverei sposata con qualcuno che ha un po' di denaro. E allora ho pensato: perché non io e il mio denaro? Veramente, Rossella: non posso passar la vita a cercarvi fra un marito e l'altro".

Parlava sul serio. Non vi era dubbio. Nel rendersi conto di questo ella si sentì la bocca arida e inghiottì. Lo guardò negli occhi per potergli rispondere e li vide ridenti, ma con qualche cosa di profondo che non vi aveva mai visto prima; una strana lucentezza che sfidava ogni analisi. Sedeva con aria indifferente, ma ella comprese che la sorvegliava attentamente come un gatto sorvglia la tana di un sorcio. Nella sua calma era un senso di forza rattenuta che la fece indietreggiare un po' sgomenta.

Le chiedeva di sposarlo: commetteva un gesto incredibile. Una volta Rossella si era proposta di tormentarlo se le avesse rivolto quella richiesta; si era proposta di umiliarlo e di fargli sentire il proprio potere, assaporando una gioia maligna nel far questo. Ora egli aveva detto quelle parole, ed ella si sentiva più che mai in suo potere, e non le veniva neanche in mente ciò che aveva avuto in animo di fare. Come una ragazza a cui fosse stata rivolta per la prima volta una parola d'amore, arrossì e mormorò:

"No, non mi sposerò mai più".

"Ma sì, vi sposerete. Siete nata per essere moglie. Perché non mi sposereste?"

"Perché ... non vi amo, Rhett".

"Questo non è un ostacolo. Non mi pare che nelle vostre due esperienze matrimoniali l'amore abbia avuto gran parte!"

"Come potete dir questo? Sapete bene che a Franco volevo bene".

Egli non rispose.

"Sì, gli volevo bene".

"Va bene: non discutiamo. Volete riflettere sulla mia proposta mentre io sarò lontano?"

"Rhett, non mi piacciono le cose che si trascinano (...) non desidero rimaritarmi".

"Storie. Perché?"

"Così. Non mi piace essere maritata".

"Ma, mia povera figliola, voi non siete mai stata veramente maritata. Che cosa volete sapere? ... Ammetto che siete stata disgraziata ... una volta per dispetto e un'altra volta per denaro... Avete mai pensato a sposarvi ... per il piacere di farlo?"

"Piacere! Non dite sciocchezze. Non vi è nessun piacere nel matrimonio".

GERICAULT - Portrait of Laura (1820)

HONORE' DE BALZAC - Eugenia Grandet

 

Nella vita pura e monotona delle ragazze v’è un’ora deliziosa in cui il sole effonde nell’anima loro i suoi raggi, in cui il fiore esprime pensieri, in cui i palpiti del cuore comunicano al cervello una calda fecondità e fondono le idee in un vago desiderio; v’è un giorno d’innocente melanconia e di gioie soavi. Quando i bimbi cominciano a vedere, sorridono, e, quando una fanciulla intravede il sentimento nella natura, essa ritrova il suo sorriso di bambina. Se la luce è il primo amore della vita, l’amore non è forse la luce del cuore? E per Eugenia giungeva oramai il momento di scorger chiaro nelle cose di questa terra.

Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che cominciava ad avere importanza per lei. Si pettinò i capelli castagni, ne avvolse le grosse trecce al disopra della nuca con minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una giusta armonia fra la semplicità degli accessorii e la purezza delle linee. Mentre si lavava piú volte le mani nell’acqua fresca che le induriva la pelle arrossendola, si guardò le belle braccia rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani cosí morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove, le scarpe piú eleganti e, pungendola per la prima volta il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda piú attraente. Terminata la toletta, udí suonare l’orologio della parrocchia, e si stupí di contare soltanto le sette. Per timore di non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugenia incrociò semplicemente le braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano; una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.

Accanto alla cucina era un pozzo con parapetto di pietra e con la carrucola sostenuta da un braccio di ferro curvato, intorno a cui si attorcigliava una vite appassita, rossa, bruciata dalla siccità. Dal ferro passava sul muro, vi si attaccava, correva lungo la casa, e andava a finire nella legnaia, dove la legna era disposta con la stessa cura con cui son disposti i libri d’un bibliofilo. Il pavimento del cortile aveva tinte nerastre, prodotte col tempo dai muschi e dalle erbe, e le mura erano rivestite come d’una camicia verde, listata da lunghe strisce brune. Gli otto gradini, che in fondo al cortile menavano all’uscio del giardino, erano disgiunti e quasi sepolti sotto le piante, come la tomba di un cavaliere delle Crociate sepolto dalla sua vedova; sopra una fila di pietre mezzo consunte poggiava un cancello di legno marcio, cadente per antichità e tutto avvinto da piante rampicanti. Ai lati del cancello si protendevano i rami storti di due meli tisici. Tre viali paralleli, sparsi di sabbia e separati da aiuole con bordo di bosso, formavano il cosí detto giardino, che finiva sotto la terrazza in un gruppo di tigli. In un angolo vi erano alcune piante di fragola, in un altro un noce immenso spingeva i rami fin sopra il gabinetto del vecchio bottaio.

Una giornata limpida e il lieto sole d’autunno in riva alla Loira venivano man mano dissipando quella specie di velatura che la notte aveva distesa sopra gli oggetti pittoreschi, sui muri, sulle piante del giardino e del cortile. Eugenia sentí un fascino tutto nuovo in quelle cose che fino allora le erano rimaste indifferenti. Mille pensieri confusi le sorsero nell’anima, e crescevano a misura che i raggi del sole diventavano piú vividi; fìnché un moto di piacere la scosse, vago, inesplicabile, un piacere che ne avvolgeva l’essere morale, come una nuvola avvolgerebbe l’essere fisico.

I suoi pensieri erano in perfetto accordo con i particolari dello splendido paesaggio, e le armonie del cuore finirono con l’unirsi a quelle della natura. Quando il sole raggiunse un angolo del muro, di dove si protendevano le piante di capelvenere dalle larghe foglie a colori cangianti, simili a petti di colomba, parve ad Eugenia che celesti raggi di speranza le illuminassero l’avvenire, e provò diletto a contemplare quel pezzo di muraglia, i suoi fiori pallidi, le campanelle azzurre e le erbe appassite, cui si fuse un ricordo soave come quelli dell’infanzia. Il fruscio di ogni foglia che cadeva dal suo ramo nel cortile sonoro, sembrava una risposta alle mute domande della fanciulla, che restava intanto là inconscia del fuggir del tempo. Poi dentro quell’anima si agitò qualche scrupolo ed, alzandosi, ella veniva innanzi allo specchio e vi guardava la sua persona, come un autore ingenuo contempla l’opera sua per scoprirne i difetti e dirsi male di se stesso.

– Io non sono abbastanza bella per lui! – pensava Eugenia, umile e dolente.

Certo la povera ragazza non era giusta verso se stessa; ma la modestia, o meglio la timidezza, è una delle prime virtú dell’amore. Ell’era una fanciulla di forte costituzione, come ve ne sono tante nella media borghesia, e la sua bellezza poteva anche sembrare volgare; ma, pur non somigliando alla Venere di Milo, aveva nelle forme l’impronta nobile e soave del sentimento cristiano, che purifica la donna e la circonda d’un’aria speciale, ignota agli scultori dell’antichità. Aveva la testa grande, la fronte maschia, ma delicata del Giove di Fidia: erano grigi i suoi occhi, nella cui pallida luce parea riflettersi intera la castità della sua vita. Le linee del viso rotondo già fresco e roseo, avevano un po’ sofferto pel vaiuolo, abbastanza benigno da non lasciarvi traccia, ma tale da distruggere il velluto della pelle, sebbene questa si conservasse tuttavia cosí dolce e fine, che il puro bacio della madre v’imprimeva per un istante un segno rosso. Il naso era un po’ troppo pronunziato, ma armonizzava con una bocca del piú bel carminio, spirante dalle labbra affetto e bontà, mentre di squisita modellatura appariva il collo. Il seno ricolmo e accuratamente nascosto attirava lo sguardo svegliando i sogni, e la stessa rigidezza dell’alta statura, benché priva della grazia dell’abbigliamento, doveva avere un fascino speciale per i conoscitori. Eugenia, grande e robusta, non aveva quella leggiadria che piace alle folle, ma era bella di quella bellezza che ha potenza solo sugli artisti. Se un pittore fosse venuto quaggiú alla ricerca del tipo personificante la celeste purità di Maria, e avesse chiesto a tutta la natura femminea gli occhi modestamente fieri divinati da Raffaello, le linee verginali, spesso fiorenti dall’impeto improvviso della concezione, ma frutto in realtà di una vita cristiana e pudica; quel pittore, acceso da un raro modello, avrebbe trovato d’un tratto nel volto di Eugenia la nobiltà innata e incosciente di sé, avrebbe intravveduto sotto la fronte tranquilla un mondo di affetto, e nello sguardo, nel moto delle pupille, un non so che di divino. I suoi lineamenti mai alterati né stancati dall’espressione del piacere, somigliavano alle linee d’orizzonte che sfumano dolcemente nella lontananza dei placidi laghi. Quella fisonomia calma, colorita, circonfusa di luce come un bel fiore aperto, dava all’anima un senso di pace, comunicava quasi il fascino della coscienza che v’era rispecchiata, e avvinceva gli sguardi. Eugenia era ancora sulla riva del fiume della vita, ove fioriscono le illusioni infantili, ove si colgono margherite con un sentimento di delizia che diverrà ignoto in seguito, e, mirandosi nello specchio, ignara ancora dell’amore, ella ripeteva a se stessa: – Son troppo brutta, io; non può badare a me.

 

FERNANDO BOTERO - Sala da pranzo (2002)

GANDOLIN (L.A. VASSALLO) - La famiglia De-Tappetti

 

Finalmente la famiglia è seduta a tavola. Agenore ha un tovagliolo, che lo strozza, legato intorno al collo.

La serva porta la minestra. Agenore domanda che per lo meno la sua scodella sia coperta da due chilogrammi di formaggio. Il genitore si rifiuta. Agenore si tira i capelli. Il genitore gli tira gli orecchi. Eufemia tira la manica di Policarpo, il quale si mette in bocca la prima cucchiaiata di minestra, Per poco non la sputa,

- Dio clemente e misericordioso! esclama Policarpo - questa minestra è una salina di Orbetello.

- Le tue solite esagerazioni....

- Eufemia mia! non eccitare, te ne prego, la mia sacrosanta indignazione. Fammi il piacere di degustare la minestra e poi....

Eufemia assaggia,

- C'è un po' di sale, ma non mi pare che ci sia da strillare a quel modo che fai tu.

- Ma è salata o non lo è? rispondi categoricamente, poichè la vita domestica è fondata sulla logica.

 

- Non ti stranire, fammi questo piacere.

- Signora Eufemia! i sett'anni di matrimomio non vi autorizzano a denigrare la sincerità dei miei sensi. Non tergiversiamo, per amore di Dio. È salata o no, questa minestra?

- Quanto sei seccante!

- Papà - soggiunge Agenore - perché la mamma dice sempre che sei seccante?

- È un'espressione confidenziale che tu non devi ultroneamente ripetere! Hai capito? Ma guarda che fai? tu intingi la manica dentro la scodella. Ma, disgraziato, non te l'ho detto mille volte? a che cosa servono le maniche?

- A ripulirsi la bocca.

Policarpo resta atterrito, davanti al crescente idiotismo di quel figlio unico che un giorno dovrà essere il capo della sua stirpe.

La signora Eufemia con voce acre e acutissima:

- Impossibile! non passa giorno che a tavola non si faccia qualche lite. Tutti mi dicono: quanto dovete esser felice con vostro marito; è un uomo che fa ridere tutti. Ma già, si capisce! fuori di casa il signore sarà amabile, sarà spiritoso, sarà. ciarliero, sarà brillante. Appena messo piede in casa, non fa che brontolare, brontolare, e dalla mattina alla sera: ora i bottoni non sono cuciti; ora s'è persa la cravatta; ora la minestra ha il bruciato ora non c'è calza abbastanza nella lampada a petrolio.... Ma dimmi un'altra cosa: non potresti dare un altro giro ai tuoi discorsi?

- Eufemia! - risponde severamente Policarpo - Eufemia, te ne prego, rientra in te stessa. Tu demolisci il prestigio della patria potestà! tu scuoti, nella loro base, quei principii inconcussi che ho procurato sempre d'instillare nel tenero animo di Agenore nostro.

- Ma io sono inconcussa da un pezzo e te lo dico francamente: o parla d'altro o sta zitto. Agenore, vuoi un pezzettino d'arrosto?

- Ma me le compri poi le nocchie?

- Ti ho detto di sì. Non seccarmi neppure te.

- Ecco - mormora Policarpo - ecco come si finisce per traviare il senso retto della gioventú! Le nocchie sono il primo passo sul sentiero dell'abisso. La nocchia è la madre dei vizi.

- Policarpo, te lo ripeto: non essere così brontolone. Non ci hai altro da dirmi?Ma scusa tanto; perché leggi tanti giornalacci? Non ci trovi niente di bello da raccontarmi? Perché non ci dici tante belle cose?

- Non vi si trovano che cose brutte.

- Perché leggi, allora?

- Per ornare il mio spirito di quella cultura unissona, che deve cementare le facoltà intellettuali e intangibili della coscienza cittadina. Ma che vuoi ti narri, cara mia? Vuoi che venga a tavola, per dirti che la locomotiva ha rovesciato il ministero?

- Come?

- Con un break di sfiducia: pur troppo il capo del governo è stato trascinato con un vagone senza ruote.... lui! un uomo che trascina giorno e notte il carro dello Stato.

- E s'è fatto male?

- Nessun male, grazie al cielo.

- Ma figuriamoci, che paura, Gesú!

Policarpo con accento severissimo:

- La paura è un sentimento subalterno.

- Queste ferrovie! - esclama la signora Eufemia, con profonda convinzione.- Per me non vorrei servirmene mai.

- Tu esageri - risponde Policarpo basta avere un poco di prudenza, e non viaggiare che con treni esenti da scontri, e da deviazioni o altri simili disastri.

- Se io fossi capo del Governo....

- Non è possibile; saresti una capa.

- Mettiamo il caso. Ebbene, non andrei che in carrozza.

- Come fare? A giorni il presidente del gabinetto andrà a Vienna in compagnia dei sovrani.

- È lontano assai Vienna?

- Lontanissima. Io non vi sono mai stato, ma conosco il fratello d'uno che suo cugino doveva andare a Vienna e anche piú lontano, eppure è capitale dell'Austria.

- Ma che ci vanno a fare a Vienna?

- A fare amicizia con l'Austria.

- Papà. - interrompe Agenore - non m'hai detto sempre che l'Austria è una brutta aquila bicipite?

- Lo era nel quarantotto. Perché lo stato dell'Europa, figlio mio, è tutto cambiato. Napoleone III è stato sconfitto a Sadova. Bismarck è sceso nella penisola balcanica, e ha battuto i russi a Plevna; i bulgari hanno invaso l'Erzegovina, sbarcando nell'isola di Tabarca; la Francia ha dichiarato guerra all'Enfida, e ha levato a Thiers le redini del governo, tanto è in trambusto; per questo appunto, l'Austria, ch'era nemica, ora poi, sfido, è piú amica di prima; e lo stesso imperatore degli austriaci è anche ungherese, perché sono due governi, che diventano un solo, anche per la ragione che Kossuth è sempre stato a Torino, la nostra capitale, dove fu amico sempre dell'Italia. Così sono amici al di qua dalla Leitha, e al di là dalla Leitha.

- Scusa un momento - interrompe Eufemia; - ho capito tutto, ma questa Leitha che vuol dire?.

- I governi dell'Austria sono due, cisleitano, e transleitano, mi capisci? ma poi veramente non sono che uno, e questo governo ogni tanto passa al di là dalla Leitha per poi venire al di qua.

- Scusa tanto, amico mio, ma levami una curiosità: la Leitha che cos'è?

- La Leitha con cui si governa, e che si chiama la Dieta.

- Ma se è Dieta come può essere Leitha?

Policarpo con doloroso stupore:

- Scusa tanto, cara mia. Io sono Policarpo e non sono anche De-Tappetti? Dieta è il cognome.

 

 

IGINO UGO TARCHETTI - Fosca

 

Fummo felici, ineffabilmente felici.

Passammo attraverso una serie di sensazioni nuove, ardenti, vertiginose. Mai due anime avevano combaciato cosí pienamente, mai due nature si erano congiunte, fuse, identificate in una sola come le nostre.

Clara aveva indole forte, giusta, severa; vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai piú affettuosa, piú dolce, piú arrendevole, piú accarezzevole, piú eminentemente donna.

Aveva venticinque anni; era alta, pura, robusta, serena. Scopersi piú tardi il segreto di quel fascino immediato che aveva esercitato sopra di me. Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui.

Una volta amanti, ci abbandonammo con una specie di dolce disperanza alla nostra passione; non avemmo piú limiti; ella pure era tal natura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrire, di porre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicità, al nostro avvenire, per rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggere dalla smania di sacrificare qualche cosa l’uno all’altra. Cosí eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dare un prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intense, troppo profonde!…

Ci raccontammo tutta la nostra vita. Ci trasfondemmo l’uno nell’altra senza rossore, senza dissimulazioni, senza esitanze. Essa aveva vissuto poco nel mondo, aveva sposato a sedici anni un uomo che le era indifferente, non aveva mai amato, nessuno le aveva mai chiesto dell’affetto, adorava suo figlio. In quella vita di isolamento e di disamore era nondimeno felice.

Come tutte le donne veramente ingenue s’era data a me senza fingere, senza esitare; essa aveva pensato a lungo alle conseguenze della sua colpa; aveva lottato a lungo; ma una volta decisa, si era abbandonata senza ritegno. Non so se ella ne arrossisse e ne gemesse in segreto; il suo contegno non lasciò mai penetrare in me questo dubbio, essa non mi parve mai che felice. Mi diceva spesso con aria di credulità e di spavento, affatto puerile: — Sono cosí felice che ho paura di morire.

Il suo rimpianto piú acerbo era di non avermi conosciuto prima; non si doleva dell’avvenire che il tempo ed i suoi legami ci avrebbero, o tardi o tosto, attraversato, ma del passato che avevamo vissuto lungi l'uno dall’altro, senza conoscersi, senza sapere che esistevamo, di quei bei giorni della prima gioventú che non avevamo potuto trascorrere assieme.

— Oh, s’io t’avessi conosciuto allora! quanto sarei stata felice di darti questo mio cuore puro ed intatto, di offrirti tutta la mia gioventú, tutta la mia freschezza — giovinetta, anch’io era bella!… Come tu avresti saputo formare il mio cuore, come t’avrei amato, come t’avrei ubbidito!

Tali le parole che essa mi diceva soventi. Ella soffriva di non poter legare a me le prime e le piú pure memorie della sua esistenza.

Come aveva preveduto, la mia salute era rifiorita, io era ritornato forte, lieto, sereno; ma mi pareva aver tolto a lei tutto ciò che aveva aggiunto a me stesso. Essa non avvizziva, ma deperiva con lentezza. Si era come tramutata, non era piú quella di un tempo. Mi pareva fosse divenuta piú alta, piú gentile, piú flessibile; la vedeva come fosse stata un’immagine di se stessa.

Spesso essa mi diceva scherzosamente: — Ho voluto essere il tuo medico, e ho trascurato un po’ troppo me medesima. — Non so come avvenisse, ma è ben certo che ella mi aveva data la sua forza e la sua salute assieme col suo affetto. L’amore fa spesso di tali miracoli.

Del resto io non dirò come e quanto noi fossimo felici. Triste quella felicità che si può dire! Io mi era serbato fino allora eccezionalmente puro, essa eccezionalmente ingenua. Ci eravamo amati, ella per pietà, io per gratitudine; la stima, la simpatia, la conoscenza profonda delle nostre anime, piú che la nostra stessa gioventú, ci avevano condotti alla passione. Ella a venticinque anni, io a ventotto, eravamo ancora due fanciulli. In un gran centro di corruzione come cotesto, noi eravamo rimasti illibati, puri, vergini, ricchi di illusione e di fede — e la felicità e la grandezza di un tale amore non possono essere raccontati.

CESARE PAVESE - La luna e i falò

 

Eppure, disse lui, non sapeva cos’era, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che tutti i coltivi dove sull’orlo si accendeva il falò davano un raccolto piú succoso, piú vivace.

– Questa è nuova, – dissi. – Allora credi anche nella luna?

– La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza.

Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane.

Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.

Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le piú grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna.

E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva.

Discutemmo come cani arrabbiati un bel po’, ma lo chiamarono in segheria e io discesi sullo stradone ridendo.

Ebbi una mezza tentazione di passare dalla Mora, ma poi faceva caldo. Guardando verso Canelli (era una giornata colorita, serena), prendevo in un’occhiata sola la piana del Belbo, Gaminella di fronte, il Salto di fianco, e la palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani, profilata sulla costa dell’estrema collina. Tante vigne, tante rive, tante coste bruciate, quasi bianche, mi misero

voglia di essere ancora in quella vigna della Mora, sotto la vendemmia, e veder arrivare le figlie del sor Matteo col cestino. La Mora era dietro quegli alberi verso Canelli, sotto la costa del Nido.

Invece traversai Belbo, sulla passerella, e mentre andavo rimuginavo che non c’è niente di piú bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto. Una vigna ben lavorata è come un fisico sano, un corpo che vive, che ha il suo respiro e il suo sudore. E di nuovo, guardandomi intorno, pensavo a quei ciuffi di piante e di canne, quei boschetti, quelle rive – tutti quei nomi di paesi e di siti là intorno – che sono inutili e non danno raccolto, eppure hanno anche quelli il loro bello – ogni vigna la sua macchia – e fa piacere posarci l’occhio e saperci i nidi. Le donne, pensai, hanno addosso qualcosa di simile.

Io sono scemo, dicevo, da vent’anni me ne sto via e questi paesi mi aspettano. Mi ricordai la delusione ch’era stata camminare la prima volta per le strade di Genova – ci camminavo nel mezzo e cercavo un po’ d’erba. C’era il porto, questo sí, c’erano le facce delle ragazze, c’erano i negozi e le banche, ma un canneto, un odor di fascina, un pezzo di vigna, dov’erano? Anche la storia della luna e dei falò la sapevo. Soltanto, m’ero accorto, che non sapevo piú di saperla.

 

TRUMAN CAPOTE - Colazione da Tiffany

JANE AUSTEN - Orgoglio e pregiudizio

MARGARETH MITCHELL - Via col vento

HONORE' DE BALZAC - Eugenia Grandet

GANDOLIN (L.A. VASSALLO) - La famiglia De-Tappetti

IGINO UGO TARCHETTI - Fosca

CESARE PAVESE - La luna e i falò

CARLOS LUIS ZAFON - L'ombra del vento

 

Tornai sui miei passi seguendo le tacche che avevo inciso. Ma mentre avanzavo nella penombra, fui assalito dallo sconforto. Se infatti, per puro caso, io avevo scoperto tutto un mondo in un unico libro, tra gli innumere-voli conservati in quella necropoli, altre decine di migliaia sarebbero finiti nel dimenticatoio. Ebbi la sensazione di essere circondato da milioni di pagine abbandonate, da anime e mondi senza padrone che si inabissavano in un gorgo tenebroso mentre fuori di lì il genere umano, tanto più smemorato quanto più convinto di essere saggio, scivolava verso un inconsapevole oblio.

Tornai a casa all'alba. Aprii la porta in silenzio ed entrai senza accendere la luce. Dall'ingresso vidi la sala da pranzo con la tavola imbandita per la mia cena di compleanno. La torta, intatta, aspettava ancora di essere tagliata, il servizio buono di essere usato. Mio padre era seduto in poltrona e guardava la finestra. Era sveglio, indossava ancora il suo abito elegante e teneva fra le dita una sigaretta da cui si levavano pigri anelli di fumo. Erano anni che non lo vedevo fumare.

«Buongiorno» sussurrò, mentre spegneva la sigaretta in un posacenere pieno di lunghi mozziconi.

Lo guardai senza rispondergli. I suoi occhi erano velati di tristezza.

«Clara ha telefonato varie volte ieri sera, un paio d'ore dopo che eri uscito» disse. «Sembrava preoccupata. Ha lasciato detto di richiamare, a qualsiasi ora.»

«Non ho intenzione di chiamarla né di rivederla» affermai.

Mio padre si limitò ad annuire in silenzio. Mi lasciai cadere su una sedia e guardai il pavimento.

«Dove sei stato?»

«In giro.»

«Mi hai fatto morire di paura.»

Nella sua voce non c'era nessun tono di rimprovero, ma solo una profonda stanchezza.

«Lo so e mi dispiace» risposi.

«Cosa ti sei fatto al viso?»

«Sono scivolato sul marciapiede bagnato e sono caduto.»

«Quel marciapiede doveva avere un destro potente. Dobbiamo metterci un po' di pomata.»

«Non è niente. Non mi fa male» mentii. «Voglio solo dormire. Non mi reggo in piedi.»

«Prima di andare a letto apri almeno il tuo regalo» disse mio padre.

Mi indicò l'elegante confezione che la sera prima aveva appoggiato sul tavolino della sala da pranzo. Esitai, poi, a un suo cenno, afferrai il pac-chetto, lo soppesai e lo porsi a mio padre senza neanche aprirlo.

«Sarà meglio che tu lo restituisca. Non merito regali.»

«Si regala qualcosa per il piacere di farlo, non perché qualcuno lo meriti o meno» disse mio padre. «E ormai non posso più restituirlo. Aprilo.»

Scartai l'accurata confezione nella luce pallida del mattino. Era un astuccio di legno intagliato, con bordi dorati. Si aprì con un suono squisito, da meccanismo di orologeria. All'interno dell'astuccio, foderato di velluto blu, c'era la Montblanc Meinsterstück di Victor Hugo, in tutta la sua bellezza. La presi e la contemplai in controluce. Sulla pinza d'oro del cappuccio era stato inciso: 

                                                                              Daniel Sempere, 1953 

 

Guardai mio padre a bocca aperta. Credo di non averlo mai visto così felice. Si alzò dalla poltrona e mi abbracciò. Non riuscii a dire niente, e affidai al silenzio la mia emozione.

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