Nuova antologia di letteratura per ragazzi

MICHAEL ENDE - La storia infinita

 

«Qualche volta parlo da solo».

«E che cosa dici, per esempio?»

«Mi racconto delle storie, invento nomi e parole che non esistono e roba del genere».

«E queste cose te le racconti da solo? Perché?»

«Ma... perché non c'è nessuno che si interessi di starle a sentire».

Il signor Coriandoli tacque un momento, pensieroso.«E i tuoi genitori che cosa ne pensano?»Bastiano non rispose subito. Solo dopo un bel po' mormorò: «Il papà non dice niente. Non dice mai niente. A lui non importa di nulla.»

«E la mamma?»

«La mamma... non c'è più».

«I tuoi genitori sono separati?»

«No», rispose Bastiano, «lei è morta».In quel momento suonò il telefono. Il signor Coriandoli si alzò con una certa difficoltà dalla sua poltrona e si trascinò ciabattando in uno studiolo che stava dietro al negozio. Sollevò il ricevitore e Bastiano udì poco distintamente che diceva il proprio nome. Poi la porta si richiuse alle spalle del signor Coriandoli e dal quel momento non si poté udire altro che un borbottio sommesso e confuso.Bastiano stava lì e non sapeva bene come gli fosse accaduto di mettersi a raccontare tutte quelle cose e perché mai lo avesse fatto. Detestava di essere interrogato in quel modo. Improvvisamente, con una gran vampata di calore, gli venne in mente che sarebbe arrivato troppo tardi a scuola, sicuro, certo, doveva affrettarsi, doveva mettersi a correre; invece restò impalato dov'era, senza riuscire a decidersi. Qualcosa lo teneva inchiodato lì, non sapeva che cosa.

Dalla stanza accanto veniva sempre la voce in sordina. Era una lunga telefonata.

Bastiano si rese conto d'un tratto che in tutto quel tempo aveva tenuto lo sguardo continuamente fisso sul libro che il signor Coriandoli aveva avuto in mano prima, quando sedeva in poltrona. Non riusciva a staccarne gli occhi. Era come se dal quel libro emanasse qualche straordinaria forza magnetica che lo attirava irresistibilmente.

Si avvicinò alla poltrona, allungò lentamente la mano, toccò il libro, e in quello stesso istante dentro di lui qualcosa fece «Clic!» Come se una trappola si fosse serrata.

Bastiano ebbe l'oscura sensazione che con quel breve contatto avesse avuto inizio qualcosa di irrevocabile, che ora avrebbe proseguito il suo corso.

Sollevò il libro e lo osservò da tutte le parti. La copertina era di seta color rubino cupo e luccicava mentre la rigirava di qua e di là. Sfogliandolo fuggevolmente vide che i fogli erano stampati in due colori diversi. Illustrazioni pareva non ce ne fossero, ma in compenso vi erano meravigliosi capilettera figurati.

Quando tornò a osservare la copertina, ci scoprì sopra due serpenti, uno scuro e l'altro chiaro, che si mordevano la coda, formando così un ovale. E in questo ovale c'era il titolo, in strani caratteri:

 

La Storia Infinita

 

Le passioni umane sono una cosa molto misteriosa e per i bambini le cose non stanno diversamente che per i grandi. Coloro che ne vengono colpiti non le sanno spiegare, e coloro che non hanno mai provato nulla di simile non le possono comprendere.

Ci sono persone che mettono in gioco la loro esistenza per raggiungere la vetta di una montagna. A nessuno, neppure a se stessi, potrebbero realmente spiegare perché lo fanno. Altri si rovinano per conquistare il cuore di una persona che non ne

vuole sapere di loro. E altri ancora vanno in rovina perché non sanno resistere ai piaceri della gola, o a quelli della bottiglia. Alcuni buttano tutti i loro beni nel gioco, oppure sacrificano ogni cosa per un'idea fissa, che mai potrà diventare realtà. Altri

credono di poter essere felici soltanto in un luogo diverso da quello dove si trovano e così passano la vita girando il mondo. E altri ancora non trovano pace fino a quando non hanno ottenuto il potere. Insomma, ci sono tante e diverse passioni, quante e diverse sono le persone.

Per Bastiano Baldassarre Bucci la passione erano i libri.

Chi non ha mai passato interi pomeriggi con le orecchie in fiamme e i capelli ritti in testa chino su un libro, dimenticando tutto il resto del mondo intorno a sé, senza più accorgersi di aver fame o freddo; chi non ha mai letto sotto le coperte, al debole bagliore di una minuscola lampadina tascabile, perché altrimenti il papà o la mamma o qualche altra persona si sarebbero preoccupati di spegnere il lume per la buona ragione ch'era ora di dormire, dal momento che l'indomani mattina bisognava alzarsi presto; chi non ha mai versato, apertamente o in segreto, amare lacrime perché una storia meravigliosa era finita ed era venuto il momento di dire addio a tanti personaggi con i quali si erano vissute tante straordinarie avventure, a creature che si era imparato ad amare e ammirare, per le quali si era temuto e sperato e senza le quali d'improvviso

la vita pareva così vuota e priva di interesse; chi non conosce tutto questo per sua personale esperienza, costui molto probabilmente non potrà comprendere ciò che fece allora Bastiano.

Fissava il titolo del libro e si sentiva percorrere da vampate di caldo e di freddo.

Questo, ecco, proprio questo era ciò che lui aveva sognato tanto spesso e che sempre aveva desiderato da quando era caduto in preda alla sua passione: una storia che non dovesse mai avere fine. Il libro di tutti i libri.

Doveva avere quel libro, a ogni costo!

A ogni costo? Era facile a dirsi! Anche se avesse potuto offrire più delle duemila lire che portava con sé, quel poco gentile signor Coriandoli aveva anche troppo chiaramente fatto capire che non gli avrebbe venduto alcun libro. E tanto meno glielo

avrebbe regalato. No, la cosa non aveva soluzione, era un vero caso disperato.

Eppure Bastiano sapeva che non sarebbe mai potuto andarsene senza quel libro.

Adesso gli era chiaro che proprio a causa di quel libro era venuto qui, era stato il libro a chiamarlo in quella sua misteriosa maniera, perché voleva andare da lui, perché in fondo era già suo, gli apparteneva da sempre!

Bastiano restò in ascolto del mormorio che continuava a venire dallo studio dov'era il telefono.

Prima ancora di accorgersene si era d'improvviso nascosto il libro sotto il cappotto e se lo premeva contro il petto con entrambe le braccia. Senza far rumore camminò a ritroso fino alla porta, tenendo ansiosamente d'occhio l'altra porta, quella che dava nello studiolo. Premette cauto la maniglia. Voleva a tutti i costi evitare che i campanellini d'ottone si mettessero a cantare, perciò aprì la porta a vetri solo quel tanto che gli bastava per sgusciar fuori. Poi, lento e cauto, la richiuse dall'esterno.

Solo allora cominciò a correre.

SERGIO BAMBAREN - Serena

 

Il pomeriggio successivo, subito dopo la scuola, Serena corse a casa, s'infilò il costume e si precipitò all'appuntamento nelle acque basse dove aveva incontrato il suo nuovo amico.
Dolphy era già là ad aspettarla.
«Vorresti vedere la mia spiaggia segreta?» chiese Serena.
«Per tutti i tonni, sì», disse Dolphy.
Era magnifica, ricoperta da conchiglie di tutti i colori del mondo. «La mia spiaggia segreta è piena di conchiglie bellissime», disse Serena. «Oh, quasi mi dimenticavo. C'è una secca che appare e scompare con la marea. È protetta da scogli giganteschi contro cui si frangono le onde dell'oceano. Solo la marea, quando monta, riesce a entrarvi con acque tranquille.»
«E che cosa vedi nella secca?» chiese Dolphy.
«Oh, ci sono delle creature minuscole. Un granchio timido si nasconde tra le rocce, un'alga marina danza ondeggiando sinuosa con la corrente».
A Dolphy non era consentito l'accesso alla secca per colpa delle rocce che la proteggevano. Doveva accontentarsi di ciò che Serena gli raccontava di quel mondo. Ed entrambi si resero conto quanto fosse importante vedere attraverso gli occhi di un amico, perché questo poteva insegnare molte cose meravigliose.
Serena porse in dono al delfino una conchiglia grande come una trottola.
«Grazie, amica mia», disse Dolphy. «Perché non ne raccogli una anche tutta per te? Forse ti confiderà un segreto quando l'avvicinerai al tuo orecchio.»
Serena seguì il consiglio dell'amico d'acqua. «Io sento solo il rumore del mare».
«Riprova», disse Dolphy. E a quel punto Serena udì una voce lontana:
Certi amici compaiono
nella vita di ciascuno di noi,
e se ne allontanano
appena l'hanno attraversata.
Diventano dei veri amici,
e condividono la nostra esistenza
per un istante,
lasciandosi dietro
delle magnifiche impronte nella sabbia.
«Grazie, Serena per questo momento. Ora mi faresti felice se rimettessi la conchiglia dove l'hai trovata.»
«E perché mai?»
«Perché ogni vita e ogni cosa hanno un suo posto preciso in questo mondo», disse Dolphy, «e preferirei contemplare la tua conchiglia sulla spiaggia incantevole dove l'ha lasciata la corrente, piuttosto che portarmela a spasso per l'oceano dove probabilmente non brillerebbe tanto come qui. Inoltre, non potrebbe sprigionare a pieno la sua magia se ce ne appropriamo, non ti pare?»
«Sono d'accordo con te», ammise pensierosa la ragazzina. «A volte dovremmo consentire alle cose di essere ciò che sono, e limitarci ad ammirarle: sono là perché devono essere là per regalarci il massimo del piacere.»
Serena si girò a guardare Dolphy. «Grazie per avermi insegnato ad ascoltare ciò che una conchiglia aveva da dirmi!»
«Figurati!» annuì il delfino soddisfatto. «È un regalo speciale per la mia amica Serena, e mi rende molto felice, e sai perché?»
«Perché?» chiese Serena.
«...Perché tu sei felice.»

ROALD DAHL - Matilda

 

Il giorno in cui suo padre rifiutò di comprarle un libro, Matilde andò a piedi sino alla biblioteca pubblica del paese, da sola. Appena arrivata si rivolse alla bibliotecaria, la signora Felpa, e chiese se poteva sedersi un po’ a leggere. La signora Felpa, piuttosto stupita di vedere una bambina così piccola non accompagnata da un genitore, le rispose che era la benvenuta.

- Per favore, dove sono i libri per bambini? - chiese Matilde.

- Lì, sugli scaffali più bassi. Vuoi che ti aiuti a trovare un bel libro con tante illustrazioni?

- No grazie - disse Matilde. - Posso fare da sola.

Da quel giorno, appena sua madre usciva, Matilde faceva una passeggiatina fino alla biblioteca. Ci metteva solo dieci minuti e poi, tranquillamente seduta, trascorreva due ore meravigliose in un angolo accogliente e quieto, divorando un libro dopo l’altro. Dopo aver letto tutti i libri per bambini, cominciò a guardarsi intorno in cerca di qualcosa di diverso.

La signora Felpa, che in quelle poche settimane l’aveva osservata incuriosita, lasciò la sua scrivania e le si avvicinò.

- Posso aiutarti, Matilde?

- Mi chiedevo che cosa potrei leggere adesso.

- Vuoi dire che hai guardato tutte le figure?

- Certo, ma ho anche letto le storie.

La signora Felpa, alta e imponente, abbassò lo sguardo su Matilde, che a sua volta alzò gli occhi.

- Certi non valevano niente - disse Matilde. - Altri invece erano bellissimi. Più di tutti mi è piaciuto Il giardino segreto.

Era pieno di misteri: quello della stanza dietro la porta chiusa, e quello del giardino dietro il muro.

La signora Felpa era sbalordita. - Ma quanti anni hai, esattamente?

- Quattro anni e tre mesi.

Anche se la bibliotecaria era stupefatta, non lo diede a vedere. - E adesso che tipo di libro vorresti?

- Uno veramente bello, di quelli che leggono i grandi. Un libro famoso. Ma non ne conosco nessuno.

La signora Felpa passò in rivista gli scaffali, esitante. Non sapeva cosa consigliarle. Come si fa a scegliere un classico per una bambina di quattro anni? Dapprima pensò di proporle un romanzo per ragazzine adolescenti, ma poi, chissà perché, passò istintivamente davanti allo scaffale senza fermarsi.

- Prova questo - disse alla fine. - È famosissimo e molto bello. Se ti sembra troppo lungo, dimmelo, e ti cercherò un libro più corto e un po’ più facile.

La signora Felpa era sbalordita. - Ma quanti anni hai, esattamente?

- Quattro anni e tre mesi.

Anche se la bibliotecaria era stupefatta, non lo diede a vedere. - E adesso che tipo di libro vorresti?

- Uno veramente bello, di quelli che leggono i grandi. Un libro famoso. Ma non ne conosco nessuno.

La signora Felpa passò in rivista gli scaffali, esitante. Non sapeva cosa consigliarle. Come si fa a scegliere un classico per una bambina di quattro anni? Dapprima pensò di proporle un romanzo per ragazzine adolescenti, ma poi, chissà perché, passò istintivamente davanti allo scaffale senza fermarsi.

- Prova questo - disse alla fine. - È famosissimo e molto bello. Se ti sembra troppo lungo, dimmelo, e ti cercherò un libro più corto e un po’ più facile.

Grandi speranze - lesse Matilde, - di les Dickens. Mi piacerebbe provarci.

La signora Felpa pensò che era una follia, ma a Matilde disse: - Certo che ci puoi provare.

Durante i pomeriggi successivi, la bibliotecaria non riusciva a distogliere lo sguardo da quella bimbetta seduta per ore e ore nella grande poltrona, dall’altro lato della stanza, con il libro sulle ginocchia. Aveva dovuto appoggiarlo sulle ginocchia perché era troppo pesante da reggere, per lei, e per riuscire a leggerlo era costretta a piegarsi in avanti. Era davvero uno strano spettacolo guardare quella personcina seduta, i cui piedi non arrivavano a terra, completamente assorta nelle meravigliose avventure di Pip e della vecchia signorina Havisham con la sua casa piena di ragnatele, persa nell’incantesimo che Dickens, il grande inventore di storie, aveva saputo creare.

L’unico movimento della piccola lettrice era quello di alzare ogni tanto la mano per voltare pagina, e la signora Felpa era davvero spiacente quando arrivava il momento di attraversare la stanza per dirle: - Sono le cinque meno cinque.

Durante la prima settimana, la bibliotecaria aveva chiesto a Matilde:

- La mamma ti accompagna fin qui e poi viene a riprenderti?

- Mia madre va in città tutti i pomeriggi per giocare a bingo - le aveva risposto Matilde. - Non sa che vengo qui.

- Ma non dovresti venire senza permesso. Sarebbe meglio dirglielo.

- Preferirei di no. Né lei né mio padre vedono di buon occhio che io legga.

- E cosa vorrebbero che facessi, sola in casa per tutto il pomeriggio?

- Ciondolare per casa e guardare la televisione.

- Capisco.

- A loro non importa molto di quello che faccio - disse Matilde, con aria un pochino triste.

La signora Felpa non poteva fare a meno di preoccuparsi al pensiero che la bambina doveva attraversare la strada principale, piena di traffico, ma decise di non impicciarsi.

In una settimana, Matilde finì di leggere le 411 pagine di Grandi speranze. - Mi è piaciuto moltissimo - disse. - Questo Dickens ha scritto altri libri? - Tanti - rispose sbalordita la signora Felpa. - Vuoi che te ne scelga un altro?

GEORGE ORWELL - La fattoria degli animali

 

Quando vide che tutti si erano bene accomodati e aspettavano attenti, il Vecchio Maggiore si rischiarò la gola e cominciò:

«Compagni, già sapete dello strano sogno che ho fatto la notte scorsa, ma di ciò parlerò più tardi. Ho avuto una vita lunga, ho avuto molto tempo per pensare mentre me ne stavo solo, sdraiato nel mio stallo, e credo di poter dire d'aver compreso, meglio di ogni animale vivente, la natura della vita su questa terra. Di ciò desidero parlarvi.

«Ora, compagni, di qual natura è la nostra vita? Guardiamola: la nostra vita è misera, faticosa e breve. Si nasce e ci vien dato quel cibo appena sufficiente per tenerci in piedi, e quelli di noi che ne sono capaci sono forzati a lavorare fino all'estremo delle loro forze; e, nello stesso istante in cui ciò che si può trarre da noi ha un termine, siamo scannati con orrenda crudeltà. Non vi è animale in Inghilterra che, dopo il primo anno di vita, sappia che cosa siano la felicità e il riposo. Non vi è animale in Inghilterra che sia libero. La vita di un animale è miseria e schiavitù: questa è la cruda verità.

«Fa forse ciò parte dell'ordine della natura? Forse questa nostra terra è tanto povera da non poter dare una vita passabile a chi l'abita? No, compagni, mille volte no! Il suolo dell'Inghilterra è fertile, il suo clima è buono, e può dar cibo in abbondanza a un numero d'animali enormemente superiore a quello che ora l'abita. Solo questa nostra fattoria potrebbe

sostentare una dozzina di cavalli, venti mucche, centinaia di pecore, e a tutti potrebbe assicurare un agio e una dignità di vita che vanno oltre ogni immaginazione. Perché allora dobbiamo continuare in questa misera condizione? Perché quasi tutto il prodotto del nostro lavoro ci viene rubato dall'uomo. Questa, compagni, è la risposta a tutti i nostri problemi. Essa si

assomma in una sola parola: uomo. L'uomo è il solo, vero nemico che abbiamo. Si tolga l'uomo dalla scena e sarà tolta per sempre la causa della fame e della fatica.

«L'uomo è la sola creatura che consuma senza produrre. Egli non dà latte, non fa uova, è troppo debole per tirare l'aratro, non può correre abbastanza velocemente per prendere conigli. E tuttavia è il signore di tutti gli animali. Li fa lavorare e in cambio dà ad essi quel minimo che impedisca loro di morir di fame e tiene il resto per sé. Il nostro lavoro coltiva la terra, i nostri escrementi la rendono fertile, eppure non uno di noi possiede più che la sua nuda pelle. Voi, mucche che vedo davanti a me, quante migliaia di galloni di latte avete dato durante lo scorso anno? E che ne è stato di quel latte che avrebbe dovuto nutrire vigorosi vitelli? Ogni sua goccia è andata giù per la gola del nostro nemico. E voi, galline, quante uova avete deposto in un anno e quante di queste uova si sono dischiuse al pulcino? Le restanti si sono tutte mutate in danaro per Jones e i suoi uomini. E tu, Berta, dove sono i quattro puledri che hai portato in grembo e che avrebbero dovuto essere il sostegno e il conforto della tua vecchiaia? Ognuno di essi fu venduto al compiere di un anno e tu non li rivedrai mai più. In cambio dei tuoi quattro parti e di tutto il lavoro dei campi, che cosa hai avuto se non una scarsa razione e una stalla?

«E neppure avviene che la misera vita che conduciamo abbia il suo corso naturale. Non mi lamento per me, perché io sono tra i fortunati. Ho dodici anni e ho avuto più di quattrocento figli. Questa è la naturale vita di un maiale. Ma nessun animale sfugge infine al coltello crudele. Voi, giovani lattonzoli che mi sedete dinanzi, voi tutti entro un anno griderete per il fuggir della vita. A questo orrore ciascuno di noi deve giungere: mucche, porci, galline, pecore; tutti. Persino i cavalli e i cani non hanno miglior destino. Tu, Gondrano, il giorno stesso in cui i tuoi possenti muscoli avranno perduto la loro forza, sarai venduto da Jones all'uomo che ti taglierà la gola e farà bollire la tua carne per darla in pasto ai cani da caccia. Quanto ai cani, allorché diventano vecchi e senza denti, Jones lega loro una pietra al collo e li annega nel più vicino stagno.

«Dunque, compagni, non è chiaro come il cristallo che tutti i mali della nostra vita nascono dalla tirannia dell'uomo? Eliminiamo l'uomo e il prodotto del nostro lavoro sarà nostro. Prima di sera potremmo divenire ricchi e liberi. Che fare dunque? Lavorare notte e giorno, corpo e anima per la distruzione della razza umana! Questo è il mio messaggio a voi,

compagni: Rivoluzione! Non posso dire quando questa Rivoluzione verrà: potrebbe essere fra una settimana o fra cent'anni; ma so, con la stessa certezza con cui vedo questa paglia sotto i miei piedi, che presto o tardi giustizia sarà fatta. Compagni, in questo evento fissate il vostro sguardo per quel resto di vita che vi rimane. E soprattutto tramandate questo mio

messaggio a quelli che verranno dopo di voi, in modo che le future generazioni proseguano la lotta fino alla vittoria.

«E ricordate, compagni, che la vostra risoluzione mai deve vacillare. Nessun argomento vi faccia deviare. Non date ascolto quando vi si dice che l'uomo e gli animali hanno un comune interesse, che la prosperità dell'uno è la prosperità degli altri. È tutta menzogna. L'uomo non serve gli interessi di nessuna creatura all'infuori dei suoi. E fra noi animali ci sia perfetta unità di vedute, solidarietà perfetta in questa lotta. Tutti gli uomini sono nemici. Tutti gli animali sono compagni.»

Avvenne qui un tremendo scompiglio. Mentre il Vecchio Maggiore stava parlando, quattro grossi topi erano usciti dal loro buco e, appoggiati ai quarti posteriori, si erano messi ad ascoltare. I cani li avevano subito notati, e solo con un rapido ritorno alle loro tane i topi ebbero salva la vita.

Il Vecchio Maggiore alzò la zampa per imporre il silenzio.

«Compagni» disse «ecco un punto che deve essere chiarito. Le creature selvatiche come i topi e i conigli sono nostri amici o nostri nemici? Mettiamo la questione ai voti. Propongo all'assemblea il seguente quesito: i topi sono compagni?»

La votazione fu rapida e con stragrande maggioranza si stabilì che i topi erano compagni. Vi furono solo quattro dissenzienti: i tre cani e il gatto, il quale, come si scoprì poi, aveva però votato per ambo le parti. Il Vecchio Maggiore proseguì:

«Poco mi rimane ancora da dire. Solo ripeto di ricordar sempre il vostro dovere di inimicizia verso l'uomo e tutte le sue arti. Tutto ciò che cammina su due gambe è nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe o ha ali è amico. E ricordate pure che nel combattere l'uomo non dobbiamo venirgli ad assomigliare. Anche quando l'avrete distrutto, non adottate i suoi vizi.

Nessun animale vada mai a vivere in una casa, o dorma in un letto, o vesta panni, o beva alcolici, o fumi tabacco, o maneggi danaro, o faccia commercio. Tutte le abitudini dell'uomo sono malvagie. E, soprattutto, nessun animale divenga tiranno ai suoi simili. Deboli o forti, intelligenti o sciocchi, siamo tutti fratelli. Mai un animale uccida un altro animale. Tutti gli animali sono uguali.

«E ora, compagni, vi dirò del mio sogno dell'altra notte. Non vi posso descrivere quel sogno. Era il sogno della Terra come sarà quando l'uomo sarà scomparso. Ma mi ha rammemorato di una cosa che da lungo tempo avevo dimenticato. Molti anni fa, quando non ero che un lattonzolo, mia madre e altre scrofe usavano cantare una vecchia canzone di cui esse non conoscevano che l'aria e le prime tre parole. Conoscevo quell'aria fin dall'infanzia, ma da molto tempo mi era uscita di mente. L'altra notte, però, essa mi ritornò in sogno. E ciò che più conta, anche le parole della canzone mi ritornarono, parole, sono sicuro, che erano cantate dagli animali di molto, molto tempo fa e di cui da generazioni si era perduta la memoria.

Vi canterò ora questa canzone, compagni. Sono vecchio e la mia voce è rauca, ma quando vi avrò insegnato l'aria la potrete cantare meglio da voi. È intitolata "Animali d'Inghilterra".»

Il Vecchio Maggiore si rischiarò la gola e cominciò a cantare, e cantò abbastanza bene, e l'aria era eccitante, qualcosa fra "Clementine" e "La Cucaracha". Le parole dicevano:

 

Animali d'Inghilterra,

d'ogni clima e d'ogni terra,

ascoltate il lieto coro:

tornerà l'età dell'oro!

Tosto o tardi tornerà:

l'uom tiranno a terra andrà;

per le bestie sol cortese

sarà l'alma terra inglese.

FRED UHLMANN - L'amico ritrovato

 

Da quando Konradin era stato a casa mia mi aspettavo di essere invitato a mia volta, ma i giorni e le settimane passavano senza che questo avvenisse. Indugiavamo sempre davanti al cancello sormontato dai due grifoni che reggevano lo stemma degli Hohenfels fino al momento in cui lui mi salutava e, aprendo il pesante cancello, risaliva il vialetto odoroso, bordato di oleandri, che portava al portico e all'ingresso principale. Bussava piano all'enorme portone nero, che si apriva silenziosamente, e spariva all'interno come se non dovesse mai più ricomparire. Di tanto in tanto, io restavo ad aspettare per qualche istante, nella speranza che Sesamo si aprisse di nuovo e che Konradin riemergesse, facendomi cenno di entrare. Ma la mia speranza non si avverava mai e la porta incombeva minacciosa quanto i due grifoni che mi scrutavano dall'alto, crudeli e impietosi, con gli artigli acuminati e le lingue biforcute a forma di falce, pronti a strapparmi il cuore. Giorno dopo giorno subivo la tortura della separazione e dell'esclusione, giorno dopo giorno la casa, che conteneva la chiave della nostra amicizia, cresceva in importanza e in mistero. Con la fantasia la riempivo di tesori: stendardi di nemici sconfitti, spade di crociati, armature, lampade che un tempo avevano diffuso la loro luce a Isfahan e a Teheran, broccati provenienti da Samarcanda e da Bisanzio. Ma le barriere che mi tenevano lontano da Konradin continuavano a ergersi come se non dovessero mai crollare. Non riuscivo a capire. Era impossibile che lui, così attento a non ferire nessuno, così premuroso, sempre pronto a scusare la mia impulsività e l'aggressività con cui reagivo ogniqualvolta non si dimostrava d'accordo con la mia Weltanschauung, si fosse dimenticato di invitarmi. Frattanto io, troppo orgoglioso per chiederglielo, divenivo sempre più sospettoso ed agitato, mentre il desiderio di penetrare nella roccaforte degli Hohenfels si trasformava in un'ossessione.

Un giorno - stavo quasi per andarmene - si voltò all'improvviso e mi disse: «Vieni dentro, non hai mai visto la mia stanza». Senza lasciarmi il tempo di rispondere, spinse il cancello di ferro battuto e i due grifoni retrocedettero, ancora minacciosi ma momentaneamente impotenti, sbattendo invano le loro ali predatrici.

L'invito mi aveva colto alla sprovvista ed ero terrorizzato. Il coronamento dei miei sogni era giunto così inatteso che per un attimo provai la tentazione di fuggire. Avrei dovuto conoscere i suoi genitori così, con le scarpe impolverate e il colletto sporco? Come avrei potuto affrontare sua madre che una volta avevo scorto da lontano, sagoma scura su uno sfondo di magnolie rosa, con la pelle del colore delle olive - non bianca come quella di mia madre - gli occhi a forma di mandorla e, nella mano destra, un parasole bianco che faceva ruotare come una girandola? Ma non mi restava altro che seguirlo tremando. Così come gli avevo già visto fare sia nella realtà che nei miei sogni, alzò la mano destra e bussò piano alla porta che, obbedendo al suo comando, si aprì silenziosamente per farci entrare.

Per un attimo ebbi la sensazione di sprofondare nel buio, poi, man mano che i miei occhi si abituavano all'oscurità, vidi una grande anticamera, le cui pareti erano coperte di trofei di caccia: corna gigantesche, la testa di un bisonte europeo, le zanne color crema di un elefante il cui piede, montato in argento, fungeva da portaombrelli. Appesi il cappotto e lasciai la cartella su una sedia. Arrivò un cameriere e si inchinò. «Das Kaffee ist serviert, Herr Graf» disse a Konradin. Questi rispose con un cenno d'assenso e mi precedette su per una scala di quercia scura fino al primo piano, dove intravidi una serie di porte chiuse e notai, sulle pareti rivestite in quercia, un quadro raffigurante una caccia all'orso, un altro che rappresentava un combattimento di cervi, un ritratto dell'ultimo re e la veduta di un castello che sembrava un misto tra quelli di Hohenzollern e di Neuschwanstein. Da lì salimmo al secondo piano e ci inoltrammo in un corridoio dov'erano appesi altri quadri: "Lutero davanti a Carlo V", "I Crociati entrano a Gerusalemme", e "Il Barbarossa dormiente nei monti Kyffhäusser, con la barba che cresce attraverso un tavolo di marmo".

C'era una porta aperta. All'interno vidi una camera da letto femminile con il piano della toilette zeppo di bottigliette di profumo e di spazzole con il dorso di tartaruga intarsiata d'argento. C'erano molte fotografie inserite in cornici anch'esse d'argento, soprattutto ritratti di ufficiali; uno di essi somigliava in modo sorprendente ad Adolf Hitler, tanto che ne rimasi sconvolto. Non avevo tempo di indagare e, comunque, dovevo essermi sbagliato perché che senso mai poteva avere una foto di Hitler nella camera da letto di un Hohenfels?

Finalmente Konradin si fermò. Entrammo nella sua stanza, che non differiva molto dalla mia, se non per le dimensioni. Da essa lo sguardo spaziava su un giardino ben tenuto in cui spiccavano una fontana, un tempietto dorico e la statua di una dea coperta di licheni gialli. Ma Konradin non mi lasciò il tempo di contemplare il paesaggio. Si precipitò verso un armadio e con una fretta che mi rivelò fino a che punto avesse atteso quest'occasione, gli occhi risplendenti al pensiero dello stupore e dell'invidia che stava per suscitare in me, espose i suoi tesori. Dal cotone idrofilo in cui erano riposte estrasse le sue monete greche: un Pegaso di Corinto, un Minotauro di Cnosso, e altre che provenivano da Lampsago, Agrigento, Segesta e Selinunte. Ma non era tutto qui: a queste seguirono altre rarità, ben più preziose delle mie: la statuina di una dea proveniente da Gela, una bottiglietta originaria di Cipro, dalla forma e dal colore simili a quelli di un'arancia e ornata di disegni geometrici, un tanagra che rappresentava una fanciulla con indosso il chitone e in testa un cappello di paglia, una coppa di vetro siriano, iridescente come un opale e sfaccettata come una pietra di luna, un vaso romano di colore verde pallido, lattiginoso come la giada, e una figurina greca in bronzo raffigurante Ercole. Era commovente vedere quanto fosse felice di mostrarmi la sua collezione e di scorgere sul mio viso lo stupore e l'ammirazione.

Il tempo passò con una straordinaria rapidità e quando, due ore dopo, me ne andai, non provai alcun rimpianto all'idea di non aver conosciuto i suoi genitori, né mi sfiorò il sospetto che avrebbero potuto essere fuori di casa.

JOHN BOYNE - Il bambino col pigiama a righe

 


Proprio sotto la finestra di Bruno c'era un giardino piuttosto grande, pieno di fiori disposti in aiuole geometriche. L'impressione era di estrema cura, come se il giardiniere avesse ben chiara l'importanza di far crescere dei fiori in un posto del genere. Un po' come mettere in una buia notte d'inverno una candelina accesa sugli spalti di una fortezza, in mezzo alle nebbie della brughiera.
Oltre i fiori, lo sguardo incontrava un grazioso acciottolato con una pan-china di legno, e Gretel si immaginò seduta lì al sole a leggere un libro. C'era una targhetta sullo schienale della panchina, ma a quella distanza non riuscì a leggere la scritta. Il sedile era rivolto verso la facciata della casa, una disposizione davvero insolita, ma in quella circostanza Gretel riuscì a comprenderne il motivo.
Qualche metro più in là, oltre il giardino con i fiori e la panchina con la targhetta, tutto mutava. Un enorme reticolato di filo di ferro correva lungo tutto il fianco della casa e curvando alle due estremità proseguiva da entrambi i lati, così lontano che Gretel non riuscì a vederne la fine. Il reticolato era alto, perfino più alto della casa, ed era sostenuto da grossi pali di legno, come quelli del telegrafo, piantati lungo tutto il perimetro. In cima al reticolato erano arrotolate enormi matasse di filo spinato. Fissando tutti quegli spuntoni taglienti Gretel provò un'inaspettata fitta di dolore.
Al di là del reticolato non c'era traccia di verde da nessuna parte. Non un filo d'erba. Il terreno era rossastro e sabbioso.
E fin dove l'occhio arrivava, vide soltanto baracche, e qua e là larghi edifici squadrati. Sullo sfondo, un paio di costruzioni con il camino. Aprì la bocca come per dire qualcosa, ma poi si rese conto che nessuna parola poteva esprimere la sua sorpresa. Così fece l'unica cosa sensata, e la richiuse.
«Visto?» disse Bruno dall'angolo della stanza. Era compiaciuto, poiché qualunque cosa fosse quella là fuori e chiunque fossero quelli là, era stato lui a scoprirli, e poteva osservarli quanto voleva perché erano sotto la sua finestra e non sotto quella della sorella, quindi gli appartenevano e si sen-tiva il re di tutto quello che avevano scoperto e lei era la sua umile schiava.
«Non capisco» disse Gretel. «Chi può aver costruito un simile orrore?»
«È proprio brutto» convenne Bruno. «Credo che quelle baracche siano solo a un piano. Guarda come sono basse.»
«Devono essere delle case moderne» disse Gretel. «Papà odia le cose moderne.»
«Non gli piaceranno per niente.»
«Già» disse Gretel. Rimase lì per un po' a fissare le baracche. Aveva dodici anni ed era considerata una delle ragazzine più brillanti della sua classe. Serrò le labbra e socchiuse gli occhi, sforzandosi di capire. Alla fine trovò l'unica spiegazione plausibile.
«Sarà campagna» disse, rivolgendo uno sguardo trionfante al fratello.
«Campagna?»
«Sì, è l'unica spiegazione. Non capisci? Quando eravamo a casa, a Ber-lino, stavamo in città. Ecco perché c'erano tante persone e tante case e le scuole erano piene e il sabato pomeriggio non si poteva attraversare il centro senza essere sballottati di continuo.»
«Sì...» annuì Bruno, cercando di seguire il ragionamento della sorella.
«E nell'ora di geografia ci hanno insegnato che in campagna, dove vivono i contadini e tutti gli animali e dove si producono i vari alimenti, invece, ci sono vaste aree come questa. Le persone ci vivono, ci lavorano e preparano i cibi che mandano in città». Guardò fuori dalla finestra, l'enor-me area di fronte e le distanze fra una baracca e l'altra. «Deve essere così. Noi siamo in campagna e probabilmente questa è la nostra casa di vacanza» aggiunse, speranzosa.
Bruno ci pensò un attimo e scosse la testa. «Non credo proprio» disse, convinto, con un'espressione più adulta della sua età.
«Hai solo nove anni» ribatté Gretel. «Cosa vuoi sapere? Quando avrai la mia età, capirai meglio queste cose.»
«Può darsi» disse Bruno, sapeva di essere più piccolo ma non accettava che questo gli rendesse più difficile avere ragione. «Ma se è campagna, come dici tu, allora dove sono tutti gli animali?»
Gretel aprì la bocca per replicare, ma non trovando la risposta adatta si limitò a guardare fuori dalla finestra, alla ricerca degli animali. Ma non ne vide da nessuna parte.
«Dovrebbero esserci mucche, maiali, pecore e cavalli» disse Bruno. «Se fosse una fattoria, non credi? E poi galline e papere!»
«E non ce ne è neppure una» ammise Gretel sottovoce.
«E se facessero il cibo come dicevi tu» proseguì Bruno, enormemente compiaciuto, «il terreno non dovrebbe essere così brutto. Non credi? Come si fa a far crescere qualcosa in quella terra polverosa?»
Gretel guardò di nuovo fuori dalla finestra e annuì. Non era così sciocca da voler insistere a tutti i costi quando era chiaro che nulla le dava ragione.
«Forse non è una fattoria» ammise.
«Già» disse Bruno.
«Perciò molto probabilmente non siamo in campagna» aggiunse.
«Già» disse Bruno.
«Per cui questa non è la nostra casa di vacanza» concluse.
«Già» disse Bruno.
Bruno si sedette sul letto e per un attimo desiderò che Gretel si sedesse di fianco a lui e lo abbracciasse dicendogli che non c'era niente di cui preoccuparsi e che presto o tardi anche quel posto sarebbe diventato bello e non avrebbero più provato il desiderio di tornare a Berlino. Ma Gretel continuava a guardare fuori e questa volta non fissava i fiori o l'acciottolato, la panchina con la targhetta o il reticolato, i grossi pali o il filo spinato, il terreno arido o le baracche, le piccole costruzioni o i comignoli. Questa volta guardava le persone.
«Chi è tutta questa gente?» domandò, con la voce smorzata, come se non stesse facendo quella domanda a Bruno ma si aspettasse da qualcuno una risposta. «E cosa ci fa lì?»
Bruno si alzò e i due fratelli si ritrovarono vicini, spalla contro spalla, a studiare con intensità quello che stava succedendo là fuori, a meno di venti di metri dalla loro nuova casa.
Dovunque guardassero c'erano delle persone, alte, basse, vecchie, giovani, in continuo movimento.
Alcuni formavano gruppi silenziosi, le braccia irrigidite lungo i fianchi, le teste faticosamente sollevate, mentre un soldato davanti a loro sfilava a passo di marcia, aprendo e chiudendo la bocca come chi urla contro qualcuno.
Altri formavano lunghe catene spingendo delle carriole da una parte all'altra del campo. Spuntavano da non si sa dove e spingevano per un lun-go tratto le loro carriole prima di sparire di nuovo dietro una baracca.
Alcuni stavano lungo i lati delle baracche in gruppi silenziosi, e fissavano il terreno come se così potessero non farsi notare.
Altri zoppicavano puntellandosi alle stampelle.
Molti avevano le teste vistosamente fasciate.
Altri impugnavano vanghe, spinti da gruppi di soldati verso un punto dove non erano più visibili.
Alla fine Bruno e Gretel videro centinaia di persone laggiù, ma le baracche erano così tante e il campo così sterminato che i due fratelli conclusero che le persone, là fuori, dovessero essere migliaia.
«E vivono tutti vicino a noi» disse Gretel, disgustata. «A Berlino c'erano soltanto sei case nella nostra bella via, così tranquilla. E adesso guarda quante baracche. Perché papà ha accettato un nuovo lavoro in un posto così brutto? E con tutti questi vicini. Non riesco proprio a capire.»
«Guarda lì» disse Bruno, e Gretel, seguendo il dito del fratello, vide in lontananza un gruppo di bambini di tutte le età uscire da una baracca. Do-vevano avere dai tre ai quattordici anni e stavano tutti rannicchiati uno contro l'altro mentre un manipolo di soldati urlava contro di loro. E più i soldati urlavano, più i bambini si rannicchiavano impauriti, finché un soldato si scagliò contro di loro, separandoli. E finalmente sembrò che facessero come desiderava il soldato: si disposero diritti in un'unica fila. E allora tutti gli altri soldati cominciarono a ridere e ad applaudire.
«Staranno provando qualcosa» suggerì Gretel, fingendo di non notare che alcuni bambini, anche tra i più grandi, quelli della sua età, avevano l'aria di piangere.
«Te l'avevo detto che c'erano dei bambini!» disse Bruno.
«Ma io non voglio giocare con quei bambini» disse Gretel, sicura. «Sono sporchi. Hilda, Isobel e Louise fanno il bagno tutte le mattine, come me. Sembra che quei bambini non si siano mai lavati in vita loro.»
«Ma laggiù c'è molta polvere» disse Bruno. «E se non hanno il bagno?»
«Non essere stupido» disse Gretel, anche se le avevano detto mille volte che non doveva dare dello stupido al fratello. «Tutti hanno un bagno. Chi è che non ha un bagno?»
«Non so» disse Bruno. «Quelli che non hanno l'acqua calda?»
Gretel continuò a guardare fuori, fu scossa da un brivido e si voltò. «Vado a mettere a posto le bambole in camera mia» disse. «La vista è decisamente più bella, da quella parte.»
E con questo andò via, attraversò il pianerottolo e si chiuse la porta alle spalle. Ma non prese a sistemare le bambole: si sedette invece sul letto e cominciò a riflettere su quello che aveva visto. E le vennero un sacco di pensieri, un sacco di domande, e avrebbe voluto conoscere le risposte.
E mentre lei era lì, un'ultima riflessione sorse nella mente del fratello che osservava le centinaia di persone indaffarate laggiù: tutti quegli individui - i bambini piccoli, i ragazzi grandi, i nonni, gli zii, quei tipi solitari che vivono per la strada e non danno l'idea di avere parenti - erano vestiti uguali. Indossavano un pigiama grigio a righe e sulla testa portavano un berretto grigio a righe.
«Incredibile» borbottò, prima di distogliere lo sguardo.

MICHAEL ENDE - Momo

 

- Me la racconti una favola? - chiese Momo con grazia.

- Va bene - disse Gigi, - di cosa? -

- Mi piacerebbe di Momo e Girolamo - rispose Momo.

Gigi ci pensò un momento e le domandò

- E come ha da chiamarsi? -.

- Forse… la favola dello specchio magico? -

Gigi annuì assorto. - Suona bene. Vediamo cosa succede -.

Passò un braccio attorno alle spalle di Momo e cominciò:

- C'era una volta una bella principessa di nome Momo, che vestiva di sete e di velluti e abitava in alto in alto sopra il mondo, in un castello di cristallo screziato di molti colori, sulla vetta di una montagna coperta di neve.

Aveva tutto quello che si può desiderare, mangiava soltanto i cibi più raffinati e beveva soltanto i vini più soavi.

Dormiva su cuscini di seta e sedeva su sedili di avorio. Aveva tutto… ma era completamente sola. Tutto intorno a lei, servitù, cameriere, gatti, cani, uccelli e anche i fiori, erano soltanto i riflessi di uno specchio.

Infatti la principessa Momo possedeva uno specchio magico grande, rotondo e dell'argento più puro. Lo mandava fuori per il mondo ogni giorno e ogni notte. E il grande specchio scivolava, librato nell'aria, sopra mari e paesi sopra campi e città.

La gente, al vederlo, non era per niente sorpresa; diceva soltanto: "- la luna".

E ogni volta che il magico specchio tornava, riversava davanti alla principessa tutte le immagini che aveva raccolto durante il viaggio. Erano belle e brutte, buone e cattive, interessanti e noiose, così come capitava. La principessa sceglieva quelle che le piacevano e, senza pensarci, buttava le altre in un ruscello. E le immagini lasciate in libertà tornavano alle loro origini scorrendo — più velocemente di quanto tu possa pensare — attraverso le acque della terra. Ecco perché tu vedi la tua immagine riflessa quando ti chini sopra una fonte o sopra una pozzanghera.

Finora ho dimenticato di dire che la principessa Momo era immortale. Lei non si era mai guardata nello specchio.

Chi vedeva la propria immagine riflessa nello specchio magico diventava mortale. La principessa Momo lo sapeva bene, perciò non si specchiava. Cosi viveva con tutte le immagini che aveva scelto, giocava con loro ed era abbastanza felice.

Però un giorno lo specchio magico le portò un'immagine che la colpì più delle altre. Era la figura di un giovane principe.

Quando lo vide fu presa da tanto grande struggimento per lui che le venne il desiderio di raggiungerlo a tutti i costi. Ma come?

Non sapeva dove abitava, né chi fosse, nemmeno il suo nome sapeva. Non trovando altra soluzione, decise di guardare nello specchio magico, perché pensava: "Forse lo specchio porterà la mia immagine al principe. Forse, può capitare che guardi in alto quando lo specchio sorvola il suo cielo, e allora vedrà la mia immagine. Forse seguirà lo specchio nel suo cammino e mi troverà qui". Allora guardò a lungo nello specchio e lo mandò per il mondo con la sua immagine. Ma in tal modo, naturalmente, era diventata mortale.

Presto udrai come continua la storia, ma prima debbo parlarti del principe. Questo principe si chiamava Girolamo e regnava su un grande regno che egli stesso si era creato. E dov'era questo regno? Non era nel Passato, non era nel Presente, ma era in disparte, sempre in un giorno del Futuro. Perciò si chiamava la Terra dell'Aurora. E tutte le genti che lo abitavano amavano ed ammiravano il principe.

Un bel giorno i ministri dissero al principe della Terra dell'Aurora: "Maestà, dovete sposarvi, perché così deve essere".

Il principe Girolamo non ebbe obiezioni da fare, di conseguenza arrivarono al palazzo — affinché ne potesse scegliere una — le più belle giovani della Terra dell'Aurora. Tutte si erano fatte più belle con la massima cura perché tutte, in cuor loro, desideravano essere prescelte.

Tra le giovinette, però, si era insinuata nel palazzo anche una cattiva fata, che nelle vene non aveva sangue rosso e caldo, ma verde e freddo. Non lo dava a vedere perché si era truccata con arte eccezionale.

Quando, dunque, il principe della Terra dell'Aurora entrò nella grande sala dorata del trono per fare la sua scelta, lei bisbigliò rapidamente parole magiche, di modo che il povero Girolamo non vide altre che lei. E gli parve tanto meravigliosamente bella che, senza indugio, le chiese se voleva diventare sua moglie.

"Con piacere", sibilò la fata cattiva, "ma a una condizione".

"L'adempirò, promise il principe Girolamo senza riflettere.

"Hai accettato", riprese la fata cattiva e sorrise con tanta dolcezza che il disgraziato principe fu preso da vertigine.

"Per un anno intero non dovrai guardare lo specchio d'argento che passa nei cieli. Se lo farai dimenticherai all'istante tutto quello che è tuo. Dimenticherai chi sei e dovrai andartene nel Paese del Presente, dove nessuno ti conosce e là vivrai come un povero diavolo sconosciuto. Sei d'accordo?".

"Se è soltanto questo!" esultò il principe Girolamo. "È un patto facile da rispettare!".

Ma nel frattempo che era accaduto con la principessa Momo?

Aveva aspettato e aspettato, ma il principe non era venuto.

Allora decise di andare per il mondo a cercarlo. Ridiede la libertà a tutte le immagini che aveva tenuto per sé e poi, tutta sola, lasciò il suo palazzo di cristallo screziato di molti colori e, con le sue delicate babbucce scese dalla montagna innevata giù in basso fino al mondo. Percorse tutti i paesi finché giunse nel Paese del Presente. A questo punto le sue babbucce erano consunte e dovette proseguire scalza. Ma lo specchio magico con la sua immagine continuava a percorrere gli alti cieli.

Una notte il principe Girolamo sedeva sulla terrazza del suo palazzo d'oro giocando a dama con la fata dal sangue verde e freddo. Cadde una minuscola goccia sulla mano del principe.

"Comincia a piovere", disse la fata dal sangue verde.

"Non può essere, non c'è nemmeno una nuvola in cielo", osservò il principe.

E gettò un'occhiata verso l'alto e lo sguardo capitò proprio al centro del grande argenteo specchio magico che stava percorrendo il suo cammino. Allora vide l'immagine della principessa Momo che piangeva e pensò che una delle sue lacrime gli era caduta sulla mano. E nello stesso istante capì che la fata lo aveva ingannato, che non era bella affatto e che nelle sue vene scorreva del sangue verde e freddo. Era la principessa Momo quella che, in realtà, lui amava.

"E ora che hai infranto il patto", disse la fata verde, mentre il suo volto contratto stava assumendo un aspetto viperino, "ora mi devi pagare!".

Con le sue lunghe dita verdi artigliò il petto del principe Girolamo — immobile sotto il malefico potere — e gli fece un nodo nel cuore. In quel preciso momento dimenticò di essere il principe della Terra dell'Aurora; se ne andò dal suo palazzo e dal suo regno, furtivo nella notte come un ladro. E vagò per il mondo finché giunse nel Paese del Presente, dove visse da allora come un buono a nulla povero e sconosciuto, il cui nome adesso era Gigi. L'unica cosa che aveva portato con sé era l'immagine dello specchio magico che, da quel momento, restò vuoto.

Frattanto anche i vestiti di seta e velluto della principessa Momo s'erano logorati. Adesso portava una vecchia giacca da uomo, troppo grande per lei, e una sottana fatta di toppe variopinte; e abitava in una antica rovina. E qui un bel giorno si incontrarono, ma la principessa Momo non riconobbe il principe della Terra dell'Aurora, perché al presente era soltanto un povero diavolo. E anche Gigi non riconobbe la principessa perché ormai non aveva più l'aspetto di una principessa.

Ma, nella comune infelicità, i due divennero amici e si confortarono e aiutarono l'un l'altro.

Una sera, quando lo specchio magico, ormai vuoto, tornò a navigare nel cielo, Gigi mostrò l'immagine a Momo. Era molto spiegazzata e sbiadita ma, anche così, la principessa riconobbe subito l'immagine che aveva mandato nei cieli; e allora riconobbe anche, sotto le sembianze di Gigi povero diavolo, il principe Girolamo che aveva cercato tanto a lungo e per il quale si era fatta mortale. E gli raccontò tutto.

Ma Gigi disse, scuotendo tristemente il capo:

"Non posso capire quello che dici perché ho un nodo nel mio cuore e, a causa di questo nodo, niente mi è permesso di ricordare".

Allora la principessa mise la mano sul suo petto e disciolse con facilità il nodo del suo cuore. E subito il principe Girolamo ricordò chi era e dove era nato. Prese la principessa per mano e se ne and via con lei, lontano, nel paese dove è situata la Terra dell'Aurora -.

Dopo che Gigi ebbe concluso, tacquero entrambi un momento. Poi Momo domandò:

- E più tardi diventarono marito e moglie? -.

«Credo di sì… più tardi - disse Gigi.

- E poi sono morti? -.

- No - rispose Gigi deciso. - L'ho saputo per caso. Lo specchio magico rendeva mortale qualcuno soltanto se era solo a specchiarsi. Se però erano in due a guardarsi tornavano immortali. E così successe a quei due -.

Grande e argentea sostava la luna sopra i pini scuri e faceva splendere misteriosamente le antiche pietre dei ruderi. Momo e Gigi sedevano vicini, in silenzio; la guardarono e sentirono con chiarezza che, per la durata di quell'istante, erano entrambi immortali.

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