Brani di letteratura per ragazzi

MICHAEL ENDE - La storia infinita

 

«Qualche volta parlo da solo».

«E che cosa dici, per esempio?»

«Mi racconto delle storie, invento nomi e parole che non esistono e roba del genere».

«E queste cose te le racconti da solo? Perché?»

«Ma... perché non c'è nessuno che si interessi di starle a sentire».

Il signor Coriandoli tacque un momento, pensieroso.«E i tuoi genitori che cosa ne pensano?»Bastiano non rispose subito. Solo dopo un bel po' mormorò: «Il papà non dice niente. Non dice mai niente. A lui non importa di nulla.»

«E la mamma?»

«La mamma... non c'è più».

«I tuoi genitori sono separati?»

«No», rispose Bastiano, «lei è morta».In quel momento suonò il telefono. Il signor Coriandoli si alzò con una certa difficoltà dalla sua poltrona e si trascinò ciabattando in uno studiolo che stava dietro al negozio. Sollevò il ricevitore e Bastiano udì poco distintamente che diceva il proprio nome. Poi la porta si richiuse alle spalle del signor Coriandoli e dal quel momento non si poté udire altro che un borbottio sommesso e confuso.Bastiano stava lì e non sapeva bene come gli fosse accaduto di mettersi a raccontare tutte quelle cose e perché mai lo avesse fatto. Detestava di essere interrogato in quel modo. Improvvisamente, con una gran vampata di calore, gli venne in mente che sarebbe arrivato troppo tardi a scuola, sicuro, certo, doveva affrettarsi, doveva mettersi a correre; invece restò impalato dov'era, senza riuscire a decidersi. Qualcosa lo teneva inchiodato lì, non sapeva che cosa.

Dalla stanza accanto veniva sempre la voce in sordina. Era una lunga telefonata.

Bastiano si rese conto d'un tratto che in tutto quel tempo aveva tenuto lo sguardo continuamente fisso sul libro che il signor Coriandoli aveva avuto in mano prima, quando sedeva in poltrona. Non riusciva a staccarne gli occhi. Era come se dal quel libro emanasse qualche straordinaria forza magnetica che lo attirava irresistibilmente.

Si avvicinò alla poltrona, allungò lentamente la mano, toccò il libro, e in quello stesso istante dentro di lui qualcosa fece «Clic!» Come se una trappola si fosse serrata.

Bastiano ebbe l'oscura sensazione che con quel breve contatto avesse avuto inizio qualcosa di irrevocabile, che ora avrebbe proseguito il suo corso.

Sollevò il libro e lo osservò da tutte le parti. La copertina era di seta color rubino cupo e luccicava mentre la rigirava di qua e di là. Sfogliandolo fuggevolmente vide che i fogli erano stampati in due colori diversi. Illustrazioni pareva non ce ne fossero, ma in compenso vi erano meravigliosi capilettera figurati.

 

SERGIO BAMBAREN - Serena

 

Il pomeriggio successivo, subito dopo la scuola, Serena corse a casa, s'infilò il costume e si precipitò all'appuntamento nelle acque basse dove aveva incontrato il suo nuovo amico.
Dolphy era già là ad aspettarla.
«Vorresti vedere la mia spiaggia segreta?» chiese Serena.
«Per tutti i tonni, sì», disse Dolphy.
Era magnifica, ricoperta da conchiglie di tutti i colori del mondo. «La mia spiaggia segreta è piena di conchiglie bellissime», disse Serena. «Oh, quasi mi dimenticavo. C'è una secca che appare e scompare con la marea. È protetta da scogli giganteschi contro cui si frangono le onde dell'oceano. Solo la marea, quando monta, riesce a entrarvi con acque tranquille.»
«E che cosa vedi nella secca?» chiese Dolphy.
«Oh, ci sono delle creature minuscole. Un granchio timido si nasconde tra le rocce, un'alga marina danza ondeggiando sinuosa con la corrente».
A Dolphy non era consentito l'accesso alla secca per colpa delle rocce che la proteggevano. Doveva accontentarsi di ciò che Serena gli raccontava di quel mondo. Ed entrambi si resero conto quanto fosse importante vedere attraverso gli occhi di un amico, perché questo poteva insegnare molte cose meravigliose.

ROALD DAHL - Matilda

 

Il giorno in cui suo padre rifiutò di comprarle un libro, Matilde andò a piedi sino alla biblioteca pubblica del paese, da sola. Appena arrivata si rivolse alla bibliotecaria, la signora Felpa, e chiese se poteva sedersi un po’ a leggere. La signora Felpa, piuttosto stupita di vedere una bambina così piccola non accompagnata da un genitore, le rispose che era la benvenuta.

- Per favore, dove sono i libri per bambini? - chiese Matilde.

- Lì, sugli scaffali più bassi. Vuoi che ti aiuti a trovare un bel libro con tante illustrazioni?

- No grazie - disse Matilde. - Posso fare da sola.

Da quel giorno, appena sua madre usciva, Matilde faceva una passeggiatina fino alla biblioteca. Ci metteva solo dieci minuti e poi, tranquillamente seduta, trascorreva due ore meravigliose in un angolo accogliente e quieto, divorando un libro dopo l’altro. Dopo aver letto tutti i libri per bambini, cominciò a guardarsi intorno in cerca di qualcosa di diverso.

La signora Felpa, che in quelle poche settimane l’aveva osservata incuriosita, lasciò la sua scrivania e le si avvicinò.

- Posso aiutarti, Matilde?

- Mi chiedevo che cosa potrei leggere adesso.

- Vuoi dire che hai guardato tutte le figure?

- Certo, ma ho anche letto le storie.

 

GEORGE ORWELL - La fattoria degli animali

 

Quando vide che tutti si erano bene accomodati e aspettavano attenti, il Vecchio Maggiore si rischiarò la gola e cominciò:

«Compagni, già sapete dello strano sogno che ho fatto la notte scorsa, ma di ciò parlerò più tardi. Ho avuto una vita lunga, ho avuto molto tempo per pensare mentre me ne stavo solo, sdraiato nel mio stallo, e credo di poter dire d'aver compreso, meglio di ogni animale vivente, la natura della vita su questa terra. Di ciò desidero parlarvi.

«Ora, compagni, di qual natura è la nostra vita? Guardiamola: la nostra vita è misera, faticosa e breve. Si nasce e ci vien dato quel cibo appena sufficiente per tenerci in piedi, e quelli di noi che ne sono capaci sono forzati a lavorare fino all'estremo delle loro forze; e, nello stesso istante in cui ciò che si può trarre da noi ha un termine, siamo scannati con orrenda crudeltà. Non vi è animale in Inghilterra che, dopo il primo anno di vita, sappia che cosa siano la felicità e il riposo. Non vi è animale in Inghilterra che sia libero. La vita di un animale è miseria e schiavitù: questa è la cruda verità.

«Fa forse ciò parte dell'ordine della natura? Forse questa nostra terra è tanto povera da non poter dare una vita passabile a chi l'abita? No, compagni, mille volte no! Il suolo dell'Inghilterra è fertile, il suo clima è buono, e può dar cibo in abbondanza a un numero d'animali enormemente superiore a quello che ora l'abita. Solo questa nostra fattoria potrebbe sostentare una dozzina di cavalli, venti mucche, centinaia di pecore, e a tutti potrebbe assicurare un agio e una dignità di vita che vanno oltre ogni immaginazione. Perché allora dobbiamo continuare in questa misera condizione? Perché quasi tutto il prodotto del nostro lavoro ci viene rubato dall'uomo. Questa, compagni, è la risposta a tutti i nostri problemi.

FRED UHLMANN - L'amico ritrovato

 

 

Un giorno - stavo quasi per andarmene - si voltò all'improvviso e mi disse: «Vieni dentro, non hai mai visto la mia stanza». Senza lasciarmi il tempo di rispondere, spinse il cancello di ferro battuto e i due grifoni retrocedettero, ancora minacciosi ma momentaneamente impotenti, sbattendo invano le loro ali predatrici.

L'invito mi aveva colto alla sprovvista ed ero terrorizzato. Il coronamento dei miei sogni era giunto così inatteso che per un attimo provai la tentazione di fuggire. Avrei dovuto conoscere i suoi genitori così, con le scarpe impolverate e il colletto sporco? Come avrei potuto affrontare sua madre che una volta avevo scorto da lontano, sagoma scura su uno sfondo di magnolie rosa, con la pelle del colore delle olive - non bianca come quella di mia madre - gli occhi a forma di mandorla e, nella mano destra, un parasole bianco che faceva ruotare come una girandola? Ma non mi restava altro che seguirlo tremando. Così come gli avevo già visto fare sia nella realtà che nei miei sogni, alzò la mano destra e bussò piano alla porta che, obbedendo al suo comando, si aprì silenziosamente per farci entrare.

Per un attimo ebbi la sensazione di sprofondare nel buio, poi, man mano che i miei occhi si abituavano all'oscurità, vidi una grande anticamera, le cui pareti erano coperte di trofei di caccia: corna gigantesche, la testa di un bisonte europeo, le zanne color crema di un elefante il cui piede, montato in argento, fungeva da portaombrelli.

JOHN BOYNE - Il bambino col pigiama a righe

 


Proprio sotto la finestra di Bruno c'era un giardino piuttosto grande, pieno di fiori disposti in aiuole geometriche. L'impressione era di estrema cura, come se il giardiniere avesse ben chiara l'importanza di far crescere dei fiori in un posto del genere. Un po' come mettere in una buia notte d'inverno una candelina accesa sugli spalti di una fortezza, in mezzo alle nebbie della brughiera.
Oltre i fiori, lo sguardo incontrava un grazioso acciottolato con una pan-china di legno, e Gretel si immaginò seduta lì al sole a leggere un libro. C'era una targhetta sullo schienale della panchina, ma a quella distanza non riuscì a leggere la scritta. Il sedile era rivolto verso la facciata della casa, una disposizione davvero insolita, ma in quella circostanza Gretel riuscì a comprenderne il motivo.
Qualche metro più in là, oltre il giardino con i fiori e la panchina con la targhetta, tutto mutava. Un enorme reticolato di filo di ferro correva lungo tutto il fianco della casa e curvando alle due estremità proseguiva da entrambi i lati, così lontano che Gretel non riuscì a vederne la fine. Il reticolato era alto, perfino più alto della casa, ed era sostenuto da grossi pali di legno, come quelli del telegrafo, piantati lungo tutto il perimetro. In cima al reticolato erano arrotolate enormi matasse di filo spinato. Fissando tutti quegli spuntoni taglienti Gretel provò un'inaspettata fitta di dolore.

MICHAEL ENDE - Momo

 

- Me la racconti una favola? - chiese Momo con grazia.

- Va bene - disse Gigi, - di cosa? -

- Mi piacerebbe di Momo e Girolamo - rispose Momo.

Gigi ci pensò un momento e le domandò

- E come ha da chiamarsi? -.

- Forse… la favola dello specchio magico? -

Gigi annuì assorto. - Suona bene. Vediamo cosa succede -.

Passò un braccio attorno alle spalle di Momo e cominciò:

- C'era una volta una bella principessa di nome Momo, che vestiva di sete e di velluti e abitava in alto in alto sopra il mondo, in un castello di cristallo screziato di molti colori, sulla vetta di una montagna coperta di neve.

Aveva tutto quello che si può desiderare, mangiava soltanto i cibi più raffinati e beveva soltanto i vini più soavi.

Dormiva su cuscini di seta e sedeva su sedili di avorio. Aveva tutto… ma era completamente sola. Tutto intorno a lei, servitù, cameriere, gatti, cani, uccelli e anche i fiori, erano soltanto i riflessi di uno specchio.

Infatti la principessa Momo possedeva uno specchio magico grande, rotondo e dell'argento più puro. Lo mandava fuori per il mondo ogni giorno e ogni notte. E il grande specchio scivolava, librato nell'aria, sopra mari e paesi sopra campi e città.

La gente, al vederlo, non era per niente sorpresa; diceva soltanto: "- la luna".

E ogni volta che il magico specchio tornava, riversava davanti alla principessa tutte le immagini che aveva raccolto durante il viaggio. Erano belle e brutte, buone e cattive, interessanti e noiose, così come capitava. La principessa sceglieva quelle che le piacevano e, senza pensarci, buttava le altre in un ruscello. E le immagini lasciate in libertà tornavano alle loro origini scorrendo — più velocemente di quanto tu possa pensare — attraverso le acque della terra. Ecco perché tu vedi la tua immagine riflessa quando ti chini sopra una fonte o sopra una pozzanghera.

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