Brani di letteratura

Brani tratti dalle seguenti opere:

 

  • BANANA YOSHIMOTO - Arcobaleno
  • ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira
  • ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare
  • GEORGETTE HEYER - La pedina scambiata
  • JOHN FORSYTH - Il giorno dello Sciacallo
  • ISABEL ALLENDE - Paula 
  • TRUMAN CAPOTE - Colazione da Tiffany
  • JANE AUSTEN - Orgoglio e pregiudizio
  • MARGARETH MITCHELL - Via col vento
  • HONORE' DE BALZAC - Eugenia Grandet
  • GANDOLIN (L.A. VASSALLO) - La famiglia De-Tappetti
  • IGINO UGO TARCHETTI - Fosca
  • CESARE PAVESE - La luna e i falò
  • CARLOS LUIS ZAFON - L'ombra del vento 

     

     

     

BANANA YOSHIMOTO - Arcobaleno

 

"Al Tour della laguna si può nuotare insieme a tartarughe  marine, razze e squali in cattività all'interno di una riserva naturale marina."
Vi avevano preso parte molti turisti provenienti da tutti gli alberghi di Bora Bora; io, però, ero l'unica a parteciparvi da sola.  Per quanto mi guardassi intorno, gli altri erano tutti francesi o italiani riuniti in piccole comitive formate nei rispettivi hotel.  
Di giapponesi non ce n'era nemmeno uno.  
Non che la cosa mi preoccupasse più di tanto, tuttavia – piccola di statura come sono - stare in coda in mezzo a quella confusione mi faceva sentire un po' fuori luogo.  
Dopo essere stati divisi nei vari gruppi, finalmente venne il mio turno.
Insieme a me c'era una famiglia di francesi. La moglie era incinta, per cui decisero di entrare in acqua soltanto il marito e il figlio di circa dieci anni.  
Le dissero in coro qualcosa come "torniamo subito!" oppure "aspettaci, eh!" e scesero verso la spiaggia.
Ah, beati loro! Come li invidio, pensai.
Dopodiché la signora aprì un ombrellino da sole e, sotto i raggi trasparenti, piano piano si sedette a terra facendo attenzione al pancione. A quella vista riaffiorò il nitido ricordo di quando da piccola correvo lontano dalla mamma, sapendo che qualsiasi cosa mi fosse successa lei sarebbe stata pronta a soccorrermi. Rivissi con intensità quella sensazione del tutto particolare, immaginando che sotto il suo parasole si nascondesse un viso sorridente.
Quella sensazione divertente, intensa come miele scuro, conosciuta spesso da bambina quando giocavo tranquilla con una concentrazione quasi eccessiva, me la ritrovai in tutto il corpo fino a provare un leggero senso di oppressione.  

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira

 

Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un'agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira La Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia. Una rivista d'avanguardia, forse, di questo Pereira non è sicuro, ma che aveva molti collaboratori cattolici. E Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne. Nell'anima sì, certo perché era sicuro di avere un'anima; ma tutta la sua carne, quella ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e poi perché?, si chiedeva Pereira. 

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare

 

Sera. Locanda Almayer. Stanza al primo piano, in fondo al corridoio. Scrittoio, lampada a petrolio, silenzio. Una vestaglia grigia con dentro Bartleboom. Due pantofole grigie con dentro i suoi piedi. Foglio bianco, sullo scrittoio, penna e calamaio. Scrive, Bartleboom. Scrive.

 

Mia adorata,
sono arrivato al mare. Vi risparmio le fatiche e le miserie del viaggio: ciò che conta è che ora sono qui. La locanda è ospitale: semplice, ma ospitale. È sul colmo di una piccola collina, proprio davanti alla spiaggia. La sera si alza la marea e l’acqua arriva fin quasi sotto alla mia finestra. È come stare su una nave. Vi piacerebbe.
Io non sono mai stato su una nave.
Domani inizierò i miei studi. Il posto mi sembra ideale. Non mi nascondo la difficoltà dell’impresa, ma Voi sapete - Voi sola, al mondo - quanto io sia determinato a portare a termine l’opera che è stata mia ambizione concepire e intraprendere in un giorno fausto di dodici anni fa. Mi sarà di conforto immaginarvi in salute e in letizia d’animo.
Effettivamente non ci avevo mai pensato prima: ma davvero non sono mai stato su una nave.
Nella solitudine di questo luogo appartato dal mondo, mi accompagna la certezza che non vorrete, nella lontananza, smarrire il ricordo di colui che Vi ama e che sempre rimarrà il Vostro
Ismael A. Ismael Bartleboom

 

GEORGETTE HEYER - La pedina scambiata (These Old Shades, 1926)


Sua Grazia il duca di Avon compra un'anima


Un gentiluomo percorreva passo passo una stradetta solitaria di Parigi, di ritorno dalla casa di Madame de Verchoureux, costretto a un'andatura non priva di ostentazione dagli alti tacchi rossi degli scarpini. Un tabarro color porpora, bordato di rosa, gettato sulle spalle, si apriva con elegante noncuranza rivelando una lunga casacca di raso scarlatto riccamente adorna di trine d'oro, un giustacuore di seta a fiori, un'impeccabile camicia e una profusione di gioielli sulla cravatta e sulla casacca. Sulla parrucca incipriata aveva un tricorno e in mano un bastone ornato di nastri, protezione insufficiente contro le aggressioni notturne; né d'altro canto gli sarebbe stato facile impadronirsi dello spadino che recava al fianco, la cui elsa si perdeva nelle pieghe del tabarro. Camminare senza scorta e con una tal pompa di gioielli a quell'ora tarda e in quella strada deserta era di una temerarietà folle, ma il gentiluomo pareva non rendersene conto; procedeva languidamente per la sua strada, senza guardarsi attorno, trascurando storditamente ogni possibile pericolo.
E tuttavia, mentre percorreva la strada, giocherellando oziosamente col bastoncino, una figura umana gli si scagliò contro, catapultata come una palla di cannone da un oscuro viale che si apriva sulla destra di quel superbo gentiluomo; si aggrappò all'elegante tabarro di lui, diede in un grido di terrore e cercò di riprendere l'equilibrio.

JOHN FORSYTH - Il giorno dello Sciacallo

 

«Precisamente» disse Lebel. «È anche uno psicologo, il nostro Sciacallo. Sa che esiste un giorno dell'anno che il generale de Gaulle non trascorrerebbe in nessun altro posto se non qui. È, per così dire, la sua grande giornata. Ecco che cosa ha aspettato l'assassino.»
«In questo caso», disse il ministro in tono vivace «l'abbiamo in mano. Adesso che gli è venuta a mancare la sua fonte di informazioni, non c'è angolo di Parigi in cui possa nascondersi, né gruppo di parigini che lo accolga, sia pure controvoglia, per dargli protezione. Lo abbiamo in mano. Commissario Lebel, ci dia il nome di quell'uomo».
Claude Lebel si alzò e si avviò alla porta. Gli altri stavano alzandosi e si preparavano a uscire per andare a pranzo.
«Oh, c'è una cosa» il ministro gridò dietro a Lebel «come sapeva di dover intercettare le telefonate che venivano fatte dall'appartamento del colonnello Saint-Clair?»
Sulla soglia, Lebel si voltò e si strinse nelle spalle.
«Non lo sapevo» disse «e così la notte scorsa ho fatto intercettare le telefonate fatte da tutti i vostri telefoni. Buongiorno, signori.»

ISABEL ALLENDE - Paula

 

Dove vaghi, Paula? Come sarai quando ti sveglierai? Sarai la stessa donna o dovremo imparare a conoscerci come due estranee? Avrai memoria o dovrò raccontarti pazientemente i ventotto anni della tua vita e i quarantanove della mia?
Dio guardi la sua bambina, mi sussurra a fatica don Manuel, il malato che occupa il letto accanto al tuo. È un vecchio contadino operato più volte allo stomaco, che lotta ancora contro il male e la morte. Dio protegga la sua bambina, mi ha detto ieri anche una giovane donna con un bimbo fra le braccia, che aveva saputo del tuo caso ed era venuta all'ospedale a offrirmi speranza. Ha avuto un attacco di porfiria due anni fa ed è rimasta in coma per più di un mese; ci ha messo un anno per tornare alla normalità e deve curarsi per il resto dei suoi giorni, ma lavora, si è sposata e ha avuto un figlio. Mi ha assicurato che il coma è come dormire senza sogni, una misteriosa parentesi. Non pianga più, signora, mi ha detto, sua figlia non sente niente, uscirà di qui con le sue gambe e non si ricorderà di quello che le è successo. Ogni mattina perlustro i corridoi del sesto piano a caccia dello specialista per indagare nuovi dettagli. Quest'uomo ha la tua vita nelle sue mani e io non ho fiducia di lui, passa come una corrente d'aria, distratto e frettoloso, dandomi noiose spiegazioni sugli enzimi, e copie di articoli sulla tua malattia, che tento di leggere ma che non capisco. Sembra più interessato a imbastire le statistiche del suo computer e le formule del suo laboratorio che al tuo corpo crocifisso su questo letto. Così è questa condizione, alcuni si riprendono dalla crisi in poco tempo e altri passano settimane in terapia intensiva, prima i pazienti semplicemente morivano, ma adesso possiamo mantenerli in vita finché il metabolismo riprende a funzionare, mi dice senza guardarmi negli occhi. Se tu resisti, Paula, resisto anch'io.

TRUMAN CAPOTE - Colazione da Tiffany

 

Andò a sedersi su una delle traballanti poltrone di velluto rosso, ripiegò le gambe sotto di sè e diede un'occhiata circolare alla stanza, strizzando ancora di più gli occhi.

«Ma come riuscite a resistere? È la camera degli orrori, questa. »

«Oh, ci si abitua a tutto, » risposi, irritato con me stesso, perchè in realtà ero orgoglioso della mia sistemazione.

«Io no. Non mi abituo mai a niente, io. Chi si abitua a tutto tanto vale che muoia. »

Con occhi sprezzanti, tornò ad osservare la stanza. «Che cosa fate qui voi, tutto il giorno? »

Con un cenno del capo, indicai un tavolo carico di libri e di carte. «Scrivo. »

«Credevo che gli scrittori fossero vecchissimi. Saroyan non è vecchio, lo so. L'ho conosciuto a una festa, e non è affatto vecchio. Anzi, » continuò, meditabonda, « se si fosse fatto meglio la barba... a proposito, è vecchio Hemingway? »

«Sulla quarantina, credo».

«Non c'è male. Un uomo comincia a eccitarmi solo quando ha quarantadue anni. Conosco una idiota di ragazza che continua a ripetermi che dovrei andare da uno psicanalista; secondo lei, ho il complesso del padre. Il che è merde. Mi sono semplicemente allenata ad apprezzare gli uomini anziani, ed è stata la cosa più intelligente che abbia mai fatto. Quanti anni ha Somerset Maugham?» «Non lo so di preciso. Sessanta e rotti». «Non c'è male. Non sono mai stata a letto con uno scrittore. No, un momento: conoscete Benny Shacklett?» Al mio cenno di diniego corrugò la fronte. «Strano. Ha scritto un mucchio di roba per la radio. Ma quel porco! Ditemi, siete un vero scrittore, voi? »

 

JANE AUSTEN - Orgoglio e pregiudizio

 

 

 

Mentre attraversavano il prato che conduceva al fiume, Elizabeth si voltò a guardare; si fermarono anche gli zii, e, mentre lo zio faceva delle congetture riguardo all'epoca in cui doveva esser stato costruito l'edificio, accadde qualcosa di assolutamente imprevisto. Il proprietario sbucò dal viale che conduceva alle scuderie. Erano a soli venti metri di distanza e la sua comparsa fu così improvvisa che era impossibile fingere di non vederlo. I loro occhi si incontrarono, ed entrambi arrossirono. Darcy sussultò e, per un momento, sembrò paralizzato dalla sorpresa; ma si riprese in fretta e si diresse verso gli inattesi visitatori. Parlò a Elizabeth, se non con calma perfetta, almeno con perfetta cortesia. Ella si era voltata istintivamente come per andarsene, ma, nel vederlo avvicinarsi, si fermò e accolse i suoi saluti, senza però riuscire a vincere il grande imbarazzo che si era impossessato di lei. Se l'improvvisa comparsa del giovane gentiluomo o l'innegabile somiglianza con il quadro che avevano visto solo poco prima non fossero bastati a far sapere ai signori Gardiner che si trovavano di fronte Mr Darcy, sarebbe, però, stata sufficiente l'espressione di sorpresa del giardiniere alla vista del padrone per farli rendere conto di che cosa stava accadendo. 

MARGARETH MITCHELL - Via col vento

 

Fra l'acquavite, che stava attenuando le aspre punture del rimorso e le parole beffarde ma consolatrici di Rhett, il pallido spettro di Franco si andava ritraendo nell'ombra. Forse Rhett aveva ragione. Forse Dio comprenderebbe. Si riprese abbastanza per poter ricacciare l'idea in fondo al suo cervello e decidere: "Ci penserò domani".

"Che novità?" chiese con sforzo, soffiandosi il naso nel fazzoletto di lui e spingendo indietro i capelli che avevano cominciato a scompigliarsi.

"La novità è questa". Rhett sorrise. "Vi desidero ancora più di quanto abbia mai desiderato alcuna donna e credo che ora che il povero Franco non c'è più, vi interessi saperlo".

Rossella strappò le mani dalla sua stretta e balzò in piedi.

"Io ... Voi siete l'individuo più screanzato che esiste! Venite proprio in questo momento a farmi dei discorsi...Dovevo saperlo che siete sempre lo stesso! Col cadavere di Franco ancora caldo! Se aveste un po' di costumatezza...uscite da questa..."

"State zitta, altrimenti fra un momento vedrete qui miss Pitty" rispose Rhett senza alzarsi ma afferrandola per i polsi. "Temo che non abbiate compreso la mia idea".

"La vostra idea? Non ci tengo". Ella lottò per svincolarsi. "Lasciatemi e uscite. Non ho mai visto una simile mancanza di tatto".

"Zitta" ribatté Rhett. "Vi sto chiedendo di sposarmi, O volete che mi metta in ginocchio?"

"Oh..." fece Rossella ansimando; e piombò a sedere sul divano.

 

GERICAULT - Portrait of Laura (1820)

HONORE' DE BALZAC - Eugenia Grandet

 

Mattiniera come tutte le ragazze di provincia, ella si levò di buon’ora, recitò la sua preghiera e prese a vestirsi, cosa che cominciava ad avere importanza per lei. Si pettinò i capelli castagni, ne avvolse le grosse trecce al disopra della nuca con minutissima cura, cercando che nessun capello sfuggisse dalla massa, e diede risalto in tal modo al timido candore del viso con una giusta armonia fra la semplicità degli accessorii e la purezza delle linee. Mentre si lavava piú volte le mani nell’acqua fresca che le induriva la pelle arrossendola, si guardò le belle braccia rotonde, volle cercar la causa per cui il cugino aveva le mani cosí morbide e bianche, le unghie tanto bene affilate. Si mise calze nuove, le scarpe piú eleganti e, pungendola per la prima volta il desiderio di comparir graziosa, comprese d’un tratto quanta gioia possa aspettarsi da un abito ben fatto, che renda piú attraente. Terminata la toletta, udí suonare l’orologio della parrocchia, e si stupí di contare soltanto le sette. Per timore di non avere il tempo necessario per vestirsi bene, s’era levata troppo presto, ma, ignorando l’arte di accomodare dieci volte un ricciolo e di studiarne l’effetto, Eugenia incrociò semplicemente le braccia, sedette alla finestra, e si mise a contemplare il cortile, il giardino stretto e le alte terrazze che lo dominavano; una triste veduta nell’insieme, ma non priva delle misteriose bellezze proprie dei luoghi solitari o della natura incolta.

FERNANDO BOTERO - Sala da pranzo (2002)

GANDOLIN (L.A. VASSALLO) - La famiglia De-Tappetti

 

Finalmente la famiglia è seduta a tavola. Agenore ha un tovagliolo, che lo strozza, legato intorno al collo.

La serva porta la minestra. Agenore domanda che per lo meno la sua scodella sia coperta da due chilogrammi di formaggio. Il genitore si rifiuta. Agenore si tira i capelli. Il genitore gli tira gli orecchi. Eufemia tira la manica di Policarpo, il quale si mette in bocca la prima cucchiaiata di minestra, Per poco non la sputa,

- Dio clemente e misericordioso! esclama Policarpo - questa minestra è una salina di Orbetello.

- Le tue solite esagerazioni....

- Eufemia mia! non eccitare, te ne prego, la mia sacrosanta indignazione. Fammi il piacere di degustare la minestra e poi....

Eufemia assaggia,

- C'è un po' di sale, ma non mi pare che ci sia da strillare a quel modo che fai tu.

- Ma è salata o non lo è? rispondi categoricamente, poichè la vita domestica è fondata sulla logica.

IGINO UGO TARCHETTI - Fosca

 

Fummo felici, ineffabilmente felici.

Passammo attraverso una serie di sensazioni nuove, ardenti, vertiginose. Mai due anime avevano combaciato cosí pienamente, mai due nature si erano congiunte, fuse, identificate in una sola come le nostre.

Clara aveva indole forte, giusta, severa; vi era nulla di fatuo, nulla di fiacco, nulla di puerile nel suo carattere; e pure nessuna donna fu mai piú affettuosa, piú dolce, piú arrendevole, piú accarezzevole, piú eminentemente donna.

Aveva venticinque anni; era alta, pura, robusta, serena. Scopersi piú tardi il segreto di quel fascino immediato che aveva esercitato sopra di me. Essa rassomigliava a mia madre. Mia madre poteva aver avuto la stessa bellezza e la stessa età quando io nacqui.

Una volta amanti, ci abbandonammo con una specie di dolce disperanza alla nostra passione; non avemmo piú limiti; ella pure era tal natura da non conoscerne. Avremmo quasi desiderato di soffrire, di porre il nostro amore come ostacolo alla nostra felicità, al nostro avvenire, per rendercene meritevoli. Ci sentivamo struggere dalla smania di sacrificare qualche cosa l’uno all’altra. Cosí eravamo troppo immeritatamente felici. Non potevamo dare un prezzo a quelle gioie; le sentivamo troppo intense, troppo profonde!…

Ci raccontammo tutta la nostra vita. Ci trasfondemmo l’uno nell’altra senza rossore, senza dissimulazioni, senza esitanze. Essa aveva vissuto poco nel mondo, aveva sposato a sedici anni un uomo che le era indifferente, non aveva mai amato, nessuno le aveva mai chiesto dell’affetto, adorava suo figlio. In quella vita di isolamento e di disamore era nondimeno felice.

Come tutte le donne veramente ingenue s’era data a me senza fingere, senza esitare; essa aveva pensato a lungo alle conseguenze della sua colpa; aveva lottato a lungo; ma una volta decisa, si era abbandonata senza ritegno. Non so se ella ne arrossisse e ne gemesse in segreto; il suo contegno non lasciò mai penetrare in me questo dubbio, essa non mi parve mai che felice. Mi diceva spesso con aria di credulità e di spavento, affatto puerile: — Sono cosí felice che ho paura di morire.

 

CESARE PAVESE - La luna e i falò

 

Eppure, disse lui, non sapeva cos’era, se il calore o la vampa o che gli umori si svegliassero, fatto sta che tutti i coltivi dove sull’orlo si accendeva il falò davano un raccolto piú succoso, piú vivace.

– Questa è nuova, – dissi. – Allora credi anche nella luna?

– La luna, – disse Nuto, – bisogna crederci per forza.

Prova a tagliare a luna piena un pino, te lo mangiano i vermi. Una tina la devi lavare quando la luna è giovane.

Perfino gli innesti, se non si fanno ai primi giorni della luna, non attaccano.

Allora gli dissi che nel mondo ne avevo sentite di storie, ma le piú grosse erano queste. Era inutile che trovasse tanto da dire sul governo e sui discorsi dei preti se poi credeva a queste superstizioni come i vecchi di sua nonna.

E fu allora che Nuto calmo calmo mi disse che superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilarlo in piazza. Ma prima di parlare dovevo ridiventare campagnolo. Un vecchio come il Valino non saprà nient’altro ma la terra la conosceva.

Discutemmo come cani arrabbiati un bel po’, ma lo chiamarono in segheria e io discesi sullo stradone ridendo.

Ebbi una mezza tentazione di passare dalla Mora, ma poi faceva caldo. Guardando verso Canelli (era una giornata colorita, serena), prendevo in un’occhiata sola la piana del Belbo, Gaminella di fronte, il Salto di fianco, e la palazzina del Nido, rossa in mezzo ai suoi platani, profilata sulla costa dell’estrema collina. Tante vigne, tante rive, tante coste bruciate, quasi bianche, mi misero voglia di essere ancora in quella vigna della Mora, sotto la vendemmia, e veder arrivare le figlie del sor Matteo col cestino. La Mora era dietro quegli alberi verso Canelli, sotto la costa del Nido.

Invece traversai Belbo, sulla passerella, e mentre andavo rimuginavo che non c’è niente di piú bello di una vigna ben zappata, ben legata, con le foglie giuste e quell’odore della terra cotta dal sole d’agosto.

 

CARLOS LUIS ZAFON - L'ombra del vento

 

Tornai a casa all'alba. Aprii la porta in silenzio ed entrai senza accendere la luce. Dall'ingresso vidi la sala da pranzo con la tavola imbandita per la mia cena di compleanno. La torta, intatta, aspettava ancora di essere tagliata, il servizio buono di essere usato. Mio padre era seduto in poltrona e guardava la finestra. Era sveglio, indossava ancora il suo abito elegante e teneva fra le dita una sigaretta da cui si levavano pigri anelli di fumo. Erano anni che non lo vedevo fumare.

«Buongiorno» sussurrò, mentre spegneva la sigaretta in un posacenere pieno di lunghi mozziconi.

Lo guardai senza rispondergli. I suoi occhi erano velati di tristezza.

«Clara ha telefonato varie volte ieri sera, un paio d'ore dopo che eri uscito» disse. «Sembrava preoccupata. Ha lasciato detto di richiamare, a qualsiasi ora.»

«Non ho intenzione di chiamarla né di rivederla» affermai.

Mio padre si limitò ad annuire in silenzio. Mi lasciai cadere su una sedia e guardai il pavimento.

«Dove sei stato?»

«In giro.»

«Mi hai fatto morire di paura.»

Nella sua voce non c'era nessun tono di rimprovero, ma solo una profonda stanchezza.

«Lo so e mi dispiace» risposi.

«Cosa ti sei fatto al viso?»

«Sono scivolato sul marciapiede bagnato e sono caduto.»

«Quel marciapiede doveva avere un destro potente. Dobbiamo metterci un po' di pomata.»

«Non è niente. Non mi fa male» mentii. «Voglio solo dormire. Non mi reggo in piedi.»

«Prima di andare a letto apri almeno il tuo regalo» disse mio padre.

Mi indicò l'elegante confezione che la sera prima aveva appoggiato sul tavolino della sala da pranzo. Esitai, poi, a un suo cenno, afferrai il pac-chetto, lo soppesai e lo porsi a mio padre senza neanche aprirlo.

«Sarà meglio che tu lo restituisca. Non merito regali.»

«Si regala qualcosa per il piacere di farlo, non perché qualcuno lo meriti o meno» disse mio padre. «E ormai non posso più restituirlo. Aprilo.»

Scartai l'accurata confezione nella luce pallida del mattino. Era un astuccio di legno intagliato, con bordi dorati. Si aprì con un suono squisito, da meccanismo di orologeria. All'interno dell'astuccio, foderato di velluto blu, c'era la Montblanc Meinsterstück di Victor Hugo, in tutta la sua bellezza. La presi e la contemplai in controluce. Sulla pinza d'oro del cappuccio era stato inciso: 

                                                                              Daniel Sempere, 1953 

 

Guardai mio padre a bocca aperta. Credo di non averlo mai visto così felice. Si alzò dalla poltrona e mi abbracciò. Non riuscii a dire niente, e affidai al silenzio la mia emozione.

PETALI PROFUMATI - I vostri haiku

 

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