RUDOLF ERICH RASPE

AVVENTURE DEL BARONE DI MÜNCHHAUSEN

AVVISO AI LETTORI


Da tempo non svolgo più nessuna attività sia nella vita pubblica che in quella privata, ma questa mia assenza non può permettere a nessuno di macchiare il mio onore e non può nemmeno impedirmi di smentire le voci maligne che circolano sul mio personaggio e sulle mie avventure.
Si dice che sia l'uno che le altre siano frutto della mia fantasia, mentre entrambe sono vere e reali.
Per dimostrarvelo, ho stilato questo documento ed ho versato alla Mansion House di Londra ben tre scellini per le deposizioni giurate e scritte apposte alla presente.
Spero quindi che i lettori considerino questa edizione diversamente da quanto si pensa.


City di Londra - Inghilterra Londra, 9 novembre u.s.
I Sottoscritti giurano solennemente che le vicende del Barone di Münchhausen sono vere e reali come le proprie anche se ancor più fantastiche, qualsiasi esse siano ed ovunque siano accadute.
Inoltre, sperano di poter placare in questo modo le varie dicerie.
Gulliver X Sinbad X Aladino X Giuramento depositato alla Mansion House.
Il Sindaco assente.


PARTE PRIMA - VIAGGI STRAORDINARI E CAMPAGNA DI RUSSIA


Le mie avventure iniziano in Russia, dove mi recai per arruolarmi.
Ero certo che la breve gelata avrebbe reso più facile il mio viaggio lungo le strade dissestate di quel paese.
Era per questo motivo che lo avevo iniziato in pieno inverno.
Viaggiavo a cavallo perché era il mezzo più comodo e veloce per spostarsi, soprattutto se cavallo e cavaliere sono in ottima forma. Purtroppo indossavo abiti leggeri che mi dettero dei problemi mentre procedevo sempre più verso nord-est.
Avevo percorso le regioni settentrionali della Germania, della Curlandia, della Livonia e della Polonia e qui avevo incontrato un povero vecchio che doveva soffrire moltissimo a causa del freddo.
Era piegato su di sè nella brulla pianura, tramortito al margine della strada, infreddolito e con ben pochi abiti addosso.
Questo spettacolo mi aveva commosso: decisi di togliermi il mantello e di gettarglielo anche se mi sentivo gelare.
Subito dopo sentii una voce, che forse proveniva dal cielo, benedirmi per la mia buona azione.
Che il cielo mi fulmini, figliolo, se prima o poi non verrai ricompensato!
Subito ripresi il cammino avvolto dalla notte buia e da una solitudine infinita. Ero disorientato in quella vasta pianura coperta di neve. Non conoscevo le strade e non riuscivo a scorgere un villaggio dove potermi riparare.
Stanchissimo, scesi dalla sella e legai il cavallo ad una specie di bastone che spuntava dalla neve. Quindi mi sdraiai nella neve, poco lontano dal cavallo e, seguendo l'istinto della mia abituale prudenza, tenni le pistole sotto un braccio.
Mi addormentai e dormii così profondamente che mi svegliai in pieno giorno.
Fui enormemente sorpreso quando mi accorsi di avere passato la notte nel centro di un villaggio in mezzo ad un cimitero! Non riuscivo a trovare il mio cavallo ma presto sentii il suo nitrito.
Stranamente, esso mi pareva giungesse dall'alto: alzai lo sguardo e lo vidi legato alla banderuola del campanile.
Solo allora fui in grado di spiegarmi quella strana situazione: probabilmente, durante la notte il villaggio doveva essere stato sepolto dalla neve, che, con l'alzarsi della temperatura, doveva essersi sciolta. Così, durante il sonno, io mi ero ritrovato in un cimitero, mentre il cavallo, che credevo di avere assicurato ad un bastone, fu in realtà legato alla banderuola del campanile.
Per non perdere tempo, tirai fuori la pistola e sparai un colpo deciso alle briglie del cavallo che precipitò giù diritto sulle quattro zampe. Gli salii in groppa e proseguii tranquillo il mio viaggio. Arrivai in Russia e fino ad allora tutto filò liscio.
Gli abitanti di questo paese in inverno hanno l'abitudine di non cavalcare mai ed io avevo deciso di adottare le loro stesse tradizioni acquistando una slitta ad un cavallo.
Successivamente mi diressi verso Pietroburgo. Mi trovavo all'incirca in Estonia o forse in una delle regioni vicine; ricordo
solo che dovevo essere da quelle parti, nel mezzo di una foresta.
Improvvisamente mi sono accorto di essere inseguito da un lupo affamato che correva tanto velocemente quanta era la fame che aveva in corpo. Mi aveva raggiunto subito e io credevo di essere spacciato perché non avevo mezzi per difendermi.
Ho pensato solo di sdraiarmi sul fondo della slitta e ho lasciato al cavallo il compito di salvare la sua vita e la mia. Poco dopo accadde ciò che speravo intensamente: il lupo non si incaricò più di me perché non mi vedeva, bensì mi scavalcò, si scagliò sul cavallo e iniziò a divorarne la parte posteriore. Il cavallo spaventato ed impazzito per il dolore, raddoppiò l'andatura della sua corsa disperata.
Ad un tratto, di nascosto osai alzare timidamente la testa. Rabbrividii dall'orrore: il lupo era riuscito addirittura ad aprirsi un varco nel corpo del cavallo! Allora, afferrai la frusta e con l'impugnatura colpii più volte il lupo che spiccò un salto in avanti per lo spavento facendo così cadere la carcassa del cavallo di cui indossò le briglie. Continuai a frustarlo accanitamente ed egli corse finché, con ran meraviglia di tutti, arrivammo a Pietroburgo prima del previsto.
Vi annoierei sicuramente se mi mettessi a parlarVi delle arti, della politica, delle scienze e della storia di Pietroburgo.
E non voglio nemmeno farvi sbadigliare raccontandovi gli intrighi e le avventure in cui sono stato coinvolto dall'aristocrazia di quella città. Preferisco invece chiacchierare con voi di cavalli e di cani che sono la mia passione e forse anche la vostra, oppure di volpi, lupi ed orsi che sono animali popolari in Russia. Intendo insomma raccontarvi avvenimenti che meritano di essere osservati e considerati e che possono sottolineare le capacità di un uomo molto di più dello studio del greco o del latino. Quindi vi parlerò dei passatempi, delle gite, di prove di forza, prodezze e così via, lasciando perdere le raffinatezze della gente sofisticata o dei parrucchieri Francesi.
A Pietroburgo ho cercato di spassarmela vivendo come un vero gentiluomo. Come vi ho già detto, volevo entrare nell'esercito ma, per potere fare ciò, dovevo attendere a lungo.
Ne deriva quindi che in quel periodo avevo molto tempo a mia disposizione e proprio a Pietroburgo ho avuto la possibilità di conoscere delle persone molto simpatiche, con cui mi sono assai divertito. Era gente che sapeva apprezzare la vita come anche le bellezze e le risorse della natura.
Ricordo ancora le splendide partite di caccia che feci nella campagna russa. Ho catturato molte prede e ottenuto enormi successi negli inseguimenti. A volte passavo notti intere al tavolo da gioco, a volte invece bevevo calici colmi fino all'orlo e incontravo così dei virtuosi del bere.

Uno in particolare mi è rimasto impresso nella mente: un vecchio generale della riserva che ci raccontava in modo pittoresco guerre e battaglie sanguinose a cui aveva partecipato in gioventù. Il suo volto era severo, la barba grigia e la capigliatura folta. La carnagione era bruna, ma ciò che colpiva di più era la sua straordinaria capacità di bere.
Mangiava spesso con noi e anche a tavola teneva il cappello in testa, perché non aveva più la parte superiore del  cranio: l'aveva persa in battaglia contro i turchi. Durante il pranzo beveva molte bottiglie di acquavite senza mai ubriacarsi.
Incuriosito da questo fatto lo osservai attentamente e, un bel giorno, riuscii a scoprire il suo segreto: notai che di tanto in tanto si toglieva il cappello dalla testa sulla quale aveva una lastra d'argento al posto della scatola cranica asportata in guerra, poi si toglieva la lastra dalla testa e iniziavano a sprigionarsi i vapori dell'alcool che aveva bevuto.
Una sera volli dimostrare questo fenomeno ai miei amici. Presi posto dietro il generale e mi accesi una pipa. Quando si tolse la lastra d'argento e i fumi dell'acool iniziarono ad evaporare, accesi con la pipa un pezzo di carta che avvicinai alla sua testa. Fu uno spettacolo straordinario: il suo capo venne avvolto da una luce colorata mentre i fumi infuocati formavano una colonna rovente! Sembrava quasi che avesse in testa un'aureola simile a quella che hanno certi santi nei calendari.
L'anziano generale non fu affatto offeso per l'accaduto, anzi mi permise di ripetere l'esperimento altre volte, perché in quegli attimi si sentiva al centro dell'attenzione generale come se fosse una persona importante.
L'avventura seguente mi tornò molto utile, perché mi fece imparare come a volte bisogna essere dotati di coraggio e di spirito per poter vincere le situazioni più difficili.
Come già ben sapete, la caccia è una delle mie più grandi passioni: è semplice capire perché mai, un giorno, mi fossi precipitato in gran fretta fuori di casa.
Vidi lo specchio di uno stagno affollato da decine di anitre e, mentre correvo verso L'uscita, andai a sbattere contro lo stipite della porta: provai un forte dolore e sentii del fuoco negli occhi. Ma non me ne incaricai molto e corsi ugualmente allo stagno.
Quando fui alla giusta distanza,dalle anitre, presi la mira: arrabbiatissimo, in quel momento scoprii che il fucile era rotto.
Dovevo aver spaccato l'acciarino durante lo scontro con lo stipite.
Fortunatamente, ebbi una delle mie meravigliose idee: presi nuovamente il fucile, lo puntai in direzione delle anitre, e dopo aver aperto il focone, mi tirai un pugno in un occhio! Da esso partirono delle grosse scintille che incendiarono la polvere e fecero partire il proiettile.
Grazie a questo strano stratagemma ottenni uno dei più grossi bottini di tutte le mie partite di caccia: una decina di anitre, quattro fischioni ed alcune alzavole.
Chissà perché non mi accade quasi mai di partecipare ad una normalissima partita di caccia alle anitre: mi capita sempre qualcosa che mi obbliga ad escogitare dei mezzi fuori dal comune per poter avere qualche preda nel carniere.
In un'altra occasione simile alla precedente, andai a caccia con l'ultima munizione che possedevo per caricare il mio fucile.
Le anitre erano parecchie e purtroppo distanti fra di loro. Con quell'unico proiettile ne avrei potuta uccidere solo una.
Questa prospettiva non mi allettava affatto perciò iniziai a spremermi le meningi e considerando le poche cose che avevo con me, trovai una nuova soluzione. Annodai il guinzaglio del cane ad una corda e misi un pezzo di lardo che tenevo
nel carniere ad un'estremità. Gettai il lardo nel laghetto e attesi che un'anitra si avvicinasse alla mia esca.
Ne arrivò una che la inghiottì, ma il lardo unto e scivoloso in poco tempo passò nelle sue viscere Fino a fuoriuscire dal retro della bestia.
Intanto, all'interno del suo corpo,l'anitra venne trapassata dalla fune che aveva inghiottito con il lardo. Un altro di quegli animali si avvicinò al lardo e lo inghiottì: quando esso uscì dal suo corpo fu divorato da un'altra anitra e così accadde per tutte. Quando ogni anitra fu infilata" e tutte furono legate L'una all'altra, presi i due estremi della lunga corda e trascinai a riva le mie prede vive. Formavano una grossa collana che mi attorcigliai addosso.
Dopo un breve tratto di strada, mentre portavo a casa le anitre, mi fermai affaticato dal peso delle bestiole. Come faccio ora a portarle tutte a casa? pensai. Non volevo abbandonarne una parte ma non potevo portarmele via tutte.
All 'improvviso, si misero a battere le ali tanto forte da sollevarmi da terra e Farmi volare con loro! Fu un'esperienza estremamente divertente, tanto più che le potevo pilotare nella direzione che preferivo sollevando o abbassando le
Falde della giacca. Scorsi il tetto della mia casa ed iniziai la fase di atterraggio: le anitre planarono dolcemente, perché, per diminuirne la forza, iniziai ad ucciderle una ad una. Quando l'ultima di esse morì, precipitai all'interno del camino della mia casa e piombai nel caminetto della cucina. Sentii delle urla di spavento forse per il gran polverone che provocai e che quando si diradò, mi permise di vedere la faccia stupita del mio cuoco. La cosa certa è che in quel periodo, a Pietroburgo, mi divertii moltissimo.
Fortunatamente avevo scoperto come passare il mio tempo libero unendo l'utile al dilettevole: partecipando alla caccia alla volpe. , Essa, oltre che essere divertente, diventa un operazione piuttosto delicata se la si compie per ottenere una pelliccia folta ed intatta. A maggior ragione poi se si tratta di un esemplare di volpe stupendo come quello che intrappolai nelle foreste di  Pietroburgo.
Avevo con me un Fucile e, pur sapendo di avere un'ottima mira, non le volli sparare per non rovinarle il fulgido pelo.
Tolsi il proiettile dall'arma e la caricai con un chiodo. La volpe si avvicinò ad un albero e io premetti il grilletto colpendola alla coda ed inchiodandola al tronco. La pelle, che era magnifica e perfetta, la ottenni incidendo il muso della volpe obliquamente per poi scuoiarla a colpi di staffa.
Come potete notare, la caccia non si basa soltanto sull'abilità del tiratore; essa è anche simbolo di astuzia e di ingegno.
Naturalmente la fortuna ha la sua enorme influenza e io credo di averne sempre avuta un buona dose. Non è cosa da tutti, ad esempio, catturare un cinghiale senza fare il minimo sforzo! Ebbene sì, accadde proprio a me.
Mi ero appostato poco distante da una coppia di cinghiali. Sparai un colpo, ma con mia grande delusione, feci cilecca.
Ancor più assurdo però fu il fatto che mentre il grosso maschio era fuggito a zampe levate, la femmina se ne stava tranquilla dov'era. Volli osservarla da vicino e vidi che teneva stretto fra i denti un brandello di carne: era una vecchia femmina di cinghiale cieca che, per orientarsi nella foresta, teneva tra i denti la coda del giovane maschio.
Per me la caccia si era ormai conclusa: potevo portare a casa la mia preda trainandola per quel pezzo di coda che aveva in bocca e che io, quando sparai, avevo involontariamente tranciato al cinghiale.
I cinghiali sono degli animali dal carattere piuttosto vivace e violento: se si arrabbiano sono delle vere e proprie furie. Premesso che le femmine sono molto più docili dei maschi, non dovete pensare che sia frequente catturarli come feci con la femmina cieca. Anzi, penso proprio che un'avventura simile sia capitata solo a me. Catturai un altro cinghiale, ma quel giorno non avevo la minima intenzione di cacciarlo.
Credo che il rumore dei miei passi lo avesse innervosito e, come un toro alla corrida, cercò di caricarmi. Potei soltanto scappare e rifugiarmi dietro una grossa quercia che riuscì appena a proteggermi.
Il cinghiale andò a sbattere con il muso contro il tronco dell'albero:l'urto fu tremendo tanto che le zanne dell'animale trafissero il tronco fuoriuscendo dall'altra parte.
Mi dichiarai fortunato d'essere ancora vivo; presi un sasso e colpendo ripetutamente le punte delle zanne, le ripiegai in modo da intrappolarlo. Lo legai con una corda e, quando non potè più muoversi, lo liberai dal tronco e lo misi su di un carro per portarmelo via.
Vi giuro che non ho mai cercato di approfittare della mia buona stella e che non ho mai creduto nella stregoneria, ma ci fu un avvenimento che mi lasciò del tutto perplesso. Mi fa venire in mente la leggenda del cervo di Sant'Uberto, un santo a cui sono devoto e che si dice sia il protettore dei cacciatori.
Questa leggenda racconta che un giorno apparve a Sant'Uberto un cervo con una grande croce fra le corna; infatti questo santo viene spesso rappresentato nei quadri e in altri dipinti sempre con il cervo dalla croce fra le corna. Un cervo simile non l'ho mai visto: ricordo solo un animale in un bosco che non scappò al mio arrivo, quasi avesse la sensazione, in effetti fondatissima, di sapere che ero sprovvisto di munizioni. Sembrava che volesse sfidarmi con quel suo atteggiamento provocatorio. Allora sostituii il proiettile che non avevo mettendo nel fucile dei noccioli di ciliegia che trovai nel bosco e lo colpii alla fronte. Purtroppo non lo uccisi: se ne andò via tramortito e io rinunciai all'inseguimento.

Alcuni anni dopo, tornai in quella foresta con i miei allegri amici e scorgemmo un cervo di grandi dimensioni: fui sorpreso quando notai fra le sue corna un albero di ciliegie! Collegai subito quella visione al cervo che tempo addietro avevo cacciato in quegli stessi luoghi.
Ricordai tutto di quella battuta di caccia e considerai quella bestia come fosse ormai mia, poiché l'albero sulla sua testa doveva essere germogliato da quei noccioli di ciliegia che gli avevo sparato. Lo uccisi - questa volta con dei proiettili verie ne ricavai carne e marmellata! Che qualcuno abbia forse tirato una croce sulla fronte del cervo di Sant'Uberto?
Per esperienza ho imparato a non frequentare luoghi popolati da animali feroci senza avere con me fucile e soprattutto proiettili. Me la vidi brutta quella volta in cui mi trovai faccia a faccia con un orso cattivissimo.
Le munizioni erano esaurite e, per difendermi, presi delle pietre focaie da terra e gliele tirai in gola.
L'orso arretrò un poco, si girò su se stesso ed io gli misi un'altra pietra focaia sotto la coda. Nelle viscere dell'orso, le pietre si scontrarono, fecero delle gran scintille e la bestia saltò in aria con un gran botto!
In Russia vi sono anche molti lupi e, naturalmente, ebbi a che fare persino con loro. Uno in particolare dovrà ricordarsi a lungo di me: mi saltò addosso e io gli sferrai un pugno in bocca, ma non fu sufficiente per immobilizzarlo.
La mia mano era tra le sue fauci: affondai il braccio fino a prendergli le budella e poi gliele feci uscire dalla bocca con tutta la parte posteriore rivoltandolo come si rivoltano i cappotti! Bisogna stare molto attenti con gli animali: oltre ad essere pericolosi, possono essere malati e potrebbero contagiarvi la loro malattia.
A Pietroburgo venni inseguito da un cane rabbioso e, volendo levarmelo di torno senza toccarlo, gli lanciai addosso il mio mantello. Fuggii e quando fui a casa mandai il mio servitore a recuperare il mantello. Ubbidiente, lo prese e lo ripose nell'armadio con gli altri abiti.
Il mattino seguente sentii un gran baccano provenire dall'armadio e vidi il servitore correre verso di me. Oh, Signore, sembra che il vostro mantello abbia preso la rabbia! esclamò. Incredulo, guardai nell'armadio e vidi che tutti i miei vestiti erano ridotti a brandelli, mentre il mio mantello si avventava furiosamente su altri miei abiti!
Lasciamo perdere anche quest'ultimo strano ma divertente episodio e passiamo a parlare d'altro.
Sono sempre stato considerato un uomo pignolo nel scegliere le mie cose. Chi crede che la pignoleria sia un difetto si sbaglia di grosso: è molto importante valutare fino in fondo le qualità che anche un oggetto banale può offrire.
Ma nei miei confronti c'era un briciolo di invidia: avevo sempre i cavalli migliori, le mie partite di caccia erano sempre meravigliose e possedevo dei bellissimi ed intelligentissimi cani.
Una cagna, Diana, mi fu particolarmente cara sia per la sua devozione, sia per la cieca obbedienza che mi dimostrò quando la portai ad una battuta a cui mia moglie desiderava partecipare. Mia moglie, il guardacaccia, un domestico ed io cavalcammo a lungo.
Li lasciai per un attimo e rapidissimo arrivai sul luogo di caccia prima di loro; liberai delle pernici così mia moglie avrebbe potuto trovare della selvaggina da colpire orgogliosamente. Attesi a lungo il suo arrivo e diedi ordine categorico alla cagna di puntare le pernici; poi, preoccupato per il ritardo dei miei compagni, tornai indietro e sentii delle urla provenire dal pozzo di una vecchia miniera. Capii che mia moglie ed il servo erano caduti in quel pozzo. Alcuni minatori stavano già cercando di soccorrerli e, grazie a loro, ben presto furono tratti in salvo.
Ovviamente, questa partita di caccia andò in fumo, con il rammarico di mia moglie che l'aveva tanto desiderata.
Purtroppo, il giorno dopo venni costretto a partire per un viaggio di due settimane.
Al mio ritorno fui sorpreso di non vedere Diana gironzolare e farmi le feste. Chiesi a mia moglie dove fosse andata la cagna e, stupita, mi disse: É dal giorno della tua partenza che non la vedo. Pensavo che te la fossi portata appresso... La cercai nel bosco e alla miniera; mi venne in mente che poteva essere nel luogo in cui avevo liberato le pernici durante la caccia.
E proprio lì trovai Diana, nello stesso punto in cui l'avevo lasciata due settimane prima con l'ordine di fare la punta.
Quell'inconveniente mi spiacque molto e per darle un po' di soddisfazione sparai a qualche pernice. Povera Diana, digiuna com'era non ebbe la forza di fare il minimo movimento! Di movimento, al contrario ne fece molto quando ci dedicammo alla caccia alla lepre. Ce n'era una che non riuscivamo mai a prendere: malgrado la velocità di Diana e la mia abilità con il fucile, quella lepre scappava sempre volatilizzandosi. Ma Diana non ne aveva colpa: una volta vidi da vicino la lepre e notai che aveva ben otto zampe di cui quattro sulla schiena.
Quando si stancava di correre con le zampe normali, rigirandosi sul dorso utilizzava quelle sulla schiena!
La velocità era la dote principale di un'altra mia cagna, una levriera che dal tanto correre finì per consumarsi le zampe! La caccia con lei era divertentissima ed era persino felice di parteciparvi. Volle venire con me anche quando aspettava dei cuccioli: inseguì una lepre con tanto entusiasmo che in un attimo sparì. La cercai e d'un tratto sentii dei lamenti.
Mi diressi verso quei guaiti: la mia cagna aveva appena partorito sei cuccioli e altrettanti ne ebbe la lepre!
Ricordo anche un cavallo lituano di grande valore che mi fu regalato dal conte Przobofsky, in Lituania appunto. Era pomeriggio e stavo sorseggiando del tè in salotto con le signore. Dopo qualche istante udii delle grida di paura provenienti dal cortile: preoccupato andai là e vidi un superbo ma irrequieto cavallo che nessuno riusciva a domare.
Colsi allora l'occasione per sfoggiare le mie doti di cavallerizzo. Corsi verso di lui e gli balzai in groppa riuscendo a domarlo.
Tutti erano spaventati e li convinsi che non si trattava di un animale pericoloso, perché poteva ubbidire a qualsiasi mio comando. D'un balzo scavalcò la finestra della sala e lì lo feci passeggiare a diverse andature; dopodiché montò sulla tavola già imbandita e gli feci ripetere gli stessi esercizi senza fargli rovesciare nulla.
Fu in quel modo che, tra gli applausi e le lodi dei presenti, il conte decise di cedermi quel purosangue, che mi sarebbe tornato utile il giorno dopo, quando iniziai la campagna contro i turchi.
Durante quella guerra comandavo un corpo di ussari. Potendo dare ordini ed avendo un certo potere, essa rappresentava anche il momento in cui avrei potuto sfogare e dimostrare le mie grandi capacità.
In fondo, i veri vincitori delle guerre sono i soldati o chiunque altro si trovi sul campo di battaglia. É una vera ingiustizia che gloria, onori e tutto il merito per il buon esito appartengano sempre e solo a Re e Regine che in pratica non muovono nemmeno un dito per la guerra. Ma a noi combattenti è sufficiente sapere di aver fatto il nostro dovere, poiché il vanto non fa la dignità e l'onore della gente.
Io feci il mio dovere in quella guerra difficile con degli avversari così valorosi come i Turchi e devo dire che così fecero anche gli uomini del mio battaglione.
Partii in guerra proprio con il cavallo lituano che anche lì non mancò di farsi conoscere per la sua velocità. É buffo, ma fu proprio a causa di questa sua dote se mi sono trovato nei pasticci.
Il nemico, avvolto in una gran nuvola di fumo, ci stava caricando: diedi ordine ai miei soldati di dividersi in due gruppi e di avanzare verso il nemico allargandosi in due lunghe ali. Lo scontro fu violento e duro, ma era giunto il moménto di fare valere la nostra superiorità. Durante la lotta guidavo il mio reparto stando alla testa del battaglione. Avevamo obbligato il nemico ad indietreggiare e a cercare rifugio nella sua roccaforte.
Spronai il lituano e corsi il più velocemente possibile perché volevo penetrare con il mio esercito nel loro covo prima che riuscissero a chiudere le porte della città.
Ce la feci: quando fui nel cortile della cittadella, mi voltai per chiamare il trombettiere e ordinargli di suonare la carica.
Che strano: era solo! Il mio cavallo fu così veloce che distanziò i miei soldati di parecchie leghe. Decisi di attendere il loro arrivo e portai il cavallo ad una fontana per farlo bere.
Aveva una sete incredibile, ma ancor più incredibile era il fatto che le gambe e la parte posteriore fino a metà schiena erano rimaste fuori dalle mura della città, perché la saracinesca della porta d'entrata venne abbassata al nostro passaggio tagliando in due il mio destriero. Mentre continuava a bere e l'acqua gli usciva dalla parte tranciata, l'altra metà del cavallo chiusa fuori della saracinesca fremeva! Per fortuna trovai un maniscalco che cucì le due parti del cavallo con una fune e con dei germogli di alloro.
Passarono alcuni mesi prima che potessi essere fiero di avere un cavallo tanto imprevedibile: non meravigliatevi, ragazzi, se i germogli d'alloro crebbero formando un pergolo! Ad una battaglia fui costretto a difendermi per lungo tempo con una sciabola. Terminato il combattimento, il mio braccio si era talmente abituato a sciabolare che non voleva più smettere.
Fui costretto a legarmelo al collo perché altrimenti avrebbe continuato a muoversi nervosamente con il pericolo di poter colpire qualcuno o di fare del male anche a me stesso.
Al campo di battaglia seppi che il generale aveva bisogno di ottenere delle informazioni sulla città che stavamo assediando.
Per riuscirci era necessario attraversare l'intero avamposto oltre alle trincee ed i picchetti. Pareva quindi un'impresa troppo ardua da affrontare, contando anche il poco tempo a nostra disposizione. Vidi un artigliere accendere una miccia e ciò mi
fece venire un'idea, al primo impatto eccellente: mi misi davanti alla bocca del grosso cannone e quando la palla uscì, l'afferrai e mi ci sedetti sopra.
Però, durante quello strano giro d'ispezione dal cielo, mi convinsi di aver preso troppo in fretta quella decisione, se fossi atterrato fra i nemici, mi avrebbero certamente impiccato.
Dopotutto ero ancora in tempo per tornare indietro: infatti, con un balzo fui sulla palla che un cannone avversario aveva sparato in senso opposto al mio e tornai indietro. Il cavallo lituano era sempre con me ed era sempre più veloce. Stavamo inseguendo una lepre, quando una carrozza ci tagliò la strada.
Era impossibile fermare il cavallo ad una simile andatura: galoppava così velocemente che quando attraversò la carrozza passando da un finestrino all'altro, ebbi appena il tempo di salutare le signore e di togliermi il cappello. Fu sicuramente l'iniziativa più audace e sfrontata che il mio cavallo avesse mai preso. In quel periodo venni anche catturato dai Turchi e fatto schiavo.
Una persona del mio rango non è abituata ad un simile lavoro che pur non essendo complicato e faticoso non era di mio gradimento. Il mio compito era di far pascolare ogni mattina le api del Sultano, controllarle e riportarle la sera all'alveare.
Una volta mi accorsi che me ne mancava una: probabilmente doveva essere stata uccisa da qualche orso che voleva succhiarne il miele. Scovai due orsi nelle vicinanze e poiché ero armato di un'ascia d'argento, gliela tirai, ma purtroppo sbagliai mira ed il mio lancio troppo potente conficcò la scure nella Luna. Rivolevo la mia arma, ma il problema era che non avevo alcun mezzo per poter andare sulla Luna. Provai a piantare un fagiolo: non ricordo dove l'ho sentito ma dicono che fanno delle piante molte alte che crescono in fretta.
Infatti, la pianta crebbe a vista d'occhio; speravo che fosse sufficientemente alta per poter raggiungere quel lontano pianeta ed iniziai ad arrampicarmi. La fortuna certamente mi sorrise, perché riuscii ad arrivare sulla Luna. Fatto questo, dovevo riuscire a recuperare la mia scure. Per lunghe ore la cercai e finalmente la trovai in un mucchio di pula e di paglia.
Pronto a tornare sulla Terra, rimasi deluso alla vista della pianta di fagiolo rinsecchita dai raggi del sole. Devo trovare un'altra soluzione! " dissi; poco dopo già intrecciavo con la paglia una fune. In questo modo il mio ritorno fu semplice: legai la corda alla punta più alta della Luna e mi calai su quella più bassa. Da lì con la sciabola la tagliai in alto per poi annodarla alla punta inferiore. Siccome la corda era corta fui costretto a ripetere l'operazione più volte. Ma i troppi nodi indebolirono la fune che ad un certo punto si ruppe facendomi precipitare sulla Terra. La mia caduta provocò un burrone profondo quindici metri, da cui riuscii ad uscire costruendo dei gradini. Come? Ma è semplice: con una pala che andai a prendere a casa!
Finalmente venne la pace con i Turchi. Venni liberato proprio quando a Pietroburgo si stava svolgendo la Rivoluzione. Fra gli altri, fuggirono l'ancor piccolo Imperatore con la madre, il Duca il Brunnswick e il feldmaresciallo Münnich che fu mio generale durante la guerra. Faticai parecchio durante il mio ritorno perché avvenne d'inverno, un inverno duro per tutta l'Europa, ed anche perché lungo la strada non mancarono gli imprevisti.
Una notte, in diligenza, dovevamo passare per una strettoia. É meglio suonare il corno per avvertire chi proviene in senso opposto del nostro passaggio, altrimenti ci bloccheremo! suggerii al postiglione. A pieni polmoni soffiò in quello strumento che però non dette alcun suono. Provò ancora ma niente da fare. Cosa poteva capitarci quindi se non di incontrare una carrozza proprio di fronte a noi?
Il tempo era pessimo ma fummo costretti tutti a scendere per smontare la carrozza pezzo per pezzo, per poi rimontarla dall'altra parte del passaggio. Spossati, arrivammo finalmente nel luogo di posta e ci riposammo. Nella cucina un bel fuoco ci riscaldava tutti: anche il postiglione era entrato ed aveva appeso il corno e il mantello ad un chiodo.

All'improvviso sentimmo un suono fortissimo che ci spaventò: era il corno che si era gelato lungo il cammino e aveva gelato le note che erano state invano suonate.
Ora, al caldo si erano sciolte ed uscivano dallo strumento con tutto il loro vigore. Fummo così gli spettatori di un concerto per corno senza strumentista: in programma la Marcia del re, tratta da "Da monte a valle" e "Dio salvi il Grande Giorgio nostro Re".


AVVENTURE MARINARE


miei lettori potrebbero pensare che le mie avventure non siano del tutto vere: capisco benissimo questo atteggiamento perché vi sono dei viaggiatori che aggiungono fantasie al racconto dei loro viaggi. Poiché il mio nome non rientra fra costoro, pregherei i lettori che solitamente si comportano in modo simile, di andarsene per permettermi di iniziare il mio racconto.
Da Portsmouth andai nell'America del Nord su una nave da guerra inglese. Era il 1776 e quella nave aveva cento cannoni e millequattrocento uomini d'equipaggio. Il viaggio fu piuttosto tranquillo fino a che non arrivammo vicino al fiume San Lorenzo: la nave andò a sbattere contro uno scoglio provocando un urto violento. Si ruppero il timone, il bompresso e tutti gli alberi della nave, due dei quali furono catapultati fuoribordo.
Anche l'equipaggio subì la violenza della collisione: un marinaio che stava ammainando la vela maestra venne spinto in aria per quindici chilometri poi afferrò le gambe di un gabbiano che lo riportò nel punto esatto da cui era, per così dire, decollato. Chi si trovava sottocoperta rimbalzò contro il soffitto: io ad esempio lo colpii con la testa così forte che mi rientrò nel corpo quasi fossi una tartaruga e mi ci volle molto tempo per poter guarire.
Ma non doveva essere stato uno scoglio perché scandagliammo il fondo per più di cinquecento metri di profondità senza trovare nulla. Allora ci accorgemmo che si trattava di una balena. Questo grosso pesce si era addormentato in un punto non molto profondo del mare. Il nostro passaggio la infastidì perché con il timone la colpimmo sul naso.
Per contraccambiare la scocciatura, ci ruppe il parapetto e la tolda con un colpo di coda, poi prese l'ancora in bocca e ci trascinò al largo ad una velocità incredibile. Fortunatamente il cavo si ruppe e non ci trainò più.
Passarono alcuni mesi e mi accinsi a tornare in Europa, quando passammo su quelle stesse acque in cui la balena ci lasciò.
Da lontano vidi galleggiare qualcosa di gigantesco: era lei, la famosa balena, morta, che galleggiava con un corpo lungo circa ottocento metri! L'equipaggio voleva caricarla a bordo ma, siccome era troppo lunga, le tagliammo via la testa. Quando fu a bordo le aprirono la pancia trovando l'ancora e decine di metri di cavo che, probabilmente, attorcigliandosi intorno alla lingua, finirono per strozzarla.
Non fu un viaggio per niente tranquillo: quando quella balena ci trainò, provocò una grossa falla nella stiva. Le sole pompe non riuscivano a dragare L'acqua. É proprio grazie ad una delle mie meravigliose idee che ora vi posso dire di avere salvato la vita all 'intero equipaggio.
Sono di origine olandese e uso indossare pantaloni molto larghi come tutti gli uomini del mio paese - anche per una questione di fisico! In quel momento di panico, non feci altro che sedermi comodamente sulla falla che, grazie al mio portentoso posteriore, venne così tappata in attesa dell'arrivo del carpentiere. Ebbi modo di incontrare molto da vicino un altro pesce simile nel Mediterraneo. Era estate: a Marsiglia faceva molto caldo e nel pomeriggio decisi di farmi un bel bagno.
Mi spogliai e mi tuffai nel mare che sembrava dirmi vieni"! Mentre nuotavo, fui inghiottito da un pesce enorme che fortunatamente non mi morse trangugiandomi intero. Nel suo stomaco ampio e caldo cercai di dargli fastidio saltando, ballando e facendo le capria le.
Il ballo della tarantella era quello che lo urtava di più e io che lo avevo capito continuavo nella speranza di essere vomitato.
D'un tratto, quel bestione sbucò sulla superficie del mare proprio quando di lì passava un peschereccio italiano.
I marinai, felici di aver avuto un incontro simile, lo arpionarono e lo caricarono a bordo dopo averlo ucciso. Sapevo che avrebbero iniziato a tagliare il pesce, di conseguenza mi sistemai al centro del suo ventre.
Credevo che i marinai iniziassero a tagliarne le estremità e invece lo sventrarono subito. Con mia grande gioia vidi la luce entrare in quella specie di caverna che era il suo stomaco e mi misi a chiamare aiuto. Dopo ben quattro ore e mezzo di prigionia finalmente fui libero. Ringraziai quei marinai che si misero a guardarmi stupiti, ancor di più quando videro che ero completamente nudo! Conoscevo la lingua italiana quindi mi fu possibile comunicare con loro e raccontare tutta la vicenda mentre mi rifocillavo.
Dopo essermi ripulito mi rituffai in acqua per andare a riprendere gli abiti che avevo lasciato sulla spiaggia di Marsiglia facendomi un'altra bella nuotata. Ero ancora prigioniero dei Turchi quando mi accadde una delle più sbalorditive vicende che mi siano mai capitate.
A quell'epoca amavo navigare per il mare di Marmare con un battello da diporto perché in quel mare potevo ammirare l'intera Costantinopoli e la Reggia del Sultano.
All'alba mi svegliai e stiracchiandorni i muscoli rimasti immobili durante la notte alzai gli occhi per ammirare il cielo quando vidi una cosa rotonda che volava. Sotto aveva qualche cosa che penzolava ma non riuscivo a capire cosa fosse. Spaventato presi il mio miglior fucile, lo caricai e sparai. L'oggetto era però troppo lontano e non riuscii a colpirlo. Senza perdermi d'animo, ricaricai il fucile con cinque pallottole e una dose doppia di polvere da sparo.
Stavolta lo colpii, la palla si ruppe e ne uscì una carrozza con un passeggero e una coscia di montone pronta per essere cotta allo spiedo. Tutto cadde a poca distanza da noi perciò diedi ordine di caricare ogni cosa a bordo del battello.
Dalla carrozza scese un francese che inizialmente seccato per l'incidente, non mi parlò, dopo qualche istante però si riprese e mi raccontò la sua storia: Ho passato troppo tempo in aria rincorrendo il sole e senza mai vedere il tramonto. Quindi non sono in grado di dirvi quanto tempo io abbia trascorso nel cielo.
Circa una settimana fa sono partito da Capo Land's Enel in Cornovaglia a bordo di una carrozza. Era legata ad un pallone pieno d'aria infiammabile che mi avrebbe permesso di volare.
Dovevo compiere degli esperimenti atmosferici e per fare ciò mi serviva una cavia: presi allora una pecora e la caricai a bordo. Entrambi eravamo pronti per il viaggio alla ricerca del sole. Credevo che il vento mi avrebbe diretto verso Exeter in cui volevo atterrare ed invece mi spinse verso il mare.
Volai a lungo su quell'enorme distesa d'acqua finché la fame non si fece sentire. Avevo già rinunciato ai miei esperimenti e per placare la fame uccisi la pecora. La luna era alle mie spalle e mi stavo avvicinando al sole: gli arrivai tanto vicino da bruciarmi le ciglia. Cuocere la pecora fu un gioco da ragazzi: la posi in un punto della carrozza in cui poteva ricevere i raggi del sole e la lasciai arrostire. Si arrestò un attimo e guardò affascinato ciò che aveva attorno. Quella è la Reggia del Sultano di Costantinopoli" dissi indicandola davanti a noi.
Grazie alla vostra fucilata sono riuscito a tornare sulla Terra. Non l'avrei mai potuto fare perché avevo rotto la cordicella che, legata al pallone, ne avrebbe sprigionato l'aria facendomi atterrare. Sicuramente senza di voi avrei vagato per chissà quanto tempo nell'aria.
Il Sultano di Costantinopoli aveva bisogno di una persona fidata per concludere un importante affare segreto al Cairo. Gli ambasciatori di Austria, Russia e Francia, mi presentarono al Sultano che accettò di affidarmi l'incarico ed iniziai il viaggio.
Avevo parecchie persone al mio seguito che aumentò di numero strada facendo.
Viaggiavo in pompa magna e, sul tragitto che mi portava a Costantinopoli, vidi un uomo magrissimo che correndo attraversava rapidamente la campagna. Mi meravigliai quando vidi che alle gambe erano legati due pesi di piombo da tre chili l'uno. Perché mai hai tanta fretta, amico? Non credi che sia scomodo correre con quei pesi alle gambe? gli chiesi.
Sono partito da Vienna circa un'ora fa" rispose l'uomo.
Ho lasciato il posto che occupavo presso un nobile e cerco lavoro a Costantinopoli. I pesi mi servono per rallentare la velocità con cui corro: in fondo, non ho nessuna fretta. E poi il mio maestro diceva sempre che la moderazione fa durare più a lungo le forze. Quell'uomo mi sarebbe stato sicuramente utile quindi gli chiesi di lavorare per me. Entusiasta, accettò.
Percorremmo molta strada attraverso diverse città e nazioni, quando ad un tratto, vidi un uomo che, sdraiato per terra al margine della strada ed immobile, appoggiava l'orecchio al suolo come se stesse ascoltando dei rumori.

Cosa stai facendo?" gli domandai incuriosito.
Sto ascoltando l'erba che cresce! " rispose costui.
Come potevo non avere nel mio seguito un udito così fine e certamente utile? Lo assunsi con grande gioia del mio nuovo servitore.
Più oltre, un uomo sparava in aria con un fucile ma non vedevo alcuna preda, per cui gli chiesi: Che cosa stai cacciando? Non riesco a vedere nessun volatile nel cielo.
Ho inventato questo fucile e lo sto collaudando. Proprio ora ho ucciso un uccellino che si trovava sulla guglia più alta del
duomo di Strasburgo. Abbracciai quell'astuto cacciatore, felice di sapere che esisteva qualcuno amante e professionista della caccia come me. E anch'egli entrò a far parte del mio seguito.
Incontrai un altro uomo molto interessante che passò al mio servizio: eravamo giunti sui Monti del Libano ai margini di una grossa foresta. Qui, un uomo tirava faticosamente una grossa corda che recingeva tutti gli alberi della foresta.
Perché insisti tanto nel tirare quella corda? Cosa intendi fare? gli chiesi. Ero venuto a tagliare degli alberi perché avevo bisogno di legna ma non avevo gli attrezzi adatti. Speriamo che questo mia sistema funzioni.
E con uno strattone fece cadere ogni albero della foresta. Che astuzia! E che forza! Non avrei mai badato a spese pur di assumerlo e così feci.
Finalmente arrivammo al confine con l'Egitto, ma non appena lo oltrepassammo fummo travolti da una tempesta così violenta che pensai di esserne risucchiato con tutto il mio seguito. C'erano dei mulini sulla sinistra e le loro pale giravano vorticosamente come la rocca di una filatrice che vuol finire in fretta di filare. A destra invece c'era un omone che aveva i tratti e le sembianze di Gargantua. Con un dito si tappava una narice e, vedendoci in pericolo perché non riuscivamo a vincere la bufera, ci guardò e si tolse il cappello a mo' di moschettiere. Miracolosamente la tempesta cessò subito e le pale dei sette mulini si fermarono.
Cosa sta succedendo? interrogai l'omone. Hai forse compiuto una magia?.
Chiedo scusa, Signore, ma stavo solo soffiando per fare un po' di vento. Solo così possono funzionare i mulini del mio padrone. Pensate che mi chiudevo una narice per non fare crollare tutto ciò che ho attorno!.
Anch'egli ben presto si aggregò alla mia compagnia, non si sa mai: potrei avere bisogno di lui anche a casa, quando dovrò raccontare ai miei posteri tutte le mie ávventure fino a restare senza fiato! Quando l'affare urgente al Cairo terminò, fui costretto a licenziare tutte le persone che viaggiavano con me. Rimasi solo e mi comprai un battello perché volevo andare ad Alessandria percorrendo il Nilo.
Era un fiume davvero bellissimo e il tempo splendido. Tutto proseguiva nel migliore dei modi finché dopo tre giorni di navigazione il Nilo si ingrossò paurosamente.
Fui involontariamente lo spettatore di una delle storiche piene del Nilo che quando straripa inonda chilometri e chilometri di campagna circostante. Due giorni dopo il battello si incagliò su dei ramoscelli: li guardai da vicino e mi accorsi che erano rami di un mandorlo che portavano dei frutti maturi e buonissimi. Non potevamo più muoverci e scandagliando il fiume scoprii che in quel punto esso era profondo ben venti metri.
Verso le nove venne un vento fortissimo che inchinò la barca da un lato con il risultato che cominciammo ad imbarcare acqua finché il battello affondò. Fortunatamente il mio equipaggio e io ci salvammo sui rami di quel mandorlo. Soggiornammo a lungo su quell'albero (sei settimane e tre giorni) e, anche se a disagio, avevamo acqua da bere a sufficienza e dei frutti per sfamarci.
Prima di potere scendere dal mandorlo passarono nientepopodimenoche quarantasei giorni ma le acque si ritirarono in fretta e, un volta a terra, vedemmo la nostra barca adagiata al suolo poco lontano dal punto in cui affondò. Detti tempo al sole di fare asciugare quanto ci poteva essere utile per poi proseguire il nostro cammino a piedi alla ricerca del Nilo. Quel fiume ci aveva allontanati dal suo letto per duecentoquaranta chilometri e ci vollero quattro giorni di marcia prima di raggiungerlo.
Il viaggio sul Nilo continuò grazie ad un bey a cui raccontammo la nostra vicenda e che ci diede tutto ciò che ci abbisognava, persino un battello. Ecco infine dopo sei giorni Alessandria! Da lì arrivai a Costantinopoli dove il Sultano mi accolse molto gentilmente. Potei visitare la sua reggia, conoscere molte dame e le sue diverse mogli.
A quel punto il Barone di Münchhausen era molto stanco e desiderava andarsene a dormire ma il suo pubblico voleva ascoltare delle altre avventure. Per accontentarlo egli cominciò a parlare dei suoi fantastici  servitori incontrati durante il cammino, senza iniziare però nuovi episodi dei suoi viaggi fantastici.
Tornato dal viaggio in Egitto, rimasi alla corte del Sultano che mi voleva sempre al suo fianco. Mangiavo molto bene perché a tavola potevo scegliere diversi piatti, uno più squisito dell'altro, ma non potevo bere molto perché i musulmani non bevono alcoolici. Questo divieto è imposto dal Corano: ogni buon musulmano non beve nemmeno un bicchiere di vino, soprattutto se in pubblico. Malgrado ciò, alcuni li bevono a casa propria, lontano dagli occhi della gente e a volte anche troppo spesso. Il piacere di una simile bevanda supera di sovente la religiosità del popolo. Quando pranzavo con il Sultano, potevo finalmente assaporare un buon bicchiere di vino.
Ogni giorno il mufti, che è il sovrintendente generale dell'Imperatore, recitava una preghiera all'inizio ed una alla fine del pranzo per ringraziare Allah del banchetto.
Ma dopo la preghiera d'apertura, il Sultano ed io pranzavamo nei suoi appartamenti e, essendo soli, potevamo trasgredire le regole del Corano assaporando la migliore bottiglia di vino di tutto il paese. Un giorno il Sultano mi fece cenno di seguirlo nel suo salotto. In esso, da un mobile chiuso a chiave, uscì una bottiglia, una della sua riserva privata.
Barone, questa è una bottiglia di tokay così buona che sono sicuro non avete ha mai bevuta una simile, anche se siete un buon intenditore di vino. Versò il vino nei calici e brindammo.
Cosa ne pensate, Barone, non è forse un ottimo tokay?" chiese il Sultano orgogliosamente.
É certamente ottimo, risposi, ma spero che non vi offendiate, mio Signore, se vi dico che a Vienna ne ho bevuto uno migliore: dovevate proprio essere alla corte dell'Imperatore Carlo VI per berlo".
Non preoccupatevi, mio caro amico, disse il Sultano, ma credo proprio che non si possa trovare tokay migliore del mio. Mi venne dato da un ungherese: è un vino molto pregiato e a quell'uomo spiacque molto dovermelo regalare".
Gli ungheresi non sono poi le persone più generose di questa terra. E, in fondo, il vino cambia da bottiglia a bottiglia.
Fra un'ora le porterò da Vienna una bottiglia speciale di tokay. Sarà l'occasione per poter confrontare le due bottiglie, .
Non sarà possibile, Barone!" disse il Sultano ridendo a crepapelle. Questo lo vedremo, Eccellenza!".

Il mio tono sicuro lo irrigidì un poco. So che siete un uomo straordinario, Barone, e che riuscite anche nelle imprese più insperate, ma ora credo che siate impazzito. In caso contrario, se credete di prendervi gioco di me, vi avverto che potrei
anche non apprezzare lo scherzo! Allora facciamo una scommessa, Sire" proposi. Sono convinto di riuscirci a costo di farmi mozzare la testa! Cosa scommettete, Sire, contro la mia testa?.
Scommessa accettata! Spero che non si tratti di una presa in giro perché se alle quattro in punto e cioè fra un'ora non vedo la bottiglia di tokay le mozzerò la testa. Se ci riuscirete, avrete in cambio tutto l'oro, l'argento e le pietre preziose che potrete reggere sulle spalle". Anch'io accetto. Voi sì che sapete scommettere, Sire!".
Mi misi subito a scrivere due righe all'Imperatrice: Vostra Maestà, con la presente lettera Vi chiedo di volermi gentilmente concedere una bottiglia del tokay che bevvi con Vostro padre fu Imperatore. Siccome la Signoria Vostra ha ereditato tutti i beni dell'Imperatore Carlo VI come anche la cantina, Vi prego di poter consegnare al portatore della presente la migliore bottiglia del suddetto vino oggetto di una scommessa. Mi sarà lieta l'occasione per mostrarvi tutta la mia riconoscenza mentre devotissimo alla Vostra persona, chiedo congedo.
Erano ormai passati cinque minuti: non c'era tempo da perdere. Consegnai il foglio al mio ambasciatore che, dopo essersi tolto i pesi dalle gambe, corse rapidissimo a Vienna.
Il Sultano ed io nel frattempo terminammo quella favolosa bottiglia. Passarono i minuti ed arrivarono le quindici e trenta: nessuna notizia da Vienna.
Ero inquieto e per calmarmi fui costretto a scendere in giardino a passeggiare scortato da due schiavi mentre il Sultano osservava nervosamente l'orologio pensando sempre più al boia.
Alle quattro meno cinque tornai da Sua Maestà: grondavo di sudore con la testa ciondoloni e le orecchie che mi fischiavano dalla gran paura e dall'agitazione. Feci chiamare l'ascoltatore ed il bravissimo cacciatore. Il primo si sdraiò a terra ma non riuscì a sentire i passi del mio corriere che sentiva però russare molto lontano. Il mio fido cacciatore lo scorse dalla più alta terrazza della reggia grazie alla sua incredibile vista: stava dormendo sotto una quercia, ubriaco accanto ad una bottiglia.
Il cacciatore prese la mira e sparò tutte le munizioni nelle fronde dell'albero, facendo così svegliare quell'ubriacone sotto una cascata di ghiande, foglie e rami. Era così sveglio che alle quattro meno un minuto il mio corriere era nel salotto del Sultano con tanto di bottiglia di tokay e di lettera di Maria Teresa Imperatrice d'Austria.
Non ero mai stato tanto felice prima d'allora e pure il Sultano era contento dell'arrivo del corriere, anzi della bottiglia più che del corriere. Il Sultano la aprì, ne bevve la metà del contenuto e mi disse: Non offendetevi Barone, ma siccome voi avrete ancora l'occasione di tornare a Vienna e di bere una prelibatezza simile, credo opportuno che anche la metà rimanente della
bottiglia possa essere da me gustata. Ora voglio mantenere la mia promessa, avete vinto e vi pagherò.
Suonò il campanello e poco dopo apparve il servo sulla porta. Ti ordino di scortare il Barone al mio tesoro e di permettergli di prendere tutto l'oro, l'argento e le pietre preziose che l'uomo più forte riuscirà a trasportare sulla schiena. Fa' che tutto proceda secondo i miei ordini ".
Il servo non era altri che il tesoriere. Si prostrò in un profondo inchino e il Sultano mi strinse forte la mano in segno di saluto. Naturalmente, non mi feci sfuggire l'occasione, prima di arrivare alla stanza del tesoro, chiamai l'uomo più forzuto del mio seguito. Arrivò quell'uomo che con un solo colpo riuscì a far crollare gli alberi di un bosco intero. Prese un grossa corda e grazie a lui, riuscii a svuotare quasi tutta la stanza del tesoro.
Portai la fortuna al porto dove affittai una nave per portare tutti i miei beni in un luogo sicuro; levai l'ancora sperando di non incontrare ostacoli durante la navigazione.
Il tesoriere tornò dal suo sovrano e gli raccontò l'accaduto. Il Sultano rimase profondamente colpito perché non avrebbe mai creduto che fossi in grado di prendere con me così tanti beni. Si convinse che io avessi approfittato della sua scommessa e mi fece inseguire dal Pascià con l'intenzione di chiarire con me ciò che secondo lui era una frode.
Mi resi conto d'aver messo nuovamente a repentaglio la mia vita quando vidi, poco distante dalla costa, la flotta turca al completo che cercava di assalirmi. Fu sicuramente una situazione pericolosa ma non preoccupatevi, riuscii anche allora a salvarmi per merito di quel gigante che soffiando col naso faceva girare le pale dei mulini. Si appostò alla poppa della nave e soffiò con tutte e due le narici verso la £lotta nemica. Le navi vennero semidistrutte da quell'improvvisa bufera e furono spinte fino al porto di Costantinopoli.
Scongiurato il pericolo, il gigante soffiò nelle vele della nostra nave che poco dopo ci fece approdare in Italia sani e salvi.
In quel paese ero di certo al sicuro dal Sultano ma chi, anzi cosa era ancora in pericolo fu il mio tesoro: infatti, parte dei miei beni venne da me ceduta a dei vagabondi che nello Stato Pontificio chiedevano l'elemosina armati. Parte invece mi fu rubata da una banda di malviventi presso la Santa Casa di Loreto.
A quel punto il Barone era molto stanco e decise di andarsene a dormire. I presenti lo salutarono e si misero a chiacchierare fra loro e a commentare i racconti del Barone.
Uno degli ascoltatori, un parente di Münchhausen, disse di aver partecipato al viaggio in Turchia dove vide uno splendido pezzo d'artiglieria, oggetto del trattato del Barone De Tod e iniziò a raccontare la sua esperienza. Quell'arma che i Turchi misero presso il fiume Simoenta era di bronzo e poteva usare palle di pietra pesanti mezza tonnellata come proiettili.
Il Barone De Tod estasiato dalla potenza dell'arma chiese di poterla provare. Il permesso gli fu concesso ma tutti temevano il momento dello sparo, perché pensavano che avrebbe potuto fare esplodere la città intera. Riuscii a dare inizio all'esperimento solo quando la folla raggruppata intorno si calmò.
Venne preparato il cannone con sessanta chili di polvere mentre il proiettile pesava cinquecento chili. L'artificiere doveva accendere la miccia ma restò titubante; la folla scappò in cerca di riparo e fui costretto a parlare a lungo con il Pascià per fargli capire che non c'era di che preoccuparsi. Mi riparai alle spalle del cannone dietro un mucchio di pietre e ordinai il
fuoco. Sentii la terra tremare come fosse un terremoto. La palla scoppiò in tre pezzi che rimbalzando sulle montagne oltre il fiume Simoenta fecero ribollire di schiuma la superficie del fiume stesso. Ecco ciò che il Barone De Tod raccontò nel suo trattato sul cannone più grande del mondo. Ancora oggi da quelle parti si narra la vicenda del Barone e il suo coraggio.
Münchhausen non voleva che vi fosse qualcuno al mondo capace di avventure più inverosimili delle sue. Venuto a conoscenza di questa leggenda non tardò a recarsi sul luogo, prese il cannone e se lo mise in equilibrio sulle spalle.
Poi scese nel fiume con l'intenzione di guadarlo per poi lanciarlo una volta raggiunta l'altra sponda sul luogo dove si trovava.
Purtroppo l'arma gli scivolò di mano quando era ancora nel mezzo del fiume: è lì che ora si trova il cannone più grosso del mondo.
Il Sultano venne a sapere del pasticcio combinato da Münchhausen: arrabbiatissimo emanò una sentenza di morte per il Barone. Una dama di corte, rapita dal suo fascino, lo avvertì in tempo e lo nascose con me nelle sue stanze mentre fuori venivamo ricercati senza tregua. Il soggiorno a casa della bella signora fu breve perché il Barone e io quella notte ci imbarcammo su una nave che si dirigeva a Venezia. Fu un'impresa dura: pochi condannati sono usciti incolumi dal Regno del Sultano. Non si trattò quindi di un vero e proprio fallimento malgrado la nostra fuga; forse il Barone la considera una brutta esperienza perché non la narra mai a nessuno. Ci comportammo bene ed è per questa ragione che io la racconto ugualmente, certo non alla presenza del mio nobile e sincero parente. Sì, sincero perché non mente mai, soprattutto quando vi parla dei suoi viaggi fantastici. So che vi state chiedendo in che modo io sia parente di Münchhausen: eccovi la risposta!
Mio padre nacque a Berna, in Svizzera, e il suo lavoro consisteva nell'occuparsi delle strade della sua città natale: era in parole povere uno spazzino. Mia madre invece era francese. Nacque in Savoia e, come tutte le persone di quel luogo, era inconfondibile. Il suo collo aveva un gozzo enorme! Faceva la donna di servizio presso le famiglie di Berna dove si recò giovanissima in cerca di lavoro. Ben presto si conobbero ma non fecero subito amicizia. Erano per strada, ubriachi fradici tanto da non riuscire a stare in piedi. Barcollando si urtarono e caddero a terra con tutto il loro peso. Figuratevi un po' quanti insulti volarono subito dopo! Così vennero arrestati e condotti in prigione. Quando l'effetto della sbronza svanì, si resero conto delle stupidaggini che si erano detti la sera prima, fecero pace e divennero buoni amici. Tanto amici che poco dopo si sposarono. La loro unione fu un vero e proprio disastro come del resto i loro caratteracci. La separazione era inevitabile. Così mia madre viaggiò con dei burattinai prima senza dimora capitando poi a Roma. Qui si fermò e si mise a vendere ostriche. Le ostriche erano il piatto preferito di Clemente XIV il Papa d'allora, detto anche Ganganella.
Il Pontefice un giorno stava attraversando Roma per andare alla Messa nella Basilica di S. Píetro. Passò davanti alla bancarella di mia madre e vide le più belle e grosse ostriche che potesse desiderare. La golosità ebbe il sopravvento: bloccò le cinquemila persone del suo seguito, scese dal cavallo e dopo aver ordinato il rinvio della Messa al giorno successivo mangiò tutte le ostriche di mia madre. Erano gustosissime e ne desiderava delle altre. Allora scese con mia madre in uno squallido magazzino dove lei dormiva solitamente. Lì ne trovò delle altre che divorò con avidità e lì si fermò fino a sera.
Prima di andarsene assolse da ogni peccato passato e futuro mia madre che mi giurò - e so che è vero - che fu da quella gran scorpacciata d'ostriche che nacqui io!


NUOVE MERAVIGLIOSE AVVENTURE


1 Barone di Münchhausen era indubbiamente un uomo molto saggio: non faceva nulla se non desiderava profondamente farlo e non si lasciava convincere dalle chiacchiere altrui. Per questo il giorno dopo non cedette alle insistenze dei suoi ammiratori che volevano ascoltare altre sue imprese. Solamente la sera fece loro capire di essere disposto e felice di continuare i suoi racconti sollevandosi dai cuscini su cui era appoggiato e, come dice Virgilio nell'Eneide, tutti tacquero e posero attento orecchio"
Era in corso un assedio a Gibilterra che resisteva accanitamente grazie alle strategie del generale Elliot, mio grande amico.
Volevo andarlo a trovare e decisi di partire su una nave comandata da Lord Rodney.
Il generale fu felice di vedermi e quando si smorzò l'entusiasmo per esserci incontrati dopo tanti anni, egli mi fece visitare la fortezza. Volevo controllare il nemico anche perché ero deciso ad aiutare Elliot a porre fine quell'assedio. Fortunatamente avevo con me un telescopio rifrangente che acquistai da Dollanel a Londra con il quale spiai il nemico.
Mi accorsi che gli avversari stavano caricando un cannone di grosso calibro di circa novecento millimetri di diametro, puntato verso di noi. Da parte mia diedi ordine di preparare il più grosso cannone in nostro possesso, che era di milleduecento millimetri, che puntai personalmente contro il nemico. Sono un esperto in balistica e volevo assicurarmi dell'esattezza della mira. Presi il mio telescopio e quando vidi l'artigliere avversario accendere la miccia, ordinai il fuoco.
Tutto si svolse come desideravo: le palle dei due cannoni cozzarono fragorosamente a metà strada l'una contro l'altra, ma la nostra palla, che venne lanciata con un cannone più potente del loro, respinse l'altra in direzione nemica.
Prima che potessero rendersene conto, la loro stessa palla aveva già staccato la testa dell'artigliere e di ben sedici persone poste dietro di lui. Poi percorse la Costa dei Berberi e spezzò tre alberi ad una nave perdendo parte della sua potenza.
Quindi fracassò la casa di un contadino duecento metri nell'entroterra e mandò in mille pezzi la debole dentatura di una vecchietta. La palla le si incastrò in gola e il marito non riuscì ad estrarla malgrado i suoi lodevoli sforzi. Unica soluzione fu di spingerla all'interno, facendogliela ingoiare finché la vecchietta non la espulse in modo naturale! La nostra palla invece, dopo aver trapassato le fiancate di una nave spagnola che in pochissimo affondò, ruppe il cannone nemico. Tutta quella potenza scaturì a dire il vero da un errore del nostro artigliere che caricò il cannone con una dose doppia di polvere. Non tutti i mali vengono per nuocere: soprattutto quando sono creati dalla fortuna. Fu un successone e il generale Elliot voleva regalarmi il brevetto, ma fu più che sufficiente un caloroso saluto per sdebitarsi. Ero molto amico degli inglesi e se avessero avuto bisogno di una mano sarei stato il primo a dargliela, felice di farlo.
Alcune settimane più tardi ebbi l'occasione di dimostrare loro quanto grande fosse il mio cuore. Mi travestii da prete e percorsi parecchie strade in campo nemico fino a raggiungere il loro accampamento. Quando vi entrai tutti stavano dormendo e io cercai la tenda degli ufficiali. La trovai e facendo finta di niente entrai: come un padrone di casa mi versai da
bere. Ero capitato nel bel mezzo di una grossa riunione, in cui i capi stavano decidendo un piano di azione contro Gibilterra.
Uscii dalla tenda e smontai ben trecento cannoni da seicento e da milleduecento millimetri: parte dei cannoni venne da me gettata in acqua mentre le ruote, il carburante e le munizioni formarono una catasta altissima quasi quanto la fortezza di Gibilterra. Dopodiché scesi sei metri sotto terra in un muro costruito parecchi decenni prima e accesi la miccia con delle pietre focaie che incendiarono quell'enorme catasta. Quando essa scoppiò tutti uscirono stupiti ed osservarono quell'enorme falò. Per non farmi notare cercai di mostrarmi altrettanto meravigliato, perché già pensavano che le sentinelle fossero state corrotte: infatti per provocare un incendio simile ci sarebbero volute alcune divisioni dell'esercito nemico. Quell'incendio divenne storico e misterioso al tempo stesso come scrive Drinkwater nella Storia sull'assedio di Gibilterra, perché io non dissi mai a nessuno che fu tutta farina del mio sacco. Nemmeno Elliot lo seppe.
In compenso il nemico fuggì spaventatissimo e tornò a Parigi: Gibilterra fu salva grazie al mio ingegno e chi non crede a tutto ciò, può bersi un gallone di acquavite in un sol sorso! Qualche tempo dopo l'assedio era ancora in corso ed io stavo pranzando con il generale quando una bomba entrò rumorosamente nella sala da pranzo, finendo sulla tavola imbandita.
Certo! Non ero stato in grado per questioni di tempo, di sabotare anche i mortai del nemico! Chiunque avesse avuto del sale in zucca sarebbe fuggito dalla stanza, come del resto fece il generale. Io, che non posso essere paragonato a chiunque, restai. Presi la bomba, salii in cima alla fortezza e scrutai l'orizzonte per vedere dove poterla lanciare. C'era distante un gruppo di persone che vidi meglio con il mio telescopio: stavano impiccando due dei nostri ufficiali. Li riconobbi perché erano i coraggiosi che la sera prima entrarono in campo nemico per investigare. L'incredibile ha purtroppo un limite: non ero affatto in grado di lanciare la bomba con le mani e colpire così quel gruppo. Unica arma in mio possesso fu la fionda con cui Davide uccise il gigante Golia. Faceva proprio al mio caso! Tutto accadde secondo i miei piani: lanciai la bomba con la fionda verso quelle persone. Fu una vera e propria strage: ogni membro nemico saltò in aria tranne i due ufficiali che erano stati appena appesi, quando la bomba scoppiando tranciò la forca salvando loro la vita. Dopo un attimo di meraviglia per L'accaduto, i due si liberarono dalle corde in fretta. Quindi corsero verso una barca spagnola e costringendo i due uomini che erano a bordo a remare arrivarono su di una nave alleata.
Nel frattempo tornai in compagnia di Elliot e gli raccontai ciò che avevo appena fatto. Ci congratulammo felici per il buon esito e io presi una saggia decisione: feci mettere la fionda nella Sala Facometipare del Palazzo della Libertà, permettendone l'uso solo a coloro che avessero intenzione di uccidere chiunque tenti di limitare la libertà altrui e coloro che si lasciano sottomettere. La fionda suddetta ha una sua storia e so già che la vorrete ascoltare dalle mie labbra.
Dovete sapere che Uria, la moglie di Davide fu una mia antenata. Rimasta vedova, sposò Davide e mise al mondo molti figli. Non mancarono le discussioni in famiglia come quella volta che iniziarono un litigio, che si tramutò poi in una separazione, riguardo l'arca di Noè. Non erano d'accordo sul luogo della sua costruzione e sul luogo in cui dovrebbe ancora trovarsi dopo l'affondamento. Uria era furibonda e voleva fare al marito il dispetto piú grosso che potesse progettare.
Sapendo che Davide era attaccatissimo alla sua fionda decise di farlo arrabbiare rubandola e portandola con sè durante la fuga con uno dei figli, il preferito di Davide. Davide si accorse subito del furto e mobilitò le guardie sulla sparizione della fionda e partì immediatamente alla caccia della moglie. Uria scoprì di essere inseguita ed uccise la prima guardia con un colpo di fionda. La colpì proprio dove fu colpito Golia e morì. Gli altri inseguitori si impaunrono e preferirono tornare sui propri passi mentre la mia antenata continuò il viaggio. Il figlio poi ereditò la fionda che venne tramandata ai posteri fino a quando non arrivò a me.
Quella fionda lasciò un ricordo ad ognuno dei suoi possessori: un mio lontano parente, ad esempio, andò in Inghilterra circa
duecentocinquanta anni fa. Conobbe un l poeta che amava cacciare cervi, mi pare che che si chiamasse Shakespeare. Più che un cacciatore era un bracconiere e con la fionda del mio avo uccise parecchia selvaggina a Sir Thomas Lucy il quale voleva ammazzarlo per tutti gli animali che gli aveva catturato, ma grazie ad un lampo di bontà, si limitò ad arrestarlo in carcere. La fortuna non voleva abbandonare Shakespeare e il mio lontano parente ben presto lo liberò dalla galera, nella quale restò molto poco, troppo poco... Questo fu possibile grazie ad un servigio che il mio antenato rese alla Regina Elisabetta. Quest'ultima, che era la reggente d'allora, era una donna molto pigra. Non osava fare il menu nemmeno per mangiare, lavarsi, vesti siasi altra cosa che possiate bene immaginare. Potere pensare alla felicità della Sovrana quando il mio trisnonno le diede l'idea di un assistente che potesse fare ogni cosa al suo posto. In questo modo, Shakespeare venne scarcerato. Se fosse stato possibile quel mio antenato avrebbe donato volentieri parte della sua vita al poeta. Indubbiamente l'amicizia fra i due era molto profonda. Purtroppo il popolo e la corte della regina non erano nè convinti nè contenti di quel sostituto. Nemmeno i beaf-eaters, le guardie della regina, vedevano di buon occhio quell'uomo che per risparmiare fatica alla regina addirittura mangiava per lei. Comunque Sua Maestà sopportò il ritmo di quell'incredibile vita per ben sette anni e mezzo. Anche mio padre mi lasciò in eredità un episodio divertente oltre alla fionda. Grazie ad essa riuscì a salvarsi da un assalto piuttosto strano: venne aggredito mentre passeggiava ad Harwich da un cavallo marino dalla bocca spalancata. Spaventato tirò fuori la fionda e dopo un attimo di esitazione prese due sassi e glieli lanciò.Con una mira fantastica riuscì a colpire gli occhi di quel mostro che vennero subito sostituiti dai due sassi.
L'animale si disorientò e mio padre lo montò come fosse stato un cavallo qualsiasi e lo cavalcò lungo il mare. Era diventato mansueto ed obbediente ad ogni comando proprio perché impossibilitato a vedere.
Quella tranquilla scorrazzata sulle onde del mare ben presto portò mio padre dall'altra parte del mare a Helvoetsyluys, nei Paesi Bassi. Un oste della locanda "I tre calici" vide la scena meravigliato e, cogliendo l'occasione decise di concludere un buon affare acquistando il cavallo marino. Così l'animale si esibiva in acqua di fronte alla locanda attirando i clienti all'oste, mentre mio padre guadagnò ben trecento sterline. Il mio genitore aveva proprio ragione quando diceva che quella fionda portava anche fortuna: non avete notato che tutte le avventure legate a quell'arma hanno sempre buon esito? Le invenzioni sono cose divertentissime ma prima o poi arriva sempre qualcuno che ne ruba l'idea e le rende famose. Successe a me quando costruii un pallone gigantesco con tanti metri di seta che fui costretto a rifornirmi a Londra, Westminster e Spitalfields. Trovavo molto divertente spostare grazie a quel pallone, le case da un luogo all'altro senza che gli inquilini se ne accorgessero. E altrettanto divertente da osservare era il volto di quelle persone che, sbalordite, notavano attorno a sè qualcosa di strano. Come accadde alla sentinella del castello di Windsor che sentì perfettamente il campanile della cattedrale di S. Paolo battere tredici colpi. Sarebbe stato uno scherzo senza dubbio pesante se avessi lasciato a St.George's Rields quel famoso castello: qui stranamente prima che sorgesse il sole esso fu rimesso al suo posto.
Ma il gioco durò poco perché i signori Montgolfier provvidero subito a far conoscere al mondo intero quella che in realtà fu una mia invenzione, iniziando a decantare la cosiddetta arte del volo" come una loro trovata. Comunque continuai ugualmente nei miei scherzacci trascinando in aria la Facoltà di Medicina al completo. Stavano festeggiando l'elezione dei rappresentanti quando legai la cupola del palazzo della Facoltà al mio pallone. Il loro fu un soggiorno aereo piuttosto lungo.
Durò ben tre mesi senza poi eccessivi problemi. La tavola imbandita permise a quegli insoliti viaggiatori di sfamarsi tranquillamente avanzando cibo per un periodo altrettanto lungo! Peccato che non tutti apprezzarono quello scherzo ingenuo: i sacerdoti e le pompe funebri furono fra coloro che se ne ebbero a male più degli altri perché sulla terra in quel periodo morirono poche persone ad eccezione di qualche vecchietto che il tempo volle trascinare con sè o di alcuni suicidi provocati da persone che non sopportavano più i problemi del mondo e che preferivano cadere nella disperazione per poi togliersi la vita come loro ultimo rimedio.
Sfido io che vi furono poche vittime: senza medici nè farmacisti le persone vissero più a lungo con grande dispiacere finanziario delle sopracitate persone. Non è del tutto necessario avere una mongolfiera come la mia per compiere certe operazioni: ormai si spicca il volo come gli uccelli senza correre i rischi di Icaro.

Avete mai volato con un paio di enormi ali, ad esempio, lunghe quaranta metri e larghe tredici? Io sì! Mi trovavo a Calais ed ero appena tornato da Gibilterra. Avevo attraversato tutta la Francia per raggiungere L'Inghilterra quando vidi una nave carica di prigionieri. Erano degli inglesi che vennero catturati da truppe francesi. Mi si strinse il cuore nel vedere quegli uomini in una simile situazione e decisi di liberarli. Realizzai un paio di ali enormi e la notte volai sopra la nave. Poi, la
agganciai con dei rampini lanciati dalla mia fionda e sbattendo le ali le alzai nel cielo. Trasportata a Dover la posi nel porto di quella cittadina inglese dopo alcuni minuti. Al mattino, quando tutti nella nave si svegliarono, ci fu un attimo di caos perché passeggeri ed equipaggio non riuscivano a capire cosa fosse successo durante la notte. Quel che avvenne poi non fu molto importante per loro che più tardi si accordarono scambiandosi le parti: i prigionieri imprigionarono i loro carcerieri francesi che furono trattati né più né meno come loro trattarono gli inglesi. Ho compiuto un viaggio in luoghi freddissimi con un amico, il capitano Phipps, meglio conosciuto come Lord Mulgrave. Ci imbarcammo e partimmo in direzione nord. Giunti in un luogo coperto da ghiacci, mi munii del telescopio e guardai attorno a me.
Non molto lontano c'erano due orsi che stavano litigando fra loro in un punto molto alto dei ghiacci. Figuratevi se un cacciatore come me si sarebbe lasciato sfuggire un'occasione simile: con il mio fedele fucile iniziai ad arrampicarmi lungo i pendii del ghiacciaio. La scalata si dimostrò alquanto difficile, perché in alcuni punti dovevo affrontare con un balzo dei profondi crepacci oppure dovevo prestare particolare attenzione dove c'erano lastre di ghiaccio per non scivolare. Tali difficoltà vennero presto superate perché fremevo dall'entusiasmo di poter ottenere delle splendide pellicce dagli orsi. Ma il mio entusiasmo si smorzò prestissimo. In fondo, tutto era stato fin troppo facile fino a quel punto.
Quando raggiunsi quegli animali, che in realtà stavano solo giocando, puntai il fucile ma scivolai e caddi all'indietro. Pensate che il colpo subito dalla caduta fu così forte da farmi svenire! Mi svegliai solo quando uno degli orsi, tenendomi a testa in giù, cercava di rubarmi la cintura dei miei calzoni di pelle.
Ero sicuro che l'orso dopo mi avrebbe trascinato con sè tenendomi per i piedi. Che tragitto scomodo! Preferii tagliargli una zampa con un coltello che tenevo in tasca tranciandogli le dita.
Naturalmente l'orso urlò per il dolore e mi lasciò, dandomi l'opportunità di prendere il fucile e sparargli. L'orso morì e io non ero ancora salvo. Che strano vero? Il fatto è che con la mia fucilata svegliai tutti gli orsi che dormivano nei paraggi e che si precipitarono sul luogo. Non temete: con le mie idee salvarsi è semplice! In men che non si dica scuoiai l'orso e mi misi la sua pelle e la testa. Sembravo un cucciolo di orso bianco vicino a loro.
Quando arrivarono, mi annusarono senza farmi del male perché pensavano che anch'io fossi uno di loro. Beh, ero un orso quasi perfetto, diciamo una buona imitazione! Certo che era piuttosto scocciante dover ricambiare gli abbracci ed ogni loro gesto di complimento e mi convinsi della necessità di adottare una nuova soluzione. Mi raccomando ragazzi: fate sempre tesoro di qualsiasi notizia, consiglio o suggerimento.
In quell'istante ricordai che un chirurgo dell'esercito mi disse che con un colpo alla nuca nella spina dorsale si uccide rapidamente chiunque. L'unica arma a mia disposizione era solo il coltello: lo conficcai di scatto fra le scapole di uno degli orsi che morì sul colpo. Ad uno ad uno tutti seguirono la sorte del primo orso anche perché non sono animali tanto intelligenti da accorgersi di ciò che accade loro intorno. Come Sansone ebbi anch'io mille vittime! Sarebbe stato un vero peccato dover abbandonare tanta carne fresca e tante morbide pellicce. Da solo non ce l'avrei mai fatta ma, grazie ai membri dell'equipaggio della nave, riempii la stiva di prosciutti e di pelli d'orso. Anche il resto della carne degli orsi era buona ma non avremmo saputo dove metterla, quindi la gettammo in mare.
La carne era tanta e quando tornai a Londra regalai alcuni prosciutti al Lord dell'Ammiragliato, del Tesoro, al Lord Mayor e ad altri amici del capitano che mi ringraziarono affettuosamente. Quattro pellicce invece finirono per mio volere in dono alla zarina Caterina II di Russia che potè così scaldarsi durante il lungo inverno russo. Sua Altezza apprezzò a tal punto il mio dono che mi inviò un messo con una lettera di ringraziamento. Mi invitava inoltre a spartire le sue ricchezze con me. Quel povero messo che Caterina Il aveva inviato esclusivamente per me doveva portarle una risposta da parte mia. L'invito era senza dubbi di mio gradimento ma le sue ricchezze non facevano nè per me nè per il mio onore, quindi rifiutai la sua offerta. Peccato che Sua Altezza ricevette la mia risposta solo dopo tre lunghi mesi! L'Imperatrice soffrì profondamente per quel mio rifiuto al suo invito fino ad ammalarsi. Era veramente innamorata di me ed era pronta a qualsiasi cosa per me. Ne ero certo perché me lo disse il Principe Delgroucki con il quale l'Imperatrice si confidò; certamente dovevo essere un uomo attraente ma non capisco come mai tante donne abbiano sospirato per mio amore. Riprendendo il discorso di quel viaggio al Polo Nord, devo purtroppo dirvi che ci sono state delle voci maligne sul conto del comandante Phipps. Soprattutto sulla sua spedizione che stando a quelle chiacchiere non sarebbe stata in grado di raggiungere lo scopo.
Sicuramente ciò che impedì una buona navigazione fu il carico di pellicce e di prosciutti che involontariamente ci eravamo trovati a trasportare. Non eravamo più in grado di affrontare grossi ostacoli, ad esempio, una tempesta oppure gli enormi iceberg che solcano il mare ancora più a nord. Purtroppo quel viaggio segnò la rottura dell'amicizia tra me e Phipps. Egli era scocciato per non essere stato invitato alla festa delle pellicce d'orso, e la curiosità si stava lentamente trasformando in invidia perché non riusciva a capire come avessi potuto uccidere tanti orsi.
Arrivammo addirittura a litigare in modo serio tanto che oggi ancora non ci parliamo. Considerava privo di importanza il fatto che io mi travestii con una pelliccia d'orso perché un orso potrebbe essere attratto solo da un altro orso. E nessuno meglio di lui fra tutti gli animali della terra poteva diventare un orso perfetto.
Ma la mia educazione e la superiorità su questo fatto mi convinsero che non era per niente necessario continuare la lite con un lord su di un argomento simile. Vi ricordate della traversata della Manica che mio padre fece per raggiungere l'Olanda? Bene, ho dimenticato alcuni fatti che mi raccontarono i suoi amici con le sue stesse parole.
Quando arrivai a Helvoetsluys alcune persone mi chiesero perché fossi così trafelato ed ansimante" disse mio padre. Risposi che arrivavo da Harwich e che avevo viaggiato su di un cavallo che non sapeva nuotare! Purtroppo sono degli animali che in acqua per diversi motivi non galleggiano e si muovono faticosamente. Ma la caratteristica più sorprendente di quel cavallo è che era in grado di cavalcare sotto l'acqua. Attraversammo così la Manica da una riva all'altra sotto acqua.
Egli nel tragitto si faceva strada avanti a sè grazie a dei banchi di pesci strani che avevano la testa sulla coda. Sotto il mare c'erano delle montagne che somigliavano alle Alpi. Avevano persino degli alberi con delle aragoste, granchi, cozze, ostriche,
telline e tantissimi altri frutti di mare che da soli avrebbero colmato un carro. Per quelli più piccoli sarebbero occorsi circa sei o sette sacchi. I crostacei e le ostriche che troviamo nei mercati non sono altro che gli stessi che si trovano su quegli alberi. L'uomo li coglie solo dal suolo quando a causa della corrente marina cascano dai rami. Proprio come succede ai frutti degli alberi sulla terraferma che cadono per colpa del vento. Gli alberi di aragoste erano rigogliosissimi e quelli più alti erano gli Iberi di granchi e ostriche. Mi avvicinai a ciò che credevo un cespuglio d'edera: si trattava invece di un cespuglio di chiocciole che cresceva attorno ad esso esattamente come fa l'edera. Quella traversata subacquea fu istruttiva: vidi anche delle navi affondate. Una doveva essersi scontrata con uno scoglio situato pochi metri sotto il livello dell'acqua. Affondò rigirata su di un fianco e aveva così divelto un albero di aragoste. Dall'urto le aragoste vennero lanciate in tutte le direzioni e alcune caddero su un albero di granchi situato poco lontano.
In poco tempo si accoppiarono granchi e aragoste come il polline dei fiori che cade su altri fiori. Nacquero dei pesci strani che avevano caratteristiche dell'uno e dell'altro animale. Quanto mi sarebbe piaciuto prendere qualcuno di quegli strani pesci ma il mio destriero si rifiutava di fermarsi. Comunque erano ingombranti e io non volevo restare ancora per molto a mille
metri sotto il livello del mare. Ero a metà strada e avevo un certo piacere di respirare. E poi in quei luoghi avevo continuamente attorno a me degli animali mostruosi. Si avvicinavano con la bocca aperta per mangiarci. Il problema era costituito dal fatto che il cavallo era cieco e molte volte non riusciva ad evitare i mostri. Avevamo quasi raggiunto l'Olanda quando vidi un essere vivo, che si muoveva e somigliava ad una donna vestita. Mosse una mano e io la presi trascinandola a riva. Venne allora un farmacista che la curò e le fece riprendere i sensi: era il precursore del Dottor Hawes, il primo che applicò la respirazione bocca a bocca. Seppi che quella donna era la moglie di un comandante del luogo. Egli era salpato dal porto e la moglie lo seguì su di un battello perché sapeva che era partito con un'amica. La signora raggiunse presto la nave del marito e quando vi salì a bordo iniziò a prendere a schiaffoni il consorte. Il marito vide che la donna, arrabbiata com'era, era piuttosto forte. Si spostò un poco per evitare una delle sberle potenti proprio mentre la moglie si era lanciata verso di lui per picchiarlo ancora. Purtroppo la sberla non giunse a destinazione perché madame cadde in acqua con un bel tuffo libero. Fui orgoglioso di avere potuto ridare a quei due la possibilità di rifare la pace. Chissà quanti accidenti mi sarò preso dal marito, che, al suo ritorno, si sarà ritrovato a casa la dolce mogliettina. Chissà con quale stupore avrà ascoltato il racconto della consorte del viaggio di ritorno al nostro mondo. Spero proprio che quell'uomo possa perdonarmi quell'impresa almeno in punto di morte! Sinceramente credevo di compiere una buona azione, poi però mi resi conto di quale calvario gli avessi mai restituito.


VIAGGI A CEYLON E IN ALTRI LUOGHI


Ero cresciuto e non mi sentivo più un ragazzo. Iniziavo a essere più maturo ma provavo ancora quella voglia di vivere e di conoscere il mondo che è tipica di ogni ragazzo. Iniziai così a compiere delle avventure stupende ed interessanti malgrado le
riprovazioni dei miei genitori. Essi in effetti non volevano che io girassi il mondo anche se mio padre fu un gran viaggiatore.
Ero spalleggiato solo da un cugino che mi considerava un bravo ragazzo e che non vedeva nulla di male nel fatto che io volessi viaggiare. Mio cugino riuscì a convincere mio padre e quest'ultimo decise di portarmi con sè in un viaggio che doveva compiere a Ceylon. In quell'isola vi era un mio prozio che ne era il governatore. Avevamo delle lettere di presentazione che ci furono date dagli Stati Generali d'Olanda e con esse partimmo a bordo di una nave da Amsterdam.
Fu un viaggio normalissimo. L'unico ostacolo fu costituito da una tempesta che si scatenò su di un'isola dove ci trovavamo solo per fare rifornimento di viveri e d'acqua.
Fu di una violenza incredibile: non ho mai visto tanti alberi essere sradicati dalla furia del vento! Pensate che quel vento riusciva a scalzare e a trascinare via con sè degli alberi che pesavano sicuramente alcune tonnellate: sembravano delle leggerissime piume. I danni non furono gravi perché il vento dopo averli trascinati a dieci chilometri d'altezza cessava di colpo facendoli ricadere dritti al loro posto. Ci fu un albero di cetrioli che però non tornò al suo posto.
Scusate, dimenticavo di dirvi che in quell'isola i cetrioli nascono su degli alberi enormi, più grossi di tutti gli altri. Su quell'albero una coppia di indigeni stava cogliendo dei frutti quando all'improvviso il vento lo trascinò in aria. Nel momento in cui la pianta ricadeva a terra, anziché scendere diritta si inclinò orizzontalmente a causa del peso della coppia. Toccò il suolo proprio nel punto in cui si trovava la persona più importante dell'isola che ovviamente restò uccisa sotto quel grosso tronco. Figuratevi che quell'uomo aveva abbandonato la sua casa perché temeva che la tempesta gliela avrebbe fatta crollare. Mentre cercava di rientrare, nel suo giardino cadde l'albero di cetrioli. Poco male: credo che senza quell'essere l'isola sarebbe stata più felice. Era un uomo avaro al punto che tutti gli abitanti soffrivano la fame perché dovevano obbedire alle sue prepotenze. Non aveva nemmeno famiglia e i beni che aveva tolto ai sudditi si stavano decomponendo in magazzino. Indovinate chi salì al trono al posto di quell'avaraccio? I due raccoglitori di cetrioli! E tutto con gran felicità del popolo. Ripartimmo non appena vennero terminate le riparazioni della nave e - naturalmente - dopo aver salutato il nuovo imperatore e relativa signora. L'avventura successiva ci accadde quando arrivammo a Ceylon. Il viaggio fu lungo: impiegammo ben sei settimane per raggiungerla. Fu sufficiente la simpatica accoglienza che ci venne offerta per ripagarci delle nostre fatiche.
Dopo un paio di settimane, andai a caccia con il fratello del Governatore, una persona dal fisico atletico e forzuto, abituato al clima torrido di quel luogo che io invece stentavo a sopportare. Stavamo per entrare nella vegetazione rigogliosa di un bosco quando mi accorsi d'aver fatto solo alcuni metri mentre il mio compagno era ormai nel bel mezzo di quella piccola giungla. Vidi un ruscello e mi avvicinai incuriosito. D'un tratto sentii muovere le foglie degli alberi alle mie spalle. La paura mi travolse quando vidi che proprio di fronte a me c'era un leone con un grande appetito che voleva fare di me un bel bocconcino. Che situazione imbarazzante: avevo portato con me un fucile (carico, certamente) che però non era adatto per cacciare un animale di simili dimensioni. Ucciderlo sarebbe stato impossibile, quindi tentai di spaventarlo con il solo rumore del colpo ed invece si arrabbiò ancor di più e iniziò a correre verso di me ancor più velocemente. Dovevo rassegnarmi:l'unica via d'uscita era la fuga. Ma non fuggii per il semplice fatto che dietro di me c'era un coccodrillo piuttosto grosso che spalancava la bocca cercando di assaporarmi ancor prima d'avermi inghiottito.
Forse la mia buona stella in quel momento aveva creduto opportuno lasciarmi per aiutare qualcun altro perché alla mia sinistra c'era un burrone che nell'isola tutti temevano poiché in esso si trovava un nido di serpenti velenosi mentre alla mia destra vi era il fiumiciattolo che vi ho descritto prima. Credevo proprio di non farcela. Il leone stava già spiccando un gran balzo su di me. Dalla paura caddi a terra e il leone mi fu addosso. Fu questione di alcune frazioni di secondo: pensavo di sentire scattare le sue mandibole sul mio corpo ed invece udii un rumore strano, mai sentito e molto forte. Mi feci coraggio e levai il capo. Vidi il leone tra le fauci del coccodrillo. Proprio così: lo slancio di quell'animale l'aveva fatto volare sopra di me e ricadere dietro dove si trovava quell'enorme lucertola. Entrambi iniziarono una lotta all'ultimo sangue, l'uno con la testa intrappolata nella gola dell'altro. Presi un coltello che mi ricordai d'aver portato con me e tranciai di netto il collo del leone. Il corpo, staccato dal capo, cadde inerte al suolo mentre il coccodrillo moriva soffocato dalla testa che io prontamente gli avevo cacciato in gola con il fucile. Il figlio del Governatore nel frattempo era tornato sui suoi passi preoccupato della mia assenza. Credeva che mi fossi perso oppure che mi fosse successo qualcosa. Mi trovò e gli raccontai quello che mi era accaduto, felice di essermela cavata, mentre cercavamo di capire quanto fosse lungo quel coccodrillo.
Avvertimmo il Governatore di aver catturato un enorme leone ed un coccodrillo di ben dodici metri ed egli ci mandò degli uomini e un carro per trasportare le vittime. Al leone tolsero la pelle che opportunamente conciata servì per realizzare delle
borse da tabacco. Ne regalai alcune in Olanda a dei borgomastri che mi offrirono in cambio mille ducati! Il coccodrillo invece venne imbalsamato e ancor oggi potrete trovarlo nel museo di Amsterdam dove la guida racconta anche tutta la nostra storia senza far mancare ovviamente alcune fantasie di sua invenzione.
Ad esempio, egli dice che non solo la testa, ma tutto il corpo del leone penetrò in quello del coccodrillo e che il leone tentò di uscire dal retro del rettile. Purtroppo, egli dice, il Grande Barone (che sarei io) staccò la testa del leone alla sua uscita dal retro tagliando così un metro della coda del coccodrillo! A volte però esagera come quando dice che il coccodrillo si voltò e mi tolse con un morso il coltello dalle mani, lo inghiottì, si trafisse il cuore e morì. Ecco perché la gente non crede più alle mie imprese. Forse proprio a causa di gente come questo cicerone, che non racconta mai la pura e semplice verità.
Ricordate la mia passione per i cani? Ne ebbi un altro ubbidientissimo e fedele che portai con me in un lungo viaggio.
Ero a bordo di una nave governata dal comandante Hamilton ed ero diretto nelle Indie Orientali. Credevo di trovarmi a trecento leghe dalla costa ma il cane stranamente iniziò ad abbaiare. Sapendo che si comportava così solo quando annusava della selvaggina, suggerii al comandante che la terra non doveva essere poi così distante. Avevo tanta fiducia nel mio cane che malgrado le risate che tutti si fecero continuai a sostenere quell'idea. Questa mia tenacia provocò una discussione.
Alla fine, quando affermai che il mio Tray, cioè il mio cane, godeva di una vista migliore di quella dei marinai di Hamilton, fu fatta una scommessa: non avrei pagato il prezzo del viaggio se entro mezz'ora avessi trovato della selvaggina. Il prezzo era di cento sterline. Se invece avessi perso la scommessa, avrei dovuto pagare il doppio. Hamilton che era un uomo bonario e gentile scoppiò in una grossa risata. Temeva che non fossi nel pieno possesso delle mie capacità di intendere e di
volere o che non mi sentissi molto bene, quindi chiamò il medico di bordo Dottor Crawford che mi sentì il polso e disse che stavo molto bene. Sentii poi che Crawford e Hamilton stavano discutendo: Dev'essere impazzito. Nessuno potrebbe mai proporre una scommessa simile" disse il comandante. Ma no", rispose Crawford il fatto è che ripone tanta fiducia in Tray da non riuscire a credere a nessuno! Nemmeno a persone come noi con la nostra esperienza.
Fisicamente sta benissimo: ciò che è ancor più sicuro è che perderà la scommessa!" Non credo che sia molto educato accettare una scommessa la cui vincita si dà ormai per scontata. Comunque, accetto lo stesso ma solo per non offenderlo.
Quando vincerò gli ritornerò il denaro., Nel frattempo Tray faceva sempre la punta, immobile come non mai. Questo suo comportamento mi rese ancor più sicuro di vincere tanto da riaprire la scommessa. E Hamilton accettò.
Dopo, dei marinai stavano pescando a poppa a bordo di una scialuppa. Non ebbi nemmeno il tempo di concludere la scommessa che qualcosa venne colpito dai loro ramponi. Era un enorme pescecane. Quando fu a bordo lo sventrarono ma lo stupore fu grande perché tutti videro che nel suo ventre c'erano dodici pernici! Più fantastico ancora era il fatto che quegli uccelli erano vivi! Chissà che faccia avreste fatto al vedere una pernice femmina covare cinque uova in un nido di cui uno stava per aprirsi! Di certo quegli animali erano rinchiusi da molto tempo nel ventre del pescecane. Il piccolo ben presto ruppe il guscio e nacque. Contemporaneamente a bordo della nostra nave c'era una gattina che era diventata mamma da poco. Le demmo in adozione la pernice appena nata e subito le si affezionò. Se si allontanava da lei anche per poco tempo non era più tranquillo fino al suo ritorno. Naturalmente anche le altre pernici erano a bordo. Fra di loro quattro erano femmine e continuarono a covare per tutto il tragitto. La tavola era ben imbandita, non mancava mai la selvaggina. Tutti mangiavano benissimo e anche il mio Tray che poteva sgranocchiarsi parecchie ossa. In fondo se le meritava, il mio fido cane, poiché mi fece risparmiare ben cento sterline.

I viaggi furono per me una ragione di vita. Più viaggiavo più amavo farlo. E non solo per terra, mare e cielo: ormai non mi accontentavo più del nostro pianeta. Talvolta mi trasferivo su altri pianeti e, sono sincero, ho raccolto tante informazioni interessanti. Un giorno tornai sulla Luna che già conoscevo per avervi raccolto l'ascia d'argento che vi lanciai. Lo scopo del viaggio era scientifico: un mio parente mi aveva chiesto di accompagnarlo sulla Luna perché voleva sapere se lì veramente esistevano degli esseri giganteschi come i giganti di Brobdingnan che incontrò Gulliver. Arrivammo nei mari del Sud. Durante la navigazione non accadde nulla di speciale tranne l'incontro con degli uomini e delle donne che volavano e in aria si divertivano a giocare alla cavallina. Vi chiederete perché proprio nei mari del Sud era possibile raggiungere la Luna. Dovete sapere che appena sorpassammo Tahiti un ciclone alzò di netto la nostra nave portandola ad un'altezza di cinquemila chilometri sopra il livello del mare. Restammo sospesi nel cielo, finché un vento fortissimo gonfiò le vele della
nostra nave e la spinse attraverso le nuvole per sei settimane, dopodiché la vedetta annunciò l'avvistamento di un pianeta rotondo e luccicante. Sembrava un'isola che, anziché essere bagnata dal mare, navigava nel cielo. Trovammo un porto e ancorammo la nave. Subito scendemmo e ci accorgemmo di essere in un mondo del tutto simile al nostro. Città, mari, fiumi e anche montagne componevano il paesaggio: effettivamente era abitato. Gli indigeni erano dei giganti che si spostavano a cavallo di enormi rapaci con tre teste. Quegli uccelli avevano delle ali enormi, larghe tanto quanto la vela più grande della nostra nave e lunghe sei volte tanto! Gli avvoltoi erano secondo le nostre osservazioni, i mezzi di locomozione più comuni sulla Luna. I giganti sono alti come minimo undici metri. Sono esseri molto pratici e veloci. Pensate che non perdono tempo a mangiare, bensì infilano in un portello situato su di un fianco il piatto bell'e cotto e non ripetono più l'operazione prima di
un mese. In ogni caso preferisco essere un terrestre perché sono un gran goloso. Non resisterei a lungo in un luogo in cui si mangia solo dodici volte L'ánno. Esiste anche un'altra razza sulla Luna che però è originaria della costellazione del Cane.
Anch'essi sono molto alti, circa sei metri. Sono veramente brutti: hanno gli occhi vicino al naso, senza palpebre e una grossa lingua che copre gli occhi di notte per dormire. Sembrano dei mastini e lavorano in campo commerciale viaggiando spesso e
rapidamente. Tutta la popolazione deve sottostare al volere di un re che all'epoca del nostro viaggio era occupato in una guerra contro il re Sole.
Fu comunque molto gentile: riuscì a trovare del tempo da dedicare a noi e di accoglierci con i dovuti riguardi. Mi offrì ad esempio addirittura un brevetto da ufficiale che io naturalmente rifiutai con cortesia. Il mondo lunare è ricco di vegetazione: essa è fondamentale alla vita degli animali del luogo. Pensate che tutti nascono dalle piante e hanno un solo sesso. L'animale cocitore ad esempio, - chiamato così perché come noi cuoce il cibo che mangia - nasce dalla pianta più bella: ha dei rami grossi e dritti coperti da foglie color carne. Su di essa maturano dei Frutti simili alle nostre noci ma molto più grandi, penso due metri, con un guscio duro. Vengono raccolti con cautela non appena cambiano di colore, segno della loro maturazione.
Necessitano di un periodo di tempo di conservazione prima di essere bolliti in una pentola colma d'acqua in modo da rompere il guscio e fare uscire così l'animale cocitore,l'abitante cioè della Luna. Ogni essere che nasce ha già un ruolo nella Società: contrariamente a quanto accade agli umani, i cocitori non hanno bisogno di crescere, di andare a scuola o di imparare un mestiere. Fin dalla nascita essi sanno già cosa fare grazie a questo loro dono di natura: sono sacerdoti, avvocati, contadini, pagliacci, filosofi o guerrieri e così via.
Purtroppo non riescono a prevedere il contenuto del guscio prima della schiusa. Sono animali che non muoiono mai e non diventano mai vecchi: in quei momenti essi diventano aria! Non bevono mai e non espellono escrementi: essi fuoriescono dal loro corpo con il respiro. Lavorano usando un solo dito perché di più non ne hanno e sono molto più abili di noi che ne abbiamo cinque per mano. Sotto le ascelle è posta la loro testa che comunque non sono obbligati a portare con sè.
Poco male se la lasciano a casa o in altri luoghi: i cocitori riescono a pensare e a ragionare anche con la testa lontana. So che è difficile immaginarlo ma i nobili e i potenti della Luna se vogliono sapere cosa accade fuori e non vogliono farsi notare in circolazione, se ne stanno a casa e fanno uscire solo la testa che può nascondersi facilmente. Poi torna a casa e racconta tutto al suo corpo. Torniamo ad esaminare la vegetazione: ci sono parecchi vigneti su quel pianeta folle. Gli acini d'uva non sono molto grossi e spesso vengono strappati dal grappolo da forti venti. Quando questi ultimi si abbassano sulla Terra provocano ciò che noi chiamiamo grandine! Il mio consiglio a tutti coloro che amano le rarità e il buon vino è: raccogliere i chicchi di grandine e farne del vino della I.una! I seleniti - ovvero gli abitanti della Luna - sono panciuti. In un primo istante pensai che nel grosso ventre fossero contenuti parecchi organi di grosse dimensioni ma ben presto mi accorsi che nel loro pancione e nello stomaco mettono tutto ciò di cui potrebbero avere bisogno quando escono. La loro pancia è quindi vuota, priva di organi che non hanno neppure all'esterno del loro corpo. É per questo che non usano abiti, proprio perché non sentono la necessità di difendere il loro corpo o di coprirne le nudità più intime. Mi aveva profondamente colpito il notare parecchi mercanti di occhi sulla Luna. Avevano diversi tipi di occhi e di diversi colori, verdi, gialli... secondo la moda.
Ben presto capii che i seleniti a volte perdono gli occhi, oh, non per malattia ma per sbadataggine! I loro occhi sono estraibili, funzionano perfettamente anche se li tengono in mano e non hanno alcun problema di vista con occhi che non siano i loro. Be', non preoccupatevi, non c'è nulla di più sulla Luna e credetemi non ho affatto esagerato.
Se non mi credete perché non ci andate voi lassù? Il quattro giugno ero in Inghilterra dove era ormai al trono il sovrano odierno. Mi trovavo a Wapping e osservavo il caricamento a bordo di alcuni colli di merce che volevo inviare a degli amici di Amburgo. Il caldo era soffocante e stancante. Mentre tornavo al molo della Torre, vidi dei cannoni enormi e decisi di entrare nella bocca di uno di loro per riposarmi un po', anche se poi finii con l'addormentarmi. Non mi accorsi che i cannoni erano carichi e non ricordai neppure che quel giorno era il compleanno del re, che, come ogni anno, alle tredici in punto festeggia il suo anniversario di nascita con dei colpi di cannone. Il mio sonno era così profondo che non mi resi conto di essere sparato dal cannone. Dopo aver volato sopra i tetti delle case della città caddi sul fieno di un contadino. Continuai comunque a dormire per tre mesi fino a quando il contadino decise di vendere il suo fieno perché il prezzo era aumentato e voleva concludere così un buon affare. Iniziarono a togliere fieno dal mucchio in cui dormivo perché era il più grosso. I dipendenti del contadino erano saliti sul mucchio con delle scale e, accortisi della mia presenza, mi svegliarono. Appena capii il guaio in cui mi ero cacciato tentai di scappare ma cozzai contro il corpo del contadino stesso rompendogli il collo. Fortunatamente io non mi feci male, dico fortunatamente perché quell'uomo scorbutico usava vendere a caro prezzo tutto ciò che trovava sul suo terreno. Chissà quindi che fine avrei mai potuto fare! Compii un viaggio in Sicilia perché volevo esplorare il cratere del vulcano Etna. Ero ansioso di farlo e la curiosità mi era sorta in corpo dopo aver letto I viaggi in Sicilia, di Brydone, per cui un giorno mi alzai di buon ora ed uscii dalla casetta in cui alloggiavo ai piedi del vulcano. Ben presto fui sull'orlo del cratere: un cratere normalissimo chg non vi descrivo perché è come tutti gli altri. Era enormemente largo e la sua bocca mi ricordava la Tazza del Diavolo a Petersfield presso Portsrouth in Inghilterra. L'interno però era diverso perché scendeva ad imbuto. Il vulcano eruttava ma io balzai lo stesso, deciso ad esplorarne l'interno. Feci fatica a scendere nel fondo dell'Etna perché la lava che ne usciva mi respingeva e mi bruciacchiava in diversi punti. Le scottature mi dolevano e non mi resi conto nemmeno che il peso del mio corpo mi stava portando sempre più in fondo. Mi risvegliai in un luogo rumorosissimo e sentivo parecchie ingiurie volare attorno a me. Che sorpresa! Mi trovavo alla corte di Vulcano e dei ciclopi! Pensate che fu proprio a causa delle loro liti che l'Etna si risvegliò e iniziò ad eruttare. Le discussioni erano degenerate e riguardavano il mantenimento dell'ordine e il rispetto della gerarchia. Ma il mio arrivo improvviso frenò ogni discussione; fui accolto con piacere da Vulcano che subito curò le mie scottature facendole guarire in fretta. Mi offrì anche da bere bevande fresche e deliziose che di solito vengono trangugiate solo dagli Dei. Si scomodò al punto di ordinare a Venere di assistermi in ogni mia necessità. Fui fatto accomodare in una stupenda stanza da letto e nè essa nè Venere possono essere descritte con parole conosciute da un comune mortale come me. Grazie a Vulcano riuscii a comprendere il misterioso funzionamento di un vulcano. Esso non ha nulla di speciale:l'intera sua attività dipende dal comportamento dei ciclopi. Quando fanno arrabbiare Vulcano, egli inizia a gettare in aria della cenere e, se diventa iracondo, comincia a scagliare contro di essi delle braci roventi. Se i ciclopi li parano, essi rimbalzano ed escono dal cratere provocando le eruzioni. La stessa cosa avveniva per il Vesuvio, collegato all'Etna tramite un corridoio sottomarino lungo duemila chilometri che poi Vulcano non utilizzò più. Il mio soggiorno sotterraneo venne bruscamente interrotto e ciò mi spiacque molto perché adoravo la presenza e la compagnia della bella Venere. I ciarioni però si trovano anche lì e qualcuno di malalingua riferì a Vulcano chissà quali bugie facendolo arrabbiare. Nessuno riusciva a calmarlo e il giorno dopo venne nei miei appartamenti proprio nel momento in cui sottoponevo a Venere la mia devozione, e mi trasportò con un braccio in un luogo nascosto. Qui c'era un pozzo aperto sopra il quale prima mi fece penzolare e poi mi ci scaraventò dentro. Non ebbi il tempo di difendermi, così mi trovai in quel luogo buio in una caduta senza fine.
La paura non mi faceva più ragionare ma la sola vista del bagliore del sole mi calmò e mi diede la possibilità di riacquistare le mie forze anche se immerso nell'acqua del mare. La paura presto cessò e mi sentivo felice di nuotare - sapevo nuotare benissimo fin da piccolo - piuttosto che sopportare Vulcano. Faceva molto freddo e non riuscivo a scorgere alcun lembo di terra attorno. Mi trovavo immerso in un'enorme distesa d'acqua che comunque preferivo al clima torrido e infernale all'interno dell'Etna. All'improvviso scorsi una grossa montagna bianca: un iceberg, una vera e propria montagna di ghiaccio galleggiante di enormi dimensioni. Mi diressi verso di essa e la ispezionai nuotandoci attorno. Quando trovai il punto adatto mi ci arrampicai fino a raggiungerne la cima e, ve lo giuro, fu un'impresa molto difficile. La disperazione fu grande quanel cercai invano di scorgere almeno un piccolo lembo di terra all'orizzonte. La situazione era tutt'altro che rosea ma la speranza è sempre l'ultima a morire. Infatti poco prima che calasse la notte avvistai una nave che navigava nella mia direzione. Quando si avvicinò mi feci vedere e salutai i marinai parlando in tedesco. Immaginatevi la mia gioia quando mi sentii rispondere in olandese. Non ci pensai un minuto più del necessario e mi gettai in acqua. L'equipaggio di quella nave mi gettò allora una corda con la quale salii a bordo.
La prima cosa che chiesi fu dove ci trovavamo. Mi dissero che quelli erano i Mari del Sud. Al momento fui sorpreso nell'apprendere di trovarmi in quei luoghi, soprattutto perché pochi attimi prima mi trovavo all'interno del vulcano Etna. Ma furono sufficienti quelle poche parole per mettermi in grado di tirare le somme dello strano viaggio che avevo compiuto: quel pozzo senza fine che avevo percorso quando ci venni gettato da Vulcano non aveva fatto altro che attraversare il globo terrestre da una parte all'altra. Morale: avevo scoperto un nuovo mezzo molto più rapido per raggiungere l'altra parte della terra senza dover compiere il giro del mondo! Dopo una scoperta simile è scontato dire che il pranzo e la dormita che mi feci furono più che meritate.
Quei marinai furono meravigliati per avere trovato una persona come me in un luogo freddo e desolato come quello. Mi domandarono come diavolo ero riuscito a raggiungere quei mari tutto solo e quando raccontai loro il viaggio dall'Etna iniziarono a ridacchiare e prendermi in giro. Evidentemente non mi credevano e sebbene mi scocciasse vedere alcuni marinai e il comandante comportarsi in un modo diffidente nei miei confronti, sorvolai ogni cosa. Il mio debito con loro per avermi salvato da quella solitudine era enorme e il minimo che potevo fare per loro era tacere. Seppi che quella nave ospitava dei marinai in cerca di nuovi luoghi da esplorare. Fino a quel momento non avevano avuto molta fortuna. Poi avevano incontrato me e se il mio viaggio fosse stato vero non avrebbero avuto la possibilità di scoprire quel passaggio.
Avevamo percorso la rotta di Cook ed eravamo giunti in un'isola a dir poco paradisiaca. La vegetazione era più rigogliosa che mai e sarebbe stato il luogo ideale in cui mandare un brav'uomo in vacanza premio. Stentavo a crederci quando mi dissero che era un'isola in cui gli inglesi mandavano tutti i loro delinquenti a scontare le pene. Meno male che non ho lodato le bellezze dell'isola parlandone ad un inglese! Si trovava nel Nuovo Galles del Sud nella Baia di Botany; fu un peccato lasciarla dopo solo tre giorni. Non me ne sarei mai andato da qu all'Eden soprattutto se avessi potuto prevedere la tempesta che ci investì durante il viaggio. Che disastro! Si ruppero tutte le vele, l'albero maestro venne divelto e cadde sulla bussola facendone mille pezzi. In quelle condizioni era praticamente impossibile continuare a navigare; senza la bussola poi, lo sanno tutti, nessuno può orientarsi e tracciare una rotta in mare.
Il vento si calmò ma non di molto: per i successivi sei mesi soffiò costantemente a quaranta nodi all'ora e per altrettanto tempo ci trasportò lungo il mare. A poco a poco notammo che tutto, attorno a noi, cambiava e all'improvviso anche noi cambiammo: provammo un'improvvisa leggerezza, allegra e vaga e l'aria era pregna di aromi e lievi profumi. L'acqua del mare era diventata bianca e lo diventava sempre di più a mano a mano che ci si avvicinava ad una terra sconosciuta. Penetrammo in un'insenatura lunga e larga dove si trovavano diverse sorgenti di latte: a chi sarà mai capitato di approdare in un'isola di formaggio? A me! Ne ebbi la certezza quando un marinaio allergico al formaggio scese a terra e non appena toccò il suolo svenne. Quando si svegliò domandò che qualcuno gli pulisse le scarpe dal formaggio. Lo aiutammo immediatamente e poco dopo gli demmo ragione poiché ispezionando L'isola, mi accorsi che non era altro che un'enorme pezzo di formaggio. I vigneti erano carichi di grappoli d'uva che al momento della maturazione, venivano pigiati per ottenere latte. Gli indigeni ovviamente si cibano del formaggio ed esso ogni notte cresce, recuperando la quantità perduta perché consumata durante il giorno. Gli abitanti non sono brutti: molto alti, circa tre metri, dal bell'aspetto, smilzi, con un braccio solo e tre gambe. Gli adulti si distinguono per un corno che hanno sulla Fronte e quando sono nervosi lo muovono freneticamente. Sono dei giocherelloni e sono abili e sciolti in una gara particolarissima: la corsa sulla superficie del latte.
Quell'isola ha una vegetazione stranissima: il grano matura e forma delle spighe che al posto dei chicchi hanno dei panini già cotti, tondi come le cappelle dei funghi. Il suolo - per non dire il formaggio - era bagnato da parecchi fiumiciattoli di cui diciassette di latte e dieci di vino. La nostra curiosità era senza limiti e un giorno volemmo attraversare l'isola per esplorare la costa opposta.
La qualità del formaggio era diversa: si trattava di un tipo di formaggio striato di verde che gli intenditori conoscono bene.
Di solito però in esso si trovano dei vermi; qui al loro posto c'erano degli alberi che davano dei frutti veramente squisiti.
Non avevo mai gustato prima pesche bianche e gialle, albicocche e altri frutti ancora, uno più squisito dell'altro. Gli alberi erano giganteschi e i loro rami ospitavano parecchi nidi tra cui il nido di un martinpescatore. Di quella razza aveva solo le caratteristiche e la fisionomia ma la sua taglia era nettamente superiore a quella di un uccello normale della stessa famiglia.
A grandi linee doveva essere grande circa due volte la cupola della cattedrale di Londra. Il suo nido attirò la nostra attenzione e dalla sua osservazione calcolammo che all'interno di quell'intreccio di fusti d'alberi poteva contenere ben cinquecento uova grosse quasi quanto una botte. C'erano anche dei pulcini. Incoscientemente il comandante e io ci eravamo arrampicati sul nido per scrutarne L'interno.
Il mio compagno volle rompere un uovo per vedere le dimensioni e l'aspetto di un neonato simile: le sue proporzioni lo rendevano somigliante ad un avvoltoio venti volte più grosso. Ma più grosso ancora era il martin-pescatore che tornò al nido di sorpresa, acciuffò il comandante e dopo avergli rotto tutti i denti ch aveva in bocca, a colpi d'ala lo gettò in mare. Se la cavò con poco: una bella nuotata è una bazzeccola per un olandese! Appena fu a riva cercammo di raggiungere la nostra nave. Sarebbe stato inutile tornare a bordo percorrendo una strada già esplorata, quindi, decidemmo di variare il nostro cammino lungo strade mai viste. Ad un certo punto trasalii per la paura: incontrammo due bufali dall'aspetto mostruoso: avevano un corno in mezzo agli occhi e senza pensarci troppo li uccidemmo. Ogni attimo è prezioso se può essere impiegato per salvaguardare la propria vita. Accade a volte di sbagliarsi, come - ebbene, lo ammettofacemmo noi nell'uccidere quei due animali: seppi che erano due bestiole addomesticate e docili che gli indigeni usavano per trainare pesi e che davano una carne gustosissima che nessuno mangiava poiché lì tutti si nutrono a base di latticini.
Avevamo quasi raggiunto la nostra nave che ci trovammo di fronte tre uomini appesi a testa in giù ad un albero dall'altezza folle. Chiesi a un indigeno il motivo di quella punizione: si trattava di alcuni turisti che avevano mentito al loro paese raccontando avvenimenti mai successi e luoghi mai esistiti. Certamente chi non ha mai commesso peccati simili e che mai verrà per ciò punito sono proprio io. Giunse L'ora di abbandonare quell'isoletta di cacio grande tanto quanto l'Europa. Paese più ospitale di quello è difficile trovarlo. Pensate che le palme sulla costa si inchinarono due volte per salutarci simpaticamente.
Riprendemmo il largo in un mare che solcammo per tre mesi con parecchi problemi. Cioè, il problema era uno solo: come impedire ai marinai di ubriacarsi in un mare di vino. In effetti quel mare aveva delle acque molto scure e, all'assaggio, si rivelarono un ottimo vino. I problemi aumentarono col passare del tempo a mano a mano che si solcavano quelle acque, cioè quei vini. Erano popolate da animali mostruosi di dimensioni gigantesche e ci accorgemmo che avevano circondato la nostra barca. Uno di essi era una balena. Quando ci fu vicina cercò di risucchiarci aspirando con la bocca spalancata. Sebbene la nostra nave avesse le vele di tutti gli alberi gonfie, l'animale riuscì ad addentare parte della barca tenendola tra i suoi denti. Aveva una dentatura paurosa: uno dei suoi denti era più alto dell'albero di una nave da guerra. Passarono alcune ore, durante le quali restammo costantemente imprigionati tra le sue fauci. Quindi si decise a spalancare un'altra volta la bocca risucchiandoci definitivamente nel suo interno. Ci ritrovammo ben presto nello stomaco della balena sempre sulla nostra imbarcazione da cinquecento tonnellate di stazza galleggiando in un grande lago, non si stava male: faceva caldo e la barca non si muoveva affatto in quelle acque. Ci sembrava di essere in uno di quei luoghi in cui non spira mai il vento o ci
sono i periodi di bonaccia. Purtroppo l'aria era un po' viziata e era perennemente notte. La luce proveniva solo dalle nostre torce. Non sempre c'era acqua nel suo stomaco: qui come del resto nel mare, c'erano alte e basse maree. La prima si verificava quando l'animale beveva portando acqua all'interno del suo corpo. Facemmo alcune statistiche al proposito più o meno esatte. Scoprimmo in quel modo che la balena riusciva a deglutire con un sol sorso molta più acqua di quella contenuta nei cinquanta chilometri di costa del Lago di Ginevra! La seconda invece accadeva quando l'animale sentiva la necessità di fare pipì. E proprio durante la bassa marea riuscivamo a scorgere ciò che era adagiato sul fondo dello stomaco.
Vidi battelli carichi di merci, altri vascelli come il nostro, ancore ed altro ancora a testimonianza dei lauti pranzi del bestione.
Effettuammo anche una passeggiata al fine di esplorare quel luogo buio. La spedizione era composta da me, naturalmente, dal comandante e da parte dell'equipaggio e iniziò al secondo giorno di permanenza in quello stomaco. Avevamo con noi delle torce per rischiarare quanto era attorno a noi. Incontrammo dei bambini nati in quel luogo tetro che non avevano mai visto il mondo e la luce del sole.
Stupefatti più che mai incontrammo i loro padri, degli uomini che da parecchi anni si trovavano nello stomaco della balena.
Con loro c'erano diverse persone di ogni nazionalità che avevano organizzato una riunione per vedere di trovare un modo di uscire di lì. La riunione andò a monte perché nel bel mentre del discorso del Presidente - egli ci stava spiegando le ragioni di quella riunione - la balena pensò di farsi una bevutina. Immaginatevi il disastro! L'acqua allagò tutta la caverna e ognuno di noi in fretta e furia tentò di raggiungere la salvezza a bordo delle navi: restare fuori bordo significava annegare, ma alcuni ce la fecero lo stesso nuotando fino alla barca più vicina. Il caso volle che presto ci fu una bassa marea e riuscimmo a riorganizzare la riunione di cui fui eletto presidente. La mia mente iniziò a lavorare e pensai di poter bloccare la bocca del pesce nel momento in cui si fosse spalancata con due alberi maestri legati insieme. Tutti erano d'accordo con questo mio progetto. Scelsi cento uomini forti e robusti e iniziammo a legare i due alberi. Avevamo appena terminato il lavoro che la balena spalancò la bocca: puntammo allora un'estremità di quel lungo bastone contro il palato fissando l'altra sulla sua lingua.
In quel modo non sarebbe mai riuscita a richiudere le fauci. Attendemmo che l'acqua invadesse l'interno della balena per dare la possibilità alle nostre navi di galleggiare. Non passò molto tempo che finalmente dopo tre lunghi mesi di prigionia riuscimmo a vedere la luce del sole. Le nostre imbarcazioni formavano una flotta di ben novantacinque navi mentre la balena restava a bocca aperta a guardarci andar via. In quel modo avremmo salvato la vita anche agli altri sfortunati che sarebbero malcapitatamente entrati nella bocca della balena. Iniziarono comunque subito i problemi. Innanzitutto volevamo sapere in quale parte del mondo stessimo mai navigando. Scoprimmo che quelle erano le acque del mar Caspio che lambisce le coste dei paesi tartaro-calmucchi. Restava in ogni caso un problema la nostra presenza in quell'enorme lago; sì,
perché il Mar Caspio non ha comunicazione con altri mari, ma l'abitante dell'isola del Formaggio che mi ero portato appresso mi disse, giustamente, che il grosso cetaceo doveva essersi intrufolato in un cunicolo sottomarino sbucando poi nel Mar Caspio. Ma la cosa non era poi così importante: raggiungemmo la terra e io fui il primo a toccare il suolo. La mia felicità venne ben presto spenta dall'assalto di un orso feroce che mi mise le zampe davanti come per farmi cadere all'indietro. lo gli presi una zampa e gliela strinsi tanto forte da farlo urlare per il gran dolore e lo tenni in quel modo fino a che non perì di fame. Me ne andai quasi subito da quei luoghi perché desideravo raggiungere Pietroburgo, dove mi aspettava un mio caro amico. Questi mi fece un regalo: mi diede un abilissimo cane da caccia, figlio di quella cagna adorata che partorì i suoi piccoli durante una partita di caccia con una lepre, ricordate? Me ne andai a caccia con lui e fu proprio durante quella partita che morì colpito da un tiratore prin cipiante che anziché mirare e colpire delle pernici centrò il mio cane che aveva appena fatto alzare in volo qu gli uccelli.
Ho voluto tenere un ricordo di quell'animale: gli ho tolto la pelle e con essa mi sono cucito un bel panciotto. Non è un semplice capo di abbigliamento ma è un ottimo strumento di caccia. Durante le mie battute, infatti, quando mi avvicino alla selvaggina, dal panciotto parte un bottone che va a posarsi nel punto esatto in cui si trovano le prede. É un modo come un altro per assicurarsi sempre qualche animale nel carniere! Ora però devo ricordarmi di attaccare qualche bottone perché li ho quasi finiti. Pensate che una volta ero a caccia e un bottone saltò via dal panciotto posandosi nel mezzo di un cespuglio e facendo alzare in volo delle pernici. Non ebbi nemmeno il tempo di togliere dalla canna del fucile la bacchetta che sparai e con essa infilzai tre pernici che, poiché la bacchetta era arroventata, oltre a formare uno spiedino finirono con l'arrostirsi.
Tornai in Inghilterra e andai a trovare un mio caro amico, Sir William Chambers. Egli era un architetto e uno scrittore diventato famoso per aver avuto brillanti idee sui giardini alla cinese, una fama che doveva dividere con me per l'aiuto che gli detti. Conversai con lui e lo trovai alquanto demoralizzato. Mi disse di essere preoccupato perché non riusciva a trovare il sistema esatto per poter accendere i lampioni della nuova ala che aveva fatto costruire nella sua casa di Somerset.
Aveva provato con delle scale a pioli ma non ne fu per niente soddisfatto. Sinceramente, stavo cercando in Inghilterra una sistemazione per l'indigeno dell'isola di Formaggio che avevo portato con me.
Per me quindi quel colloquio con Sir Chambers poteva rappresentare l'occasione perfetta per poter risolvere anche questo mio problema. Egli cadde proprio a puntino: era un uomo molto alto; quando era partito dalla sua isola era alto quasi due metri e mezzo ma ora che era cresciuto un po' misurava già tre metri e quindici. Con la sua statura poteva risolvere il dilemma di Sir Chambers che lo assunse molto volentieri. Più tardi mi trasferii nella Contea di Kent nell'isola di Thanet.
In quei luoghi risiedeva un mio lontano parente presso cui fui costretto a recarmi per risolvere una discussione di famiglia che, a quanto pare, doveva occupare parecchio tempo.
Ogni mattina per tutto il periodo che passai in quell'isola mi ero abituato a fare una passeggiata. Il tempo era splendido e ciò allietava le mie frequenti camminate. Parecchi giorni dopo mentre passeggiavo vidi una grossa costruzione sopra un promontorio distante circa cinque chilometri. Quando la raggiunsi vidi che si trattava di un tempio antico e mi soffermai ad
ammirarlo da vicino stupefatto. Portava chiari segni e simboli della ricchezza e della prosperità che doveva aver goduto nel passato. Tutta quella rovina e quella decadenza ora mi rattristava e triste era anche pensare che il tempo era colpevole di quel caos. Tutto in quel momento mi parve vano, inutile e meditai sconcertato e triste considerando il mondo intero.
La parte orientale del tempio era formato da una torre di dodici metri. Aveva la sommità piatta, coperta di edera e desideravo raggiungerla perché da lì avrei sicuramente ammirato uno splendido panorama. Le girai attorno sperando di poter scoprire un mezzo per salirci sopra e alla fine tentai la scalata aiutato dall'edera che la avvolgeva e che mi permetteva
di superare diverse difficoltà. Finalmente potei godere delle bellezze del paesaggio circostante, dopodiché non scesi dalla torre perché volevo controllare da vicino una crepa situata nel mezzo di quella torre.
Curioso come sono io, la guardavo con scrupolosa attenzione poiché mi ero fissato che quel buco fosse in comunicazione con un passaggio sotterraneo. Volevo sapere quanto era profondo quel cunicolo ma purtroppo non mi ero portato appresso nemmeno una corda e non potevo misurarlo. La cosa mi incuriosiva sempre più e dopo averci pensato presi un sasso e lo
gettai nella voragine. Tesi l'orecchio per sentire se riuscivo a distinguere il rumore del sasso quando colpisce il fondo. Non udii il tonfo del sasso ma un rumore stranissimo proveniente da quel buco: levai lo sguardo e proprio davanti a me vidi un'aquila di enormi dimensioni che stava spiccando il volo. Mi venne addosso e poco dopo mi ritrovai seduto sulla sua schiena montandola come fosse un cavallo. Mi ero aggrappato al suo collo che, per farvi capire quanto era grosso, pensate
che non riuscivo neppure a circondarlo con le braccia. Le ali, poi, quando erano spiegate avranno misurato dieci metri buoni buoni. Stabilizzai il mio equilibrio in groppa al volatile e non appena egli cominciò un volo regolare mi sentii più a mio agio.
Potei guardare lo splendido paesaggio attorno a me molto più comodamente. Quel viaggio durò parecchio e l'aquila non mancò di destare l'attenzione delle persone che da terra scorgevano le sue sproporzionate dimensioni. Come accadde a Margate i cui abitanti imbracciarono il fucile e le spararono. Non fummo feriti: la pallottola che mi passò più da vicino fu quella che mi si conficcò nel tacco dello stivale. Si arrestò un attimo sulle scogliere di Dover sulle quali si posò.
Volevo scendere ma non mi fu possibile farlo perché dei marinai iniziarono a spararci.
Si stavano esercitando sulla spiaggia di Dover ma i proiettili che spararono rimbalzarono sulla pelle dell'aquila rumorosamente senza nemmeno scalfirla. L'aquila non si fermò più a lungo, spiccò di nuovo il volo e si diresse a Calais.
Attraversammo la Manica: dall'alto sembrava addirittura più piccola e stretta del ponte sul Tamigi. Ci trovammo in Francia e dopo un quarto d'ora circa quel volatile mi portò in un bosco dalla ricca vegetazione e lì si posò su di un grosso albero. Non potevo scendere da quell'albero molto facilmente data la sua altezza: avrei certamente corso il rischio di sfracellarmi al suolo. Considerai molto più saggio starmene ancora a cavalcioni dell'animale nella speranza che esso avrebbe proseguito il tragitto posandosi in un luogo più accessibile, magari sulle Alpi. Non passò molto tempo che l'aquila si levò di nuovo nel cielo. Volò più volte attorno alla foresta su cui ci trovavamo lanciando delle urla stridule, molto acute che fu sentita persino dall'altra parte del canale della Manica.
Nel frattempo notai un'altra aquila della sua stessa taglia prendere il volo dalla foresta sottostante. Si diresse verso di noi e quando ci fu vicina, mi guardò piuttosto turbata dalla mia presenza. Iniziarono a volare insieme verso sudovest ma l'aquila che io montavo aveva un'andatura più lenta dell'altra. Questa lentezza era causata sicuramente dal mio peso. Ad essa pose rimedio la seconda aquila che accostò e le permise di appoggiarsi per avere un sostegno. Continuammo in quel modo il nostro viaggio verso sud finché non sorvolammo Gibilterra. Sembra strano che da un'altezza simile io sia riuscito a distinguere i luoghi che si trovavano sotto di noi, vero ? Il fatto è che la veduta che potevo ottenere mi metteva in grado di osservare la terra come fosse una carta geografica. Siccome sono piuttosto bravo in questa materia, non ebbi alcuna difficoltà ad individuare Gibilterra. Nel cielo sentii dei suoni di voci strane che schiamazzavano intorno a me.
All'improvviso e con mia sorpresa vidi gli esseri che emettevano quelle voci: erano piccoli, neri, deformati e mi saltavano addosso in continuazione. Sbucavano da tutte le parti e mi impedivano di compiere il minimo gesto. L'aggressione durò per ben dieci minuti, terminati i quali una musica dolcissima giunse alle mie orecchie. D'un tratto essa cessò, o meglio continuò trasformandosi in un baccano assordante. Non durò comunque a lungo ma vi posso assicurare che il frastuono dello scoppio di un cannone o di un tuono sarebbero stati molto più sopportabili di esso. La musica riprese e con essa apparvero degli esseri splendidi. Essi agguantavano gli altri esseri neri e deformi e li gettavano in una scatola simile ad una tabacchiera.
La chiudevano e uno degli ultimi arrivati la scaraventò in aria. In quel mentre una di quelle meravigliose creature mi si avvicinò e mi spiegò che quegli esseri neri non erano altri che dei demoni. Avevano abbandonato la loro casa e dopo averli catturati, li avevano posti in una specie di mezzo di trasporto che avrebbe volato ad alta velocità per diecimila anni! Al termine dei diecimila anni il velivolo sarebbe scoppiato e avrebbe ridato così la libertà a quei prigionieri. Quell'essere poté dirmi solo queste parole che poi scomparve e la musica si fermò. Ero profondamente disperato ed ero sempre in groppa all'aquila. Il mio destriero e la sua compagna mi stavano portando a Tenerife dove si fermarono sopra uno scoglio spossate per il lungo viaggio. Il calore del sole le fece addormentare e io, che rinunciai a scendere ancora  prima di pensarci, le seguii in un sonno profondo. Al mio risveglio l'aquila stava già volando.
Mi sedetti più comodamente e gli enormi rapaci si diressero verso l'America Meridionale. Viaggiammo per tutta la notte, una splendida notte illuminata da una luminosissima Luna che mi permise di ammirare le isole di quei mari. Non era ancora spuntata l'alba che avvistai la terra. Le aquile volarono veloci sul continente e si gettarono su di un cespuglio pieno di frutti somiglianti a cavoli che riuscimmo a distinguere grazie al chiarore della Luna. Il suo bagliore comunque non bastò a permettermi di stabilire in che luogo mai mi fossi trovato. C'erano nebbie, nuvole passeggere e ululati di animali feroci che mi impaurirono ancora di più. La decisione che presi fu sicuramente la migliore: per evitare problemi di vari tipi o incontri pericolosi era sempre meglio restare sulla schiena dell'aquila. Al mancare della sicurezza si sarebbe alzata in volo portandosi con me in salvo. L'alba stava sorgendo e io volli esaminare da vicino quegli strani frutti che le due aquile prima si erano messe a mangiare. Presi un coltello dalla tasca, afferrai un frutto e ne tagliai una fetta. Fui stupito quando sentii che aveva lo stesso sapore del roastbeef più gustoso, salato e cotto a puntino che avessi mai mangiato. Erano dei frutti squisiti e decisi di portarne con me alcune fette. Le tagliai e le misi in tasca. Qui trovai un boccone di pane che comprai a Margare ma nello stato in cui si trovava era immangiabile: penso che i proiettili che conteneva fossero quelli che qualcuno sparò contro di me quando passai sopra Dover. Sarebbe stato comunque un peccato buttare quel pane, quindi tolsi le pallottole e potei fare una succulenta colazione a base di pane e roast-beef freddo. Cercai di premunirmi anche per il resto del viaggio legando due dei frutti più maturi con una giarrettiera attorno al collo dell'aquila. Un altro frutto attirò la mia attenzione: era più grosso degli altri come se fosse una bolla gonfia. Lo bucai con il coltello e dal foro uscì un liquido che assaggiai. Il sapore era molto buono e forte come il gin olandese. Continuai a berlo volentieri come anche le aquile che guardavano tutto ciò che stavo facendo. Le aquile iniziarono a sbattere disordinatamente contro le siepi attorno a noi e io che non riuscivo a stare seduto per colpa dei loro movimenti venni sbalzato e caddi fra i cespugli. Nell'erba c'era un riccio che io non vidi. Volevo rialzarmi e mi appoggiai a terra con una mano che però misi sopra il corpo spinoso del riccio. Al contatto il riccio si chiuse incastrandosi nel palmo della mia mano. Fu inutile ogni mio sforzo per toglierlo, anche sbattendo la mano per terra. Nel bel mentre di quella lotta udii un fruscio. Proveniva dal bosco: era una bestia enorme che cercava di sbranarmi. Preso alla sprovvista e impedito dal riccio mi venne spontaneo mettere le mani avanti per difendermi. Quell'animale si lanciò su di me con le fauci spalancate ma anziché azzannare la mia mano addentò il riccio strappandomelo da essa. Liberato da quell'impiccio riuscii a muovermi più velocemente e a fuggire, abbandonando sul luogo quel bestione che stava morendo soffocato. Il riccio gli si era conficcato in gola e gli fece sputare sangue finché non restò soffocato. Fuggii in direzione delle aquile che trovai nello stesso luogo in cui le avevo lasciate stese a terra e immerse in un sonno profondo a causa del liquore bevuto poco prima.
Io ero né più né meno nelle loro condizioni e siccome tutta l'atmosfera era tranquilla cercai altri frutti di liquore per portarmeli via. Ne staccai due da circa cinque litri ciascuno da un albero e li legai al collo delle aquile mentre gli altri due li assicurai attorno ai miei fianchi. Quando vidi che i due rapaci si stavano risvegliando, considerai opportuno ritornare sul loro dorso pronto per ripartire. Infatti mezz'ora dopo esse si libravano già nel cielo inconscie del peso dei frutti che non s'erano accorte di trasportare. Viaggiarono nella loro usuale posizione, la prima avanti alla seconda e percorsero i cieli del Golfo del Messico e dell'America Settentrionale verso il Polo Nord che ebbi così la possibilità di visitare. Non eravamo ancora giunti in quel luogo interessante che è il Polo Nord che il freddo si faceva sentire in modo pungente. L'unico mezzo che possedevo per combatterlo era rappresentato da quei frutti dal succo liquoroso che avevo portato con me. Ne forai uno e bevvi qualche sorso. Cominciavo già a sentire meno freddo. Sopra la baia di Hudson vidi la nave della compagnia delle Pellicce attraccata al porto.
C'erano anche delle tribù indiane al completo che stavano andando al mercato. Avevo notato che le aquile volano molto più velocemente con temperature basse e fredde piuttosto che al caldo. Suppongo che ciò accada perché esse sentono il bisogno di aumentare il ritmo della loro circolazione sanguigna evitando di congelarsi. Io invece preferivo cavalcarle a pancia in giù abbracciando il collo del volatile e ficcando le mani sotto le loro piume per riscaldarmele. Ero diventato abilissimo nel cavalcare le aquile; pensate che riuscivo addirittura a restare in groppa drizzando il busto e ammirando tranquillamente il panorama sottostante.
Osservai degli orsi groenlandesi e delle montagne di ghiaccio galleggianti nel mare della baia di Baffin. In quel momento mi ricordai che il governo avrebbe offerto un premio a chi fosse riuscito a scoprire il passaggio a Nord Ovest. Quella era l'occasione giusta per farlo e ciò mi avrebbe portato quel premio e la gloria legata a quella scoperta. Splendide idee che mi venivano in mente osservando lo splendido paesaggio naturale ma che furono bruscamente interrotte da, per così dire, un incidente. Un'aquila si scontrò con un ammasso duro e trasparente che mi incuriosì e così accadde anche a quella su cui mi trovavo. Tutt'e due tramortite rischiarono di sfracellarsi al suolo dopo quel volo cieco (io ovviamente con loro). Ma i miei lettori sanno meglio di me che in quelle situazioni ottengo sempre delle idee brillanti. Successe allora che mi sdraiai di traverso sul dorso dell'aquila, tenendole aperte le ali di cui una con entrambe le mani e l'altra con le gambe. L'atterraggio non fu affatto violento: planammo su di un'isola formata da una montagna di ghiaccio che per me era alta circa cinquemila metri sopra il mare. Se quell'espediente non avesse funzionato mi sarei sfracellato al suolo cadendo da un'altezza di tre chilometri. Tutto per colpa di una di quelle nuvole ghiacciate che al polo sono frequenti e contro cui urtarono le aquile! Erano svenute su di un isolotto popolato da orsi feroci. I ghiacci battevano fra di loro e le onde lambivano rumorosamente le coste della montagna di ghiaccio. L'ambiente era tutt'altro che allegro ma non mi impauriva per niente. Non mi ero nemmeno reso conto di aver sfiorato la morte! La sola consapevolezza che avevo era che sapevo l'utilità delle due aquile: per me erano l'unico mezzo per fuggire e salvarmi da quel luogo inospitale. Facevo di tutto per farle rinvenire. Foravo le bolle" di liquore e ne spargevo il contenuto tutt'attorno. All'improvviso, ecco dietro di me un orso ringhiare arrabbiatissimo pronto a gettarmisi addosso. In preda al terrore mi voltai di scatto e quando lo vidi strinsi il frutto che tenevo in mano.
La mia stretta fu così forte e potente da romperlo e far schizzare il liquido negli occhi dell'orso. Quest'ultimo tramutò le sue ringhia in grida di dolore e, essendo rimasto cieco, corse via velocemente finendo sull'orlo di un burrone che dava sul mare.
Cadde in acqua e scomparve. Nel frattempo le aquile stavano per riprendere i sensi. Debolissime capii che erano affamate e affettai i frutti carnosi. Glieli porsi e li mangiarono golosamente. Mentre si cibavano, raccolsi le provviste che fortunatamente e non a caso erano con me e risalii in groppa ad una di loro. Felice per aver scampato un altro pericolo mi misi a mangiare e a bere tranquillo e comodo, cantando persino delle canzoncine che avevo imparato da piccolo. Il mio canto le risvegliò completamente dal torpore che le avvolse dopo il lauto pranzo. Ebbi l'accortezza di girare le loro teste verso sudest mentre mangiavano cosicché avrebbero poi sicuramente spiccato il volo in quella direzione. Così successe.
Il mio daffare per loro fu premiato quando finalmente avvistai delle isole ad occidente e infine la mia amata patria:l'Inghilterra ! Eravamo prossimi alle montagne del Galles su cui avevamo intenzione di atterrare. Qualcuno da terra sparò con un cannone verso di noi: una bomba colpì una delle bolle di liquore lungo i miei fianchi che si sfracellò; un'altra trapassò il petto dell'altra aquila che cadde e morì. Quella su cui c'ero io si spaventò e filò via proseguendo per.Margate.
Che gioia! L'aquila stava atterrando su una di quelle torri da cui eravamo partiti il giorno prima. Quando l'aquila atterrò e io scesi, cercai di racimolare le idee e di riordinarle ma scombussolato e felice com'ero mi ci vollero circa due ore! Il rapace intanto spiccò di nuovo il volo e svanì. Non vidi l'ora di raccontare l'accaduto ai miei migliori amici. Quando mi videro si felicitarono per il mio ritorno e ascoltarono meravigliati le mie ultime avventure. Passai una magnifica serata in loro compagnia, con tanto affetto ed allegria mentre molti mi fecero dei doni per premiare il mio coraggio, la bravura e la sincerità.


SEGUITO delle Avventure del Barone di Münchhausen modestamente attribuito al Signor Bruce esploratore dell'Abissinia
I1 Barone crede infatti che quello che qui seguirà potrà essere utile al signor Bruce prima che egli faccia un'altra escursione in Abissinia: ma se ciò che verrà detto non gli piacerà, il Barone di Münchhausen sarà disposto ad accettare le condizioni che egli stesso detterà. Si può sicuramente dire che il Barone di Münchhausen è un importante uomo di lettere, sebbene, per raggiungere la grandezza di tutti gli autori che hanno scritto delle memorie sui loro viaggi, sarebbe necessario un vero e proprio Gulliver. É insuperabile nelle sue avventure, anche se chi crede di essere un autentico eroe deve rendersi conto che le sue storie non possono essere paragonate a quelle del nostro Barone, perché egli riesce sempre a fare di più degli altri: il Barone De Tott sparò senza paura un grosso cannone, egli invece lo prese in mano ed oltrepassò il mare.
Nè Pantagruel, nè Gargantua, nè il Dottor Lemuel e nemmeno De Tott come nessun altro hanno potuto superarlo. Pare proprio poi, che il nostro amico adatti le sue avventure al tempo e alla curiosità del lettore tanto che ora, prima di averne altre, noi che siamo interessati all'entroterra africano, possiamo istruirci con i resoconti dei suoi viaggi in quei luoghi. A volte, nelle storie che qui seguiranno, egli sembrerà propenso alla filosofia: considerò la possibilità di una presunta uguaglianza della lingua africana con quella di coloro che vivono sulla Luna e ciò fa apparire il Barone come un grande conoscitore del linguaggio e delle antiche origini delle nazioni, spiegando in modo differente la storia degli Sciti e della Miscellanea.
Durante i suoi viaggi in luoghi popolati da indigeni dalle usanze primitive, cercò di introdurre modi di vita più dignitosi ed umanitari. Quindi l'opera che egli svolse in queste terre deve essere premiata dall'ammirazione di tutti. Ne consegue che nessuno debba considerare le sue azioni e le persone di cui si circondava come se rappresentassero una presa in giro rivolta a persone che nella realtà occupano posizioni simili. Sia Gog e Magog, le due statue di legno che si trovano nel museo del Guildhall, che i giudici e le matrone come anche le bizzarre oche selvatiche non rappresentano un'occasione per mettere in ridicolo i componenti di un vero e proprio processo.
A volte è presuntuoso o per lo meno così l'ho giudicato quando ha cercato di consigliare molti re della terra su ciò che fosse giusto o ingiusto fare e quando disse loro che piuttosto di spingere i propri sudditi ad uccidersi gli uni con gli altri in lotte interne, sarebbe stato meglio convincerli ad unire le loro forze per il bene di tutti. Da questi suoi discorsi sembrava che egli sapesse agire meglio del Principe Potëmkin, dell'Imperatrice di Russia o del Gran Visir. Tutto ciò mi sorprese un po' ma non mi stupii affatto quando da buon aristocratico protesse l'offesa Regina di Francia Maria Antonietta durante la Rivoluzione Francese.


PARTE SECONDA

CAPITOLO I


Ciò che dissi fino ad ora (era un'affermazione che fece il Barone) è la pura verità come quella espressa nel Vangelo e lotterò contro chiunque tenterà di supporre il contrario... (sorseggiò un bicchiere che aveva di fronte a sè)...  lascerò al contendente la scelta delle armi. Farò anzi inghiottire a costui questa tazza con grappa, ciliegie e vetro incluso. Rispettate perciò, carissimi, ciò che vi racconterò perché è giusto che un viaggiatore parli di ciò che ha visto rendendo il tutto più bello con la mia fantasia; non sarebbe corretto togliermi l'onore che è giusto che io abbia. Iniziai a pensare a tutto ciò che ancora rimaneva da scoprire nel continente Nero, dopo essere stato per parecchi anni in Inghilterra e dopo aver ultimato le mie scorse memorie. I miei sogni mi impedivano di riposare e pensai che fosse giusto sfruttare le mie amicizie a corte per avere l'aiuto dal governo e diventare così Viceré delle zone dell'Africa interna o almeno della Monomotapa e per visitare le ormai
note sorgenti del Nilo.
Dopo una notte insonne, mi recai da questo amico che chiamai per convenzione Hilaro Frosticos, e andai da lui anche per chiedergli consiglio. Ora che ci penso, forse lo conoscete anche voi ma certamente non sarà questo il nome con cui vi possiate rivolgere a lui. Le mie grandi avventure mi hanno concesso di imparare novantanove lingue, grazie a ciò posso permettermi di chiamare con il nome che preferisco chiunque io conosca. Non dovete pensare che io stia mentendo, ragionando solo sul fatto che al mondo non vi è la possibilità di parlare così tante linguericordatevi del mio viaggio sulla Luna! Un giorno dovrò scrivere su come ho fatto ad impararle così capirete come si possa istruire un allievo nelle diverse lingue: francese, greco, spagnolo, e così via tutte in una volta in modo tale da mettere in imbarazzo chiunque creda di saperle meglio di me. Ma ritorniamo a noi: durante quella notte in bianco non feci altro che pensare alle mie possibili scoperte nel continente africano, sognando, fantasticando. Come già vi stavo dicendo prima, andai da quel mio amico di Corte, gli raccontai la mia proposta abbellendola con la fantasia nata in me la notte prima. Dopo avermi ascoltato, in tono molto serio dichiarò: Olough, ma genesal istum fullanah, cum dera kargos belgarash eseum balgo bartigos triangulissimus!
Malgrado ciò, aggiunse: Devi pur sempre tener conto degli inconvenienti a cui va incontro colui che si spinge alla ricerca di un'avventura.
E spero che tu riuscirai a comportarti con la più bramata gloria terrena. Ti chiedo di ponderare bene il tutto perché è difficile trovare nell'interno dell'Africa tribù disposte ad ascoltarti. Stai attento e soprattutto non fare il passo più lungo della gamba perché chi corre troppo prima o poi cade... Vorrei proprio sapere cosa pensa Lady Fragrantia di tutto ciò, andiamo da lei".
Mi mise in testa un copricapo da cerimonia con delle piume e mentre ci stavamo avvicinando a lei aggiunse: Questo è il simbolo dell'antica cavalleria che ti è propria e testimonia l'alta considerazione che ho per te". Le eravamo ormai vicini, era una donna meravigliosa il cui profumo soltanto incantava. Capii subito che era attratta da me perché quando arrivammo stava delineando il mio viso sul raso bianco del suo vestito.
Hilaro le mostrò subito il copricapo che mi aveva donato e lei disse con una voce calda e dolce: Oh, com'è grazioso, Hilaro e voi Barone siete molto simpatico! Aggiungendo una piuma a quel coso che il mio amico mi aveva posto sulla testa disse: Ciò vi renderà ancora più attraente, se non lo volete potete rifiutarlo. Questo è un mio dono che rimarrà sempre con voi ed io sarò sicura anche quando combatterete con il più abile dei nemici perché ciò è il simbolo della mia benevolenza. Come il più dolce degli amanti, presi la piuma, mi inginocchiai, le baciai tre volte la mano e complimentandomi per il suo sguardo penetrante e la purezza delle sue mani aggiunsi: Nulla e nessuno, anche il più selvaggio e crudele dei tiranni potrà rubarmi questo vostro dono, mai succederà, lo farò trionfare insieme a me nelle terre più sperdute dell'entroterra africano.
Il mio desiderio d'avventura si spinge fino all'Etiopia, anche qui riuscirò a vincere ed a farmi onorare l'adorata piuma dal re di questo luogo, anche se egli fosse il leggendario prete Giovannin. Apprezzo la vostra forza e la vostra vitalitàn replicò Lady Fragrantia. Vi ammiro per i vostri desideri e cercherò in tutti i modi di aiutarvi ad esaudirli... eccoli... stanno arrivando.
Un gruppo di nobili persone si stava avvicinando. Me li presentarono ad uno ad uno ed anche a loro potei illustrare il mio viaggio. Fu approvato e ricevetti da tutti i lords, ladies e contessa compresa, il consiglio di partire, naturalmente dopo aver ottenuto il consenso del re. Uno di essi, Lord Spigot, disse addirittura che L'Africa è proprio il luogo giusto per un'escursione perché non vi è nessuna terra meno conosciuta e che meriti i nostri sforzi. Lodandomi forse un po' troppo aggiunse: Sarebbe bene che non solo noi, ma tutta l'Europa ringraziasse il Barone di Münchhausen per le prodezze a cui aspira ed ancora più giusto sarebbe che egli ottenga dal nostro re l'aiuto desiderato. Mi lasciai portare subito a corte perché l'elogio di tutti mi lusingò molto. Senza star qui a raccontarvi tutto, rischiando poi di annoiarvi, vi dirò che anche qui ottenni gli stessi consensi di quelli avuti in presenza di Lady Fragrantia. Tra l'altro la mia grande disinvoltura e capacità di comportarmi in luoghi d'élite mi permisero di conquistare tutti i cortigiani presenti. Di quella sera mi ricordo particolarmente un fatto. Incontrai a corte una bella donna, la contessa Rassinda, accompagnata da un uomo piuttosto abbattuto, triste, il Marchese di Bellecourt. Quest'ultimo mi guardò e si rivolse a me in tono confidenziale quasi fossi un suo vecchio amico: Ho fatto di tutto, la massima dedizione ho avuto verso il mio re, mi sono sempre comportato secondo le leggi della morale e della giustizia... ma non uno sguardo, non un cenno. Malgrado ciò, io credo che lui non abbia risentimenti nei miei confronti. Andrò da lui! Sono sicuro di me, mi rivolgerò ancora a lui, solo per un sorriso.
Così dicendo si avvicinò a Sua Maestà. Permettete" disse rispettosamente di...". Qui fu interrotto dai passi dei cortigiani che se ne andavano. Non una parola, non un gesto. Si trovò in mezzo alla sala ancora inchinato, ma tutto solo. No! urlò questo non posso accettarlo, egli se n'è andato senza nemmeno vedermi, senza ascoltarmi; tutti mi hanno abbandonato, mi hanno voltato le spalle. Me ne andrò nel castello di campagna e mai più tornerò! Non mi rivedrete più!
Uscì e si diresse verso la carrozza, prima di salire si voltò di nuovo a guardare ciò che stava per abbandonare e chiaramente si videro le lacrime rigargli il viso. Ebbene, disse forse ora si riuscirà a scoprire la verità fino in fondo!" Oh Marchese, sei nobile di spirito, cerca di stare in pace e che il tuo animo sia tranquillo. Sarà il Re a comprenderti e molti e molti bimbi ti saranno debitori di ciò che fa loro felici. Sarò io: il Barone di Münchhausen riconoscerà il tuo onore!


CAPITOLO II


A corte quindi esposi il mio progetto e, dopo aver dato ogni delucidazione sul mio viaggio, ricevettidi contro - le istruzioni su ciò che dovevo fare. Raggiunti gli accordi il mio caro amico Hilaro Frosticos, Lady Fragrantia e, per non stare ad elencarli tutti, il seguito, mi accompagnarono fuori della reggia per indicarmi il luogo dove avrei dovuto dare prova del mio coraggio e della mia costanza.
Rimasi per tre giorni e tre notti seduto sui denti di una statua di marmo che rappresentava una balena. Dopo tale iniziazione, alle tre di notte, mi presentarono, quello che sarebbe il mio compagno di viaggio, nonché il mio mezzo di trasporto: il cocchio della Regina delle fate, Mab.
Era enorme: sembrava una mandorla ingrandita migliaia e migliaia di volte con un buco gigantesco sul guscio, quasi che un mostro, che poi sarebbe il verme, lo avesse scavato per farsi la sua dimora. Era così grande che nemmeno la torre di Heidelberg avrebbe potuto contenere più provviste.
All'interno via era una poltrona proprio nel centro che non era appoggiata a nulla e che mi fece ricordare la famosa tomba di Maometto. Mi sedetti lì sopra e mi guardai attorno pensando di essere in un Planetario:l'intera parete, e così il soffitto, erano coperti da stelle, pianeti e c'era anche una cometa, il firmamento insomma al completo. Quest'ultima rifletteva una luce intensissima tant'era bella che sembrava la coda di un pavone.
La coda della cometa, come ben sapete, è come se fosse composta da diverse frange paragonabili alle piume della coda di un pavone. La cometa era molto luminosa: la luce si intensificava sempre più a mano a mano che ci si avvicinava al centro della stella abbagliante come gli occhi delle belle ragazze del regno. Sembrava che l'universo si muovesse rapidamente, come un ranocchio che salta da una foglia all'altra nello stagno: la costellazione era per un attimo sopra la mia testa; all'improvviso saltava verso est, poi a nord, dopo verso sud e disturbava continuamente i vari mondi dell'universo senza preoccuparsi minimamente di loro.
A volte scombussolava il loro ordine, a volte li bruciava, altre volte ancora li distruggeva e come mercurio diventavano piccoli frammenti tondi che si aggregavano ad altri pianeti come satelliti. Era come se qui, sopra la mia testa, avvenisse in pochi attimi ciò che nell'universo accade in millenni. Il cocchio naturalmente era agganciato ad alcuni animali da traino: nove per l'esattezza, nove tori aggiogati tre a tre; uno fra questi si distingueva per il suo temperamento terribile, John Mowmowsky, il capofila, gli altri senz'alcuna distinzione si chiamavano Jack. Erano tutti ferrati con crani umani che venivano posti al termine della zampa.
Naturalmente il teschio veniva lucidato ed incollato allo zoccolo con un po' di cemento così che formasse un tutt'uno con la zampa. Ciò garantiva all'animale viaggi lunghi con poca fatica, permettendogli di scivolare sull'acqua del mare. C'erano anche delle fibbie d'oro e pietre preziose che legavano insieme i finimenti per evitare che si disgregassero. Sopra i tori c'erano nove grilli e nove cocchieri o guidatori, ovviamente enormi che cantavano con voce molto potente.
Perché il cocchio fosse più veloce, le ruote avevano più di diecimila molle, cosa che forse non hanno nemmeno i dodici orologi di Strasburgo. Fuori dalla mia carovana, c'erano numerose bandiere ed una grande corona di alloro che una volta mi riparò dal sole con le sue foglie. Ora che ho cercato di spiegarvi quello che sarà il mio grande compagno di viaggio, in tutti i sensi, posso iniziare il racconto delle mie nuove avventure.


CAPITOLO IlI


Fui pronto per partire! La gente che circondava il mio cocchio mi salutò entusiasta con spari e botti di ogni tipo ed io partii.
Dopo tre ore di viaggio mi ritrovai fra la costa inglese e l'isola di Wight. Mi fermai in questo punto per tre notti fino a che mi raggiunse un prete che avrebbe dovuto seguirmi nel mio lungo viaggio. La corte mi aveva concesso una grande scorta: navi da guerra una volta preparate per solcare le acque del Baltico ed ora pronte per quelle mediterranee. Queste navi si univano al mio cocchio tramite dei grossi ganci che pesavano circa mezzo quintale ciascuno. I ganci erano di moderna tecnologia: semplici da aprire e così pure da chiudere. I tori velocissimi stupirono l'intera flotta e mi permisero di arrîvare in breve tempo alla rocca di Gibilterra. Qui abbandonai gli ufficiali e li esortai ad occupare il posto a cui erano stati destinati.
Questi graduati ed il governatore del posto insistettero perché visitassi quel luogo per cui si sparse più polvere di quanta ne avrebbe un campo da arare. Risalii ben presto sul mio mezzo e oltrepassai il Mediterraneo spingendomi verso l'isola di Candia. Non ero ancora approdato che arrivò un ambasciatore con una lettera del Gran Visir con la quale mi chiese di unirmi a lui nella lotta contro la Russia. Se lo avessi aiutato e mi fossi quindi alleato al governo dell'Impero Ottomano, la Sublime Porta, egli mi avrebbe donato tutta l'isola. Inizialmente pensai che l'isola sarebbe stata per me ed il mio re un buon affare perché ricca di zucchero e di uva che dava vini gustosi. Ma poi capii che tutto ciò avrebbe causato grosse perdite al commercio della nostra compagnia delle Indie con la Persia, perciò se avessi accettato, sicuramente il mio governo avrebbe subito dei grossi danni e d'altro canto il mio rifiuto mi fece avere numerosi ringraziamenti ed elogi da parte del parlamento del mio paese. Continuai così il mio viaggio e dopo poco tempo giunsi in Egitto. Data la bassezza delle coste, non mi accorsi di essere arrivato, tanto che il mio cocchio si incagliò con la colonna di Pompeo. Riuscii a svincolarmi e mi spinsi verso quel grande monumento formato da due piramidi sovrapposte chiamato Cleopatra... e qui mi incastrai di nuovo! Grazie ai miei tori addestrati alle imprese più difFicili, mi disincagliai e continuai il viaggio fino al piccolo lembo di terra che è Suez e che divide il Mar Rosso dal Mediterraneo.
Qui feci un grande solco che il Barone De Tott credette un piccolo resto del paesaggio creato da Tolomeo. La mia carrozza, dato il grande urto, si ruppe ed io non riuscii a trovare un artigiano capace di aggiustarla: quanto rimpiansi i vecchi tempi in cui l'uomo sapeva ancora lavorare bene! Così mi diressi ancora più a sud con la speranza che il cocchio reggesse e che, raggiunto il Capo di Buona Speranza, riuscissi a trovare artigiani olandesi o inglesi capaci di rimetterla in sesto. Se ci fossero riusciti, avrei continuato il mio viaggio nell'interno del continente africano.
Superato lo stretto di Babelmandeb raggiunsi la costa occidentale dell'Africa, quella su cui non si spinse nemmeno Alessandro il Grande. Senza ombra di dubbio infatti, se egli si fosse inoltrato fin là non avrebbe continuato a vivere perché non si sa ancora bene se quelle terre a quei tempi avessero abitanti. Avrebbe cioè perso alla partenza, anche perché non aveva una flotta adatta a tale impresa. Le sue navi, ancor prima di aver raggiunto il punto più a sud dell'Africa, sarebbero ben presto affondate ed egli sarebbe stato trasportato chissà dove. Però, pensandoci bene, avrebbe avuto una storia diversa il grande conquistatore della Persia e dell'India - sapete bene che sto ancora parlando di Alessandro -, il quale forse vagabondando da Giove ad Ammon sarebbe arrivato sulla Luna, come un indiano raccontò di lui al capitano Cook. Io fui comunque più fortunato e velocemente arrivai al Capo di Buona Speranza. Qui però non riuscii a fermarmi, data la velocità con cui lo raggiunsi, ed il mio mezzo si scagliò contro la riva. La forza con cui andai a sbatterci provocò la rottura della cima di una montagna, la quale così appiattita venne chiamata Montagna della Tavola.
Questo fracasso da me causato fece uscire lo spirito del Capo che si rannicchiò nella caverna della montagna. Sembrava un insetto uscito dalla sua sede o un legume nel suo bacello. Lo disturbai perché la forte luce del sole dava fastidio ai suoi occhi e perché il rumore dei grilli e dello scontro lo irritarono molto. Gridando furiosamente precipitò sotto terra facendo così chiudere la voragine che aprii nella montagna.

 

CAPITOLO IV


La mia carrozza si rompeva sempre più ed io non potevo far altro che guardarla, mentre si distruggeva. Malgrado ciò la mia speranza non finì di esistere: penso infatti che la grandezza di un avventuriero si dimostri maggiormente nei momenti in cui il fato è avverso. Trovai su di una riva nell'oceano una grande officina, così si chiamerebbe oggi, la quale dopo che ottenni il permesso da parte del governo olandese, iniziò i lavori di riparazione del cocchio e curò con la massima precisione i miei tori. Nel frattempo io mi diressi verso Londra grazie alla gentilezza di una nave a cui chiesi un passaggio. Arrivato a corte avrei raccontato al Consiglio delle mie avventure. Mentre stavo risalendo la costa ovest dell'Africa, vicino alla Guinea incontrai un grande isolotto di ghiaccio che le correnti spingevano verso di me. La luce del sole si rifletteva su di esso ed io non potevo così vederlo chiaramente.
Non riuscivo a capire come in una zona così calda come quella equatoriale potesse trovarsi un simile blocco ghiacciato: i misteri della natura! Cercai invano di allontanarmi da esso ma, dopo vari tentativi, mi scagliai contro quell'enorme isola gelida. Il mio grande ottimismo mi permise di rincuorare gli uomini agitati dell'equipaggio. Chiesi a tutti di obbedirmi.
Malgrado tutti i miei sforzi non riuscii ad evitare di far sommergere la nave dall'acqua né di far morire buona parte degli uomini. Così capii che forse sarebbe stato meglio trasferirci sull'isolotto stesso. Ciò però aveva i suoi svantaggi: la nave circondata dal ghiaccio si congelò e anche noi cominciammo ad avere un po' di freddo. Facemmo una riunione e decidemmo di tagliare il lastrone di ghiaccio e di recuperare alcune scialuppe e tutti i rifiuti che erano rimasti sulla nave. Grazie al caldo ed all'acqua prodotta dal ghiaccio sciolto essi si trasformarono in un ottimo concime che, unito ad alcune sementi, recuperate da me in oriente, provocò la crescita di abbondante frutta e verdura, capace di sfamare tutto l'equipaggio.
Squisiti erano i frutti della pianta del pane e così quelli dell'albero dei budini di prugne e di crema. L'abbondanza di questo cibo fece subito sparire lo scorbuto che aveva ucciso molti marinai. Continuammo a navigare finché incontrammo alcune navi di uomini negri. Essi avevano sottratto le loro navi a certi europei che si erano stanziati in Guinea. L'equipaggio negro aveva formato delle colonie in alcune isole del Polo sud ed aveva permesso in quelle terre la coltivazione di alcuni vegetali propri dei climi più freddi. Gli europei guineensi erano però poco abituati a temperature così basse così i colonizzatori diedero vita alla tratta degli schiavi bianchi, costringendoli a lavorare per loro nelle piantagioni gelide. Le loro operazioni per recuperare gli schiavi iniziavano inviando delle navi in Gran Bretagna, rubando con la forza a queste terre donne, bimbi e uomini per portarli nelle loro piantagioni al Polo sud e per sottoporli alle fatiche disumane. Ciò fece rabbrividire me ed i miei compagni per la brutalità di questi uomini. Con un'altra riunione decidemmo di sopraffarli dirigendoci verso di loro con la nostra crosta di ghiaccio: uccidemmo tutti i negri e portammo in salvo buona parte degli uomini bianchi. Gli ultimi erano naturalmente molto felici e anche noi pensavamo alla contentezza che avevamo provocato con questa azione ai parenti degli ex-schiavi ora liberi.
E finalmente arrivammo in Inghilterra! Mi diressi a corte, dove esposi il resoconto del mio viaggio e chiesi un ulteriore aiuto per l'escursione che mi accingevo a compiere. Soprattutto domandai se fosse possibile la loro collaborazione per aggiustare il mio mezzo. Il mio desiderio fu esaudito ed io mi preparai per la partenza. Il mio ritorno in Inghilterra fu utile anche perché mi diedero un altro aiuto: un bestione capace di imprese straordinarie, che l'imperatore della Cina diede in omaggio al mio paese e che rimase a lungo inutilizzato nella torre di Londra. Sfinge, questo era il suo nome, sarebbe stato agganciato ad un barcone posto su di una costruzione in legno in tutto uguale alla sede del nostro parlamento. Sopra vi erano due grossi palloni uniti alla barca da più cavi di canapa che permettevano al mio nuovo mezzo di trasporto di rimanere in equilibrio. All'interno trovai un'intera nuova scorta composta da signori e signore. Al centro c'era un'enorme poltrona per me ed ai lati di questo vi erano Gog e Magog. Partimmo. Il vento ci aiutò ad entrare in alto mare. Intorno a noi il silenzio, la calma.
Ciò ci permise di proseguire nel nostro viaggio conversando tranquillamente come se fossimo fermi. C'era anche Hilaro Frosticos, lo ricordate? Cominciò a raccontare la sua teoria sulle origini dell'Africa e sui vantaggi che questo viaggio avrebbe potuto darci. Io penso che inizialmente essa fu abitata da leoni ed altre bestie feroci che tiranneggiavano tutta l'isola. In realtà il terreno arido, la siccità, i deserti, i cannibali, rendono difficile la vita dell'uomo e credo che creare qui delle colonie farebbe diventare questa terra il cimitero dei nostri compaesani. Però bisogna pur dire che l'Africa ci è vicina, almeno più delle Indie, inoltre essendo così grande potrebbe riservare un sacco di sorprese! Noi non sappiamo niente di questa terra: conosciamo più la Luna grazie ai telescopi che ci permettono di vedere i suoi rilievi. Dell'Africa sappiamo solo ciò che i geografi ci hanno detto, probabilmente cose inventate. Dell'entroterra poi non sappiamo nulla: un grande viaggio sarà utile a noi e alla scienza!"


CAPITOLO V


Il nostro pilota era il Conte Gosamer, una persona molto boriosa che non perdeva mai l'occasione per esibirsi in pubblico.
Stavamo dirigendoci verso l'isola di Madera, egli era alla guida della Sfinge. Sulla costa francese vi era molta gente e la presenza dell'Assemblea nazionale, venuta per conoscerci, fu per il Conte uno stimolo in più per dare testimonianza della sua bravura. Possedeva due grossi speroni che, colpendo il bestione insieme a colpi di frusta, permettevano a tutto il mezzo di compiere grandi acrobazie. Tentò di spronare la Sfige, che però quel giorno deve essere stata di pessimo umore tanto che, con un colpo violento fece cadere nel mare il prode Conte. Eravamo nel Golfo di Biscaglia, famoso per le sue burrasche. La Sfinge sicura che il Conte fosse ormai annegato, continuò per la sua strada velocissima e, avendo un po' di sete, si chinò verso le acque per bere. Il cavaliere ovverossia la guida del bestione si dimenava nell'acqua e venne risucchiato dalla Sfinge, la quale avvertì subito un tremendo prurito allo stomaco. Ciò le fece rigettare il nostro Conte che venne spinto con violenza tale che si ritrovò sulla neve del Picco di Tenerife. Morì! Tutto ciò lo vidi dalla mia poltrona e mi divertì parecchio anche se mi accorsi che poi la Sfinge senza guida non riusciva a fare un percorso rettilineo. Mi ripresi e ordinai a Gog e Magog di andare alla guida del bestione. Si buttarono in acqua e, bloccando la Sfinge, riuscirono a saltarle in groppa indirizzandola verso il Capo di Buona Speranza.
Arrivati, diedi ordine agli artigiani europei che avevo portato con me di aggiustare il mio cocchio immediatamente. Tutto fu a posto dopo un attimo e ci rituffammo nell'oceano. Fu veramente straordinario vedere la Sfinge cavalcare le onde accanto ai tori del cocchio. Pensammo però che fosse meglio attaccare il bestione ai tori cosa che Gog e Magog fecero rapidamente.
Questo rese il tutto più solenne: la Sfinge in prima fila con accanto Gog e Magog, dietro i tori con i grilli, di seguito il cocchio della Regina Mab ed infine l'anfiteatro simile al parlamento, naturalmente con sopra i due soliti palloni. Sotto i palloni e sopra i tori ci misi alcuni cantanti e suonatori di tromba e clarino che resero il nostro viaggio più piacevole con Onda Perigliosa e Gloria del Cervico Immenso.
Tutt'intorno zampilli d'acqua festosi, ghirlande e conchiglie, lampi e tuoni. Ci inoltrammo nell'Africa per quindici giorni ci dirigemmo verso nord senza imprevisti, accompagnati dalla meraviglia degli africani stupiti dal nostro originale mezzo di trasporto. Il Capo, sotto il governo olandese, sembrava aver ricevuto ordini direttamente dall'alto! Tutti ci trattavano divinamente e, il governo di quella città ci regalò dei vini molto pregiati. Man mano che ci avvicinammo al cuore del Continente, il territorio si faceva più adatto alle colture.
Gli abitanti di queste terre si chiamavano ottentotti ma certo è inutile descriverveli perché ne saprete quasi più di me.
Devo però ricordarvi che all'interno l'uomo è diverso da quello che vive sulle coste, sia per l'aspetto fisico che mentale.
Mangiavamo la selvaggina che il fato ci faceva incontrare. La notte un recinto ci permetteva di ripararci dalle bestie feroci.
Un giorno sentimmo provenire dai monti il verso di leoni inferociti che, a causa della roccia che ci circondava, rimbombava come un eco. Sembrava che fossero pronte per assalirci. Continuammo il viaggio piano piano, con calma e senza allontanarci per paura di non ritrovare la carovana. Ci fermammo per la notte, preparando una trincea in cui rifugiarci.
Appena stavamo per addormentarci sentimmo di nuovo il ruggito dei leoni che si avvicinava sempre più. Anche i nostri animali cominciavano a dimostrare chiaramente la loro paura. Non mi scoraggiai: ordinai a tutti di tenere vicine le armi e di non fare nulla senza prima aver sentito il mio parere.
Presi il catrame che mi ero portato per utilizzarlo in caso di pericolo, lo disposi a cerchio tutt'intorno all'accampamento, vi unii polvere da sparo ed attesi l'arrivo dei leoni. Questi lenti, lenti si avvicinavano facendoci impaurire sempre di più ad ogni
loro passo.
Vicini al catrame si fermarono e lo annusarono giusto in quell'istante feci scoppiare la polvere. Tutto questo trambusto e il botto rumoroso, spaventò i leoni che si ritirarono precipitosamente. Dopo poco si sparpagliarono nella foresta, urlando e bruciacchiandosi. Ordinai subito di inseguire i leoni nella foresta. Potevamo raggiungerli grazie alla luce emanata dai loro volti in fiamme. Prima del mattino li avevamo uccisi tutti, ad uno a uno. Forse le belve feroci di quella zona erano tutte lì, visto che per tutto il viaggio non ne incontrammo più una.
Questa nostra azione dimostra l'importanza dell'ottimismo e della prontezza per risolvere le imprese più difficili. Giunti al deserto ci fermammo per osservare l'ambiente: una immensa distesa di sabbia, non una pianta, non un po' di erba... nulla, intorno a noi non c'era nulla. Solo piccoli granelli di sabbia insieme a gemme che scintillavano come oro, noi quasi non ci accorgemmo di tutto ciò, dato che comunque avremmo dovuto aspettare un po' prima di tornare in patria. Ciò che invece ci balzò subito agli occhi, fu del fumo che si notava salire dall'orizzonte.
Utilizzai nuovamente il mio telescopio che mi permise di capire di cosa si trattasse: un vortice di sabbia. Feci costruire intorno a noi dal mio seguito un muro molto robusto al di sopra del quale feci mettere delle liste di legno in posizione tale da formare un tetto. Appena finito tale lavoro, si avvicinarono a noi e per tre giorni continuarono violenti. Ci seppellirono completamente all'interno del nostro riparo. Preoccupati dal calore e della mancanza di ossigeno, iniziammo a scavarci un solco verso la luce. Fummo più che veloci. Avevamo intuito dal rumore ormai inesistente, che il tutto era finito e ci aprimmo il varco.
Non si distingueva più nulla: tutto era coperto di sabbia, onde come quelle marine, ma questa volta di polvere, ci avevano circondato. Liberammo la nostra carovana dalla sabbia che l'aveva sotterrata e ripartimmo. Ormai ci eravamo riusciti ed adottammo quella tattica ogni volta che, durante il viaggio incontravamo una bufera. Il sole ci cuoceva la pelle: quindicimila chilometri senza mai vedere pioggia, uno stagno, solo deserto. Avevamo quasi perso ogni speranza quando vedemmo in lontananza delle montagne verdi, segno di vegetazione e quindi selvaggina. Niente ci avrebbe reso più felici: rocce, fiori diversi, palme altissime, frutti di ogni genere, pecore, bufali e daini che tranquillamente mangiavano l'erba rigogliosa e sui numerosi alberi molti volatili che cinguettavano allegramente.


CAPITOLO VI


opo aver superato queste montagne deliziose, entrammo in una vallata splendida dove vi era molta gente divertita ad un banchetto; i vitelli erano ancora vivi, venivano tagliati da lame enormi ed i loro muggiti erano come musica per le orecchie dei commensali. Ciò che era piuttosto strano e poco civile ed era reso ancora più disumano dalla cava calda come quella descritta da Cook nei suoi memoriali. I festeggianti ne bevvero a bizzeffe. Pensai che ciò non fosse giusto e che dovevo prima o poi fare capire a quella gente di come fosse poco umano mangiare carne viva condita con cava; capii però che tutto sarebbe stato in un futuro assai prossimo. Dopo qualche giorno di riposo, ci dirigemmo verso la capitale. Le notizie si divulgano facilmente di bocca in bocca tanto che in qualsiasi luogo ci fermavamo, sentivamo la gente parlare della stranezza del nostro cocchio.
I tori, i grilli, i palloni, la Sfinge e il tutto era piuttosto singolare e poco terreno; i nostri fucili con i loro botti poi stupivano e nello stesso tempo spaventavano buona parte dei popoli di quelle terre. Arrivati alla capitale dell'impero incontrammo l'Imperatore in persona con i suoi cortigiani e il suo lusso sfarzoso. Egli era in groppa ad un dromedario mentre il seguito, per riverenza, andava a piedi.
Il grande capo, se così si può chiamare, aveva la carnagione bianchissima ed era il più alto di tutti, un metro e trenta. Davanti a lui un gruppo di suonatori, come vuole il costume del luogo. Si fermarono a cinquanta metri da noi, ci salutarono con una musica militare e con numerosi botti provenienti dai loro fucili. Ricambiammo e ci fermammo. Scesi dalla carovana e con due uomini andai verso il sovrano. Per contro,l'Imperatore smontò dal quadrupede e si avvicinò a me. Iniziò a parlare: Sono contento di accogliervi e di conoscere un avventuriero così famoso. Siate pur sicuri che, finché sarete nel mio impero, ciò che desiderate sarà vostro." Lo ringraziai soddisfatto e dimostrai la mia felicità per aver conosciuto un popolo così civile nell'entroterra. Dimostrai inoltre la mia propensione nello spiegare a tale popolo le scienze e le arti europee.
La loro lingua somigliava molto a quella lunare, capii perciò che la loro origine non doveva essere terrestre e soprattutto molto remota. Portai a casa un reperto archeologico in cui vi era una loro scritta e lo feci analizzare. Colui che lo esaminò mi promise di parlare nel suo prossimo testo del collegamento fra la vita e le origini della Luna e della Terra con gli Sciti.
Questi non erano abitanti russi ma dell'Africa centrale e ciò ve lo posso dimostrare io senza ombra di dubbio. Ad esempio sregnah dna skoohtop significa gli Sciti sono esseri celesti": - sreghan, che vuol dire sciti è costituita da sreg o sre da cui nasce la parola sire  o sir; - dna, ossia cielo o appartenente alla Luna", deriva da duna che nell'antichità era la dea della Luna, appunto; - skoohtop significa inizio", origine" formato da skoo che in linguaggio lunare vuol dire punto  e top o toppas vegetazione". Questa frase è incisa su una piramide vicino alla fonte del Niger.
C'è ancora oggi e chi non ci crede può sempre farci una visitina! Sua Altezza mi guidò fino alla reggia dove tutti ci lodarono per le nostre imprese. Dopo questo giorno, non fece alcuna spedizione, senza aver sentito prima il nostro parere, perché considerava questo come assoluta verità, rivolgendosi a noi come ad esseri sovrumani. Inoltre era entusiasta di ciò che io gli raccontavo dello sviluppo del nostro continente.

Pensai anche al modo di riformare il suo governo sulla copia di quello inglese, con un parlamento e diversi strati di nobiltà.
Egli era l'ultimo della sua stirpe e prima di morire lasciò in eredità tutto il suo impero a me con la dovuta approvazione di tutti.
La nobiltà del luogo mi costrinse ad accettare la corona. Io accolsi l'offerta solo dopo aver consultato Gog e Magog e solo come Viceré di Sua Maestà Britannica.
A questo punto potei finalmente tentare di vietare l'uso di alimentarsi di carne viva affiancata dalla cava. Ciò però non mi riuscì perché suscitò la diffidenza di tutti, perché io tentai di portare, come straniero, un'innovazione nel loro paese. D'altro canto la mia coscienza non era tranquilla per loro che erano capaci di simili stranezze disumane.
Cercai di abituarli al nostro cibo con l'intento di far loro preferire la carne cotta a quella cruda. Ma ogni tentativo fallì tanto che mancò poco perché scoppiasse una rivolta contro di noi britannici. Si riunirono e complottarono contro di me che ero visto come colonizzatore sfruttatore e che volesse togliergli le loro abitudini.
Così pensai di smetterla con la diplomazia e vietai chiaramente per nove giorni di mangiare carne cruda e di bere cava, promettendo dure punizioni a chi l'avesse fatto. Per lo meno nelle regioni di Angelinar e Paphagalha.
Tutto questo causò il malcontento generale nei miei confronti e nei riguardi del governo inglese. Ovunque il mio nome era insultato e schernito. Non sapendo come comportarmi, chiesi aiuto a Hilaro Frosticos, sperando che almeno lui potesse aiutarmi, visto che gli altri fino ad allora mi avevano consigliato male: però ero io a prendere gli insulti! Egli ponderò la situazione e cominciò: Non si può costringere un paese a perdere le proprie abitudini.
Non possiamo insegnare loro a mangiare torte, carne arrostita, zucchero e a bere vino. Essi non possono e non vogliono gustare tali dolcezze. Se anche un giorno lo capissero, non potranno accettarlo perché noi abbiamo voluto imporlo.
Non ci vogliono né forza né divieti. lo proporrei di far portare dal nostro continente un grosso quantitativo di caramelle e di distribuirlo fra di loro: così forse capiranno.... Fallito ogni altro tentativo, il consiglio fu costretto ad accettare. Io capii perfettamente il mio caro amico e sapevo che mi avrebbe dato il consiglio migliore per noi e per quei popoli, portandoli verso la felicità.
Così ordinai a quattro uomini di andare al Capo di Buona Speranza. Avevo dato loro ordine di inviare a persone inglesi importanti delle lettere, con le quali chiedevo un grosso quantitativo di dolci. Intanto che aspettavamo, lo scontento aumentava sempre più. Mi insultavano e criticavano qualsiasi decisione, anche se positiva, che io prendessi.
Non riuscivo ad accettarlo ed un giorno, durante un'assemblea con i sudditi, gli spiegai il mio dispiacere e la mia tristezza per aver provocato in loro così tanto malumore, e gli assicurai che ciò che io veramente volevo era la prosperità del paese e la loro felicità.
Frosticos non approvava il mio discorso, ma io, esaltato dai miei sentimenti sinceri, non me ne accorsi nemmeno e continuai a parlare. Continuai, continuai, continuai finché non vidi più nulla, parlavo come se fossi solo, rinchiuso in un'ampolla di vetro, velocemente, senza fermarmi. D'un tratto qualcuno mi svegliò da quell'incanto: Pssst! Pssst! Era il mio amico che mi voleva comunicare l'arrivo al Capo di tre navi cariche di caramelle.
Dopo un attimo aggiunse: Non perdere tempo, vai a farle ritirare e distribuiscile a tutti in questo luogo."


CAPITOLO VII


Mentre aspettavo l'arrivo del carico, feci pubblicare sulla Gazzetta del Regno" questo proclama, che venne riportato su tutti i giornali: Quale Imperatore di queste terre, io Barone di Münchhausen vieto al pubblico ufficiale incaricato di rifornire e conservare le caramelle arrivate dalL'Europa a tutti i granai dell'impero, di cedere o barattare parte di questo materiale.
La decisione da me presa è a favore del popolo, dimostratosi pubblicamente avverso al cibo europeo. Prometto perciò pene severissime a coloro che non osserveranno tale ordinanza.
Münchhausen Dal Castello di Gristanska addì, triskill mese Grinskisch anno Mulikasra - navos - kasnavildash". Questo incuriosì molto tutti quanti: Chissà cosa sono queste... come si chiamano... caramelle, sì, caramelle?, chiese Lady Mooscilgarustl a Darnarlagant uomo di governo.
Caramelle, quali caramelle? rispose.
Voglio dire" spiegò la signora quelle che sono state immagazzinate nei granai dell'impero e di cui l'Imperatore ne ha vietata la distribuzione, minacciando chiunque lo facesse con pene severe." Allora anche Sua Eccellenza Darnarlagant chiese informazioni. Perché sarebbe proibito venderle? Chissà cosa sono!, e barcamenandosi a destra e a sinistra chiese a tutti i presenti se sapessero cosa fossero queste cose europee. Non si sentiva parlare d'altro in tutto l'impero: in ogni angolo, in ogni momento sempre nei salotti si parlava di caramelle. Anche di notte le dame sognavano solo caramelle, caramelle e caramelle.
Giuro che darei qualsiasi cosa pur di sapere cosa sono, disse Kitti un mattino, mentre si stava alzando dal letto. La signorina Killnariska, lì presente disse: Pensa che io le ho pure sognate: il mio fidanzato continuava a baciarmi ed a dichiararmi il suo amore quando di scatto mi alzai gridando che se non mi avesse portato qualche caramella da vedere, non avrei mai più voluto vederlo.
Egli innamorato, nel sogno, mi giurava di portarmele subito anche se sarebbe stato necessario lottare e rischiare la vita. Anche gli uomini di stato non parlavano d'altro: bimbi, donne, uomini, giovani e vecchi, tutti discutevano sempre e solo di caramelle. Tutti però capivano, o pensarono di capire, che le caramelle dovessero essere una cosa molto importante se il governo aveva dato severi ordini in proposito.
Da tutte le parti dell'impero arrivarono richieste e addirittura preghiere per conoscere tale misterioso prodotto. Il popolo si organizzò in modo tale da spingere il parlamento a presentarmi una mozione in cui mi si chiedeva di analizzare la questione e di trovare una soluzione perché altrimenti le masse si sarebbero rivoltate. Naturalmente, stetti al mio gioco e non risposi.
Ormai era l'argomento più importante: non si ricordavano nemmeno più di schernire il governo.
Invece di fare le leggi,l'assemblea generale, discuteva continuamente sulle caramelle dimenticandosi di fare il bene del popolo.
Il Presidente a volte tentava di richiamare tutti al loro lavoro ma più urlava più i presenti si infastidivano.
Dopo tutti questi momenti di tensione, arrivò il momento tanto desiderato: la rivolta del popolo che aprì tutte le porte dei granai, distribuendo caramelle a tutti. Non so per quale motivo, forse per l'attesa assillante, tutti gustarono le caramelle e ne rimasero soddisfatti. Capii che era bene far portare dall'Inghilterra un'altra grossa quantità di tale bene prezioso.
Ne arrivò una partita più consistente che io distribuii a tutto il popolo. Questo tornò a rispettarmi e da allora in poi appoggiò con fervore il mio governo senza mai cessare di ammirarlo.


CAPITOLO VIII


Il mio caro amico di corte, sempre presente, mi diede un altro utile consiglio: Bisogna approfittare di questo momento in cui tutti sono particolarmente felici del vostro operato, Barone.
Dovrebbe spingere il popolo a farsi aiutare in qualunque impresa volesse intraprendere, perché una massa così numerosa può certo aiutarvi., Infatti, così feci.
Colsi al volo il consiglio datomi e feci iniziare la costruzione di un enorme fabbricato, così sfarzoso come mai se ne videro al mondo. Per stimolare il popolo in tale lavoro, diedi loro abbondante scorta di caramelle e cava; riuscii perfettamente nell'intento: tutti sgobbarono come muli.
La costruzione terminò presto e né la torre di Babilonia alta undici chilometri, né la Muraglia Cinese, potevano reggere al confronto. Era di una grandezza paurosa, niente era mai stato costruito più alto e più comodo da salire. Infatti fu edificato in modo tale che chiunque potesse accedervi.
Aveva la base nel centro Africa e la parte culminante si chinava nel cuore della Gran Bretagna, quasi fosse un arcobaleno.
Era come un grandissimo ponte che riusciva a superare la bravura di Christophen Wren - il più famoso architetto del mio paese. La costruzione fu piuttosto complicata, perché, l'altezza mostruosa degli archi del palazzo, li spingeva così lontano dalla crosta terrestre che la forza di gravità diminuiva notevolmente, tanto che molte pietre sembravano cadere verso la Luna e altre verso la terra. Dovevo cercare di aumentare la potenza della forza di gravità, per evitare che la Luna si riempisse di pietre terrestri. Questa volta non mi feci consigliare da nessuno: utilizzai diversi crani di idioti e li fissai, anzi li feci fissare, dai miei architetti, nella parte interna dell'arco in modo che la volta venisse attirata verso il centro della terra, poiché tali teste hanno l'abitudine di tendere verso il basso.
Finita la costruzione feci scrivere nel punto più alto dell'arco una scritta con lettere enormi e luminose, in modo che tutte le navi indirizzate verso le Indie, potessero chiaramente distinguerle come fossero il celebre motto di Costantino. Finché questa costr zione simbolo della pace rimarrà dov'è ora, tutti gli uomini saranno contenti.
Nulla potrà distruggere l'unione della terra;l'unica cosa sarebbe se la Luna, uscendo dal suo normale cammino, attirasse a sé i crani degli idioti, cosicché tutto verrebbe sollevato e distrutto. Questo lavoro fu molto utile sia per il trasporto
merci che come mezzo di comunicazione postale: carovane e diligenze continuavano a transitare fra i due imperi.
Mi resi conto di aver fatto molto per quel paese e capii che ormai era diventato civile"; così chiesi le dimissioni anche perché avevo sentito dire che in Inghilterra era in ballo un complotto contro di me.
Ricevetti l'ordine di rientrare e mi preparai per la partenza assieme al seguito che mi aveva condotto lì.
Ci avvicinammo al ponte che era affiancato da alberi illuminati ed ornati da ghirlande e fiori.
Ora il viaggio sarebbe stato più semplice con il ponte da noi costruito: raggiungemmo il culmine, la parte più alta dell'arco.
Il panorama era splendido:l'Africa arsa dal sole era appunto color bruciato, la Spagna gialla, la Francia color paglia con macchie di verde e l'Inghilterra tutta di questo colore perché ricca di rigogliosa vegetazione.
Il mar Baltico si insinuava tra queste terre e sembrava mostrare che una volta la Svezia era unita alla Danimarca e quindi che il golfo Finlandese non fosse alle origini esistito, finché i due territori non si separarono. Ammiravo queste bellezze quando vidi venire verso di noi un uomo corazzato con una lancia ed in groppa ad un cavallo. Era lontano ma con il mio, ormai noto, telescopio potei vedere che si trattava di Don Chisciotte. Da ciò pensai che mi sarei divertito molto.


CAPITOLO IX


Don Chisciotte era in groppa al suo poderoso cavallo. Chi sei?" chiese aggressivamente. Dimmi chi sei o con questo mio braccio ucciderò ogni membro del tuo seguito al suono della mia tromba! La Sfinge improvvisamente si fermò, stupita di udire un linguaggio tanto inusuale. Si ritirò in se stessa come fa una lumaca mentre gli altri animali si agitavano. I tori si inferocirono e iniziarono a mugghiare mentre i grilli urlavano grida di guerra.
Gog e Magog avanzavano, uno dei due armato di una palla di ferro con delle punte e collegata ad un lungo bastone per mezzo di una corda lunga cinquanta centimetri.
Egli proseguì verso Don Chisciotte disposto a difendersi con quell'arma e gli disse: Tu, incosciente, come osi tagliare la strada e fermare il cammino di Münchhausen? Ti ucciderò immediatamente con quest'arma implacabile!

Don Chisciotte ascoltò tutt'altro che inerte quelle parole: il Cavaliere della Mancia rispose subito: Tu, invece che porti quelle streghe e quelle cavallette, che difendi quelle chimere. Attento, mostro gigantesco e arrogante! Ricorda che sotto codesto cielo azzurro farò trionfare sempre la verità, la fede e il valore!

Sarebbe stato sicuramente in grado di compiere ciò che disse ma, mentre si accingeva ad impugnare la sua spada luccicante, qualcuno mise uno spinoso ramo di ginestra sotto la coda di Ronzinante ostacolando così il verificarsi di quel prodigio.
Così, quel cavallo iniziò a scalciare più che poteva finché non cadde al suolo disarcionando il suo cavaliere. Don Chisciotte si ritrovò per terra ad emettere continui gemiti e a recitare la preghiera dei moribondi. Nei suoi lamenti nominava e chiedeva aiuto alla bella Dulcinea Del Toboso ma le sue parole erano difficilmente udibili perché d'un tratto uscirono diecimila rane dagli elmi di Gog e Magog.
Aggredirono da ogni lato Don Chisciotte gracidando pazzescamente forte e coprendo le sue invocazioni con le loro. É inutile dire che chi ebbe la peggio in quella lotta fu il Cavaliere della Mancia che si trovò nell'impossibilità di combattere poiché la sua arma non aveva la potenza delle nostre rane. Si ritrovò con l'armatura sporca e coperta di uova di rana. Allora urlò: Andatevene via da questo luogo! Siete dei demoni, perché solo i demoni possono sconfiggermi con una lotta tanto infame.
Miscredenti! Che guerra folle è mai questa? Mia bella Dulcinea, ascolta le parole di un'anima travagliata e coperta da queste rane! Gracidano solo perché qualcuno fece come il fedele amico di Re Artù, Mago Merlino, che bagnò la sua bacchetta nei raggi della Luna. Maledette rane, comandate da una forza suprema e che mi assaltano, umiliando un cavaliere come me, difensore di donne ricche e famose, dai lineamenti dolci e belli e ferite da un 'offesa.
Peccato che col decadere della cavalleria sia caduta anche la storia dell'Europa!, Ecco un corteo di gente bizzarra che indossava antiche armature, reggeva bandiere, pennoni e gonfaloni di tutti i colori tra cui il rosso, l'oro e il porpora; avevano sul capo degli elmi fantasiosi e in mano ciambelle di pan di zenzero cosparse di polvere d'oro.
Questa originale sfilata era capeggiata dal Sindaco di Londra, Lord Whittington, che ordinò al suo seguito di lanciare nel cielo le ciambelle, le pizze, i biscotti e i maritozzi che si scontrarono nel cielo tra loro facendo un allegro gran baccano.
Ad ascoltarlo sembrava lo scrosciare della pioggia in un gran nubifragio oppure il rumore che fanno i chicchi di grano sotto la ruota di un mulino.
Tutti fecero silenzio, anche le rane che fino a quel momento avevano fatto tanto chiasso soffocando i lamenti di Don Chisciotte e tutti ascoltarono Lord Whittington: Sia che voi siate diavoli degli inferi, chimere o rane, tacete e ascoltate ciò che il mio araldo legge sulla pace. Araldo, leggi L'ordine di scioglimento ad alta voce così che tutti sentano." Le rane spaventate e ferme cantarono un coro mesto e lugubre mentre Whittington taceva. Gog e Magog impugnavano delle mazze che avevano delle vesciche agli estremi di una cordicella. Le fecero rimbalzare sulle teste delle persone del seguito.
Poi con voce sommessa riprese a parlare Lord Whittington in modo dispiaciuto: Gog e Magog! Come potete odiare e combattere il vostro capo? Come potete usare le vostre armi contro di me e il mio seguito? Sono io che do gli ordini e a parte ciò vi tratto sempre come fratelli, amici, figli miei. Quindi non osate rivoltarvi alla mia autorità e non comportatevi più come traditori. Tornate tra le file dei vostri compagni alleati. Dovreste essermi riconoscenti, invece, per avervi riempito sempre fino all'orlo le bisacce. Non ricordate quando vivevate solo mangiando e dormendo in attesa di crescere e raggiungere le vostre proporzioni ? Pensate invece a ciò che Münchhausen vi può offrire: lavoro da schiavi, trasportati dalle onde del mare, galleggiando da Algeri a Tripoli. Ecco cosa sarebbe il vostro lavoro con Münchhausen.
Riflettete, è un uomo che non è mai soddisfatto del vostro lavoro; smentitemi se non è vero che ultimamente non si è accontentato dei viaggi sulla Terra. Non è forse vero che si è recato anche nei pianeti celesti, sugli arcobaleni, o su dei ponti altissimi? Che motivo avrebbe mai di recarsi in quei luoghi se non quello di farvi lavorare inutilmente in modo massacrante? Non capisco come possa essere sufficiente ricompensarvi con delle caramelle per i vostri servigi e le vostre fatiche oppure dandovi solo il ricordo di aver partecipato a guerre e imprese faticose. Per me restate sempre due buone e sagge creature e sono pronto ad accogliervi nuovamente e con affetto, dimenticando ogni rancore. Non esitate, dunque, tornate!"

Si alzò, ritto in piedi con dignità in modo solenne. Gog e Magog si convinsero e smisero di lottare. Per dimostrare le loro intenzioni di rappacificarsi presero le mazze con le vesciche e le misero sotto il piede sinistro. Poi attesero un segnale e insieme pestarono con violenza l'arma sotto il piede provocando a causa delle vesciche, un tuono talmente potente che rimbombò a lungo nelle orecchie di ogni presente.
Don Chisciotte non attese a lungo: salì subito in groppa al suo destriero, impugnò la sua lancia e si scagliò spronato sulla fila di tori. In quel torneo morì anche Grillitilgrill, il grillo più bravo di ogni altro nel cantare e comporre le canzoni più allegre.
Eri fra le corna di Mowmowsky quando la lancia spietata del Cavaliere della Mancia trafisse il tuo generoso e palpitante cuore; spirasti l'ultimo respiro nel vuoto, cullato dal vento, mio piccolo Grillitilgrill. Nel frattempo con la bacchetta magica Whittington si muoveva fra le armature, al suo fianco Gog e Magog.
La testa delle rane fu toccata dalla bacchetta magica e da rane silenziose si trasformarono in rane gracidanti e felici che si serrarono e avanzarono compatte verso i miei uomini.
Appena la Sfinge capì che Gog, Magog e Don Chisciotte le erano nemici, vedendo tutto quel caos, si alzò furiosamente e rovesciò il legno, i palloni e ogni cosa.
Vedendo la sua mole gigantesca non la si potrebbe mai giudicare per quello che è, un essere vile e pauroso. Ne derivò una confusione incredibile, i rumori erano fortissimi e strani e li si potè sentire sia in Terra che, addirittura, in cielo. Anche i tori non riuscivano a stare calmi. Vennero ben presto attaccati dal Gattomammone, un animale che Lord Whittington teneva nel suo manto d'ermellino e che in quel momento estrasse da una tasca. Quel felino gli sgusciò dalle mani più veloce del lampo urlando a squarciagola; investì i tori di cui parecchi restarono senza occhi, che vennero successivamente trangugiati dal Gattomammone. Aveva gli occhi limpidi e lucidi come un tizzone infuocato.
Mowmowsky incurvò il groppone e mugghiando più che poté cercò di evitare il felino e con le sue corna si lanciò a casaccio su chiunque. La lotta diventava sempre più frenetica e furiosa; fu eccitata anche da Whittington che pronunciò parole di sprono per i suoi alleati. La sua bacchetta sfiorò i tori che malgrado i loro sforzi restavano inermi e privi di ogni energia al suolo. Soltanto io riuscii ad impedire la morte di tutto e di tutti in quella battaglia. Sembravo Nettuno ritto in quell'oceano di odio e sangue mentre dominavo quanto restava del mio seguito distrutto. Eppure mi sentivo sereno come un guerriero che non ha ancora finito la sua guerra e che vede ancora la possibilità di vincere. In realtà stavo perdendo...
Ma ecco che si aprirono di colpo i bauli della mia carrozza che sparsero tutt'attorno una valanga di caramelle. I miei uomini si gettarono su quelle delizie e le divorarono come fanno i polli che mangiano avidamente le briciole di pane che la vecchia Caterina getta loro.


CAPITOLO X


Tornai in Inghilterra dove venni accolto calorosamente e con un affetto incredibile. Ci furono diverse feste in mio onore e ebbe diversi modi per rappresentarmi la sua gioia quella città luminosissima. Ciò che più apprezzai furono l'oratorio musicale e il canto di trionfo.
La Torre di Windsor fu trasformata in tamburo da Gog e Magog che vennero obbligati a tendere una pelle d'elefante sul tetto della Torre fermandola e tendendola dall'uno all'altro parapetto. In quel modo sembrava davvero un tamburo enorme che al posto della cartapecora aveva una pelle d'elefante. Pensate che in patria trovai il Colosso di Rodi. Vi i si era recato per me, mi salutò e sí felicitò con me per le splendide imprese che aveva sentito racconi tare sul mio conto. Costruì uno strumento gigantesco simile all'arpa, utilizzando Guildhall e l'abbazia di Westminster. Le alzò dal suolo e ne appoggiò a terra il tetto. Nelle fondamenta tese dei fili di rame che, se pizzicati, suonavano soavemente come delle vere e proprie arpe.
La forza del Colosso era indicibile. Sollevò la cattedrale di San Paolo con il minimo sforzo paragonabile al sollevamento di un bicchiere di vino. Prese la cupola fra le mani e ne addentò la parte superiore strappandola dal resto.
Poi appoggiò le labbra al grosso foro e soffiandoci dentro la suonò come se fosse una tromba: parapparaparappaaaa...
Mentre godevo quel concerto passeggiavo con Lady Fragrantia nel parco. Era vestita delicatamente ed era molto graziosa con la sua chemise à la reine. Intavolammo una buona conversazione durante la quale non persi tempo nel percorrerla con lo sguardo.
Vorrei somigliare sempre più a una rosa", disse milady, e per farlo vorrei bagnare tutto il mio corpo con la rugiada delicata e leggerissima del mattino! Poi me ne andrei alle terme di Spa per averne il colore." Così berrete anche alla sorgente di Poutton." Oh, certo, quelle acque sono deliziose e hanno un lieve squisito sapore che è un piacere berle. E i loro effetti benefici si sentono nel corpo e nello spirito: ci si sente felici e buoni dopo averle bevute. Coloro che le bevono sono degli esseri unici al mondo come i fiori non ancora dischiusi sul ramo di un pesco che placano la loro sete con l'acqua di un
nubifragio.Avete mai visitato le cascate del Niagara?" Quel modo bizzarro di associare più idee mi stupì.
Sì, mia cara. Ricordo che scesi e poi risalii le cateratte a nuoto. Non fu molto faticoso, mi sembrava quasi di danzare con voi un bel minuetto!, In quello, Lady Fragrantia fece cadere il mazzo di fiori che aveva in mano. Lo raccolsi e glielo diedi.
Ci sono pochi tipi di questi gigli. Sicuramente avrei preferito puntarmi al petto dei boccioli di rosa, come una quindicenne.
Ma bisogna avere gusto per sapere scegliere i fiori adatti alle occasioni. E per me che ho venticinque anni credo sia meglio un giglio come questo, adulto, fiorito al punto di attendere la mano di qualcuno per venire strappato. Come in questo caso, Lady Fragrantia appoggiò dolcemente una mano languida sulla mia spalla e, alludendo al concerto disse: Sinceramente, li trovo dei suoni vuoti e senza significato che non mi rappresentano nulla. Preferisco le canzoni delle regioni del nord dell'Inghilterra, quelle dolci melodie piene di sentimento come La mia Mary mi ha lasciato, oppure quelle cantate nelle Ebridi. Mi piaceva ascoltarla, dalle sue labbra non sgorgavano parole ma nettare e ambrosia, il cibo degli dei ed ero rapito dalla sua incantevole voce.

 

CAPITOLO XI


Le liti fra Gog e Magog, la Sfinge, Hilaro Frosticos, Whittington e gli altri erano degenerate e avevano provocato ulteriori controversie. Gli avvocati del regno, poi, complicarono i loro rapporti ancora di più coinvolgendo in quel calderone tutta la nazione. Naturalmente, era facile prevedere che questa si fosse successivamente divisa in due parti dai pareri discordi.
E come succede di frequente, così accadde. Il Colosso di Rodi passò a spalleggiare la Sfinge e si decise di risolvere la questione al Gran Consiglio. Esso si riunì in un grande salone a forma d'anfiteatro e tutti si sedevano attorno a semicerchio.
Era un'assemblea piuttosto sfarzosa: al centro erano sedute cento matrone vestite con abiti di velluto azzurro cielo e al collo portavano gioielli di brillanti e di pietre preziose.
Tutte portavano gli stessi abiti, tutte avevano lo stesso sguardo grave, dignitoso e sul naso avevano gli occhiali. Salomone era nulla in confronto ai cento saggi giudici situati di fronte alle matrone, con le parrucche di riccioli che scendevano sui loro fianchi fino al suolo.
AI centro della sala c'era un baldacchino sul quale mi sedetti io poiché il popolo intero mi aveva eletto presidente della corte. Ogni giudice aveva un tavolino formato da un enorme foglio di carta su cui essi potevano scrivere delle annotazioni.
Ma il più delle volte essi si limitavano a scarabocchiarci sopra poiché quello strano gigantesco foglio era stato appositamente istituito per i giudici ciechi in modo da non escluderli. Tutti i magistrati potevano scrivere con diverse penne poste sul loro tavolo con un grosso calamaio che conteneva fino a cinque litri di inchiostro.
Se i giudici non vedenti avessero cercato di scrivere qualcosa sul foglio si sarebbero sporcati e imbrattati di inchiostro. Infatti, oltre ad essere obbligati a porre le penne inchiostrate negli asciugatoi e dopo aver scritto, avrebbero certamente provato a versare la sabbia sul foglio per asciugare la scrittura solo che, anziché versare la sabbia, avrebbero rovesciato due o tre litri d'inchiostro sporcandosi le dita, poi le mani e poi, se si fossero toccati il volto quando per pensare meglio avrebbero appoggiato una guancia al palmo di una mano si sarebbero imbrattati ben bene.
Mi accorsi che le matrone avevano la bocca cucita perché quello era l'unico mezzo sufficiente per impedire loro di parlare in continuazione durante l'udienza. Potevano comunque comunicare tra di loro usando altri mezzi meno rumorosi. Avevano tre jo-jo a testa di cui uno legato all'estremità del filo con cui erano cucite le loro labbra, e gli altri due uno per mano. Se volevano esprimere il loro disappunto oppure una negazione, lanciavano e riprendevano gli jo-jo che tenevano in mano al contrario, per dimostrare il proprio accordo, muovevano il capo srotolando e riavvolgendo lo jo-jo collegato al filo della bocca.
Quel processo durava già da parecchio e io decisi di chiedere tramite un messaggero, al mio amico prete Giovanni di mandarmi uno dei volatili selvaggi che vivono al suo paese e che gli indigeni chiamano Baubau o Wuwau. Egli mi inviò immediatamente l'uccello facendolo passare con un pallone sul ponte che vi ho già raccontato facendomi pervenire un uccello direttamente dal cuore dell'Africa. Il pallone era gigantesco e andava dall'uno all'altro parapetto del ponte. Fu messo sul ponte, gli si attaccarono due grandi ali per farlo volare più rapidamente e sotto misero una navetta che trasportava delle persone addette alla cura del Baubau e alla manovra dell'apparecchio. Impiegò poco tempo per raggiungere l'Inghilterra e quando arrivò non perse tempo raggiungendo immediatamente la sala in cui si trovava il Consiglio. Entrò dalla finestra e piombò sul baldacchino che occupavo al centro del salone. Tutti meravigliati sgranarono gli occhi vedendo un uccello simile in quel luogo. Il Baubau iniziò ad urlare in modo stridulo, attirando l'attenzione dei presenti. Pareva un oracolo a cui si pongono delle domande e siccome era fondamentale per l'andamento del processo avere alcune informazioni da quello strano uccello si decise di ottenerle da esso direttamente.
I giudici e le matrone volevano sapere se la Luna era fatta davvero di formaggio verde. Era un animale molto strano, sembrava un cigno ma aveva un collo più corto. Lo muoveva sinuosamente con superbia e consapevolezza di essere al centro dell'attenzione come una famosa star.
Purtroppo faceva troppa confusione, si agitava, brontolava e in quelle condizioni non sarebbe stato possibile proseguire il processo. Tutti furono concordi nel credere opportuno di catturarlo per poterlo interrogare solo nel momento in cui la sua presenza si fosse resa indispensabile.
Quando tutti si alzarono per acchiapparlo l'aula si trasformò in un luogo caotico: i giudici correvano agitando le penne d'oca e sbattendo da tutte le parti le loro enormi parrucche mentre le matrone lanciavano nervosamente dappertutto i loro jo-jo.
Tutto ciò portò una gran paura nel cuore del Baubau che evidentemente preferì abbandonarci per volare via gracchiando rumorosamente. Tutti lo rincorsero rispettando comunque un ordine ben preciso: per prima la banda musicale seguita da me, Gog e Magog, Sfinge, Hilaro Frosticos, la regina Mab con il suo cocchio, i tori, i grilli e tutti gli altri.
Il Baubau smise di volare, toccò il suolo ma era ancora spaventato e preferì come fanno gli struzzi emettere suoni acuti e striduli al capo di quell'enorme corteo.
Durante la corsa a volte si accelerava il passo poiché i giudici e le matrone, convinte in certi attimi di poterlo acciuffare, aumentavano la loro andatura. Il furbo uccellaccio però la scampava sempre spiegando le ali e spiccando il volo. Così ci si ritrovava in ogni caso a rincorrerlo per lunghi tratti finché non riappariva ai nostri occhi. Poi alla nostra vista, scappava di nuovo volando per un lungo tratto. Senza accorgerci avevamo attraversato valli e scavalcato montagne muovendoci sempre diritto avanti a noi. Sulle cime del Plinlimmon eravamo sicuri di riuscire a catturarlo ma lì il Baubau si alzò in cielo fulmineo. Seguimmo da terra il suo volo e lo vedemmo posarsi in Virginia presso il Potomac, anzi esattamente alla foce di questo fiume.
Eravamo ancora in possesso di quelle imbarcazioni di cui siete già a conoscenza e che utilizzavamo nuovamente per poter seguire il Baubau più comodamente. Navigammo lungo le coste dell'Africa e dell'America settentrionale dove incontrammo un'isola bizzarra. Trovammo un'isolotto mobile, un lembo di terra cioè che si spostava nel mare libera da qualsiasi ancoraggio. A volte la si poteva trovare vicino al Polo Nord a volte addirittura ai Tropici. Si muoveva in zone climatiche molto differenti e ciò non permetteva all'isola di avere una vegetazione costante e abbondante. Gli abitanti sia bianchi che negri occupavano dei piccoli villaggi e avevano grosse difficoltà nel fare crescere ad esempio la canna da zucchero. Le condizioni di vita in quel luogo erano, come potete capire, piuttosto precarie e il mio cuore non resisteva alla vista di quei poveretti costretti a passare una vita tanto disgraziata.
Non potevo rifiutare loro un mio aiuto e non potevo nemmeno impedire al mio cervello di partorire una delle mie solite idee. Presi un palo di ferro lunghissimo e lo conficcai con tutte le mie forze al centro dell'isola. La parte inferiore situata in fondo al mare venne saldamente fissata alle rocce del fondo marino in modo che l'isola di San Cristoforo - così si chiamava - non potesse più muoversi diventando famosa nel mondo per la sua stabilità e sicurezza.
Proseguimmo il viaggio ed approdammo negli Stati Uniti d'America.
Là fummo calorosamente accolti dal Presidente che ci diede il suo appoggio per la caccia al Baubau. Volle aiutarci descrivendoci gli aspetti principali dei boschi e delle foreste nordamericane in cui l'uccellaccio profetico doveva essersi nascosto. Chiamò alcune persone che facevano parte di diverse tribù eschimesi e ordinò loro di stare a nostra disposizione.
Li utilizzammo come guide quando ci addentrammo nelle foreste e che ci aiutarono a ritrovare la nostra preda. La scovammo in una palude e faticammo sette camicie prima di riuscire a catturarla. Era una particolarissima battuta di caccia che fece divertire gli indigeni i quali ci stavano dando una mano nell'inseguimento seguendo le nostre precauzioni.
Ci riunimmo in assemblea per cercare una strategia che potesse funzionare ed attuare la cattura di quest'animale tanto desiderato. Il piano d'azione era il seguente: bisognava accerchiarlo sbarrandogli tutte le vie d'uscita possibili e immaginabili.
Fummo tutti d'accordo nell'innalzare una rete metallica attorno alla palude, operazione che sarebbe stata compiuta dai giudici e dalle matrone che poi si sarebbero sistemati in cima alla rete metallica, alta millecinquecento metri, lungo il suo perimetro, simili ai ragni nella loro ragnatela che attendono l'arrivo della preda.
Anche Gog e Magog parteciparono impegnatissimi all'azione. Magog doveva indossare una corazza che viene utilizzata solo in casi di questo tipo e che l'avrebbe trasformato in una sorta di talpa. Aveva un panciotto di metallo, delle gambiere d'acciaio per proteggerlo mentre strisciava al suolo e, fra gli altri elementi della corazza, un elmo appuntito e gli artigli di ferro. Il suo compito era quello di intrufolarsi nel terreno e di scavare un cunicolo sotterraneo utilizzando L'elmo per aprirsi un varco e gli artigli per rompere e spostare la terra.
Sarebbe sbucato in superficie solo quando avesse avuto la certezza di trovarsi esattamente sotto il punto in cui doveva essere il Baubau. Allora sarebbe risalito aprendo un buco nel suolo e avrebbe dovuto afferrarlo di sorpresa per le zampe.
Se l'impresa di Magog fosse fallita, sarebbe pur sempre rimasta quella di Gog. Egli, a bordo di un pallone volante, avrebbe avuto l'opportunità di prendere il Baubau nel caso quest'ultimo avesse preso il volo sfuggendo così a Magog. Scattò l'ora zero e tutti avevano preso i loro posti mentre Magog scavava nel terreno. Il Baubau si sentiva intrappolato e iniziava ad agitarsi. Capì di essere circondato e capì pure che il pericolo doveva provenire anche dal sottosuolo poiché udiva degli strani rumori sotto le sue zampe. Doveva ancora terminare il buco sulla superficie del suolo che il volatile, intuendo l'inghippo, spiccò il volo mandando il fumo il lavoro di Magog. Nel cielo si trovò lo stesso circondato sia dai giudici e dalle matrone che
dall'altissima barriera metallica che avevo fatto erigere. Disorientato, si diresse prima a destra, poi a sinistra e poi continuava a cambiare direzione.
Ad un tratto si alzò nel cielo deciso, proseguendo indisturbato la sua ascesa tra la meraviglia dei presenti, ma in alto trovò Gog e il suo pallone. Gog prese una rete e la lanciò sull'uccello catturandolo facilmente. Il pennuto che non era per niente stupido si agitò tantissimo poi si arrestò ma per poco, quindi si riprese e cominciò a dimenarsi saltando grandi balzi all'interno della rete sbattendo sul pallone.
In quel modo riuscì a conquistare lo scopo di quella sua fuga, la libertà provocando al pallone uno squarcio gigantesco.
Dal buco fuoriuscì tutto il gas infiammabile racchiuso, perdita che tolse potenza al pallone che ora stava precipitando al suolo sempre più velocemente. Questa sua azione fece sbalzare Gog fuori dell'abitacolo: egli mollò la rete e il Baubau potè salutare per sempre la prigionia volando lontano fino a sparire nel cielo.
Non finisce mica qui, ragazzi! Anche se il Baubau era fuggito successe sempre qualcosa. Gog ad esempio non precipitò proprio al suolo: cadde a corpo libero da un'altezza di millecinquecento metri giusto sugli artigli del fratello Magog ferendosi al naso. L'impatto al suolo non sarebbe stato molto violento; si trattava pur sempre di una palude che, con il suo terriccio morbido e fangoso avrebbe attutito il colpo al suolo di Gog. Avrebbe rischiato di perdere la vita e invece perse solo parecchio sangue e nulla più!


CAPITOLO XII


La brigata che stava inseguendo il Baubau con me si era demoralizzata e nessuno nutriva più la speranza di riuscire a catturarlo. Parlai loro con Franchezza e le mie parole riuscirono a confortarli e a ridare loro lo spirito necessario per poter proseguire la caccia. Miei cari amici! Capisco il motivo per cui vi sentiate così depressi, ma non disperatevi. E voi, signori della corte, fatevi coraggio. Ci sono sempre io al vostro fianco, vi guiderò alla ricerca del Baubau e, state certi, riusciremo a trovarlo. La fortuna non vi ha abbandonato. Tentiamo ancora e vedrete che lo cattureremo! Parola di Münchhausen!

Detto questo, ci alzammo armati di nuova forza e spirito pronti ad acciuffare quel mitico animale. Il nostro viaggio si protrasse per lungo tempo ed il percorso includeva zone sconosciute che non erano mai state toccate dal piede umano. Quel viaggio mi diede l'opportunità quindi di fungere sia da cacciatore che da esploratore. Visitammo i deserti, estesissime foreste vergini dell'America situate dall'altra parte del fiume Ohio e altri luoghi ancora.
Le mie esplorazioni avvenivano quando me ne andavo a caccia nelle foreste. Avevo molto tempo a mia disposizione e lo spendevo con dei compagni alla ricerca di selvaggina. Era un modo come un altro di concedersi qualche attimo di svago.
Mi ero allontanato dal gruppo con alcune persone e stavamo gironzolando in un bosco quando all'improvviso vedemmo sbucare attorno a noi dei selvaggi. Ci circondarono e cercarono di catturarci. Purtroppo non avevamo nessuna arma che potessimo utilizzare per difenderci dall'assalto quindi demmo luogo ad una lotta che però fu in breve tempo soffocata.
Ci ritrovammo prigionieri di quegli indigeni che ci legarono e ci condussero in una caverna. Ci lasciarono brutalmente in un angolo di quell'antro ricavato nella roccia e lì restammo mentre loro si misero a pranzare. Le prede catturate che costituivano il loro pranzo non bastarono a sfamarli e, non avendo alcuna intenzione di tornare a caccia, decisero di assaporare alcuni di noi. Presero me e tre dei miei camerati e ci scotennarono. Provai un dolore atroce quando uno di essi, figurando come un macellaio, mi incise il cranio per togliermi i capelli dal capo. Saltavo come un matto per il male lancinante che sentivo e dalla mia bocca uscivano solo urla strazianti. Quei selvaggi avevano già pensato di farci arrosto: prepararono un grande fuoco, ci legarono a quattro pali e si misero a danzare intorno a noi, urlando canzoni di guerra che avrebbero fatto paura anche a un cadavere. Controllavano il nostro punto di cottura, bevendo come delle spugne i liquori ed
i vini che avevano sottratto alla nostra spedizione. Non sapevano però il potere dei nostri alcoolici e, in poco tempo, si ritrovarono a sonnecchiare ubriachi fradici. Ciò non avrebbe potuto aiutarci: con molta fatica riuscii infatti a liberare me e i miei compagni, i quali, un po' bruciacchiati, riuscivano comunque a camminare. Senza i nostri capelli eravamo un po' bruttini e pertanto ci dedicammo alla ricerca delle nostre capigliature. Li trovammo subito dopo e li incollammo sui nostri crani pieni di sangue e di ferite, con un materiale particolare estratto da alberi tipici di quelle terre. Dopo poche ore il tutto era tornato al suo posto normale: avrei sfidato chiunque a togliermi di nuovo i capelli dalla mia testa! Adirati, ovviamente, con quei cannibali ubriachi li uccidemmo con le loro stesse armi e ci dirigemmo quindi verso i nostri compagni.
Essi, vedendoci, rimasero stupiti e felici nello stesso tempo poiché ormai pensavano che fossimo morti. Finiti i festeggiamenti, continuammo il nostro cammino e ci addentrammo sempre più in quei luoghi infernali. Gog e Magog erano avanti a noi e, con la loro forza, abbatterono la folta vegetazione che ostacolava il nostro percorso.
Superammo diverse paludi ed un grande numero di laghi e fiumi, fino a che vedemmo in lontananza un castello strano con intorno un grande fossato. Decidemmo insieme la cosa migliore da farsi: mandammo una delegazione al castellano per chiedergli informazioni e quindi aiuto. La carovana intanto sostò fra le piante della foresta. Temevamo che la presenza di Gog e Magog impaurisse l'abitante del castello data la loro mole e così chiedemmo a loro gentilmente di sdraiarsi sul terreno. I nostri ambasciatori entrarono nel castello e subito dopo il ponte levatoio si richiuse alle loro spalle. Colui che era il portavoce della brigata annunciò: Siamo alla ricerca del Baubau, siamo al servizio del conosciutissimo Barone di Münchhausen e amici di Hilaro Frosticos, di Don Chisciotte e Dick Whittington. Chiediamo aiuto al Signore di questo castello per riuscire nel nostro intento." Un ufficiale del castello rispose prontamente a questa richiesta: Il nostro castellano è onorato di avere nella sua dimora amici di personaggi così illustri e lo sarebbe ancor di più se loro venissero a fargli visita. É sempre felice di dar aiuto ai viandanti, tanto più se si tratta di uomini celebri come quelli da voi citati. " Non potevamo rifiutare quell'invito ed entrammo, perciò, nel castello. Il Signore di quella costruzione fece imbandire la tavola. Ci sedemmo ed egli con noi. Era circondato dai suoi uomini fedeli, i quali però non parlavano ed il loro aspetto non ispirava alcuna fiducia.
Entrarono nella Sala degli Orsi, eretti sulle zampe inferiori, portando dei piatti che lasciarono sulla nostra tavola con estrema delicatezza. Le portate erano piuttosto strane, pistole, proiettili e una grande quantità di polvere da sparo come condimento.
Da bere naturalmente acquavite. Non capimmo come mai tale cibo indigesto ci veniva offerto e chiedemmo spiegazioni al castellano che ci aveva ospitato. Ci informò subito che il suo era un trucco per notare il comportamento dei forestieri che entravano nella sua proprietà. Se avessero accettato tali portate e avessero mangiato il cibo offerto loro, egli avrebbe attaccato i suoi ospiti.  Altrimenti li avrebbe trattati con amicizia e con gentilezza. Si presentò come Nareskin Rowskimowmowsky che, disgustato dalla corte di Pietroburgo, aveva preferito ritirarsi in quel posto desolato. Fui felice di averlo incontrato perché ricordai il mio soggiorno in Russia quando mi rifiutai di sposare l'Imperatrice. Bevve molto e quindi cavalcando animali di legno partimmo cantando come ossessi. Il tutto era molto fantastico: capofila erano parecchi cavalieri del castello muniti di cani da caccia e con a fianco cani preparati proprio per tali imprese; di seguito il nobile castellano, Gog e Magog, Hilaro Frosticos ed io. I nostri cavalli erano velocissimi cosicché in un baleno arrivammo nel Regno delle Teste di Legno. Questo luogo era forse la terra più deserta della Siberia. Nareskin aveva qui una villa estiva in stile gotico, dove portava solitamente i suoi più cari amici. Anche qui vi erano degli orsi enormi che ballavano per noi. Il minuetto fu la danza che ci fece più divertire. A quel punto il mio caro amico pensò bene di rivolgersi al castellano e di fare ciò per cui erano venuti: chiedere aiuto, proponendogli di donarci i suoi orsi che avrebbero potuto aiutarci nella nostra ricerca. Questo irritò molto Nareskin, il quale come nobile non poteva accettare di utilizzare parte del suo seguito per una spedizione così banale.
Adirato, rivolgendosi a Frosticos, aggiunse: Giuro sul sangue di tutti gli orsi del Regno delle Teste di Legno e sull'anima della mia adorata arcibisavola che ti farò tagliare la testa! Tutto questo degenerò quella tranquilla riunione fra amici, trasformandola in una violenta rissa: gli orsi ed i cavalieri contro Gog e Magog, Don Chisciotte, Lord Whittington, i tori e i
grilli, la Sfinge, le matrone, i giudici e Hilaro. lo, d'altro canto, attaccai Nareskin. Sdegnato accolse la mia sfida e si volse contro di me. La sfortuna mi abbracciò e al primo colpo la mia spada si ruppe contro il suo scudo. Quel vigliacco ne approfittò subito e cominciò a colpirmi. Io naturalmente feci di tutto per difendermi con lo scudo. Intanto uno dei suoi orsi, gli venne in aiuto e tentò di colpirmi; io gli ficcai  la mano in gola e con il pezzo di spada che mi era rimasto gli tranciai la
lingua. Lo sollevai per le gambe facendolo girare sopra la mia testa, lo lanciai contro lo stesso Nareskin che rimase stordito.
Lo attaccai ancora, spinsi la testa dell'orso contro quella del castellano. Con un colpo più riuscito degli altri conficcai la sua testa nelle fauci dell'orso.
Quest'ultimo ancora in vita, ma sbalordito al punto da non capire cosa stesse succedendo, chiuse la bocca schiacciando fra i suoi denti la testa del suo  Signore quasi fosse una noce da aprire. Spinsi l'orso lontano ma Nareskin continuò a lamentarsi implorando pietà: non sono una carogna come lui e gli ridetti la vita. I miei uomini, degni del posto che occupavano, stavano per avere la meglio sui cavalieri e generoso come sono ordinai di arrestare la lotta.
Una cosa molto importante ci distrasse: il Baubau volava sopra di noi. Ci spingemmo verso di esso, riuscendoci a fermare solo alla penisola di Camaciatka, attraversando la quale arrivammo a Tahiti. Qui trovai un grande viaggiatore, mio vecchio amico, Ormai, fui felice ed egli pure. Appresi con gioia che aveva fondato grandi scuole domenicali in buona parte delle isole. Era stato in Inghilterra con il navigatore Cook e gli chiesi di questo suo viaggio. 0h, quei crudeli inglesi" esclamò con un tocco di rimpianto mi fecero conoscere il lusso e le bellezze di corte solo per il piacere di vedere la mia tristezza nel momento in cui me le avessero tolte". Ormai, da mio vecchio amico quale era, decise di unirsi a noi.
Lasciammo quelle terre e, con delle canoe cariche di guerrieri indigeni, ci dirigemmo verso l'istmo di Panama.
Il mio seguito, composto dai tori, dai grilli, dalla Sfinge con i palloni, da Gog e Magog, da Hilaro, da Lord Whittington, da Don Chisciotte, eccetera, fece una figura meravigliosa quando arrivammo.
Capii subito che anche qui avrei potuto fare quello che tentai di fare a Suez: un canale avrebbe certo giovato a tutta l'umanità, perché avrebbe unito i due oceani.
Senza perdere tempo, spronai il cocchio per creare il solco desiderato: frantumammo la roccia e la terra e l'acqua sgorgò rigogliosa. Gog e Magog ultimarono l'operazione e milioni di uomini americani ed europei li seguirono felicemente.
Per approfondire il letto del canale rifeci lo stesso percorso con la mia carrozza e chiesi a Gog e Magog di liberare le macerie che avevamo lasciato. Quando finimmo, il canale aveva ormai raggiunto le dímensioni ottimali: larghezza cinquecento metri e profondità trecento. Pensai che ruotando, la Terra avrebbe aumentato il volume dell'acqua sulla costa a est e che unendosi i due mari avrebbero causato una forte corrente allargando  notevolmente il canale.
Le mie previsioni si rivelarono esatte e l'America Meridionale separate di qualche miglio da quella Settentrionale divenne una perfetta isola. Con il mio telescopio osservai la Luna, notando che tutto ciò che era successo aveva scombussolato il suo ordine.
I suoi dotti temevano infatti che quell'avvenimento potesse influenzarli, ma erano allo stesso modo soddisfatti del nostro operato. Esseri così piccoli capaci di compiere un'impresa così grande! Ritornai in Inghilterra dove ritrovai il Baubau nello stesso punto da cui era partito.


CAPITOLO XIII


I canali che avevo costruito mi sembravano grandi imprese e la mia fantasia mi spinse a progettare la creazione di una nuova via fra il Mediterraneo e il Mar Rosso. Partii così per Pietroburgo per parlarne con l'Imperatrice, la quale inizialmente considerò assurda la mia proposta date le discordie esistenti fra i due paesi.
Bevendo il caffè in sua compagnia mi ricordai dell ammirazione che essa provava per me, toccai così il suo punto debole: promisi di diventare suo sposo se avesse accettato le mie richieste, ribadendo il fatto che io agivo per il bene di tutti. La convinsi ma, da buona imperatrice, per dimostrarmi il suo potere, dichiarò: Accetto di firmare la pace con la Sublime Porta purché sia noto a tutti che ciò è così solo perché noi lo vogliamo.
Non mi misi a discutere e partii subito verso l'istmo di Suez. Portai con me un milione di zappatori russi e di turchi. La mia opera era, come ho già detto, per l'umanità: per la prima volta questi due paesi non lottavano fra di loro ma lavoravano per il bene di entrambi.
Un canale sarebbe stato utile anche a noi Europei che avremmo così trasportato più velocemente le ricchezze orientali.
Prima di iniziare i lavori feci un discorsetto ai miei uomini: Abbiate fede, sono io a guidarvi; pensate che i vostri sforzi non saranno vani; i mongoli faticarono per costruire la Muraglia ma la nostra opera sarà a vantaggio di tutti.
Intanto il cocchio stava iniziando i lavori in quel solco di cui vi ho già parlato. Mentre esortavo i miei uomini alla fatica, non mi accorsi però che il cocchio stava sprofondando: cercai di tirarlo su, ma era troppo tardi ed io precipitai con lui nel vuoto.
Dopo un attimo, mi accorsi di essere finito nella vecchia biblioteca di Tolomeo, sommerso da libri e da terriccio.
Riuscii a liberarmi da tale blocco di scienza e cercai di risalire gli altri libri in cui vi erano archiviati il sapere e la storia antichi. Conobbi Ermete Trismegisto, fondatore nel periodo alessandrino dell' ermetica" e insieme a lui feci conoscenza con un gruppo di vecchi dotti che stavano parlando di politica. Essi non sapevano tutto ciò che era da allora successo nel mondo delle scienze, così li erudii spiegando loro le scoperte di Newton e tutto il resto. Ricambiarono la mia gentilezza raccontandoci i misteri della loro scienza, cosa che uno scienziato dei miei tempi avrebbe pagato a peso d'oro.
Pensai che la biblioteca, Ermete ed i saggi sarebbero stati un ottimo dono per la Royal Society. Così ordinai la costruzione di una comoda cella di cui ne feci la loro dimora e cercai di recuperare integralmente la biblioteca. Quegli antichi non erano abituati a mangiare carne, così li nutrivo con pane e miele.
Nel museo della Società, essi avrebbero fatto un'ottima figura, Ermete, poi, con quella barba lunga mezzo metro e quel manto ricamato in oro! Ritornando al canale, ordinai ai russi e ai turchi di scavare il canale. Dopo poche ore il mio desiderio si appagò: provai un'enorme soddisfazione nel vedere navi britanniche oltrepassare il Mediterraneo tramite il canale. Tutto l'equipaggio di quella flotta mi mostrò un'enorme riconoscenza. Mi raccontarono dei loro commerci nelle Indie e di un feroce guerriero di quelle terre: Tippu Satrib. Sentii un formicolio salirmi su dalle gambe e capii che era indizio del fatto
che dovevo recarmi in quel luogo per affrontarlo. Attraversai il Mar Rosso e arrivai a Madras.
Avevo con me alcuni cipay europei e con loro inseguii l'odioso tiranno fino a Seringapalotu. Qui sfidai Tippu, il quale molto vile, mi lanciò delle bombe e delle palle di cannone.
Continuai però a sperare nella fortuna; mentre si avvicinavano a me io le afferravo e le rilanciavo verso di lui. Distrussi così ben presto la sua roccaforte. La mia mira infallibile non mi abbandonò: ogni volta che individuavo uno di loro lo colpivo immediatamente, centrandolo in pieno. Tippu cercava di fregarmi. Aveva puntato verso di me un grosso cannone la cui palla, se mi avesse colpito, mi avrebbe certo ucciso. Afferrai una piccola palla di cannone che indirizzai verso L'artigliere che doveva dare ordine di sparare. Appena aprì bocca la palla entrò nella sua gola. Tippu temendo una rivolta ancor più violenta venne verso di me, sfidandomi a sua volta a duello. Accettai e, modesto come sono, volli che fosse lui il primo a sparare. Non era così vile come pensavo, infatti non accettò la mia offerta. Insistei dicendo che non avrei mai accettato un vantaggio nella lotta con un guerriero così valoroso. Tippu Satrib si decise e sparò per primo. Il suo proiettile colpì l'orecchio del mio cavallo che urlò dolorante. Sparai a mia volta contro di lui e mi rispose con un cannone che a raffica, come una mitragliatrice, scaricò i suoi colpi su di me. La ghirlanda di alloro mi protesse ancora una volta trattenendo fra i suoi rami le pallottole dell'arma nemica.
Presi una decisione strategica: mi avvicinai senza farmi notare, afferrai la proboscide dell'elefante su cui egli era in groppa e la sferrai contro la testa del mio nemico, facendolo cadere. Si arrabbiò furiosamente e si scagliò contro di me ed il mio povero cavallo. Capii che egli era in svantaggio così smontai dalla groppa del mio cavallo e mi battei. Era molto forte: non riuscivo a colpirlo, in compenso mi tirò un pugno sul naso che se non fosse stato ben fisso mi sarebbe caduto. Ho comunque ancora oggi quella cicatrice.Cercò poi di rompermi la testa, ma questo colpo riuscii ad evitarlo staccandogli con la mia spada il braccio in cui teneva la scimitarra. Cadde ai piedi dell'elefante ed il suo volto sembrava chiedergli aiuto. Infatti, l'elefante quale fedele amico tentò di portarlo in salvo: ma certo non mi lasciai intimidire da un elefante! Gli andai incontro perché volevo prendere vivo il mio avversario, il quale aveva una pistola nascosta che scaricò sul mio viso. Ancora oggi ne porto le conseguenze: una ferita sullo zigomo sinistro! Non ne potei più e con la spada spezzai in due la testa del mio nemico. Ritornai in Europa dove la notizia non era ancora arrivata e mi limitai a raccontare il tutto così come avvenne e se qualcuno dubita di ciò che ho detto, mi batterò con lui per dimostrargli le mie virtù. In Gran Bretagna non si parlava d'altro che della Royal George, una vecchia nave affondata che si voleva riportare a galla. Rimpiangendo le mie avventure, decisi di occuparmi anche di quell'impresa. Tutti coloro che ci provarono, avevano fallito ed io capii perfettamente il perché.
Comprai un enorme pallone di tela pesante come quella che si usa in marina. Mi misi una tuta da palombaro e mi immersi; con dei grossi cavi unii la nave al pallone e riempii quest'ultimo di gas. Esso si sollevò portandosi dietro la Royal George che riaffiorò fra lo stupore di tutti coloro che si erano fermati a guardare. Arrivata in superficie, però, la nave non si fermò perché il pallone continuava a salire; infatti entrambi sparirono, dopo pochi minuti, nel cielo fra le nubi. I più grandi scienziati inglesi pensavano che sarebbe stato molto difficile far scendere la nave, più ancora di quanto lo fosse stato farla affiorare.
Ma io non mi persi d'animo: con il mio telescopio la avvistai e sparando contro il pallone la feci precipitare in un batter d'occhio. Calcolai però il tutto in modo che la nave non si rompesse nella caduta. Precipitando andò a finire proprio nel punto in cui era prima: fra gli abissi del mare! Dimostrai in ogni caso a tutti che era possibile riportarla a galla!


CAPITOLO XIV


Stavo compiendo il viaggio di ritorno dall'India quando incontrai delle persone in Svizzera che mi dissero d'aver saputo che qualche nobile tedesco versava in cattive acque. Seppi che dei briganti, dei mascalzoni rubarono tutti i beni in possesso dei nobili tedeschi e non solo ad essi: anche Maria Antonietta fu offesa nell'onore e nella dignità di Imperatrice! Tutto ciò mi disgustava; decisi di finire questa storia facendo pagare a caro prezzo anche solo uno sguardo inadatto nei confronti di Maria Antonietta. Mi fermai, e dopo aver preso questa onorevole decisione, baciai l'elsa della mia spada e dissi: Prometto solennemente sulla mia spada che taglierò a pezzi metà dei presenti se il Re, la Regina e i nobili non verranno a rioccupare i posti che gli furono sottratti; ucciderò tutti se non gli ridarete tutti gli onori che gli avete tolto!" A quelle parole l'ira del presidente si scatenò. Mi lanciò un calamaio che però schivai abbassandomi.
Mi precipitai sulla tribù, e più precisamente sull'oratore che stava pronunciando parole ingiuste contro i nobili. Lo presi saldamente per una gamba e lo feci scivolare finché andò a sbattere contro il Presidente.
Che lotta furibonda! Tutti entrarono nella mischia e cercarono di fermare la mia rabbia mentre io tiravo pugni a destra e a manca. Alla fine, ero riuscito a sbattere tutti fuori dall'aula che chiusi a chiave. Misi le chiavi in tasca ed uscii dirigendomi dal re. Altezza, coloro che vi hanno rubato il potere si sono impauriti davanti alla mia forza e hanno preferito fuggire come conigli piuttosto che finire la lotta. L`Assemblea Nazionale ora sono io: se volete posso scrivere le leggi che Sua Maestà stessa emanerà per far tornare al proprio posto i nobili ed i ricchi. Se poi Sua Grazia lo vorrà, starò con voi dividendo il Consiglio e il Parlamento. Queste parole toccarono il cuore del Re che mi ringraziò calorosamente mentre Maria Antonietta mi porgeva con molta delicatezza la sua dolce mano da baciare. In quel momento vidi un lunghissimo corteo avanzare nella nostra direzione: era formato dai membri dell'Assemblea Nazionale, dalle guardie nazionali e da un gruppo di pescivendole! La mia prima preoccupazione fu di salvare il re e la consorte; soltanto dopo fui pronto a muovermi contro il corteo con la mia spada in pugno. Quelle pescivendole erano davvero tremende! Urlavano come ossesse e agitavano in aria dei ramoscelli. Passarono davanti a me e siccome non volevo sporcare la lama della spada con il sangue di quella plebaglia, ebbi un'idea.
Presi la prima pescivendola che mi passò vicino, la costrinsi ad inginocchiarsi ai miei piedi e le posai la spada su una spalla.
Poiché con quel gesto l'avevo nominata cavaliere, tutte le altre atterrite fuggirono via temendo di poter anch'esse entrare a far parte della nobiltà. Quindi le pescivendole erano fuori combattimento. Restavano le guardie e i membri dell'Assemblea Nazionale, di cui una parte fuggì a gambe levate e un'altra parte fu fatta da me prigioniera. Questi ultimi si tolsero la bandiera tricolore e gli imposi di riprendere la bandiera reale. Corsi all'inseguimento dei fuggiaschi che si rifugiarono in una chiesa cristiana situata in cima ad un colle. Era bellissima ed enorme; purtroppo quei disgraziati che l'occupavano l'avevano ridotta in misere condizioni elevandola a monumento dei loro capi.
Quando feci irruzione trovai al suo interno tutta l'Assemblea che stava rendendo onore a un busto di Voltaire posto su un grande altare, mentre le pescivendole lo ricoprivano di fiori cantando in coro ça ira, ! Semplicemente disgustoso! Mi scagliai su di loro e in un batter d'occhio li uccisi tutti. Essi, in quel gran caos, invocavano gli uomini illustri che li avevano spinti a combattere e li pregavano di scendere dal cielo per fermare l'ira dei nobili e di me stesso, il Barone di Münchhausen.
Urlavano a squarciagola, sembravano delle streghe in una tragedia mentre fuori la tempesta imperversava sibilando tra le torri a merli e il tuono rombava. All'improvviso mi trovai faccia a faccia con Rousseau, Voltaire e Belzebù! Che brutti! Voltaire sembrava n cadavere, magrissimo ed impugnava un pugnale mentre nell'altra mano aveva una lira. Rousseau, dall'altro lato, teneva un calice di veleno. In mezzo a quie due mostriciattoli c'era il loro vero padre, Belzebù! In me i sentimenti si mescolavano portandomi ad uno stato confuso e convulso. Comunque, quello scheletro, fu costretto a rinnegare tutte le sue affermazioni e mentre obbediva a questo mio ordine i membri dell'Assemblea e le pescivendole fecero tanto baccano da sprofondare e finire sepolti sotto le macerie. Felice del buon esito, tornai a Palazzo raggiante e quando Maria Antonietta mi vide mi disse, abbracciandomi in un pianto di felicità: Non ho mai visto un cavaliere quale siete voi.
Tutto ciò non sarebbe accaduto se i nobili della corte di Francia fossero stati cavalieri del suo stampo! Asciugai le lacrime della dolce signora e subito io, il Re, la Regina e il Delfino fummo a bordo del mio cocchio diretti a Mont Médi, presso il confine belga.
Eravamo quasi giunti a destinazione che il Re mi pregò di abbandonarlo lì, tanto si sentivano ormai sicuri. Sia il Re che la Regina - nel frattempo si era rimessa a piangere - mi ringraziarono in ginocchio e mi pregarono di benedire il Delfino. Poi, me ne andai quando il Re si stava gustando una bistecca di montone. Gli raccomandai di mettersi in salvo subito senza perdere tempo prezioso. Quindi, dopo i convenevoli di congedo, spronai il cavallo e mi diressi in Inghilterra. Certo, il Re venne arrestato, questo è risaputo e lo racconta la storia stessa. Ma non sarà colpa mia se fece tardi fermandosi a lungo a tavola! Vi pare?

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