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La vecchia scorticata

La vecchia scorticata (Basile)

 

ln un giardino del regno di Roccaforte vivevano due vecchiette mostruose, con capelli ingarbugliati e ingrifati, la faccia grinzosa, pallida e bitorzoluta, la bocca storta, la barba da capra e la gobba, i piedi a uncino. Per nascondersi dal Sole vivevano rintanate in un basso sotto le finestre del re, ma si lamentavano di farsi continuamente male, di graffiarsi, di essere sempre infastidite da qualcosa. Poiché si lagnavano di tutto, il re le credette delicate e morbide e si incuriosì di scoprire chi fossero queste fanciulle dalla pelle così delicata.

 

Iniziò a dire: Dove ti nascondi gioiello, meraviglia, delizia? Scopriti al sole, non nasconderti alla mia vista, fammi sentire la tua voce. Ma le vecchie avevano le orecchie otturate. Ciò aumentava la bramosia del re, preso dalla tortura amorosa, che si mise alla ricerca della chiave per aprire la cassettina dei gioielli che gli venivano negati. Continuava a inviare suppliche, ma inutilmente. Le vecchie decisero così di non lasciarsi sfuggire questo uccello che non chiedeva di meglio che di essere messo in trappola. Così gli promisero, parlando dal buco della serratura, che di lì a otto giorni gli avrebbero mostrato il dito mignolo.

 

ll re che, da esperto soldato, sapeva che le fortezze si conquistano poco alla volta, accettò la proposta, sperando di conquistare, un dito alla volta, la fortezza. Aspettò così otto giorni per scoprire l’ottava meraviglia del mondo. Nel frattempo le vecchiette si succhiavano il dito per decidere quale delle due lo avesse più liscio, per mostrarlo al re. Costui contava i giorni, le notti, le ore e i minuti, pregando il Sole di spuntare presto e alla Notte di fargli vedere la luce, al Tempo di non procedere con le scarpe di piombo.

 

 

Giunse finalmente l’ora tanto desiderata e il re in persona si recò al giardino e busso. La più vecchia delle due infilò nel buco della serratura il suo dito, che per il re divenne il fiammifero che accese le sue brame, il bastone che gli stordì i pensieri. Lo teneva in mano e lo baciava e lo riempiva di dolci parole: Perché sei così dura e ostinata, che non vuoi commuoverti ai miei lamenti? Se mi hai mostrato il dito, ora puoi mostrarmi il viso e farmi deliziare. Esci fuori da questo porcile e prendimi. Io sono il re e posso darti tutto. Ma voglio ancora chiederti con le buone ciò che potrei prendere con le cattive. La vecchia, con la vocina di una gatta scorticata, disse: Signore mio, degnatevi di scendere dallo scettro alla stalla, dagli sfarzi agli stracci, perché non voglio più oppormi ai desideri di un gran re. Però vi chiedo, pur essendo pronta alle vostre voglie, come pegno di affetto, di essere ricevuta nel vostro letto la notte di nozze senza candela, perché non ho il coraggio di mostrarmi nuda. Il re giurò che  l’avrebbe accontentata.

 

Giunta la notte, la vecchia, tiratesi tutte le pellecchie del corpo e legate dietro le spalle, legandolo con lo spago, giunse al buio a casa del re e, accompagnata dal cameriere nella stanza regale, toltisi gli stracci, si gettò nuda nel letto. Intanto il re si era talmente profumato da non riuscire a sentire l’alito puzzolente e l’odore di vecchiume di quella bruttina. Appena si coricò e cominciò ad accarezzarla, ma si accorse subito che la pelle era avvizzita, moscia e piena di vesciche. Non volle ancora dir nulla.

 

Ne restò sconcertato, ma  non volle per il momento dire niente, per accertarsi meglio del fatto, finse di non accorgersene. Appena la vecchia si addormentò, il re accese una fiammella e sotto le lenzuola non trovò una ninfa, ma un’arpìa e montò in tale furia da chiedere ai suoi servi di gettarla giù da una finestra. La poveretta gli ricordava di non essere stata lei ad ingannarlo, perché era stato lui a volere tutto ciò, ma non poté evitare la punizione. Per fortuna, con tutto il groviglio di capelli, cadde su un cespuglio di rovi e non si fece quasi niente.

 

Durante il mattino passarono di lì alcune fate che non avevano mai parlato e mai riso. Vedendo la vecchiaccia appesa, prima scoppiarono a ridere, poi decisero di donarle ciascuna una magia e la trasformarono in unaa giovane bella, ricca, nobile e virtuosa, vestita con drappi d’oro e piena di gioielli, circondata da tanti servi. Nel frattempo il re si era svegliato e cercò di scoprire cosa fosse accaduto alla vecchia e rimase a bocca aperta a contemplare quel ben pezzo di ragazza, quei capelli che facevano invidia al Sole, quelle ciglia che bersagliavano i cuori, quegli occhi e quelle labbra adorabili. Vide anche i lussuosi abiti e i ricchi gioielli che la ricoprivano e si chiese che cosa fosse successo per essersi così stupidamente sbagliato sul conto della giovane.

 

Corse nel giardino e, gettandosi ai suoi piedi, le confessò il suo amore ardente, la sua bramosia; le chiese pietà e misericordia e la pregò di lasciargli qualche speranza.

La donna, alla fine, lo accettò per marito. Così entrarono nel palazzo reale, dove subito fu apparecchiato un grandissimo banchetto e furono mandate a invitare tutte le gentildonne del paese, Tra le altre, la sposa vecchia volle che venisse anche la sorella. Ma fu difficilissimo convincerla e portarla al convito, tanto aveva paura. Dopo essersi convinta e aver visto la sorella così trasformata, fu felice della sua fortuna.

 

Ma la povera vecchia  aveva invidia per i bei lineamenti e la pelle liscia e morbida della sorella e ogni tanto le chiedeva: Che ne hai fatto della cotenna? Il re si meravigliava di queste domande, ma la sua sposa gli diceva che la sorella voleva assaggiare delle salse.  La vecchia ancora faceva domande imbarazzanti e la sposina, per non far capire nulla al re, gli chiedeva che venissero serviti i dolci.

La vecchia, che aveva l’angoscia in corpo, tornò a porre nuove domande, finché la sorella rispose: Mi sono fatta scorticare, sorella mia.  L’invidiosa pensò di tentare anche lei la stessa fortuna per godere la sua parte di felicità.

 

Corse subito da un barbiere, gli diede cinquanta ducati e gli chiese di scorticarla dalla testa ai piedi. Il barbiere rifiutò, credendola pazza, ma la vecchia lo convinse promettendogli anche un premio se fosse riuscita nel suo intento. Lo incoraggiò così a prendere i ferri in mano, per la fortuna di entrambi. Il barbiere, dopo aver litigato e protestato, alla fine accettò; la legò a una panca e cominciò a fare macello di quella scorza nera mentre la donna, facendo coraggio a se stessa, diceva: Chi bella vuol apparire, guai e pene deve patire! Il barbiere continuava a mandarla in rovina tagliuzzandole la pelle fino all’ombelico. La poveretta perse tutto il suo sangue e, con esso, la sua forza e scoprì a sue spese che l’invidia distrugge se stessa. 

 

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