Incipit nuovi libri (1980-1984)

In questa pagina vengono proposti gli incipit (in genere il prologo o le prime due pagine) di libri editi a partire dal 1980 fino ad oggi, best sellers e romanzi scelti tra quelli maggiormente venduti.

 

THOMAS HARRIS - Il delitto della terza luna (1981)

ALICE WALKER - Il colore viola (1982)

MILAN KUNDERA - L'insostenibile leggerezza dell'essere(1982)

ISABEL ALLENDE - La casa degli spiriti (1983)

FREDERICK FORSYTH - Il quarto protocollo (1984)

DANIEL PENNAC - L'occhio del lupo (1984)

 

THOMAS HARRIS - Il delitto della terza luna (1981)

Will Graham fece sedere Crawford al tavolo da picnic tra la casa e la riva dell'oceano e gli posò davanti un bicchiere di tè ghiacciato.
Jack Crawford guardò la piacevole vecchia casa di legno sbiancato dal sale, immersa nella luce. «Avrei dovuto venire a trovarti a Marathon quando smontavi dal lavoro» disse. «Qui non ti andrà di parlarne.»
«Non mi va di parlarne in nessun posto, Jack. Sei tu che devi parlarne, quindi avanti. Basta che tu non mi faccia vedere foto. Se te le sei portate dietro, lasciale nella borsa... Molly e Willy dovrebbero tornare da un momento all'altro.»
«Quanto ne sai?»
«So quello che c'era scritto sul "Miami Herald" e sul "Times"» disse Graham. «Due famiglie massacrate nelle loro case a un mese di distanza l'una dall'altra. A Birmingham e ad Atlanta. Le circostanze erano simili.»
«Non simili. Identiche.»
«Quante confessioni fino ad ora?»
«Quando ho telefonato oggi pomeriggio erano ottantasei» rispose Crawford.
«Maniaci. Nessuno conosceva i particolari. Quello fa a pezzi gli specchi e adopera le schegge. Nessuno di loro lo sapeva.»
«Che altro sei riuscito a non far finire sui giornali?»
«È biondo, usa la mano destra ed è molto robusto. Porta scarpe numero quarantacinque. Riuscirebbe a piegare una rotaia ferroviaria. Niente impronte, porta i guanti.»
«Questo però alla stampa l'hai detto.»
Con le serrature non ci sa fare troppo» proseguì Crawford. «L'ultima volta per entrare in casa ha usato un tagliavetro e una ventosa. Oh, il sangue è del gruppo AB positivo.»

MILAN KUNDERA - L'insostenibile leggerezza dell'essere (1982)

PARTE PRIMA
LA LEGGEREZZA E LA PESANTEZZA
1
L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell'eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un'ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte tra torture indicibili.
E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell'eterno ritorno?
Sì, qualcosa cambierà: essa diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio.
Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all'infinito, la storiografia sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C'è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una sola volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi.
Diciamo quindi che l'idea dell'eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità.
Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie: mi ricordavano la mia infanzia; io l'ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos'era la loro morte davanti a una fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato?
Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull'esistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

ALICE WALKER - Il colore viola (1982)

"Meglio non dir niente a nessuno tranne che a Dio. La mamma ne morirebbe".

 

Dio mio,  ho quattordici anni. Sono sempre stata una brava bambina. Forse puoi darmi un segno per farmi capire cosa mi sta succedendo.

 

La primavera scorsa dopo la nascita del piccolo Lucious li ho sentiti trafficare. Lui la tirava per il braccio. Lei diceva, E' troppo presto, Fonso, non sto bene. Alla fine l'ha lasciata stare. Passa una settimana e lui la tira ancora per il braccio. Lei dice, No, non voglio. Non vedi che sono già mezza morta, e con tutti questi bambini.

 

E' andata dal dottore di sua sorella giù a Macon. Mi ha lasciata a badare agli altri. Lui non ha mai una parola gentile per me. Dice solo, Adesso devi fare tu quello che la tua mamma non vuole fare. Prima mi appoggia quel suo coso al fianco e comincia a strofinarsi. Poi mi prende per le tette. Poi mi spinge il coso su nella passera. Mi fa male, e mi metto a piangere. Lui mi tappa la bocca e dice, Farai meglio a tacere e a farci l'abitudine.

 

Ma io non riesco a farci l'abitudine. E adesso ho la nausea tutte le volte che tocca a me cucinare. La mamma mi guarda e si agita. E' felice, perché adesso lui è buono con lei. Ma è troppo malata per durare tanto.

 

Dio mio,  la mamma è morta. E' morta urlando e maledicendo. Ce l'aveva con me. Mi ha maledetta. Io ho la pancia grossa. Non riesco più a muovermi in fretta. Quando vado giù al pozzo, ritorno che l'acqua è già calda. Quando le porto da mangiare, il cibo arriva freddo. Quando finisco di preparare i bambini per la scuola, è già ora di pranzo. Lui non dice niente. Sta seduto accanto al letto, le tiene la mano e piange, dice, Non lasciarmi, non andartene.

ISABEL ALLENDE - La casa degli spiriti (1983)

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

FREDERICK FORSYTH - Il quarto protocollo (1984)

L'uomo in grigio decise che avrebbe rubato i famosi diamanti Glen a mezzanotte. Purché fossero ancora nella cassaforte e l'appartamento fosse deserto. Questo doveva assolutamente saperlo con certezza. Perciò spiava e attendeva. Alle sette e mezzo la sua pazienza fu ricompensata.
La grande berlina maestosa uscì dal parcheggio sotterraneo con l'eleganza possente che era implicita nel suo nome. Si soffermò per un istante all'imboccatura della rampa, mentre il guidatore scrutava la strada per accertarsi delle condizioni del traffico, poi svoltò e si diresse verso Hyde Park Corner.
Di fronte al lussuoso complesso di appartamenti, con indosso un'uniforme da chauffeur presa a nolo e seduto al volante della Volvo Estate presa egualmente a noleggio, Jim Rawlings tirò un sospiro di sollievo. Scrutando inosservato in quella via di Belgravia, aveva visto quel che sperava: alla guida della macchina c'era il marito, e la moglie gli stava al fianco. Aveva tenuto il motore acceso e il riscaldamento in funzione per difendersi dal freddo. Ora, innestando il cambio automatico, uscì adagio dalla fila delle macchine parcheggiate e seguì la Daimler-Jaguar.

DANIEL PENNAC - L'occhio del lupo (1984)

Capitolo 1
Il ragazzo è immobile, ritto davanti al recinto del lupo. Il lupo va e viene. Gira in lungo e in largo senza mai fermarsi.
«Che scocciatore, quel tipo...». Ecco quel che pensa il lupo.
Sono ormai due ore che il ragazzo sta davanti alla rete, piantato lì come un albero gelato, a guardare aggirarsi il lupo.
«Che vuole da me?» Questo si chiede il lupo.
Quel ragazzo lo turba. Non lo spaventa (un lupo non ha paura di niente), ma lo turba.
«Che vuole da me?»
Gli altri bambini corrono, saltano, gridano, piangono, fanno la linguaccia al lupo e nascondono il viso nella gonna della mamma. Poi vanno a fare i buffoni davanti alla gabbia del gorilla e ruggiscono davanti al naso del leone che frusta l'aria con la coda. Ma quel ragazzo lì, no. Rimane in piedi, immobile, silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono: seguono il viavai del lupo, lungo la rete.
«E che, non ha mai visto un lupo?»
Dal canto suo, il lupo non riesce a scorgere il ragazzo che una volta su due. Perché non ha che un occhio, il lupo. Ha perduto l'altro lottando contro gli uomini, dieci anni fa, il giorno che fu catturato. All'andata dunque (se quella si può chiamare andata), il lupo vede lo zoo tutto intero, con le sue gabbie, i bambini che impazzano e, in mezzo a loro, quel ragazzo del tutto immobile. Al ritorno (se quello si può chiamare ritorno), il lupo non vede che l'interno del recinto. Un recinto vuoto, perché la lupa è morta la settimana passata. Un recinto triste, con la sua unica roccia grigia e il suo albero morto. Poi il lupo fa dietrofront, ed ecco lì di nuovo il ragazzo, col respiro regolare che emana vapore bianco nell'aria fredda.
«Si stancherà prima di me» pensa il lupo continuando il suo andirivieni.
E aggiunge: «Sono più paziente di lui».
E aggiunge ancora: «Io sono il lupo».

PETALI PROFUMATI - I nostri haiku

 

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