Incipit nuovi libri (1980-1989)

In questa pagina vengono proposti gli incipit (in genere il prologo o le prime due pagine) di libri editi a partire dal 1980 fino ad oggi, best sellers e romanzi scelti tra quelli maggiormente venduti.

 

THOMAS HARRIS - Il delitto della terza luna (1981)

ALICE WALKER - Il colore viola (1982)

ISABEL ALLENDE - La casa degli spiriti (1983)

FREDERICK FORSYTH - Il quarto protocollo

DANIEL PENNAC - L'occhio del lupo (1984)

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - L'amore ai tempi del colera (1985)

Antonio Skármeta - Il postino di Neruda (1985)

ISABEL ALLENDE - Eva Luna (1987)

FLANNIE FLAGG - Pomodori verdi fritti al Caffé.... (1987)

SCOTT TUROW - Presunto innocente (1987)

THOMAS HARRIS - Il silenzio degli innocenti (1988)

Sveva Casati Modignani - Donna d'onore (1988)

LUIS SEPULVEDA - Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (1989)

MILAN KUNDERA - L'insostenibile leggerezza dell'essere

KEN FOLLETT - I pilastri della terra (1989)

THOMAS HARRIS - Il delitto della terza luna (1981)

Will Graham fece sedere Crawford al tavolo da picnic tra la casa e la riva dell'oceano e gli posò davanti un bicchiere di tè ghiacciato.
Jack Crawford guardò la piacevole vecchia casa di legno sbiancato dal sale, immersa nella luce. «Avrei dovuto venire a trovarti a Marathon quando smontavi dal lavoro» disse. «Qui non ti andrà di parlarne.»
«Non mi va di parlarne in nessun posto, Jack. Sei tu che devi parlarne, quindi avanti. Basta che tu non mi faccia vedere foto. Se te le sei portate dietro, lasciale nella borsa... Molly e Willy dovrebbero tornare da un momento all'altro.»
«Quanto ne sai?»
«So quello che c'era scritto sul "Miami Herald" e sul "Times"» disse Graham. «Due famiglie massacrate nelle loro case a un mese di distanza l'una dall'altra. A Birmingham e ad Atlanta. Le circostanze erano simili.»
«Non simili. Identiche.»
«Quante confessioni fino ad ora?»
«Quando ho telefonato oggi pomeriggio erano ottantasei» rispose Crawford.
«Maniaci. Nessuno conosceva i particolari. Quello fa a pezzi gli specchi e adopera le schegge. Nessuno di loro lo sapeva.»
«Che altro sei riuscito a non far finire sui giornali?»
«È biondo, usa la mano destra ed è molto robusto. Porta scarpe numero quarantacinque. Riuscirebbe a piegare una rotaia ferroviaria. Niente impronte, porta i guanti.»
«Questo però alla stampa l'hai detto.»
Con le serrature non ci sa fare troppo» proseguì Crawford. «L'ultima volta per entrare in casa ha usato un tagliavetro e una ventosa. Oh, il sangue è del gruppo AB positivo.»

ALICE WALKER - Il colore viola (1982)

"Meglio non dir niente a nessuno tranne che a Dio. La mamma ne morirebbe".

 

Dio mio,  ho quattordici anni. Sono sempre stata una brava bambina. Forse puoi darmi un segno per farmi capire cosa mi sta succedendo.

 

La primavera scorsa dopo la nascita del piccolo Lucious li ho sentiti trafficare. Lui la tirava per il braccio. Lei diceva, E' troppo presto, Fonso, non sto bene. Alla fine l'ha lasciata stare. Passa una settimana e lui la tira ancora per il braccio. Lei dice, No, non voglio. Non vedi che sono già mezza morta, e con tutti questi bambini.

 

E' andata dal dottore di sua sorella giù a Macon. Mi ha lasciata a badare agli altri. Lui non ha mai una parola gentile per me. Dice solo, Adesso devi fare tu quello che la tua mamma non vuole fare. Prima mi appoggia quel suo coso al fianco e comincia a strofinarsi. Poi mi prende per le tette. Poi mi spinge il coso su nella passera. Mi fa male, e mi metto a piangere. Lui mi tappa la bocca e dice, Farai meglio a tacere e a farci l'abitudine.

 

Ma io non riesco a farci l'abitudine. E adesso ho la nausea tutte le volte che tocca a me cucinare. La mamma mi guarda e si agita. E' felice, perché adesso lui è buono con lei. Ma è troppo malata per durare tanto.

 

Dio mio,  la mamma è morta. E' morta urlando e maledicendo. Ce l'aveva con me. Mi ha maledetta. Io ho la pancia grossa. Non riesco più a muovermi in fretta. Quando vado giù al pozzo, ritorno che l'acqua è già calda. Quando le porto da mangiare, il cibo arriva freddo. Quando finisco di preparare i bambini per la scuola, è già ora di pranzo. Lui non dice niente. Sta seduto accanto al letto, le tiene la mano e piange, dice, Non lasciarmi, non andartene.

ISABEL ALLENDE - La casa degli spiriti (1983)

Barrabàs arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine di scrivere le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato, e per sopravvivere al mio stesso terrore. Il giorno in cui arrivò Barrabàs era Giovedì Santo. Stava in una gabbia lercia, coperto dei suoi stessi escrementi e della sua stessa orina, con uno sguardo smarrito di prigioniero miserabile e indifeso, ma già si intuiva dal portamento regale della sua testa e dalla dimensione del suo scheletro il gigante leggendario che sarebbe diventato. Era quello un giorno noioso e autunnale, che in nulla faceva presagire gli eventi che la bimba scrisse perché fossero ricordati e che accaddero durante la messa delle dodici, nella parrocchia di San Sebastiàn, alla quale assistette con tutta la famiglia.
In segno di lutto, i santi erano coperti di drappi viola, che le beghine toglievano ogni anno dalla polvere dell’armadio della sacrestia, e, sotto i lenzuoli funebri, la corte celeste sembrava un cumulo di mobili in attesa del trasloco, senza che le candele, l’incenso o i gemiti dell’organo potessero opporsi a questo pietoso effetto.
Minacciose masse scure si ergevano al posto dei santi a grandezza naturale, con le loro facce tutte identiche dall’espressione raffreddata, le loro elaborate parrucche di capelli di morto, i loro rubini, le loro perle, i loro smeraldi di vetro colorato e i loro abiti da nobili fiorentini. L’unico favorito dal lutto era il patrono della chiesa, San Sebastiano, perché nella settimana santa veniva risparmiato ai fedeli lo spettacolo del suo corpo contorto in una posizione indecente, trafitto da mezza dozzina di frecce, grondante sangue e lacrime, come un omosessuale sofferente, le cui piaghe, miracolosamente fresche grazie al pennello di padre Restrepo, facevano tremare di ribrezzo Clara.

FREDERICK FORSYTH - Il quarto protocollo

L'uomo in grigio decise che avrebbe rubato i famosi diamanti Glen a mezzanotte. Purché fossero ancora nella cassaforte e l'appartamento fosse deserto. Questo doveva assolutamente saperlo con certezza. Perciò spiava e attendeva. Alle sette e mezzo la sua pazienza fu ricompensata.
La grande berlina maestosa uscì dal parcheggio sotterraneo con l'eleganza possente che era implicita nel suo nome. Si soffermò per un istante all'imboccatura della rampa, mentre il guidatore scrutava la strada per accertarsi delle condizioni del traffico, poi svoltò e si diresse verso Hyde Park Corner.
Di fronte al lussuoso complesso di appartamenti, con indosso un'uniforme da chauffeur presa a nolo e seduto al volante della Volvo Estate presa egualmente a noleggio, Jim Rawlings tirò un sospiro di sollievo. Scrutando inosservato in quella via di Belgravia, aveva visto quel che sperava: alla guida della macchina c'era il marito, e la moglie gli stava al fianco. Aveva tenuto il motore acceso e il riscaldamento in funzione per difendersi dal freddo. Ora, innestando il cambio automatico, uscì adagio dalla fila delle macchine parcheggiate e seguì la Daimler-Jaguar.

DANIEL PENNAC - L'occhio del lupo (1984)

Capitolo 1
Il ragazzo è immobile, ritto davanti al recinto del lupo. Il lupo va e viene. Gira in lungo e in largo senza mai fermarsi.
«Che scocciatore, quel tipo...». Ecco quel che pensa il lupo.
Sono ormai due ore che il ragazzo sta davanti alla rete, piantato lì come un albero gelato, a guardare aggirarsi il lupo.
«Che vuole da me?» Questo si chiede il lupo.
Quel ragazzo lo turba. Non lo spaventa (un lupo non ha paura di niente), ma lo turba.
«Che vuole da me?»
Gli altri bambini corrono, saltano, gridano, piangono, fanno la linguaccia al lupo e nascondono il viso nella gonna della mamma. Poi vanno a fare i buffoni davanti alla gabbia del gorilla e ruggiscono davanti al naso del leone che frusta l'aria con la coda. Ma quel ragazzo lì, no. Rimane in piedi, immobile, silenzioso. Solo i suoi occhi si muovono: seguono il viavai del lupo, lungo la rete.
«E che, non ha mai visto un lupo?»
Dal canto suo, il lupo non riesce a scorgere il ragazzo che una volta su due. Perché non ha che un occhio, il lupo. Ha perduto l'altro lottando contro gli uomini, dieci anni fa, il giorno che fu catturato. All'andata dunque (se quella si può chiamare andata), il lupo vede lo zoo tutto intero, con le sue gabbie, i bambini che impazzano e, in mezzo a loro, quel ragazzo del tutto immobile. Al ritorno (se quello si può chiamare ritorno), il lupo non vede che l'interno del recinto. Un recinto vuoto, perché la lupa è morta la settimana passata. Un recinto triste, con la sua unica roccia grigia e il suo albero morto. Poi il lupo fa dietrofront, ed ecco lì di nuovo il ragazzo, col respiro regolare che emana vapore bianco nell'aria fredda.
«Si stancherà prima di me» pensa il lupo continuando il suo andirivieni.
E aggiunge: «Sono più paziente di lui».
E aggiunge ancora: «Io sono il lupo».

Antonio Skármeta - Il postino di Neruda (1985)

Nel giugno 1969 due motivi, tanto fortunati quanto banali, indussero Mario Jiménez a cambiare mestiere.Primo, la sua disaffezione per le fatiche della pesca, che lo buttavano giù dal letto prima dell'alba, quasi sempre mentre sognava di audaci amori impersonati da eroine ardenti simili a quelle che vedeva sullo schermo del cinematografo di San Antonio. Questo talento, unito alla conseguente simpatia per i raffreddori, reali o finti, mediante i quali si sottraeva un giorno sì e uno no alla preparazione dell'attrezzatura sulla barca di suo padre, gli permetteva di crogiolarsi sotto le nutrite coltri cilene, perfezionando i suoi idilli onirici, finché il pescatore José Jiménez tornava dall'alto mare inzuppato e affamato, ed egli mitigava il suo complesso di colpa imbandendo una colazione di pane croccante, chiassose insalate di pomodoro con cipolla, più prezzemolo e coriandolo, e una drammatica aspirina che inghiottiva quando il sarcasmo del genitore gli penetrava fino alle ossa.

«Cercati un lavoro», era la frase semplice e feroce con cui l'uomo concludeva uno sguardo accusatore che riusciva a tenere fino a dieci minuti, e che mai comunque durò meno di cinque.

«Sì, papà», rispondeva Mario, pulendosi il naso con la manica del pullover.

Se questo, forse, fu il motivo banale, l'altro, quello fortunato, fu il possesso di un'allegra bicicletta marca Legnano, valendosi della quale Mario lasciava ogni giorno il limitato orizzonte della caletta dei pescatori diretto al villaggio di San Antonio, infimo, ma che a paragone del suo casale gli dava un'impressione di fasto babilonico.

La mera contemplazione dei cartelloni del cinema, con quelle donne dalla bocca torbida e inquietante e certi tipi di duri che masticavano avana tra denti impeccabili, lo precipitava in una trance da cui usciva solo dopo due ore di pellicola, per ritornare pedalando sconsolato alla sua routine, talvolta sotto una pioggia costiera che gli ispirava epiche infreddature.

GABRIEL GARCIA MARQUEZ - L'amore ai tempi del colera (1985)

Era inevitabile: l'odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa ancora in penombra, dove era accorso d'urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni. Il rifugiato antillano Jeremiah de Saint-Amour, invalido di guerra, fotografo di bambini e il suo avversario di scacchi più pietoso, si era messo in salvo dai tormenti della memoria con un suffumigio di cianuro di oro.

Trovò il cadavere sotto una coperta nella branda da campo dove aveva dormito sempre, vicino a uno sgabello con la bacinella che era servita a vaporizzare il veleno. Per terra, legato a una gamba della branda, c'era il corpo disteso di un gran danese col petto spruzzato di bianco, e vicino a lui c'erano le grucce. La stanza soffocante e confusionata che serviva al tempo stesso da camera da letto e da laboratorio, incominciava appena a illuminarsi col bagliore dell'alba dalla finestra aperta, ma era una luce sufficiente per riconoscere

immediatamente l'autorità della morte. Le altre finestre, così come qualsiasi altra fessura della stanza, erano imbavagliate da stracci o sigillate da cartoni neri, e questo ne aumentava la densità oppressiva. C'erano un bancone pieno di flaconi e boccette senza etichetta, e due bacinelle di peltro corroso sotto un fornello comune

coperto di carta rossa. La terza bacinella, quella del fissante, era vicino al cadavere. Dappertutto c'erano riviste e giornali vecchi, pile di negativi su lastre di vetro, mobili rotti, ma tutto era preservato dalla polvere da una mano diligente. Anche se l'aria della finestra aveva purificato l'ambiente, rimaneva ancora, per chi l'avesse saputo riconoscere, il sentore tiepido degli amori disgraziati delle mandorle amare. Il dottor Juvenal Urbino aveva pensato più di una volta, senza animo premonitore, che quello non era un luogo propizio per morire in grazia di Dio. Ma col tempo aveva finito per supporre che il disordine che vi regnava obbedisse a una

risoluzione cifrata della Divina Provvidenza.

Un commissario di polizia era arrivato prima con uno studente di medicina molto giovane che faceva pratica nell'ambulatorio municipale, erano stati loro a ventilare la stanza e a coprire il cadavere fino all'arrivo del dottor Urbino. Tutti e due lo salutarono con una solennità che questa volta era più di condoglianze che di venerazione, dato che nessuno ignorava il grado di amicizia che aveva per Jeremiah de Saint-Amour. L'eminente maestro strinse loro la mano, come faceva da sempre con tutti i suoi allievi prima di incominciare la lezione

quotidiana di clinica medica, poi prese il bordo della coperta con i polpastrelli dell'indice e del pollice, come se fosse un fiore, e scoprì il cadavere poco per volta con una circospezione sacramentale.

 

ISABEL ALLENDE - Eva Luna (1987)

UNO
Mi chiamo Eva, che vuole dire vita, secondo un libro che mia madre consultò per scegliermi il nome. Sono nata nell'ultima stanza di una casa buia e sono cresciuta fra mobili antichi, libri in latino e mummie, ma questo non mi ha resa malinconica, perché sono venuta al mondo con un soffio di foresta nella memoria. Mio padre, un indiano dagli occhi gialli, veniva dal  luogo in cui si uniscono cento fiumi, odorava di bosco e non guardava mai direttamente il cielo, perché era cresciuto sotto la cupola degli alberi e la luce gli sembrava indecorosa. Consuelo, mia madre, aveva trascorso l'infanzia in una regione incantata, dove per secoli gli avventurieri hanno cercato la città di oro puro vista dai conquistatori spagnoli allorché si affacciarono sugli abissi della loro ambizione. Quel paesaggio aveva lasciato in lei una traccia che in qualche modo riuscì a
trasmettermi.
I missionari raccolsero Consuelo quando non sapeva ancora camminare, era solo una marmocchia nuda e coperta di fango e di escrementi, che era arrivata sgattaiolando lungo il ponte dell'imbarcadero come un minuscolo Giona vomitato da una balena di acqua dolce. Mentre la lavavano, constatarono senz'ombra di dubbio che era femmina, cosa che suscitò in loro una certa confusione, ma ormai c'era e non si poteva buttarla nel fiume, sicché le misero un pannolino per nasconderle le vergogne, le spremettero qualche goccia di limone negli occhi per guarirle l'infezione che le impediva di aprirli e la battezzarono col primo nome femminile che venne loro in mente. La educarono poi senza cercare spiegazioni sulla sua origine e senza troppe ansie, sicuri che se la Divina Provvidenza l'aveva tenuta in vita finché loro non l'avevano trovata, avrebbe continuato a vegliare sulla sua integrità fisica e spirituale, o, nel peggiore dei casi, se la sarebbe portata in cielo insieme ad altri innocenti. Consuelo crebbe senza un ruolo fisso nella severa gerarchia della Missione. Non era esattamente una domestica, non apparteneva al rango degli indiani della scuola e quando aveva chiesto quale dei sacerdoti era suo padre, si era beccata un ceffone per la sua insolenza. Mi raccontò che era stata abbandonata su una barca alla deriva da un navigatore olandese, ma questa è sicuramente una leggenda che si era inventata in seguito per liberarsi dall'assillo delle mie domande. Credo che in realtà non sapesse nulla dei suoi genitori né di come fosse finita in quel luogo.

FLANNIE FLAGG - Pomodori verdi fritti al Caffé.... (1987)

Signora Virginia Threadgoode, giugno 1986. IL GIORNALE DELLA SIGNORA WEEMS (BOLLETTINO SETTIMANALE DI WHISTLE STOP. ALABAMA) 12 giugno 1929. Apre un nuovo caffè. Il Caffè di Whistle Stop ha aperto la settimana scorsa, proprio di fianco a me alla posta, e le proprietarie, Idgie Threadgoode e Ruth Jamison, affermano che fin dal primo giorno gli affari sono andati a gonfie vele. Idgie dice che la gente non deve aver paura di restare avvelenata, perché non è lei che cucina ma due donne di colore, Sipsey e Onzell, mentre al barbecue c'è Big George, il marito di Onzell. Se qualcuno non c'è ancora stato, Idgie dice che la colazione viene servita dalle 5.30 alle 7.30 e il menù prevede uova, farina di granturco, biscotti, pancetta affumicata, salsiccia, prosciutto, sugo di carne e caffè, il tutto per 25 centesimi. Per pranzo e cena: pollo fritto, braciole di maiale al sugo, pescegatto, pollo e gnocchi o barbecue e tre verdure a scelta, gallette o pane di granturco, bevande e dessert per 35 centesimi. Fra le verdure Idgie elenca: granturco alla panna, pomodori verdi fritti, rombo fritto, cavolo riccio, barbabietole, fagioli dell'occhio, patate dolci e fagioli di Lima. Io e la mia metà, Wilbur, ci siamo stati, ed era tutto così buono che ora lui non vuole più mangiare a casa. Fosse vero! Passo le giornate a cucinare per quello zuccone, eppure sembra che non ne abbia mai abbastanza. Per finire, Idgie dice che una delle sue galline ha deposto un uovo con dentro una banconota da dieci dollari. Dot Weems.

SCOTT TUROW - Presunto innocente (1987)

RELAZIONE PRELIMINARE

Comincio sempre così: "Io sono la pubblica accusa. "Rappresento lo stato. Sono qui per esporvi le prove di un reato. Insieme, voi valuterete queste prove. Le discuterete. Deciderete se dimostrano la colpevolezza dell'imputato. "Quest'uomo..." E tendo la mano per indicarlo. Devi sempre indicare, Rusty, mi aveva raccomandato John White. Fu il giorno che entrai in carica. Lo sceriffo mi prese le impronte digitali, il giudice capo mi fece giurare e John White mi portò ad assistere al primo processo con giuria che avessi mai visto. Ned Halsey stava facendo la relazione preliminare per conto dello stato; e quando tese la mano per indicare, John, con quel suo fare generoso da bravo zio, e l'odore umido dell'alcol nell'alito alle dieci del mattino, mi sussurrò la prima lezione. A quel tempo era viceprocuratore capo: un irlandese dai capelli bianchi, ribelli come la "barba" del granoturco. Avvenne quasi dodici anni fa, molto tempo prima che cominciassi ad avere l'ambizione segreta di occupare il posto di John. Se non hai il coraggio di indicare l'imputato, mi disse John White sottovoce, non puoi pretendere che i giurati abbiano il coraggio di dichiararlo colpevole. Perciò tendo la mano, e punto l'indice. Cerco gli occhi dell'imputato. Dico: "Quest'uomo è accusato..." Lui distoglie lo sguardo. O sbatte le palpebre. Oppure resta impassibile. All'inizio ero spesso preoccupato; immaginavo cosa si doveva provare a essere lì, al centro dell'attenzione, accusato appassionatamente di fronte a tutti, con la consapevolezza che i privilegi più normali di una vita decente, la comune fiducia, il rispetto personale, persino la libertà, ormai erano come un cappotto che avevi consegnato all'ingresso e forse non avresti più recuperato. Percepivo la paura, la frustrazione rovente, l'ossessione della diversità.

Adesso, come nei giacimenti di minerali, la sostanza più dura del dovere e delle obbligazioni si è insinuata nelle vene dove un tempo scorrevano questi sentimenti più delicati. Ho un lavoro da fare. Non sono diventato menefreghista. Credetemi. Ma il com­pito di accusare, giudicare, punire, è sempre esistito; è una delle grandi ruote che girano alla base di tutto ciò che facciamo. Io faccio la mia parte. Sono un funzionario dell'unico sistema uni­versalmente riconosciuto per distinguere il torto dalla ragione, un burocrate del bene e del male. Questo dev'essere proibito, quello no. Ci si potrebbe aspettare che dopo tanti anni passati a formulare accuse, partecipare a processi, vedere gli imputati che vanno e vengono, tutto diventi confuso. Ma non è così.

Mi rivolgo ai giurati.

THOMAS HARRIS - Il silenzio degli innocenti (1988)

Scienza del Comportamento, la sezione dell'FBI che si occupa degli omicidi in serie, è al piano più basso della sede dell'Accademia a Quantico, ed è semisepolta nel terreno. Clarice Starling vi arrivò un po' affannata dopo una veloce camminata da Hogan's Alley, il poligono di tiro. Aveva qualche filo d'erba tra i capelli e macchie d'erba sulla giacca a vento dell'Accademia perché aveva dovuto buttarsi al suolo sotto il fuoco, in un'esercitazione di arresto al poligono.
Nell'anticamera non c'era nessuno, e così si assestò rapidamente i capelli guardando la propria immagine riflessa nella porta di vetro. Sapeva di avere un aspetto accettabile anche senza farsi bella. Le mani avevano odore di polvere da sparo, ma non aveva avuto il tempo di lavarle... la convocazione del caposezione Crawford era urgente.
Trovò Jack Crawford nell'ufficio caotico. Era in piedi accanto alla scrivania di un altro e parlava al telefono, e Clarice ebbe la possibilità di guardarlo attentamente per la prima volta in un anno. E ciò che vide le ispirò un vago senso d'inquietudine.
Di solito, Crawford aveva l'aspetto di un ingegnere di mezza età in ottima forma che probabilmente s'era pagato gli studi universitari giocando a baseball... un catcher abile e astuto, e duro quando doveva bloccare il piatto. Adesso era magro, il colletto della camicia gli andava largo, e c'erano borse scure sotto gli occhi arrossati. Chi leggeva i giornali sapeva che la sezione Scienza del Comportamento era sotto il fuoco.

Sveva Casati Modignani - Donna d'onore (1988)

CAPITOLO 1.
MARK Fawcett, cronista d'assalto del New York Times, esitò tra il sibilo del bollitore e lo squillo del telefono.
Subito prevalse l'interesse per la comunicazione esterna, ma doveva interrompere l'urlo del vapore se voleva ragionevolmente mettersi in contatto con l'interlocutore dall'altra parte del filo. Rischiò la catastrofe scivolando su uno strofinaccio abbandonato la sera prima sul pavimento, riuscì a spegnere il gas e guadagnò la postazione telefonica dimenticando che aveva la faccia coperta di schiuma da barba, bianca e soffice come la neve che vedeva scendere nel riquadro della finestra. Chissà perché anche le operazioni più semplici come quella di radersi, farsi un caffè e rispondere al telefono erano diventate maledettamente complesse da quando Carolyn se n'era andata.
«Eccolo!» urlò nel microfono infilando subito dopo un rosario di imprecazioni: la schiuma da barba aveva intasato l'auricolare impedendogli l'ascolto. Quando ripristinò il collegamento udì una voce metallica inconfondibilmente riflessa dal satellite che concludeva un breve discorso con una esclamazione: DINAMITE!
«Chiunque tu sia, dimmi il tuo nome e ricomincia da principio» gridò.
«Che cosa ti prende, Mark?» interrogò perplesso l'interlocutore.
«É una storia lunga» replicò Mark riconoscendo finalmente la voce di Gianni Ricci, capocronista del Giornale di Sicilia che gli stava telefonando da Palermo.
Avevano la stessa età, quarantaquattro anni, e avevano vissuto insieme, quando Ricci aveva abitato a New York, in un appartamentino in Bleecker Street sognando orizzonti di gloria.

LUIS SEPULVEDA - Il vecchio che leggeva romanzi d'amore (1989)

CAPITOLO PRIMO
Il cielo, che gravava minaccioso a pochi palmi dalle teste, sembrava una pancia d'asino rigonfia. Il vento, tiepido e appiccicoso, spazzava via alcune foglie morte e scuoteva con violenza i banani rachitici che decoravano la facciata del municipio.
I pochi abitanti di El Idilio, e un pugno di avventurieri arrivati dai dintorni, si erano riuniti sul molo e aspettavano il loro turno per sedersi sulla poltrona portatile del dottor Rubicundo Loachamín, il dentista, che leniva i dolori dei suoi pazienti con una curiosa sorta di anestesia orale.
«Ti fa male?» chiedeva.
I pazienti, aggrappati ai braccioli della poltrona, rispondevano spalancando smisuratamente gli occhi e sudando a fiumi.
Alcuni volevano togliersi dalla bocca le mani insolenti del dentista per rispondergli con un insulto adeguato, ma le loro intenzioni si scontravano con le braccia robuste e la voce autoritaria dell'odontoiatra.
«Sta' fermo, cazzo! Via le mani! Lo so che fa male. E di chi è la colpa? Vediamo un po'. Mia? No. È del Governo! Ficcatelo bene nella zucca. È colpa del Governo se hai i denti marci. È colpa del Governo se ti fa male.»
Allora assentivano afflitti, chiudendo gli occhi o annuendo leggermente.
Il dottor Loachamín odiava il Governo. Odiava tutti i governi dal primo all'ultimo. Figlio illegittimo di un emigrante iberico, aveva ereditato dal padre una tremenda rabbia contro tutto quello che sapeva di autorità, ma i motivi di quell'odio si erano smarriti in qualche baldoria giovanile, e i suoi sproloqui di anarchico si erano trasformati in una specie di verruca morale, che lo rendeva simpatico.

MILAN KUNDERA - L'insostenibile leggerezza dell'essere

PARTE PRIMA
LA LEGGEREZZA E LA PESANTEZZA
1
L'idea dell'eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell'imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l'abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all'infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell'eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un'ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte tra torture indicibili.
E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell'eterno ritorno?
Sì, qualcosa cambierà: essa diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio.
Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all'infinito, la storiografia sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C'è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una sola volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi.
Diciamo quindi che l'idea dell'eterno ritorno indica una prospettiva dalla quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità.
Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare un qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina.
Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie: mi ricordavano la mia infanzia; io l'ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos'era la loro morte davanti a una fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato?
Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull'esistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

KAZUO ISHIGURO - Quel che resta del giorno (1989)

Appare sempre più probabile che riuscirò davvero ad intraprendere la spedizione che da alcuni giorni ormai tiene completamente occupata la mia fantasia Spedizione, vorrei aggiungere, che intraprenderò da solo nella comodità della Ford di Mr Farraday; e che, a quanto prevedo, attraverso gran parte della più bella campagna inglese, mi condurrà fino alla costa occidentale del paese e riuscirà a tenermi lontano da Darlington Hall per cinque o sei giorni almeno.

L'idea di un simile viaggio era nata, mi preme sottolinearlo, da una proposta delle più cortesi avanzatami da Mr Farraday in persona un pomeriggio di quasi due settimane orsono mentre spolveravo i ritratti in biblioteca.

E infatti, a quanto ricordo, mi trovavo in cima alla scala a pioli, intento a spolverare il ritratto del Visconte di Wetherby, allorché aveva fatto il suo ingresso in biblioteca il mio datore di lavoro il quale recava con  sé alcuni volumi che presumibilmente desiderava venissero riposti sugli scaffali.

Accorgendosi della mia persona, egli colse l'opportunità di informarmi di aver proprio allora definito il programma del suo rientro negli Stati Uniti per un periodo di cinque settimane tra agosto e settembre.

Fatto questo annuncio, il signore depose i volumi su un tavolo, prese posto sulla chaiselongue e distese le gambe.

Fu solo a quel punto che, fissando lo sguardo su di me, aggiunse:  Spero sia chiaro, Stevens, che non mi aspetto che te ne rimanga chiuso in questa casa per tutto il tempo in cui starò via.

Perché non prendi la macchina e non te ne vai a fare un giro, per qualche giorno? A vederti hai tutta l'aria di uno che ha bisogno di una vacanza.

KEN FOLLETT - I pilastri della terra (1989)

PROLOGO
1123
I bambini vennero presto per assistere all'impiccagione.
Era ancora buio quando i primi tre o quattro uscirono furtivamente dai casolari, silenziosi come gatti nei loro stivali di feltro.
Uno strato di neve fresca copriva il paese come una nuova mano di colore e le loro orme furono le prime a intaccarne la superficie immacolata. Passarono tra le casupole di legno camminando sul fango ghiacciato delle viuzze e raggiunsero la piazza del mercato dove attendeva la forca.
I bambini disprezzavano tutto ciò che gli adulti tenevano in considerazione.
Spregiavano la bellezza e schernivano la bontà. Ridevano fragorosamente alla vista di uno storpio e se vedevano un animale sofferente lo uccidevano a sassate. Si vantavano delle loro ferite e ostentavano le cicatrici con orgoglio, e riservavano il massimo rispetto alle mutilazioni: un ragazzetto privo di un dito poteva essere il loro re.
Amavano la violenza; erano capaci di percorrere miglia e miglia per vedere il sangue, e non mancavano mai a un'impiccagione.
Uno di loro pisciò alla base del patibolo. Un altro salì i gradini, si portò i pollici alla gola e finse di accasciarsi torcendo la faccia nella macabra parodia del soffocamento; gli altri gettarono grida di ammirazione e due cani giunsero abbaiando sulla piazza. Un bambino piuttosto piccolo cominciò sfacciatamente a mangiare una mela, e uno dei più grandi gli diede un pugno sul naso e gli portò via il frutto. Per sfogare la rabbia, il più piccolo tirò un sasso a un cane che fuggì guaendo. Non c'era nient'altro da fare e perciò tutti si accovacciarono sul pavimento asciutto del portico della grande chiesa aspettando che succedesse qualcosa.
Le luci delle candele palpitavano dietro le imposte delle solide case di legno e pietra intorno alla piazza, dove abitavano artigiani e bottegai benestanti: le sguattere e gli apprendisti accendevano il fuoco, scaldavano l'acqua e preparavano il porridge. Il cielo trascolorava dal nero al grigio. La gente usciva dalle case avvolta in pesanti mantelli di lana ruvida e scendeva rabbrividendo al fiume per attingere l'acqua.

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