Incipit nuovi libri (1990-1999)

In questa pagina vengono proposti gli incipit di libri editi recentemente, best sellers e romanzi scelti tra quelli maggiormente venduti. Per alcuni di essi verrà proposta anche una breve recensione sulla pagina Ho letto per voi....

DACIA MARAINI - La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990)

JOSTEIN GAARDER - IL MONDO DI SOFIA (1991)

JOHN GRISHAM - Il socio (1991)

Susan Sontag - L'amante del vulcano - 1992

Sveva Casati Modignani - Il cigno nero (1992)

JAMES REDFIELD - La profezia di Celestino (1993)

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare (1993)

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira (1994)

FREDERICK FORSYTH - Il pugno di Dio (1994)

Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore (1994)

John Grisham - L'uomo della pioggia (1995)

MAURICE DANTEC - Le radici del male (1995)

DANIEL PENNAC - Il signor Malaussène (1995)

DACIA MARAINI - Bagherìa (1996)

JOSE' SARAMAGO - Memoriale dal convento (1996)

Helen Fielding - Il diario di Bridget Jones (1996)

ARTHUR GOLDEN - Memorie di una geisha (1997)

Joanne Harris - Chocolat (1998)

Thomas Harris - Hannibal (1999)

Tracy Chevalier - La ragazza con l'orecchino di perla (1999)

Andrea Camilleri - Gli arancini di Montalbano (1999)

Sveva Casati Modignani - Vicolo della duchessa (1999)

DACIA MARAINI - La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990)

Un padre e una figlia eccoli lì: lui biondo, bello, sorridente, lei goffa, lentigginosa, spaventata. Lui elegante e trasandato, con le calze ciondolanti, la parrucca infilata di traverso, lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea.
La bambina segue nello specchio il padre che, chino, si aggiusta le calze bianche sui polpacci. La bocca è in movimento ma il suono delle parole non la raggiunge, si perde prima di arrivare alle sue orecchie quasi che la distanza visibile che li separa fosse solo un inciampo dell'occhio. Sembrano vicini ma sono lontani mille miglia.
La bambina spia le labbra del padre che ora si muovono più in fretta. Sa cosa le sta dicendo anche se non lo sente: che si sbrighi a salutare la signora madre, che scenda in cortile con lui, che monti di corsa in carrozza perché, come al solito sono in ritardo.
Intanto Raffaele Cuffa che quando è alla "casena" cammina come una volpe a passi leggeri e cauti, ha raggiunto il duca Signoretto e gli porge una larga cesta di vimine intrecciato su cui spicca una croce bianca.
Il duca apre il coperchio con un leggero movimento del polso che la figlia riconosce come uno dei suoi gesti più consueti: è il moto stizzoso con cui getta da una parte le cose che lo annoiano. Quella mano indolente e sensuale si caccia fra le stoffe ben stirate, rabbrividisce al contatto col gelido crocifisso d'argento, dà una strizzata al sacchetto pieno di monete e poi sguscia fuori rapida. Ad un cenno, Raffaele Cuffa si affretta a richiudere la cesta. Ora si tratta solo di fare correre i cavalli fino a Palermo.
Marianna intanto si è precipitata nella camera da letto dei genitori dove trova la madre riversa f ra le lenzuola, la camicia gonfia di pizzi che le scivola su una spalla, le dita della mano chiuse attorno alla tabacchiera di smalto.
La bambina si ferma un attimo sopraffatta dall'odore del trinciato al miele che si mescola agli altri effluvi che accompagnano il risveglio materno: olio di rose, sudore rappreso, orina secca, pasticche al profumo di giaggiolo.
La madre stringe a sé la figlia con un gesto di pigra tenerezza.
Marianna vede le labbra che si muovono ma non vuole fare lo sforzo di indovinarne le parole. Sa che le sta dicendo di non attraversare la strada da sola perché sorda com'è potrebbe trovarsi stritolata sotto una carrozza che non ha sentito arrivare. E poi i cani, che siano grandi o piccoli, che stia alla larga dai cani. Le loro code, lo sa bene, si allungano fino ad avvolgersi intorno alla vita delle persone come fanno le chimere e poi zac, ti infilzano con quella punta biforcuta che sei morta e neanche te ne accorgi...

JOSTEIN GAARDER - IL MONDO DI SOFIA (1991)

 

IL GIARDINO DELL'EDEN.
...insomma, qualcosa doveva essere stato creato una prima volta dal nulla...
Sofia Amundsen stava tornando da scuola. Aveva percorso il primo tratto di strada insieme a Jorunn e avevano parlato di robot. Secondo Jorunn, il cervello degli esseri umani era paragonabile a un computer assai sofisticato: Sofia però non era molto d'accordo. Un uomo doveva essere qualcosa di più di una semplice macchina.
Si erano separate davanti al grande centro commerciale. Sofia abitava ai margini di un'ampia zona residenziale formata da villette e la strada che doveva fare per andare a scuola era due volte quella di Jorunn. La sua casa pareva trovarsi ai confini del mondo, perché dietro il giardino non ce n'erano altre. In quel punto cominciava un fitto bosco.
Sofia stava girando in via Kleverveien. Nell'ultimo tratto la strada svoltava bruscamente e quella curva era nota come la «Curva del Capitano». Solo il sabato e la domenica era possibile incontrare qualcuno da quelle parti.
Era l'inizio di maggio. In alcuni giardini i narcisi formavano corone di fiori ai piedi degli alberi da frutto. Le betulle cominciavano a coprirsi di foglioline verdi. Non era strano che tutto cominciasse a sbocciare e a crescere proprio in quel periodo dell'anno, pensò. Perché chili e chili di materia verde spuntavano dalla terra inanimata solo quando l'aria diventava più calda e si scioglievano le ultime tracce di neve?
Sofia sbirciò nella cassetta delle lettere mentre apriva il cancelletto del giardino. Di solito c'erano una grande quantità di volantini pubblicitari e alcune grosse buste per sua madre. Sofia impilava sempre tutto per bene sul tavolo della cucina prima di salire in camera a fare i compiti.
Talvolta c'era qualche lettera della banca, indirizzata a suo padre. Ma il papà di Sofia era diverso dagli altri: essendo capitano di una grande petroliera, stava lontano per gran parte dell'anno.
Quando rimaneva a casa per alcune settimane, girava sempre in ciabatte e colmava di attenzioni Sofia e la mamma. Tuttavia, se era in viaggio, il ricordo di lui spesso si affievoliva.
Quel giorno c'era soltanto una lettera minuscola, ed era per Sofia.
«Sofia Amundsen, Kleverveien 3», c'era scritto sulla busta.
Tutto qui. Nessun mittente. Mancava anche il francobollo.
Subito dopo aver richiuso il cancelletto, aprì la lettera. Vi trovò solo un foglietto non più grande della busta. Sul pezzetto di carta c'era scritto: «Chi sei tu?»
Nient'altro. Né la firma né i saluti, soltanto quelle tre parole scritte a mano e seguite da un grosso punto interrogativo. Sì, la lettera era proprio indirizzata a lei. Ma chi l'aveva infilata nella cassetta?
Sofia si affrettò a entrare nella casa rossa. Come al solito il gatto Sherekan sbucò dai cespugli, saltò sul pianerottolo e riuscì a sgusciare dentro prima che chiudesse la porta.
«Micio, micio, micio!»
Quando la mamma di Sofia era arrabbiata per qualche motivo, diceva che la loro non era una casa, bensì un serraglio. A dire il vero, Sofia era molto soddisfatta della sua casa. Per prima cosa le avevano comprato una boccia con i pesciolini Oro, Cappuccetto Rosso e Fuliggîne. Poi era stata la volta di Briciola e Briciolo, due cocorite, di Govinda, la tartaruga, e infine di Sherekan, un gatto tigrato. Le avevano regalato tutti questi animali a mo' di risarcimento, perché sua madre tornava a casa tardi dal lavoro e suo padre era quasi sempre in giro per il mondo.
Sofia si sfilò lo zainetto e mise un po' di cibo per gatti in una ciotola che diede a Sherekan. Poi si sedette su uno sgabello della cucina con la lettera misteriosa in mano.
«Chi sei tu?»

JOHN GRISHAM - Il socio (1991)

Il socio anziano studiò il curriculum per la centesima volta e per la centesima volta non trovò niente da eccepire riguardo a Mitchell Y. McDeere, almeno sulla carta. Aveva intelligenza, ambizione, bell'aspetto. Ed era affamato: doveva esserlo per forza, con quei precedenti. Era sposato, come d'obbligo. Lo studio legale non aveva mai assunto un avvocato scapolo e disapprovava energicamente il divorzio, il correre dietro alle donne e l'abitudine all'alcol. Il contratto prevedeva un controllo antidroga. Era specializzato in diritto amministrativo, aveva superato l'esame di abilitazione al primo tentativo e aspirava a diventare avvocato fiscalista, il che era ovviamente un requisito importante per uno studio legale specializzato in questioni fiscali. Era bianco e lo studio non aveva mai assunto un negro: riusciva a mantenersi molto riservato ed esclusivo perché non sollecitava mai le richieste di impiego. Altri studi lo facevano e assumevano i negri. Questo, invece, acquisiva soci e restava tutto bianco. Inoltre, la sede era a Memphis, figurarsi, e i negri più qualificati volevano andare a lavorare a New York, Washington o Chicago. McDeere era maschio, e nello studio non c'erano donne. Quell'errore era stato commesso una sola volta a metà degli anni Cinquanta quando avevano preso come socio il primo in graduatoria dei laureati di Harvard, che era appunto una donna e una vera maga in fatto di problemi fiscali. Aveva resistito per quattro anni turbolenti ed era morta in un incidente d'auto.
Sulla carta McDeere sembrava promettente. Rappresentava per loro la migliore opportunità. Anzi, per quell'anno non c'erano altri possibili candidati. L'elenco era brevissimo: o McDeere o nessuno.
Il socio dirigente, Royce McKnight, studiava un dossier intestato "Mi-tchell Y. McDeere - Harvard". Era un fascicolo spesso un paio di centimetri, con rapporti a caratteri minutissimi e poche fotografie, ed era stato preparato da certi ex agenti della CIA che lavoravano in un'agenzia di informazioni privata con sede a Bethesda. Erano clienti dello studio e ogni anno effettuavano le indagini senza presentare il conto. Era un lavoro facilissimo, dicevano, controllare gli ignari studenti di legge. Avevano scoperto, per esempio, che McDeere avrebbe preferito lasciare il nordest, che aveva tre offerte di lavoro, due a New York e una a Chicago, e che la più alta era di 76.000 dollari, la più bassa 68.000. Era piuttosto richiesto. Durante il secondo anno di università gli era stata data la possibilità di barare all'esa-me sui titoli pubblici. Aveva rifiutato e aveva preso il voto più alto del suo corso. Due mesi prima gli avevano offerto la cocaina in una festa di studenti. Aveva detto di no e quando tutti avevano cominciato a sniffare se n'era andato. Ogni tanto beveva una birra, ma bere costava e lui non aveva soldi. Aveva un debito di circa 23.000 dollari con il fondo prestiti riservato agli studenti. Era affamato.
Royce McKnight sfogliò il dossier e sorrise. McDeere era l'uomo per loro.

Susan Sontag - L'amante del vulcano - 1992

PROLOGO

All'entrata d'un mercato delle pulci. Gratuito. Ingresso libero. Folla sciolta. Volpina, festosa. Perché entrare? Cosa t'aspetti di vedere? Vedo.

Controllo quel che c'è al mondo. Quel che resta. Quel che è scartato. Quel che non sta più a cuore. Quel che doveva essere sacrificato. Quel che qualcuno ha pensato potesse interessare a qualcun altro. Ma è ciarpame. Se è lì, qui, è già stato passato al setaccio. Ma potrebbe esserci qualcosa di valore, lì. Non di valore, non proprio. Ma qualcosa che io potrei volere.

Volere mettere in salvo. Qualcosa che parli a me. Ai miei desideri. Parli a, parli di. Ah...

Perché entrare? Hai tanto tempo libero? Guarderai. Vagherai. Perderai le tracce del tempo. Pensi d'avere tempo a sufficienza. Ci vuole sempre più tempo di quanto pensi. Poi sarai in ritardo. Te la prenderai con te stessa.

Vorrai restare. Sarai tentata. Sarai respinta. Gli oggetti sono insudiciati.

Alcuni sono rotti. Mal rabberciati o per niente. Mi racconteranno passioni, fantasie che non ho bisogno di conoscere. Bisogno. Ah, no. Non ho bisogno di niente di ciò. Qualcuno l'accarezzerò con lo sguardo. Qualcuno devo prenderlo, coccolarlo. Mentre sono sorvegliata, abilmente, dai loro venditori. Non sono una ladra. Probabilmente, non sono una compratrice.

Perché entrare? Solo per giocare. Un gioco di riconoscimenti. Sapere cosa c'era e quanto valeva, quanto dovrebbe valere, quanto varrà. Ma forse non per fare un'offerta, mercanteggiare, non per acquistare. Solo per guardare. Solo per lasciarmi andare. Mi sento leggera. Non ho niente in mente.

Perché entrare? Ci sono tanti luoghi come questo. Un campo, una piazza, una galleria, una caserma, un parcheggio, un molo. Potrebbe essere altrove, ma si dà il caso che sia qui. Sarà pieno di ovunque. Ma è qui che io entrerò. Con i miei jeans, la camicetta di seta e le scarpe da tennis: Manhattan, primavera del 1992.

Sveva Casati Modignani - Il cigno nero (1992)

L'AVVOCATO Ovide Décroly, esperto in diritto societàrio internazionale e titolare di uno dei più importanti studi legali di Ginevra con venti soci e trenta associati, guardò dritto negli occhi l'uomo che gli sedeva di fronte: «Dottor Montalto, è davvero consapevole di quello che sta per fare?» chiese lentamente.
Il legale ginevrino aveva un fisico asciutto e uno sguardo severo e penetrante. Il suo aspetto incuteva soggezione agli avversari e infondeva sicurezza ai suoi clienti.
Dècroly conosceva Emiliano Montalto dal 1960, quando l'editore, trentenne, aveva sposato in seconde nozze l'aristocratica inglese Mary June Scott-Davis. Da allora aveva sempre assistito Emiliano e la famiglia Montalto.
Della grande casa editrice conosceva ogni particolare.
Apprezzava l'intelligenza e la raffinata cultura di Emiliano e deprecava l'indolenza del suo carattere che consentiva al fratello e alle sorelle minori ogni sorta di prevaricazione.
Emiliano lasciava fare non per debolezza, ma per evitare incresciose liti famigliari che detestava.
Dècroly era fermamente persuaso che senza i suoi buoni consigli Emiliano, da tempo, sarebbe stato messo fuori causa dai fratelli. Lo aveva salvato più di una volta dalla voracità e dalla stupidità dei parenti. Il progetto che Emiliano gli aveva appena esposto avrebbe procurato all'editore un danno irreparabile.
L'avvocato ginevrino, di origine belga, aveva avuto un nonno psichiatra, di cui portava il nome, fondatore di un importante scuola per il recupero dei bambini disadattati.
Dal nonno famoso, citato in tutti i testi di psichiatria Ovide aveva ereditato spiccate attitudini di psicologo e una particolare sensibilità che, nell'esercizio della sua professione, gli erano state molto utili. Mentre fissava gli occhi di quel gagliardo e giovanile cinquantenne, si rendeva conto che il suo cliente-amico era sul punto di abbandonare la lotta.
«Dottor Montalto, è davvero sicuro di quello che sta per fare?»
ripeté l'avvocato.
Emiliano sorrise.
«É la seconda volta nella mia vita in cui mi sento veramente sicuro di qualcosa», rispose l'editore con grande tranquillità.
La prima volta, era accaduto il giorno in cui aveva conosciuto Arlette e aveva deciso che sarebbe stata la donna della sua vita fino alla fine dei suoi giorni.
I due uomini sedevano a una grande scrivania diplomatica Napoleone III in Satinwood, arricchita da bronzi cesellati in oro zecchino. Accanto, sul ripiano della libreria, campeggiava un severo busto in marmo del filosofo Seneca.
Villa Ester, residenza estiva dei Montalto alla confluenza del lago di Como con il lago di Lecco, era assediata dal caldo di luglio. L'afa premeva contro i vetri piombati dell'antico edificio e creava un sottile strato di nebbia lattescente e oppressiva sulla superficie immobile del lago.

JAMES REDFIELD - La profezia di Celestino (1993)

UNA MASSA CRITICA
Mi fermai davanti al ristorante e parcheggiai, appoggiandomi un attimo al sedile per pensare. Charlene mi aspettava già dentro, voleva parlarmi. Ma perché? Non la sentivo da sei anni: chissà per quale motivo si era fatta viva proprio una settimana dopo che mi ero ritirato a vita solitaria nei boschi. Uscii dal furgone e mi avviai verso il ristorante. Alle mie spalle l'orizzonte inghiottiva gli ultimi bagliori del tramonto e lame di luce color rame attraversavano il parcheggio bagnato. Soltanto un'ora prima un breve temporale aveva inzuppato ogni cosa, rinfrescando la serata estiva che la luce morente del crepuscolo rendeva quasi irreale. In cielo intanto era comparsa la luna.
Mentre camminavo la mia mente era affollata da vecchie immagini di Charlene. Era ancora bella e intensa? In che modo il tempo l'aveva cambiata? E cosa avrei dovuto pensare di quel manoscritto che mi aveva menzionato - un antico documento ritrovato in Sudamerica e di cui non vedeva l'ora di parlarmi?
« Devo aspettare due ore tra un volo e l'altro », mi aveva detto al telefono. «Possiamo vederci a cena? Il contenuto di questo manoscritto ti piacerà sicuramente - è proprio il genere di mistero che ti appassiona. »
Il mio genere di mistero? Che cosa aveva voluto dire?
II ristorante era affollato, e alcune coppie stavano aspettando che si liberassero dei tavoli. La direttrice di sala mi disse che Charlene si era già accomodata e mi indirizzò verso una terrazza che sovrastava la sala da pranzo principale.
Salii alcuni gradini e mi accorsi che intorno a uno dei tavoli si era radunata una piccola folla. C'erano anche due poliziotti che a un tratto si girarono e scesero di corsa i gradini, oltrepassandomi. Appena l'assembramento di gente si disperse riuscii a vedere la persona che sembrava essere stata al centro dell'attenzione - una donna ancora seduta al tavolo... Charlene!

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare (1993)

Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione - immagine per occhi divini - mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità - verità - ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira (1994)

1
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un'agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira La Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia. Una rivista d'avanguardia, forse, di questo Pereira non è sicuro, ma che aveva molti collaboratori cattolici. E Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne. Nell'anima sì, certo perché era sicuro di avere un'anima; ma tutta la sua carne, quella ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e poi perché?, si chiedeva Pereira. Tutto quel lardo che lo accompagnava quotidianamente, il sudore, l'affanno a salire le scale, perché dovevano risorgere? No, non voleva più tutto questo, in un'altra vita, per l'eternità, Pereira, e non voleva credere nella resurrezione della carne. Così si mise a sfogliare quella rivista, con noncuranza, perché provava noia, sostiene, e trovò un articolo che diceva: «Da una tesi discussa il mese scorso all'Università di Lisbona pubblichiamo una riflessione sulla morte. L'autore è Francesco Monteiro Rossi, che si è laureato in Filosofia a pieni voti, e questo è solo un brano del suo saggio, perché forse in futuro egli collaborerà nuovamente con noi».

FREDERICK FORSYTH - Il pugno di Dio (1994)

L'uomo a cui non restavano che dieci minuti di vita stava ridendo.
Il motivo del suo divertimento era un aneddoto raccontato dalla sua assistente personale, Monique Jaminé, che lo  accompagnava dall'ufficio a casa in quella sera fredda e piovigginosa del 22 marzo 1990.
L'episodio riguardava una collega della Space Research Corporation di rue de Stalle, una donna che tutti credevano un'autentica mangiauomini e che invece era risultata essere lesbica. L'inganno solleticava lo spirito da caserma dello scienziato.
I due avevano lasciato l'ufficio nel sobborgo di Uccle, nella capitale belga, alle sette meno dieci; Monique era al volante della Renault 21 Nevada. Qualche mese prima aveva venduto la Volkswagen del principale perché lui guidava in modo così disastroso da farle temere che prima o poi avrebbe finito per ammazzarsi.
Non più di dieci minuti di macchina separavano l'ufficio dall'appartamento nel palazzo centrale del complesso Cheridreu nei pressi di rue Francois Folie; ciononostante i due si fermarono a metà del tragitto, davanti a una panetteria. Entrarono e l'uomo comprò una forma di pain de campagne, il suo preferito. Il vento portava qualche spruzzo di pioggia.
Costretti a chinare il capo, non si accorsero dell'auto che li seguiva.
Non c'era niente di strano. Nessuno dei due era esperto in fatto di spionaggio e di pedinamenti. La macchina priva di contrassegni con i suoi due passeggeri dalla carnagione scura seguiva lo scienziato da settimane, senza perderlo mai di vista e senza avvicinarsi mai, limitandosi a osservarlo, e lui non l'aveva notata. Se n'erano accorti altri, ma lui non ne sapeva nulla.
Uscendo dalla panetteria di fronte al cimitero, gettò la pagnotta sul sedile posteriore e risalì in auto per l'ultimo tratto fino a casa. Alle sette e dieci Monique si fermò davanti alla porta a vetri del palazzo, a una quindicina di metri dalla strada. Si offrì di salire con lui per accompagnarlo fino all'appartamento, ma l'uomo rifiutò. Monique sapeva il perché: aspettava la visita di Hélène, la sua amante, e non voleva che le due donne si incontrassero. Lo scienziato si ostinava a sostenere, e le adoranti collaboratrici fingevano di credergli, che Hélène fosse soltanto una buona amica e gli tenesse compagnia quando lui si trovava a Bruxelles e sua moglie era in Canada.
Scese dall'auto, rialzò come al solito il bavero dell'impermeabile e si caricò sulla spalla la grossa borsa di tela nera che non lo abbandonava quasi mai. La borsa pesava una quindicina di chili e conteneva una quantità di carte, progetti, calcoli e dati. Lo scienziato diffidava delle casseforti ed era irrazionalmente convinto che i dettagli dei suoi progetti recenti fossero più al sicuro sulle sue spalle.

Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore (1994)

Opicina, 16 novembre 1992
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. Ti ricordi quando l'abbiamo piantata?
Avevi dieci anni e da poco avevi letto il Piccolo Principe. Te l'avevo regalato io come premio per la tua promozione. Eri rimasta incantata dalla storia. Tra tutti i personaggi, i tuoi preferiti erano la rosa e la volpe; non ti piacevano invece i baobab, il serpente, l'aviatore, né tutti gli uomini vuoti e presuntuosi che vagavano seduti sui loro minuscoli pianeti. Così una mattina, mentre facevamo colazione, hai detto: «Voglio una rosa». Davanti alla mia obiezione che ne avevamo già tante hai risposto: «Ne voglio una che sia mia soltanto, voglio curarla, farla diventare grande». Naturalmente, oltre alla rosa, volevi anche una volpe. Con la furbizia dei bambini avevi messo il desiderio semplice davanti a quello quasi impossibile. Come potevo negarti la volpe dopo che ti avevo concesso la rosa? Su questo punto abbiamo discusso a lungo, alla fine ci siamo messe d'accordo per un cane.
La notte prima di andare a prenderlo non hai chiuso occhio. Ogni mezz'ora bussavi alla mia porta e dicevi: «Non riesco a dormire». La mattina alle sette avevi già fatto colazione, ti eri vestita e lavata; con il cappotto addosso mi aspettavi seduta in poltrona. Alle otto e mezza eravamo davanti all'ingresso del canile, era ancora chiuso. Tu guardando tra le grate dicevi: «Come saprò qual è proprio il mio?» C'era una grande ansia nella tua voce. Io ti rassicuravo, non preoccuparti, dicevo, ricorda come il Piccolo Principe ha addomesticato la volpe.
Siamo tornate al canile per tre giorni di seguito. C'erano più di duecento cani là dentro e tu volevi vederli tutti. Ti fermavi davanti a ogni gabbia, stavi lì immobile e assorta in un'apparente indifferenza. I cani intanto si buttavano tutti contro la rete, abbaiavano, facevano salti, con le zampe cercavano di divellere le maglie.

John Grisham - L'uomo della pioggia (1995)

La mia decisione di fare l'avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.
Era anche ingegnere e lavorava settanta ore la settimana per una società che, fra le altre cose, fabbricava scale a pioli. Dato che le scale sono per natura pericolose, la società era spesso il bersaglio di cause per danni. E siccome lui si occupava della progettazione, veniva scelto abitualmente per sostenere le ragioni della società nelle testimonianze e nei processi. Non posso dargli torto se odiava gli avvocati; ma io avevo finito per ammirarli perché gli rovinavano l'esistenza. Passava otto ore a battersi con loro, poi si buttava sui martini non appena rincasava. Niente saluti. Niente abbracci. Niente cena. Soltanto un'ora di sfoghi stizziti mentre tracannava quattro martini e finiva per addormentarsi sulla poltrona malandata. Una causa durò tre settimane e quando si concluse con la condanna della società al pagamento di un cospicuo risarcimento, mia madre chiamò un medico, e nascosero mio padre in ospedale per un mese.
Più tardi la società fallì, e naturalmente tutta la colpa era degli avvocati. Non sentii ammettere neppure una volta che forse una gestione sbagliata poteva aver contribuito al fallimento.
I liquori diventarono la vita di mio padre, e lui diventò depresso. Per anni e anni non trovò un lavoro fisso, e questo mi mandava in bestia perché ero costretto a servire ai tavoli e a consegnare pizze a domicilio per pagarmi il college. Credo di aver parlato con lui non più di due volte nei quattro anni del diploma. Il giorno dopo aver saputo che ero stato accettato alla facoltà di legge, tornai a casa tutto orgoglioso e diedi la grande notizia.
Più tardi mia madre mi raccontò che mio padre era rimasto a letto per una settimana.
Quindici giorni dopo la mia visita trionfale, mio padre stava cambiando una lampadina nel locale della caldaia quando (giuro che è vero) la scala a pioli cedette, lui cadde e batté la testa. Rimase in coma per un anno in un cronicario prima che qualcuno avesse la misericordiosa idea di staccare la spina.
Qualche giorno dopo il funerale accennai alla possibilità di fare causa, ma mia madre non se la sentì. E poi, ho sempre sospettato che mio padre fosse mezzo sbronzo quando cadde. Inoltre non guadagnava, perciò, secondo le nostre leggi sul risarcimento danni, la sua vita aveva scarso valore dal punto di vista economico.
Mia madre ricevette i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita e si risposò. Un matrimonio sbagliato. Il mio patrigno è un tipo molto semplice, un impiegato postale in pensione, di Toledo. Passano gran parte del tempo a ballare la quadriglia e a girare a bordo di un Winnebago. Io mi tengo alla larga. Mia madre non mi offrì un soldo dell'assicurazione: disse che dovevano servirle per affrontare il futuro e siccome avevo dimostrato di essere capace di vivere con niente, era convinta che non ne avessi bisogno. Io avevo un avvenire brillante che prometteva lauti guadagni, lei no. Sono certo che Hank, il nuovo marito, le riempisse la testa di consigli finanziari. Un giorno la mia strada e quella di Hank s'incontreranno ancora.
Finirò la facoltà di legge fra un mese, in maggio, e in luglio darò l'esame per l'ammissione all'ordine.

MAURICE DANTEC - Le radici del male (1995)

Andreas Schaltzmann si è messo ad ammazzare perché il suo stomaco marciva.
Il fatto non era isolato, tutt'altro: da parecchio tempo le onde emesse dagli Alieni gli scombinavano ogni organo. Il suo cervello era sottoposto a un fuoco di fila di radiazioni destinate a trasformare anche lui, come tutti gli altri, in un robot senza coscienza al servizio della macchinazione inumana.
Da anni i nazisti e gli abitanti di Vega si erano installati nel suo quartiere, e lui era sicuro che non si fossero limitati solo a quello. Dappertutto, fino ai più imboscati meandri dello Stato, il complotto delle Creature dello Spazio stendeva le sue ramificazioni distruttrici. Andreas poteva rendersene conto ogni giorno, guardando le trasmissioni televisive. C'era quel presentatore di giochi che complottava contro il Papa e il Primo ministro Balladur; tutto lasciava credere che trasformasse la gente in fantocci.
Si era già rasato la testa, all'epoca, per "sorvegliare le ossa del suo cranio che cam-biavano di forma", ma dopo qualche tempo si era messo un cappellino da baseball per proteggersi dalle radiazioni psichiche.
Quel mattino, Andreas si era accorto che il suo stomaco marciva quando il tubetto di dentifricio si era messo a luccicare, prima di trasformarsi in carne morta. Una fan-ghiglia sanguinolenta dall'odore nauseabondo gli era colata fra le dita, sgusciando dal buco del tappo con un rumore di risucchio gigante. Aveva guardato la sua immagine nello specchio, e aveva visto lo spettacolo di un mucchio di carne scorticata che si era frantumata in una moltitudine di schegge, prima di spargersi sul pavimento.
Da mesi non dormiva senza il suo cappellino, aveva tastato il tessuto privo di colore e impregnato di grasso ripetendo la "formula di protezione", più volte prima di scappare da casa. Aveva vagato per tutta la giornata nel circondario, stava facendo notte quando uscì dall'A86 per inforcare la statale 305, ai confini fra Choisy-le-Roi e Vitry. Lì la statale si chiamava avenue Rouget de Lisle, ma più avanti sapeva che sarebbe entrato in una zona controllata dalle creature di Vega.

DANIEL PENNAC - Il signor Malaussène (1995)

1.
Il bambino era inchiodato alla porta come un uccello del malaugurio. I suoi occhi plenilunio erano quelli di una civetta.
Loro erano sette e salivano le scale quattro a quattro. Naturalmente ignoravano che questa volta gli avevano  inchiodato un moccioso alla porta. Pensavano di avere già visto tutto e quindi correvano verso la sorpresa. Ancora due piani e un piccolo Gesù di sei o sette anni avrebbe sbarrato loro la strada. Un bimbo-dio inchiodato vivo a una porta. Chi può immaginare una cosa simile? Belleville aveva già fatto loro di tutto, cos'altro poteva fare?
Erano stati accolti con lanci di carne morta e di bucce, orde di femmine gli avevano graffiato la faccia urlando degli youyou, un giorno avevano dovuto sgomberare sei piani di un palazzo da un gregge di ovini, qualche centinaio di pecore innamorate protette da montoni gelosamente poligami, un'altra volta avevano trovato l'edificio deserto, abbandonato a ritroso da una marea umana che, evacuare per evacuare, aveva scaricato se stessa su ogni gradino. Tutt'altra cosa, quel tappeto di gloria, rispetto alle mattine in cui la merda cadeva direttamente dal cielo sulle loro teste ben pettinate di pubblici ufficiali.
Di tutto, Belleville gli aveva già fatto di tutto, ma non era mai successo, nemmeno una volta, che loro lasciassero i luoghi senza aver aperto la porta che erano venuti ad aprire, senza aver sequestrato i mobili che erano venuti a sequestrare, senza aver sfrattato gli indesiderabili che avevano l'incarico di sfrattare. Erano in sette e non fallivano mai.
Avevano il Diritto dalla loro. O meglio, erano il Diritto, gli pseudopodi della Legge, i cavalieri della prelazione, i sacri custodi della soglia di tolleranza. Avevano studiato a lungo per questo, avevano coltivato la loro mente e imparato a dominare le emozioni. Se ne infischiavano dei soprassalti di orgoglio, delle fantasie della disperazione. Eppure avevano un'anima. E buoni muscoli intorno all'anima. Distribuivano botte o parole di consolazione, secondo quel che la clientela desiderava, ma facevano sempre ció che dovevano fare. Erano umani, insomma, meravigliosi animali sociali.

DACIA MARAINI - Bagherìa (1996)

Bagheria l'ho vista per la prima volta nel 47. Venivo da Palermo dove ero arrivata con la nave da Napoli e prima ancora da Tokyo con un'altra nave, un transatlantico. Due anni di campo di concentramento e di guerra.
Una traversata sull'oceano minato. Sopra il ponte ogni giorno si facevano le esercitazioni per buttarsi ordinatamente in mare, con il salvagente intorno alla vita, nel caso che la nave incontrasse una mina. Di quella nave conservo una piccola fotografia in cui si vede un pezzo di ponte battuto dal vento e una bambina con un vestito a fiori che le sventola sulle gambe magre.
Quella bambina ero io, avevo i capelli corti, quasi bianchi tanto erano biondi, le scarpe da tennis rosse ed ero tenuta per mano da un ufficiale americano. Ero molto amata dai marines americani, ricordavo loro le figlie bambine lasciate a casa. Mi colmavano di regali: barrette di cioccolata, scatoloni di polvere di piselli, bastoncini di zucchero a strisce bianche e rosse. Uno di loro mi amò al punto da portarmi in camera sua facendomi fare tre piani di scale a piedi, di corsa, dietro le sue lunghe gambe di giovanotto. Quando, dopo avermi mostrato le fotografie della figlia di sei anni, cominciò a toccarmi le ginocchia, presi il fugone. E feci all'indietro, quasi rotoloni, tutte le scale che avevo fatto in salita con lui. Fu in quell'occasione che capii qualcosa dell'amore paterno, così tenero e lascivo a un tempo, così prepotente e delicato. La notte sognavo di essere inseguita da un aereo che mitragliava i passanti, cacciandoli come farebbe un falco.
Scendeva in picchiata e aggrediva alle spalle, lasciando dietro di sé un poco di polvere sollevata dal frullio delle ali e un sapore eccitato di paura e di fuga. La morte e io eravamo diventate parenti.
La conoscevo benissimo. Mi era familiare, come una cugina idiota con cui si ha voglia di giocare e da cui ci si aspetta qualsiasi cosa: sia un gesto affettuoso che un calcio, sia un bacio che una coltellata. A Palermo ci aspettava la famiglia di mia madre. Un nonno morente, una nonna dai grandi occhi neri che viveva nel culto della sua bellezza passata, una villa del Settecento in rovina, dei parenti nobili, chiusi e sospettosi. Al porto abbiamo preso una carrozza che ci avrebbe portati a Bagheria. L'abbiamo caricata di tutti i nostri averi che erano in verità pochissimi, essendo tornati dal Giappone nudi e crudi, con addosso soltanto i vestiti regalati dai militari americani, senza soldi e senza proprietà. La carrozza prese per via Francesco Crispi, via dei Barillai, via Cala di porto Carbone, in mezzo a mozziconi di case buttate giù dalla guerra. Poi porta Felice con le sue due belle torri, il Foro italico, quella che una volta si chiamava Marina, vicino alla piazza Marina vera e propria dove si tenevano le più grandi feste palermitane, ma anche dove si eseguivano le impiccagioni, gli squartamenti.

JOSE' SARAMAGO - Memoriale dal convento (1996)

1.
Don Giovanni, quinto del nome nella successione dei re, andrà questa notte in camera di sua moglie, donna Maria Anna Giuseppa, che è giunta da più di due anni dall’Austria per dare infami alla corona portoghese e fino ad oggi non ce l’ha fatta a ingravidare. Già si mormora a corte, dentro e fuori del palazzo, che la regina probabilmente ha il grembo sterile, insinuazione molto ben difesa da orecchie e bocche delatrici e che solo fra intimi si confida. Che la colpa ricada sul re, neppure pensarlo, primo perché la sterilità non è male degli uomini, ma delle donne e per questo tante volte sono ripudiate, e secondo, tangibil prova, se pur fosse necessaria, perché abbondano nel regno bastardi del real seme e anche ora la fila gira l’angolo.
Oltre a ciò, chi si consuma nell’implorare al cielo un figlio non è il re, ma la regina, e anche qui per due ragioni. La prima ragione è che un re, e tanto più se del Portogallo, non chiede quel che unicamente è in suo potere dare, la seconda ragione perché, essendo la donna, naturalmente, vaso per ricevere, dev’essere naturalmente supplice, sia in novene organizzate che in orazioni occasionali. Ma né la perseveranza del re, che, salvo difficoltà canonica o impedimento fisiologico, due volte a settimana compie vigorosamente il suo dovere reale e coniugale, né la pazienza e l’umiltà della regina che, oltre alle preghiere, si sacrifica ad una immobilità totale dopo che si ritira da lei e dal talamo lo sposo, perché non si perturbino nel loro generativo accomodamento i liquidi comuni, scarsi i suoi per mancanza di stimolo e tempo e cristianissimo ritegno morale, generosi quelli del sovrano, come ci si può attendere da un uomo che ancora non ha compiuto ventidue anni, né questo né quello hanno fatto gonfiare fino ad oggi la pancia di donna Marianna. Ma Dio è grande.

Helen Fielding - Il diario di Bridget Jones (1996)

PROPOSITI PER L'ANNO NUOVO.
COSE DA EVITARE
Bere più di quattordici alcolici la settimana.
Fumare.
Buttar via soldi per: impastatrici, gelatiere o altri marchingegni da cucina che non userò mai; libri di autori illeggibili da mettere in libreria per fare scena; biancheria sexy, inutile in quanto sfidanzata.
Comportarsi in modo sciatto in casa: fingere sempre che qualcuno ti stia osservando.
Spendere più di quel che guadagno.
Perdere il controllo della posta in arrivo.
Cadere vittima di: alcolizzati, stressati del lavoro, allergici alle relazioni serie, gente fidanzata o sposata, misogini, megalomani, maschilisti, cialtroni sentimentali o scrocconi, pervertiti.
Perdere la pazienza con mamma, Una Alconbury o Perpetua.
Prendersela per gli uomini: meglio essere calma e fredda come una regina delle nevi.
Prendersi cotte: meglio cercare di instaurare rapporti basati su una valutazione ponderata del carattere.
Sparlare alle spalle della gente: meglio trovare qualcosa di buono in tutti.
Lasciarsi ossessionare da Daniel Cleaver, nel senso che prendersi una cotta per il capo è patetico.
Essere depressa perché non ho il fidanzato: meglio coltivare calma interiore, autorità e stima di sé in quanto donna di un certo spessore, completa anche "senza" un fidanzato, in quanto è il modo migliore per trovarlo.
COSE DA FARE
Smettere di fumare.
Non bere più di quattordici alcolici la settimana.
Ridurre di 8 centimetri la circonferenza delle cosce (leggi 4 centimetri ciascuna), seguendo una dieta anticellulite.
Depurarsi da tutte le sostanze estranee.
Dare ai poveri tutti i vestiti che non metto da più di due anni.
Migliorare la carriera e trovare un nuovo lavoro con un futuro.
Mettere da parte i soldi sotto forma di risparmi. Se possibile cominciare a pagare anche una pensione.
Essere più sicura di me e più decisa.

JEFFERY DEAVER - Il collezionista di ossa (1997)

 

Voleva soltanto dormire.

L'aereo era atterrato con due ore di ritardo e c'era stata un 'attesa infinita per i bagagli. E poi l 'autonoleggio

aveva fatto casino: la limousine se n 'era andata un 'ora prima. E così, ora stavano aspettando un taxi.

Lei era in fila con gli altri passeggeri, il corpo snello piegato in avanti per il peso del computer portatile. John sproloquiava qualcosa sui tassi di interesse e su nuovi modi possibili di rinegoziare l'accordo, ma tutto ciò che lei riusciva a pensare era: Sono le dieci e mezzo di venerdì sera. Voglio mettermi in tuta e buttarmi sul letto.

Gli occhi fissi sulla fiumana senza fine di taxi gialli.

Qualcosa, nel colore e nella somiglianza delle automobili tra loro, le ricordava gli insetti. E rabbrividì

alla sensazione di fastidio che le tornò in mente, un ricordo della sua infanzia sulle montagne, quando lei e il

fratello si imbattevano in un tasso sventrato da qualche animale o scalciavano un nido di formiche rosse e

rimanevano a osservare attoniti la massa umida di corpi e zampette brulicanti.

T.J. Colfax avanzò stancamente quando il taxi accostò e si fermò accanto alla banchina di attesa con uno stridio di freni. Il tassista aprì il bagagliaio, ma rimase in macchina. Avrebbero dovuto caricarsi da soli le valigie, la qual cosa mandò John su tutte le furie. Era abituato ad avere gente che faceva le cose al suo posto. A Tammie Jean non importava: di tanto in tanto, riusciva ancora a sorprendersi di avere una segretaria che le batteva a macchina le lettere e le archiviava i documenti. Buttò la valigetta nel bagagliaio, chiuse il portello e salì in macchina.

John entrò dopo di lei, sbatté la porta e si tamponò la faccia rotondetta e la testa semicalva come se lo sforzo

di infilare la sacca da viaggio nel bagagliaio gli avesse esaurito le forze.

"Prima fermata alla Settantaduesima Est", borbottò John attraverso il divisorio.

"Poi nell'Upper West Side", aggiunse T.J. Il pannello di plexiglas tra i sedili posteriori e quelli anteriori era

piuttosto rigato, e T.J. riusciva a malapena a vedere il tassista.

La macchina partì rapidamente e poco dopo si immise sull'autostrada verso Manhattan.

 

ARTHUR GOLDEN - Memorie di una geisha (1997)

Capitolo Primo.

IMMAGINIAMO di essere seduti, voi e io, in una stanza silenziosa affacciata su un giardino, a parlare del più e del meno e a sorseggiare una tazza di tè verde, e che il discorso cada su un fatto avvenuto tanto tempo prima e  che io vi dica: «Il pomeriggio in cui incontrai quell'uomo... fu il più bello della mia vita, e anche il più brutto». Sono convinta che mettereste giù la vostra tazza e replichereste: «Be', com'è possibile? Era il più bello od il più brutto? Una cosa esclude l'altra!» Di solito riderei di me stessa, dichiarandomi d'accordo con voi, ma la verità è che il pomeriggio in cui incontrai il signor Tanaka Ichiro fu al tempo stesso il migliore ed il peggiore della mia vita. Mi era sembrato un uomo così affascinante che persino il sentore di pesce che proveniva dalle sue mani aveva un che di profumato. Ma, se non l'avessi conosciuto, sono sicura che non avrei mai fatto la geisha. Nulla, nella mia nascita e nel modo in cui sono stata allevata, poteva lasciar presagire che sarei diventata una geisha di Kyoto.

Non sono neppure nata a Kyoto. Sono la figlia di un pescatore che abitava in un villaggio chiamato Yoroido, sulle rive del mar del Giappone. In tutta la mia esistenza sono ben poche le persone alle quali ho parlato di Yoroido, o della casa in cui sono nata, o di mio padre e di mia madre, o di mia sorella, di qualche anno maggiore di me... e certamente non ho mai raccontato come sono diventata geisha o che cosa voglia dire esserlo. Lascio che la maggior parte della gente si immagini che anche mia madre e mia nonna fossero geishe e che, non appena il periodo del mio svezzamento si era concluso, già io venissi istruita nell'arte della danza, o cose di questo genere. Ricordo che un giorno di molti anni fa, mentre stavo versando una tazza di saké a un uomo, costui disse casualmente che la settimana prima era stato a Yoroido. Be', mi sentii come un uccello che, dopo aver attraversato a volo l'oceano, incontra una creatura che conosce il suo nido. Ne fui così sconvolta che non riuscii a trattenermi dall'esclamare: «Yoroido! E' lì che sono nata e cresciuta!»

Quel poveretto! Sul suo viso passarono le più straordinarie e mutevoli espressioni. Fece del suo meglio per sorridere, ma più che un sorriso era una smorfia perché non riusciva a cancellare lo shock che gli si era dipinto in faccia. «Yoroido?» disse. «Non può essere!»

Chocolat - Joanne Harris (1998)

11 FEBBRAIO - MARTEDÌ GRASSO
Siamo arrivate con il vento del carnevale. Un vento tiepido per febbraio, carico degli odori caldi delle frittelle sfrigolanti, delle salsicce e delle cialde friabili e dolci cotte alla piastra proprio sul bordo della strada, con i coriandoli che scivolano simili a nevischio da colletti e polsini e finiscono sul marciapiedi come inutile antidoto contro l'inverno. C'è un'eccitazione febbrile nella folla disposta lungo la stretta via principale, i colli che si allungano per vedere il carro fasciato di carta crespata, con i suoi nastri svolazzanti e le coccarde di cartoncino.
Anouk guarda, gli occhi spalancati, un palloncino giallo in una mano e una trombetta nell'altra, tra un cesto per la spesa e un triste cane marrone. Abbiamo visto altri carnevali, io e lei: una processione di duecentocinquanta carri decorati a Parigi, il martedì grasso dell'anno scorso, centottanta carri a New York, due dozzine di bande che marciavano a Vienna, clown sui trampoli, le Grosses Têtes con le loro teste ciondolanti di cartapesta, le majorettes con i bastoni che roteano e sfavillano. Ma a sei anni il mondo ha ancora una luce speciale. Un carro di legno, decorato alla buona con oro, crespo e scene dalle favole. Una testa di drago su uno scudo, Raperonzolo con una parrucca di lana, una sirenetta con la coda di cellophane, una casetta di pan di zenzero, tutta glassa e cartone dorato, una strega sulla porta che sventola le stravaganti unghie verdi di fronte a un gruppo di bambini silenziosi... A sei anni si possono scorgere dei particolari che già un anno dopo vanno al di là delle nostre capacità. Dietro la cartapesta, la glassa, la plastica, lei riesce ancora a vedere la vera strega, la vera magia. Alza lo sguardo verso di me, gli occhi sono brillanti, dello stesso azzurro-verde della Terra vista dallo spazio.
«Ci fermiamo? Ci fermiamo qui?». Devo ricordarle di parlare francese. «Allora? Ci fermiamo?». Mi si aggrappa alla manica. I suoi capelli sono un groviglio di zucchero filato nel vento.

Thomas Harris - Hannibal (1999)

1
Vien da pensare che un giorno così non possa che iniziare con un tremito.
La Mustang di Clarice Starling infilò rombando la rampa d'ingresso del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms (Batf) in Massachusetts Avenue. In ossequio alle leggi dell'economia, il Bureau aveva preso in affitto la sede dal reverendo Sun Myung Moon.
La forza di pronto intervento aspettava a bordo di tre veicoli: in testa un ammaccato furgone con targa civile e, dietro, due furgoni neri dello Swat (Special Weapons and Tactics) carichi di uomini e con i motori al minimo nel grande garage buio.
Starling tirò fuori dalla macchina la sacca con l'equipaggiamento e corse al furgone di testa, un veicolo bianco sporco con la scritta MARCELL'S CRAB HOUSE incollata sulle fiancate.
Quattro uomini la guardarono arrivare attraverso gli sportelli posteriori aperti. Starling era snella, nella tuta di tela blu, e si muoveva svelta sotto il peso dell'equipaggiamento, con i capelli che rilucevano alla spettrale luce fluorescente.
«Donne. Sempre in ritardo» commentò un agente della polizia di Washington.
Il responsabile dell'operazione era l'agente speciale John Brigham del Batf. «Non è in ritardo. Non l'ho avvertita finché non ci hanno dato il via» disse. «Deve aver portato il culo fin qui da Quantico... Ehi, Starling, passami la sacca.»
Lei batté il palmo della mano contro quello di Brigham. «Salve, John.»
Brigham mormorò qualcosa al trasandato agente chino sul volante e, prima ancora che gli sportelli si chiudessero, il furgone partì per emergere nel gradevole pomeriggio autunnale.

Tracy Chevalier - La ragazza con l'orecchino di perla (1999)

1664
La mamma non mi aveva detto che sarebbero venuti. Non voleva che sembrassi nervosa, mi spiegò in seguito. Mi stupii, perché pensavo che mi conoscesse bene. Gli estranei mi avrebbero visto serena. Da bambina non piangevo mai. Solo mia madre si accorgeva di una certa tensione nelle mie mascelle e dello sgranarsi dei miei occhi, già grandi per loro natura.
Ero in cucina e stavo tritando le verdure quando udii delle voci provenire dalla porta d’ingresso: quella d’una donna, squillante come rame lucidato, e quella d’un uomo, grave e cupa come il legno del tavolo su cui stavo lavorando. Voci di un genere che raramente si udivano in casa nostra. Mi suggerivano immagini di tappeti preziosi, libri, perle e pellicce.
Pensai con sollievo che solo poco prima avevo sfregato ben bene il gradino della porta d’ingresso.
La voce di mia madre – un tegame sul fuoco, una brocca – si avvicinava dalla stanza anteriore della casa. Venivano tutti verso la cucina. Misi al loro posto i porri che avevo tritato, quindi posai il coltello sul tavolo, mi ripulii le mani nel grembiule e strinsi le labbra per spianarle.
La mamma comparve sull’uscio, gli occhi due mute esortazioni. La donna dietro di lei dovette abbassare la testa perché era molto alta, più alta dell’uomo che la seguiva.
In famiglia eravamo tutti bassi, persino mio padre e mio fratello.
La donna sembrava portata dal vento, sebbene fosse una giornata calma. Aveva la cuffia un po’ di sghimbescio, da cui erano sfuggiti piccoli riccioli biondi che le svolazzavano sulla fronte come api, e che lei ricacciò indietro più volte con gesti nervosi. L’ampio colletto avrebbe avuto bisogno d’una buona stirata e non sembrava immacolato.
Si fece scivolare la mantella grigia giù dalle spalle, e allora mi accorsi che l’abito blu nascondeva una gravidanza. Il bebè sarebbe arrivato verso la fine dell’anno, o forse prima.

Andrea Camilleri - Gli arancini di Montalbano (1999)

La prova generale
La nottata era proprio tinta, botte di vento arraggiate si alternavano a rapide passate d'acqua tanto malintenzionate che parevano volessero infilzare i tetti. Montalbano era tornato a casa da poco, stanco perché il travaglio della jornata era stato duro e soprattutto faticante per la testa. Raprì la porta-finestra che dava sulla veranda: il mare si era mangiato la spiaggia e quasi toccava la casa. No, non era proprio cosa, l'unica era farsi una doccia e andarsi a corcare con un libro. Sì, ma quale? A eleggere il libro col quale avrebbe passato la notte condividendo il letto e gli ultimi pinsèri era macari capace di perderci un'orata. Per prima cosa, c'era la scelta del genere, il più adatto all'umore della serata. Un saggio storico sui fatti del secolo? Andiamoci piano: con tutti i revisionismi di moda, capitava che t'imbattevi in uno che ti veniva a contare che Hitler era stato in realtà uno pagato dagli ebrei per farli diventare delle vittime compatite in tutto il mondo.
Allora ti pigliava il nirbùso e non chiudevi occhio. Un giallo? Sì, ma di che tipo? Forse era indicato per l'occasione uno di quelli inglesi, preferibilmente scritti da una fimmina, tutto fatto di intrecciati stati d'animo che però dopo tre pagine ti fanno stuffare. Allungò la mano per pigliarne uno che non aveva ancora letto e in quel momento il telefono sonò.
Cristo! Si era scordato di telefonare a Livia, certamente era lei che chiamava, preoccupata. Sollevò il ricevitore.
«Pronto? È la casa del commissario Montalbano?» «Sì, chi parla?» «Genco Orazio sono.»
E che voleva Orazio Genco, quasi settantenne ladro di case? A Montalbano quel ladro che in vita sua non aveva mai fatto un gesto violento stava simpatico e l'altro questa simpatia la sentiva.
«Che c'è, Orà?» «Ci devo parlari, dottore.» «E cosa seria?»

Sveva Casati Modignani - Vicolo della duchessa (1999)

La porta automatica si aprì silenziosamente al passaggio di un'anziana signora, alta e sottile, che entrò nella piccola hall dell'albergo Schloss Rundegg di Merano. Indossava un cappotto nero bordato di zibellino e dal cappello, a tesa ampia, usciva qualche ricciolo biondo. Aveva un bel viso illuminato da grandi occhi verdi.
Il tassista che l'accompagnava posò due valigie bianche accanto a una cassapanca antica.
K Vielen Dank », ringraziò la signora.
K Bitte», replicò il tassista, e si allontanò salutando con un familiare semus il portiere che stava venendo incontro all'ospite.
«Sono Valeschi D, disse la signora. «È stata prenotata una camera a mio nome.»
«Infatti, l'aspettavamo. Buona sera, signora Valeschi. Ha fatto buon viaggio?» disse Giovanni, il portiere di notte. Era un uomo sulla cinquantina, dalla corporatura imponente e l'accento meridionale che le ricordò subito la sua balia.
« Ottimo, grazie », rispose distrattamente la signora mentre sbottonava il cappotto su un abito rosso lacca. Si guardò intorno incuriosita. Riconobbe il soffitto a crociera con la colonna centrale in pietra rosa che, a Natale, sua madre fasciava con rami d'abete e nastri di seta rossa. Adesso soltanto gli archi erano decorati da festoni di abete e palle dorate.
«Vuole accomodarsi, signora Valeschi? » la invitò Giovanni.
«Naturalmente », rispose, riscuotendosi dai ricordi. S'avvicinò al banco del ricevimento, sfilò i guanti, aprì la borsetta ed estrasse un documento d'identità.
«Faccio portare subito in camera i suoi bagagli», disse lui « È nella torre?» s'informò.
« Come aveva chiesto », confermò.
«A che ora servono la cena?» chiese la signora.
«Adesso. Sono le sette e mezzo.»
« Allora vado a tavola» decise.
In quel momento li raggiunse il maitre in abito nero, camicia immacolata, papillon rosso.
« Huber, la signora al tavolo trentadue D, ordinò il portiere all'uomo che annuì con un cenno del capo.
Solo allora la signora si rese conto che un impianto stereofonico diffondeva in tono sommesso le note di un canto di Natale.

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