Alexander Puskin

 

Ricordo il magico istante:
Davanti m'eri apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Genio di limpida beltà.

Nei disperati miei tormenti,
Nel chiasso delle vanità,
Tenera udivo la tua voce,
Sognavo i cari lineamenti.

Anni trascorsero. Bufere
Gli antichi sogni poi travolsero,
Scordai la tenera tua voce,
I tuoi sublimi lineamenti.

E in silenzio passavo i giorni
Recluso nel vuoto grigiore,
Senza più fede e ispirazione,
Senza lacrime, né vita e amore.

Tornata è l'anima al risveglio:
E ancora mi sei apparsa tu,
Come fuggevole visione,
Genio di limpida beltà.

E nell'ebbrezza batte il cuore
E tutto in me risorge già -
E la fede e l'ispirazione
E la vita e lacrime e amore.

Che t'importa del mio nome?

 

Che t'importa del mio nome?
Esso morirà, come il triste rumore
Dell'onda, che batte contro una lontana riva,
Come un suono notturno in un profondo bosco.

Esso sul foglietto di un album
Lascerà una morta traccia, simile
Al ricamo di una iscrizione tombale
In una lingua sconosciuta

Che c'è in questo nome? Da tempo dimenticato
Nelle agitazioni nuove e ribelli,
Alla tua anima esso non darà
Puri, teneri ricordi

Ma nel giorno della tristezza, nella quiete,
Pronuncialo con nostalgia;
Dì: c'è una memoria di me,
C'è al mondo un cuore nel quale io vivo...

No, non mi piacciono i piaceri tumultuosi

 

No, non mi piacciono i piaceri tumultuosi,
Il tripudio dei sensi, la follia, la frenesia,
I lamenti, le grida della giovane baccante,
Quando, avvinghiata come serpente tra le mie braccia,
Con l'impeto delle ardenti carezze e la piaga dei baci
Ella affretta l'attimo degli ultimi tremiti!

O, quanto m sei più cara tu, amica mia santerella!
O, come sono io tormentosamente felice di te,
Quando, piegandoti alle mie lunghe preghiere,
Tu ti abbandoni a me tenera, senza ebbrezza,
Fredda e vergognosa, al mio impeto
Appena rispondi, non ascolti nulla
E ti risvegli poi sempre più e più
E condividi finalmente senza volerlo la mia fiamma.

Il ricordo

 

Quando per il mortale tace il rumore del giorno,
E sulle mute piazze della città
Si posa la semitrasparente ombra della notte
E il sonno, ristoro per le fatiche del giorno,
Allora per me nel silenzio si trascinano
Ore di tormentosa veglia:
Nell'ozio notturno più vivi bruciano in me
I serpenti dei rimorsi del cuore;
Ribollono i sogni; nella mente, oppressa dall'angoscia,
Si affolla un gran numero di grevi pensieri;
Il ricordo silenziosamente davanti a me
Apre il suo lungo cartoccio;
E leggendo con ripugnanza la mia vita
Io tremo e maledico,
E amaramente mi rattristo, e amare lacrime verso,
Ma non cancello le tristi righe.

L'angelo

 

Alle porte dell'eden un tenero angelo
Con la testa china risplendeva,
E un demone tenebroso e ribelle
Volava sull'abisso dell'inferno.

Lo spirito della negazione, lo spirito del dubbio
Mirava quel puro angelo
E un involontario calore di tenerezza
Per la prima volta cnfusamente provò.

" Perdonami, disse, io ti ho veduto
E tu non invano me splendevi:
Non tutto io nel cielo ho odiato,
Non tutto nel mondo ho disprezzato".

Il fiore

 

Un fiore secco, un fiore senza profumo
Dimenticato in un libro io vedo;
Ed ecco che già di uno strano sogno
Si è colmata l'anima mia:

 

Dove è fiorito? Quando? In quale primavera?
E a lungo è fiorito? E chi l'ha colto,
Una mano nota o forse estranea?
E chi l'ha posto in questo libro?

Forse in ricordo di un tenero incontro,
O di un fatale abbandono,
Oppure di una passeggiata solitaria
Nel silenzio dei campi, nell'ombra dei boschi?

E lui è vivo, ed è viva lei?
E ora dov'è il loro angolino?
O forse sono già appassiti,
Come questo fiore sconosciuto?

A Natasa

 

Appassirà, appassirà, la bella estate;
Voleranno via i chiari giorni;
Si stenderà la nebbia piovosa
Sull'ombra sonnolenta della notte;
Sono deserti i campi di grano,
Freddo è il gioioso ruscello:
Il riccioluto bosco si è diradato;
Pallida è diventata la volta celeste.

Natasa-luce! Dove sei ora?
Perchè nessuno ti vede?
O forse una sola ora non vuoi
Condividere con l'amico del cuore?
Nè sull'ondoso lago,
Nè sotto la profumata chioma dei tigli
Nè di mattina nè all'ora tarda
Io non mi incontro con te.

Presto, presto il freddo inverno
Visiterà il bosco, e il campo;
Un lume nella fumosa casupola
Presto chiaro brillerà;
Non rivedrò l'incantevole
E, come un passero nella stretta gabbia,
A casa sarò in tristezza
E ricorderò Natasa.

Presentimento

 

Di nuovo le nubi su di me
Si sono radunate in silenzio;
Il fato invidioso di nuovo
Mi minaccia una sciagura
Serberò forse il disprezzo verso il destino?
Andrò incontro al destino
Con l'inflessibilità e la pazienza
Della mia orgogliosa giovinezza?

Fiaccato da una vita tempestosa
Indifferente aspetto la tempesta:
Forse, ancora una volta salvato,
Di nuovo troverò un posto
Ma, nel presentire il distacco,
L'ora inevitabile, terribile,
Mi affretto per l'ultima volta
A stringere la tua mano, angelo mio.

Angelo mite, angelo sereno,
Chetamente dimmi: addio,
Ti sei rattristato: il tuo tenero sguardo
Sollevalo oppure abbassalo;
E il tuo ricordo sostituirà
Nell'anima mia
La forza, l'orgoglio, la grande speranza
E l'ardimento dei giovani giorni.

CLAUDE MONET - Vela sulla Senna ad Argenteuil
CLAUDE MONET - Vela sulla Senna ad Argenteuil

Si è spento...

 

Si è spento l'astro del giorno;
Sull'azzurro mare è scesa la nebbia della sera.
Stormisci, stormisci, vela obbediente,
Agitati sotto di me, cupo oceano.
Io vedo la riva lontana,
I paesi incantati delle terre del mezzogiorno;
Là io tendo con emozione e nostalgia,
Inebriato dal ricordo:
Lo sento: negli occhi di nuovo le lacrime;
L'anima ribolle e si placa;
Intorno a me vola un noto sogno;
Ho ricordato il folle amore degli anni passati,
E tutto ciò che ho sofferto, e tutto ciò che è caro al cuore,
L'inganno estenuante di speranze e desideri....
Stormisci, stormisci, vela obbediente,
Agitati sotto di me, cupo oceano.
Vola, vascello, portami verso le plaghe lontane
Sul tempestoso capriccio degli ingannevoli mari,
Ma non portarmi alle tristi rive
Della mia patria nebbiosa,
Del paese dove, alla fiamma delle passioni,
Primamente si sono accesi i sentimenti,
Dove in segreto le tenere Muse mi hanno sorriso,
Dove presto fra le tempeste sfiorì
La mia giovinezza perduta,
Dove mi tradì la gioia dalle ali leggere
Abbandonando il freddo cuore alla sofferenza.
Cercatore di nuove impressioni,
Sono fuggito lontano da voi, mie terre patrie;
Sono fuggito da voi, allievi dei piaceri,
Fugaci amici di una fugace giovinezza;
E voi, amiche di peccaminosi errori,
Alle quali senza amore ho sacrificato me stesso,
La pace, la gloria, la libertà e l'anima,
Anche voi ho dimenticato, giovani traditrici,
Amiche misteriose della mia primavera dorata,
Anche voi ho dimenticato..... Ma le antiche ferite del cuore,
Le ferite profonde dell'amore, niente le ha curate....
Stormisci, stormisci, vela obbediente,
Agitati sotto di me, cupo oceano....

BARTROLOMEO ESTEBAN MURILLO - Donne alla finestra
BARTROLOMEO ESTEBAN MURILLO - Donne alla finestra

Puskin - Il prigioniero

 

Siedo dietro le sbarre nell'umida cella.

Allevata in prigionia una giovane aquila,

Mia triste compagna, agita l'ala,

E sotto la finestra becca il sanguinolento cibo.

Becca, e poi lo lascia, e guarda verso la finestra,

Come se pensasse la stessa cosa che penso io.

Mi chiama con lo sguardo e col suo grido

E vuol dire : "Su, voliamo via!

Noi siamo liberi uccelli; è l'ora, fratello, è l'ora!

Là, dove dietro le nubi biancheggia la montagna,

Là dove splendono d'azzurro le plaghe marine,

Là, dove voliamo solo il vento... e io!...."

Non ho rimpianti

 

Non ho rimpianti per voi, anni della mia primavera,

Anni trascorsi nei sogni di un inane amore, 

Non ho rimpianti per voi, misteri delle notti,

Cantati dal languido e dolce flauto.

Non ho rimpianti di voi, amici infedeli,

Ghirlande dei festini e coppe rotonde,

Non ho rimpianti di voi, giovani traditrici,

Assorto nei pensieri, sono estraneo ai divetimenti.

Ma dove siete voi, minuti di dolcezza,

Di giovanili speranze, della pace del cuore?

Dove sono l'ardore di un tempo e le lacrime dell'ispirazione?.

.. Tornate di nuovo, anni della mia primavera!

BOTTICELLI - Nascita di venere
BOTTICELLI - Nascita di venere

All’Italia
Chi conosce la terra dove il cielo
d’indicibile azzurro si colora?
dove tranquillo il mar con l’onda sfiora
rovine del passato?
dove l’alloro eterno ed il cipresso
crescon superbi? dove il gran Torquato
cantò? dove anche adesso
ne la notte profonda
i canti suoi va ripetendo l’onda?
la terra ove dipinse Raffaello,
dove gli ultimi marmi
animò di Canova lo scalpello
e Byron rude martire ne’ carmi
dolore, amore effuse e imprecazione?
Italia, terra magica, gioconda
terra d’ispirazione!

La rosa

 

Dov'è la nostra rosa,
Amici miei?
E' appassita la rosa,
Figlia dell'alba.
Non dire: così
Appassisce la giovinezza!
Non dire:
Ecco la gioia della vita!
Dì al fiore:
Addio, mi dispiace!
E il giglio
mostra a noi.

Se la vita ti tradisce

 

Se la vita ti tradisce

non dolerti, non crucciarti!
nella pena trova pace
l'allegria, credi, verrà.

Di futuro vive il cuore,
il presente è desolato:
tutto è effimero, fugace;
ciò che passa sarà amato.

A una greca

 

Tu sei nata per accendere
L'immaginazione dei poeti,
Per turbarla, per affascinarla
Con la tenera vivacità dei saluti,
Con la stranezza orientale delle parole,
Con lo scintillio degli specchi dei tuoi occhi
E questo audace piedino....
Tu sei nata per il languido amore,
Per l'ebbrezza delle passioni.
Dimmi- quando il cantore di Leila
Disegnava nei sogni celesti
Il suo immutabile ideale,
Non te forse ha rappresentato
Il poeta dolente e caro ?
Forse, in una plaga lontana,
Sotto il cielo della sacra Grecia,
Te il sofferente ispirato
Ha conosciuto o visto, come in un sogno,
E l'immagine indimenticabile non si è rinchiusa
Nella profondità del suo cuore ?
Forse con la lira felice
L'incantatore ti ha sedotta;
Un tremito involontario è sorto
Nel tuo petto orgoglioso,
E tu, chinata sulla sua spalla.....
No, no, amica mia, del sogno geloso
La fiamma non voglio alimentare;
A lungo la felicità mi è stata straniera,
Di nuovo ne posso godere,
E, oppresso da misteriosa tristezza,
Ho paura: è insicuro tutto quello che amiamo.

A una giovane vedova

 

Lida, amica mia fedele,
Perchè attraverso il sonno lieve,
Spesso io, spossato dall'amore,
Sento il tuo lieve lamento?
Perchè, nell'amore felice
Nel vedere un sogno spaventoso,
Lo sguardo immobile, timoroso
E' fisso verso la tenebra?
Perchè quando io assaporo
Il rapido svenimento dell'estasi,
Osservo talvolta
Le tue lacrime segrete?
Tu ascolti distratta
Il mio ardente discorso,
Mi stringi freddamente la mano,
Freddo è lo sguardo dei tuoi occhi...
O incomparabile amica!
Eternamente spargerai delle lacrime,
Eternamente invocherai dalla tomba
Il tuo morto consorte?
Credimi: i prigionieri della tomba
Li avvolge un sonno eterno;
Non gli è più cara la voce amata,
Non gl'incresce il lamento di dolore;
Non sono per loro le rose di primavera,
La dolcezza del mattino, il rumore dei festini,
Le lacrime di una sincera amicizia
E il timido richiamo delle amanti...
Presto il tuo non dimenticato compagno
Ha respirato il respiro della morte
E inebriato di felicità
Si è addormentato sul tuo petto
Dorme l'inghirlandato felice;
Credi all'amore: noi siamo innocenti.
No, il geloso adirato
Non salirà dalla tenebra eterna;
Non tuonerà il tuono nella cheta notte,
E l'ombra invidiosa
Non si metterà vicino agli amanti,
Sfidando il dormiente giorno.

Non cantare, cara

 

Non cantare, cara, davanti a me
I canti della tua triste Georgia:
Essi mi ricordano, quei canti
Un'altra vita e una riva lontana.

Ahimè, essi mi ricordano,
Le tue aspre melodie,
E la steppa, e la notte, e al lume della luna
I lineamenti di una lontana, povera fanciulla....

Il fantasma caro, fatale
Io, vedendo te, dimentico;
Ma tu canti-e davanti a me
Quel fantasma vedo di nuovo

Non cantare, cara, davanti a me
I canti della tua triste Georgia:
Essi mi ricordano, quei canti,
Un'altra vita e una riva lontana.

Il timido  inizio

 

Un “voi” vuoto con un “tu” caloroso

scambiava lei nel parlarmi

e suscitava nel cuore innamorato

i più bei sogni di felicità.

Davanti a lei sto in silenzio

di distogliere gli occhi non ho forza

e le dico: “come siete cara”

e penso “come ti amo”.

Il carro della vita

 

Anche se a volte su di esso il peso è greve,
Agile nell'andare è il carro;
L'ardito cocchiere, il tempo canuto,
Lo conduce,senza scendere di serpa.

Al mattino noi sediamo sul carro,
Siamo felici di romperci la testa
E, disprezzando pigrizia e piaceri,
Gridiamo: va'!

Ma a mezzogiorno il nostro coraggio non c'è più;
Siamo stati sballottati; ci sono più temibili
Le scarpate e i burroni,
Gridiamo: va' un pò più piano, imbecille!

Corre come prima il carro;
Verso sera ci siamo abituati
E sonnecchiando andiamo verso l'alloggio
E il tempo spinge i cavalli.

Canto bacchico

 

Perchè tace la voce dell'allegria ?
Scatenatevi, canti delle baccanti !
Evviva le tenere fanciulle
E le giovani donne, che ci amano !
Colmate più pieno il bicchiere !
Sul suo fondo risonante
Nel denso vino
Gettate gli anelli del presagio !
Alziamo i bicchieri, muoviamoli tutti di un colpo !
Evviva le Muse, evviva la ragione !
Tu, sacro sole, ardi !
Come questa lampada impallidisce
Davanti al chiaro sorgere dell'alba,
Così la falsa saggezza si offusca e muore
Davanti al sole immortale della mente.
Che viva il sole, che si nasconda la tenebra !

GUILLAUME SEIGNAC
GUILLAUME SEIGNAC

ALEXANDER PUSKIN - Ti amai

 

Ti amai, anche se forse  

ancora non è spento

del tutto l'amore.

Ma se per te non è più tormento

voglio che nulla ti addolori.

Senza speranza, geloso,

ti ho amata nel silenzio e soffrivo,

teneramente ti ho amata come

-Dio voglia- un altro possa amarti.

La tempesta

 

Tu hai visto la fanciulla sullo scoglio
Nella bianca veste sopra le onde,
Quando, rumoreggiando nella tempestosa tenebra,
Il mare giocava con le rive,
Quando il raggio dei lampi la rischiarava
Continuamente di uno splendore purpureo,
E il vento si agitava e volava
Col suo svolazzate mantello ?
E' bello il mare nella tenebra della tempesta
E il cielo nei suoi bagliori senza l'azzurro;
Ma credimi: la fanciulla sullo scoglio
E' più bella delle onde, del cielo e della tempesta.

ALEXANDER PUSKIN - L'uva

 

Non starò  a rimpiangere le rose

appassite a una lieve primavera;

mi è cara anche l'uva sui tralci

a filari maturata su un pendio.

Bellezza della mia fertile valle,

gioia d'autunno dorato,

oblungo e diafano,

come i seni di una giovane ragazza.

  

Nella profondità delle miniere siberiane

 

Nella profondità delle miniere siberiane

Serbate l'orgogliosa pazienza,

Non sarà inutile la vostra triste fatica

E l'alta ispirazione dei pensieri.

 

Fedele sorella dell'infelicità,

La speranza nel tenebroso sottoterra

Risveglierà il vigore e l'allegria,

Verrà il tempo desiderato:

 

L'amore e l'amicizia fino a voi

giungeranno attraverso le tenebrose prigioni,

Come nelle vostre tane di forzati

Giunge la mia libera voce.

 

Cadranno le pesanti catene,

Crolleranno le carceri - e la libertà

Vi accoglierà gioiosa sulla soglia,

E i fratelli vi rudaranno la spada.

(1827)

 

La tomba di Anacreonte

 

Tutto è in misterioso silenzio;
Il colle è avvolto dal buio;
Fluttua in un rilucere di nubi
La giovane mezzaluna.
Vedo: la lira sulla tomba
Dorme in un dolce silenzio;
Solo talvolta un malinconico suono,
Come la cara voce della pigrizia,
Si sente in una morta corda.
Vedo: sulla lira c'è una tortora,
Tra le rose una coppa e una ghirlanda...
Amici, qui riposa in pace
Il saggio che conosceva il piacere.
Guardate: nel porfido
Lo scalpello lo ha reso vivo!
Qui egli si guarda nello specchio,
E dice: "Sono canuto e vecchio,
Lasciate che mi goda la vita;
La vita, ahimè, non è un dono eterno!"
Qui, alzando sulla lira le mani
E aggrottando le altere soppracciglia,
Vuole cantare le imprese del dio,
Ma canta solo l'amore.
Qui si appresta a pagare
Il suo ultimo debito alla natura:
Il vecchio danza la danza in tondo,
Desidera soddisfare la sete.
Intorno al canuto amante
Le fanciulle ballano e cantano;
Egli all'avaro tempo
Ruba qualche minuto.
Ecco le Muse e le Grazie
Hanno accompagnato alla tomba l'amato;
Con l'edera, avvolte di rose,
Le danze lo hanno seguito....
Egli è morto, come il piacere,
Come un gaio sogno d'amore.
Mortale è l'immagine della tua vita:
Carpisci la fugace gioia;
Prenditi il piacere, il piacere;
Versa più spesso la coppa;
Struggiti per l'irruente passione,
E sospira davanti al vino!

Elegia
Degli anni folli la già spenta gioia
come una cupa ebbrezza mi dà noia,
ma come il vino, o antico mio dolore,
più invecchi, più ti fai forte nel cuore.
Il mio cammino è triste. Un fato oscuro
m’annunzia il grigio mare del futuro.
Ma io non voglio, amici miei, morire,
io voglio ancora vivere e soffrire.
So che troverò sempre un po’ di bene
in mezzo alle amarezze ed alle pene;
m’inebrierò di nuovo d’armonia,
lacrimerò su qualche fantasia,
e forse brillerà al tramonto mio
l’amore come un sorridente addio.

Mattino d'inverno

Gelo e sole; giornata mirabile!

E tu sonnecchi, o mia adorabile -
su, bella, di svegliarsi è ora:
dischiudi gli occhi di piacere,
stella del nord fatti vedere
incontro alla nordica aurora!
 
Ieri sera era tormenta, 
e fosco il cielo, buia tenda;
la luna, pallida chiazza,
ingialliva fra nuvole gravi
e tutta mesta tu sedevi -
ma adesso... guarda alla finestra:
 
sotto quel cielo azzurrissimo
stesa la neve, al sole splende;
soltanto il bosco nereggia,
l'abete alla brina verdeggia,
di ghiaccio il ruscello lucente.
 
Una luce ambrata si posa
su tutta la stanza. E' festosa
la stufa che accesa scricchia.
Al caldo bello meditare.
Ma perché non far attaccare
la morellina alla slitta?
 
Sulla neve del mattino,
con l'impaziente cavallino,
Mia cara, svelti scivolando
vedremo i campi sterminati,
i boschi, da poco spogliati,
e quella riva che amo tanto.
                (1829, trad. G.Giudici e G.Spendel)

Al mare

 

Addio, libero elemento!
Per l'ultima volta davanti a me
Tu fai scorrere le onde azzurre
E risplendi di orgogliosa bellezza.

Come il malinconico mormorio di un amico,
Come il suo richiamo nell'ora dell'addio,
Il tuo triste rumore, il tuo rumore che invoca
Io l'ho sentito per l'ultima volta.

Meta desiderata della mia anima!
Come sovente lungo le tue rive
Ho errato cheto e cupo,
Oppresso da una sacra idea!

Come ho amato i tuoi richiami,
I sordi suoni, la voce dell'abisso
E il silenzio nell'ora della sera,
E le tue capricciose raffiche!

La pacifica vela dei pescatori,
Custodita dal tuo capriccio,
Scivola maestosa fra le onde:
Ma tu ti sei messo a giocare, incontenibile,
E affonda uno sciame di vascelli.

Non sono riuscito ad abbandonare per sempre
La riva immobile, a me noiosa,
A salutarti con gli entusiasmi
E a dirigere sui tuoi flutti
La mia corsa poetica!

Tu mi aspettavi, mi chiamavi... io ero incatenato;
Voleva strapparsi l'anima mia :
Incantato da una potente passione,
Io rimasi presso le rive...

Che cosa rimpiangere? Dove ora dovrei
Dirigere il mio spensierato cammino?
Un solo oggetto nel tuo deserto
Stupirebbe la mia anima.

Una roccia, sepolcro della gloria..
Là si sono immersi nel freddo sonno
I giganti del ricordo:
Là si è spento Napoleone.

Là egli è morto fra i tormenti.
E dopo di lui, come rumore di tempesta,
Un altro genio è galoppato via da noi,
Un altro dominatore delle nostre menti.

E' scomparso, pianto dalla libertà,
Lasciando al mondo la sua ghirlanda.
Rumoreggia, agitati in tempesta:
Egli è stato, mare, il tuo cantore.

La tua immagine era impressa in lui,
Egli è stato creato dal tuo spirito:
Come te, potente, profondo e tenebroso,
Come te, non domabile da niente.

Il mondo è rimasto vuoto... Ora, dove
Mi dovresti portare, oceano ?
Il destino degli uomini è ovunque lo stesso:
Dove c'è il bene, là, già di sentinella
C'è la civilizzazione o il tiranno.

Addio dunque, mare ! Non dimenticherò
La tua trionfale bellezza
E a lungo, a lungo, io udirò
Il tuo rombo, nelle ore della sera.

Nei boschi, nei deserti silenziosi
Porterò, colmo di te,
Le tue rocce, i tuoi golfi,
E lo scintillio, e l'ombra, e la parola delle onde.

Sera d’inverno

La bufera il cielo ottenebra,
venti di neve turbinando;
come belva ulula adesso,
ora piange come un bambino,
ora sul tetto sconnesso
la paglia, ecco, fa frusciare,
ora, tardo pellegrino,
al finestrino è qui a bussare.
La nostra annosa casetta
è tutta buia e mesta.
E tu perché, o mia vecchietta,
sei ammutolita alla finestra?
della bufera l’ululio,
amica mia, ti ha affaticata,
o sonnecchi dal ronzìo
del tuo arcolaio appisolata?
Beviamoci su, amica cara
della povera mia giovinezza:
beviamo tristi - qua il bicchiere!
Il cuore ne avrà allegrezza.
Cantami tu la cingallegra
che viveva di là dal mare;
cantami tu quella ragazza
che alla fonte doveva andare.
La bufera il cielo ottenebra,
venti di neve turbinando;
come belva ulula adesso,
ora piange come un bambino.
Beviamoci su, amica cara,
della povera mia giovinezza:
beviamo tristi - qua il bicchiere!
Il cuore ne avrà allegrezza.

Versi d’album
Che c’è per te nel nome mio?
Morirà esso come il grido
d’un’onda infranta contro il lido,
come in un bosco un mormorio.
Lascerà sulla carta muta
un’orma pallida ed eguale
a un’iscrizione sepolcrale
in una lingua sconosciuta.
Che c’è per te? Scordato ormai
in tanti affanni nuovi e gravi,
invano tu vi cercherai
memorie tenere e soavi.
Ma tu pronunzialo nel triste
giorno in cui il male si ravviva;
di’: il mio ricordo ancora esiste,
c’è ancora un cuore ove son viva.

La stella della sera
Si dirada volando la nuvola leggera.
Malinconica stella, o stella della sera!
Inargenta il tuo raggio le squallide pianure,
il golfo  sonnolento  e  le  montagne  scure.
Amo il tuo fioco lume nell’aria trasparente;
esso ha in me risvegliato un pensiero dormente
ricordo il tuo tramonto, o astro prediletto,
sovra un dolce paese sempre caro al mio affetto,
dove nelle vallate s’alzano i pioppi fieri,
dove dormono i mirti ed i cipressi neri,
ed i tiepidi flutti sussurrano soavi.
In quei monti col cuore pieno di sogni gravi
distraevo sul mare l’indolenza pensosa:
scendeva sopra i tetti la tenebra gelosa,
e una giovane donna me nell’ombra cercava
e te col proprio nome alle amiche chiamava.

Viaggio d'inverno

 

Dentro la nebbia a onde
si fa strada la luna,
una mesta luce effonde
sulla mesta radura.  
       
Sulla noiosa via d'inverno
va la trojka baldanzosa,
tintinna la campanella
monotonamente affannosa.
 
Qualcosa di familiare
nel canto del postiglione:
ora baldoria che avvampa,
ora dolore del cuore...
 
Non c'è un nero di capanna,
non c'è un fuoco, vuoto e neve...
Soltanto i pali delle verste
sopravvengono incontro a me...
 
Noioso, triste... Ma domani,
domani, Nina, da te sarò,
non smetter più di guardarti,
presso il cammino tutto oblierò.
 
Poi la lancetta delle ore
il suo giro concluderà,
allontanando gli importuni
la mezzanotte ci unirà.
 
Triste e noiosa, Nina, la via,
il postiglione si è appisolato,
la campanella è una litania,
il volto della luna annebbiato.
                (1826)

IL PROFETA

Oppresso da sete spirituale,
Mi trascinavo nel cupo deserto, -
E un serafino dalle sei ali
A un bivio mi apparve.
Con le sue dita lievi come un sogno
Sfiorò le mie pupille.
Si aprirono le profetiche pupille,
Come quelle di un’aquila spaventata.
Egli sfiorò le mie orecchie, -
Ed esse si colmarono di rumori e di suoni:
Ed io udii il tremare del cielo,
E il volo sublime degli angeli,
E l’andare sottomarino dei mostri del mare,
E il crescere della vigna nella valle.
Egli si avvicinò alle mie labbra,
E strappò la mia lingua peccatrice,
Dalle vane parole, maligna,
E il pungiglione del saggio serpente
Nelle mia labbra morte
Pose con la sua destra insanguinata.
E mi spaccò il petto con la spada,
Ne tolse il cuore pulsante,
E un tizzone fiammeggiante di fuoco,
Mise nel mio petto aperto.
Come un cadavere io giacevo nel deserto,
E la voce di Dio arrivò a me:
“Alzati, profeta, e guarda, e ascolta,
Compi la mia volontà,
E andando per il mare e la terra,
Accendi con la parola i cuori degli uomini”.

Inno alla peste
Quando l’inverno, vigoroso
come un guerriero, sotto i cieli
guida l’esercito villoso
delle sue nevi e dei suoi geli,
di fuochi fervono i camini,
di luci splendono i festini.
Regina orribile, la Peste
viene da noi con passo forte,
chiamata dalla messe agreste,
 e bussa a vetri muri e porte
 con il badile della bara:
 chi ci consiglia o ci ripara?
 Cerchiamo scampo dalla morte
 come dal brivido invernale!
 Chiudiamo rapidi le porte,
versiamo il vino nel boccale,
 ed in conviti danze e feste
 cantiamo il regno della Peste!
C’è una allegrezza grande e bella
sull’orlo estremo della rupe,
nell’oceanica procella
tra flutti immensi e nubi cupe,
nelle sahariche tempeste
e nel respiro della Peste.
Ciò ch’è dannato a perdizione
pei nostri cuori in sé nasconde
un’inesausta seduzione,
pegno di gioie più profonde…
Beato chi nella sua noia
potè trovare questa gioia.
Gloria a te. Peste! La paura
ignota c’è del tuo richiamo
e dell’oscura sepoltura.
E nel tuo aroma noi beviamo,
o Rosa-Vergine celeste,
forse anche il fiato della Peste!

Il demone
Al tempo che nuova scoprivo
dell’esistenza ogni impressione:
begli sguardi, fruscio boschivo,
di notturno usignolo canzone -
quando sublimi sentimenti,
amore, gloria e libertà,
nel sangue urgevano ferventi
con la poetica ebrietà,
gioie e speranze imprevisto
un cupo dolore guastò:
segretamente un genio tristo
a visitarmi cominciò.
Nei nostri mesti appuntamenti
mi ammaliava, mi sorrideva:
coi suoi discorsi pungenti
freddo veleno m’infondeva.
Quasi a indurla in tentazione
calunniava la Provvidenza;
chiamava un’illusione il bello;
disprezzava l’ispirazione;
libertà e amore rinnegava;
guardava alla vita con scherno;
e niente in tutta la natura
a benedire si piegava.

Mattino d'inverno
 
Gelo e sole; giornata mirabile!
E tu sonnecchi, o mia adorabile -
su, bella, di svegliarsi e' ora:
dischiudi gli occhi di piacere,
stella del nord fatti vedere
incontro alla nordica aurora!
Ieri sera era tormenta,
e fosco il cielo, buia tenda;
la luna, pallida chiazza,
ingialliva fra nuvole gravi
e tutta mesta tu sedevi -
ma adesso... guarda alla finestra:
sotto quel cielo azzurrissimo
stesa la neve, al sole splende;
soltanto il bosco nereggia,
l'abete alla brina verdeggia,
di ghiaccio il ruscello lucente.
Una luce ambrata si posa
su tutta la stanza. E' festosa
la stufa che accesa scricchia.
Al caldo bello meditare.
Ma perche' non far attaccare
la morellina alla slitta?
Sulla neve del mattino,
con l'impaziente cavallino,
Mia cara, svelti scivolando
vedremo i campi sterminati,
i boschi, da poco spogliati,
e quella riva che amo tanto.

(1829)

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