* * * * Poesie di Gabriela Mistral * * * *

GABRIELA MISTRAL (1889 - 1957)

 

Gabriela Mistral è lo pseudonimo della poetessa Lucila Godoy Alcayaga.

Insegnò, dapprima nella scuola elementare e, successivamente, nella scuola superiore. Ebbe tra i suoi alunni il futuro poeta Pablo Neruda.

Nel 1912 presentò alcuni sonetti, che furono premiati ai giochi floreali di Santiago.

Ispirandosi al nome dei poeti che amava di più, Gabriele D'Annunzio e Federico Mistral, scelse lo pseudonimo di Gabriela Mistral per firmare i tre Sonetti della Morte ispirati da un amore infelice (il suicidio del suo primo, grande amore).

Il suo primo libro, Desolazione, venne pubblicato in Cile nel 1922, ma era già diffuso all'estero.

Ebbe importanti incarichi governativi e viaggiò molto in missioni culturali.

Nel 1946 le fu assegnato il Premio Nobel per la letteratura. Ammalata di leucemia, morì a New York nel 1957.

 

Opere principali: Sonetos de la Muerte (1914); Desolación (1922); Lecturas para Mujeres (1923), Ternura (Tenerezza, 1924); Tala (1938); Antología (1941).

Dammi la mano 

 

Dammi la mano e danzeremo

Dammi la mano e mi amerai
come un solo fior saremo
come un solo fiore e niente più.
Lo stesso verso canteremo
allo stesso passo danzerai
Come una spiga onduleremo
come una spiga e niente più.
Ti chiami rosa e io speranza
ma il tuo nome dimenticherai
perchè saremo una danza
sulla collina e niente più.

 

Dame la mano

                       

Dame la mano y danzaremos;
dame la mano y me amarás.
Como una sola flor seremos,
como una flor, y nada más…

El mismo verso cantaremos,
al mismo paso bailarás.
Como una espiga ondularemos,
como una espiga, y nada más.

Te llamas Rosa y yo Esperanza;
pero tu nombre olvidarás,
porque seremos una danza
en la colina, y nada más.

 

Ritratto di EDOARDO TOFANO - Donna con cappello (1885)

Desolazione

 

La bruma spessa, eterna, affinché dimentichi dove

mi ha gettato il mare nella sua onda di salamoia.

La terra nella quale venni non ha primavera:

ha la sua notte lunga che quale madre mi nasconde.

Il vento fa alla mia casa la sua ronda di singhiozzi

e di urlo, e spezza, come un cristallo, il mio grido.

E nella pianura bianca, di orizzonte infinito,

guardo morire immensi occasi dolorosi.

Chi potrà chiamare colei che sin qui è venuta

se più lontano di lei solo andarono i morti?

Tanto solo loro contemplano un mare tacito e rigido

crescere tra le sue braccia e le braccia amate!

Le navi le cui vele biancheggiano nel porto

vengono da terre in cui non ci sono quelli che sono miei;

i loro uomini dagli occhi chiari non conoscono i miei fiumi

e recano frutti pallidi, senza la luce dei miei orti.

E l’interrogazione che sale alla mia gola

al vederli passare, mi riscende, vinta:

parlano strane lingue e non la commossa

lingua che in terre d’oro la mia povera madre canta.

 

Desolación

 

La bruma espesa, eterna, para que olvide dónde

me ha arrojado la mar en su ola de salmuera.

La tierra a la que vine no tiene primavera:

tiene su noche larga que cual madre me esconde.

El viento hace a mi casa su ronda de sollozos

y de alarido, y quiebra, como un cristal, mi grito.

Y en la llanura blanca, de horizonte infinito,

miro morir imensos ocasos dolorosos.

¿A quién podrá llamar la que hasta aquí ha venido

si más lejos que ella sólo fueron los muertos?

¡Tan sólo ellos contemplan un mar callado y yerto

crecer entre sus brazos y los brazos queridos!

Los barcos cuyas velas blanquean en el puerto

vienen de tierras donde no están los que son míos;

sus hombres de ojos claros no conocen mis ríos

y traen frutos pálidos, sin la luz de mis huertos.

Y la interrogación que sube a mi garganta

al mirarlos pasar, me desciende, vencida:

hablan extrañas lenguas y no la conmovida

lengua que en tierras de oro mi pobre madre canta.

 

Dipinto di HENRY MATISSE - Il muro rosa (1898)

 

Mani malvagie

 

Mani malvagie si impossessarono della tua vita dal giorno
in cui, a un segno degli astri, lasciò il suo campo,
innevato di gigli. Fioriva nella gioia.
Mani malvagie entrarono tragicamente in lui…

E io dissi al Signore: - Per i sentieri mortali
lo portano. Ombra amata che non sanno guidare!
Strappalo, Signore, a queste mani fatali
o sprofondalo nel lungo sonno che tu sai dare!

Non posso gridargli, non posso seguirlo!
La sua barca è spinta da un nero vento di tempesta.
Riportamelo nelle mie braccia o raccoglilo in fiore.

Si è fermata la barca rosa del suo vivere…
Non conosco l’amore, non ebbi pietà ?
Tu, che mi giudicherai, lo capisci, Signore!

 

III

 

Malas manos tomaron tu vida desde el dia
en que, a una señal de astros, dejara su plantel
nevado de azucenas. En gozo florecía.
Malas manos entraron trágicamente en

Y yo dije al Señor: -Por las sendas mortales
le llevan. ¡Sombra amada que no saben guiar!

¡Arráncalo, Señor, a esas manos fatales
o le hundes en el largo sueño que sabes dar!

¡No le puedo gritar, no le puedo seguir!
Su barca empuja un negro viento de tempestad.
Retórnalo a mis brazos o le siegas en flor.

Se detuvo la barca rosa de su vivir…
¿Que no sé del amor, que no tuve piedad?
¡Tú, que vas a juzgarme, lo comprendes, Señor!

(Da Sonetti della morte)

Le cose (Las cosas)

 

1

 

Amo le cose che mai non ebbi,
con le altre che non ho più:


tocco un'acqua silenziosa,
distesa su freddi prati,
che senza vento rabbrividiva
in un orto che era il mio orto.

 
La guardo come la guardavo;
mi viene uno strano pensiero
e lenta gioco con quest'acqua
come con pesce o mistero.

 

2


Penso alla soglia dove lasciai
passi allegri che non ho più;
e sulla soglia vedo una piaga
piena di muschio e silenzio.

 

3

 

Cerco un verso che ho perduto
e che mi dissero a sette anni.
Era una donna che faceva il pane
e io ne vedo la santa bocca.

 

4


Viene un aroma spezzato in raffiche;
mi fa felice quando lo sento;
così tenue che non è aroma
ma è l'odore di mandorli.


Ai miei sensi ridona l'infanzia materna,
gli cerco un nome e non ne trovo.
E fiuto l'aria ed i villaggi
cercando mandorli che non trovo.

 

5

 

Un fiume presso sempre risuona.
Da quarant'anni lo sento.
È il mormorio del mio sangue,
oppure un ritmo a me donato.

 
O il fiume Elqui della mia infanzia
che io risalgo e passo e guado,
Mai lo smarrisco: cuore con cuore,
come due bambini noi due ci teniamo.

 

6


Quando sogno la Cordigliera
lungo le gole cammino,
e andando sento, continuamente,
un fischio simile a una bestemmia.

 

7


Vado a fiore del Pacifico,
il mio violetto arcipelago,
con un'isola che mi ha lasciato
un acre odore di alcione morto.

 

8


Un dorso, un dorso grave e dolce,
dà fine al sogno che sogno.
È la fine del mio cammino,
e mi riposo quando giungo.


È tronco morto oppure mio padre
quel vago dorso di cenere.
Non lo interrogo, non lo turbo,
Mi stendo accanto, taccio e dormo.

 

9

 

Amo una pietra di Oaxaca
o Guatemala, a cui mi accosto;
rossa e fissa come il mio volto
e la cui crepa lascia un respiro.

 
Quando dormo la vedo nuda;
non so perché, io la rigiro.
E forse mai non l'ho posseduta,
e ciò che in lei vedo è il mio sepolcro.

 


1

Amo las cosas que nunca tuve
con las otras que ya no tengo.

Yo toco un agua silenciosa,
parada en pastos friolentos,
que sin un viento tiritaba
en el huerto que era mi huerto.

La miro como la miraba;
me da un extraño pensamieto,
y juego, lenta, con esa agua
como con pez o con misterio.

2

Pienso en umbral donde dejé
pasos alegres que ya no llevo,
y en el umbral veo una llaga
llena de musgo y de silencio.

3

Me busco un verso que he perdido,
que a los siete años me dijeron.
Fue una mujer haciendo el pan
y yo su santa boca veo.

4

Viene un aroma roto en ráfagas;
soy muy dichosa si lo siento;
de tan delgado no es aroma,
siendo el olor de los almendros.

Me vuelve niños los sentidos;
le busco un nombre y no lo acierto,
y huelo el aire y los lugares
buscando almendros que no encuentro...

5

Un río suena siempre cerca.
Ha cuarenta años que lo siento.
Es canturía de mi sangre
o bien un ritmo que me dieron.

O el río Elqui de mi infancia
que me repecho y me vadeo.
Nunca lo pierdo; pecho a pecho,
como dos niños, nos tenemos.

6

Cuando sueño la Cordillera,
camino por desfiladeros,
y voy oyéndoles, sin tregua,
un silbo casi juramento.

7

Veo al remate del Pacífico
amoratado mi archipiélago
y de una isla me ha quedado
un olor acre de alción muerto...

8

Un dorso, un dorso grave y dulce,
remata el sueño que yo sueño.
Es el final de mi camino
y me descanso cuando llego.

Es tronco muerto o es mi padre
el vago dorso ceniciento.
Yo no pregunto, no lo turbo.
Me tiendo junto, callo y duermo.

9

Amo una piedra de Oaxaca
o Guatemala, a que me acerco,
roja y fija como mi cara
y cuya grieta da un aliento.

Al dormirme queda desnuda;
no sé por qué yo la volteo.
Y tal vez nunca la he tenido
y es mi sepulcro lo que veo...

L'amore che tace (El amor que calla)

 

Se ti odiassi, il mio odio ti darei
con le parole, rotondo e sicuro;
ma ti amo e il mio amore non si affida
a questa lingua umana, così oscura!

Tu lo vorresti mutato in un grido,
e vien così dal fondo che ha disfatto
la sua ardente fiumana, sfinito
prima ancora della gola e del petto.

Io sono come uno stagno ricolmo
ed a te sembro una sorgente inerte,
per questo mio silenzio tormentoso
più atroce che entrare nella morte!

 

Si yo te odiara, mi odio te daría
en las palabras, rotundo y seguro;
pero te amo y mi amor no se confía
a este hablar de los hombres, tan oscuro.

Tú lo quisieras vuelto en alarido,
y viene de tan hondo que ha deshecho
su quemante raudal, desfallecido,
antes de la garganta, antes del pecho.

Estoy lo mismo que estanque colmado
y te parezco un surtidor inerte.
¡Todo por mi callar atribulado
que es más atroz que el entrar en la muerte!

Creo en tì amigo

 

 


Creo en tí amigo:
Si tu sonrisa es como un rayo de luz
que alegra mi existencia.

Creo en ti amigo:
Si tus ojos brillan de alegría al encontrarnos.

Creo en ti amigo:
Si compartes mis lágrimas y
sabes llorar con los que lloran.

Creo en ti amigo:
Si tu mano está abierta para dar y
tu voluntad es generosa para ayudar.

Creo en ti amigo:
Si tus palabras son sinceras y
expresan lo que siente tu corazón.

Creo en ti amigo:
Si sabes comprender bondadosamente mis debilidades y
me defiendes cuando me calumnian.

Creo en ti amigo:
Si tienes valor para corregirme amablemente.

Creo en ti amigo:
Si sabes orar por mí,
y brindarme buen ejemplo.

Creo en ti amigo:
Si tu amistad me lleva a amar más a Dios
y a tratar mejor a los demás.

Creo en tí amigo:
Si no te avergüenzas de ser mi amigo
en las horas tristes y amargas.

 

La flor del aire

 

Yo la encontré por mi destino,
de pie a mitad de la pradera,
gobernadora del que pase,
del que le hable y que la vea.

Y ella me dijo: "Sube al monte.
Yo nunca dejo la pradera,
y me cortas las flores blancas
como nieves, duras y tiernas."

Me subí a la ácida montaña,
busqué las flores donde albean,
entre las rocas existiendo
medio dormidas y despiertas.

Cuando bajé, con carga mía,
la hallé a mitad de la pradera,
y fui cubriéndola frenética,
con un torrente de azucenas.

Y sin mirarse la blancura,
ella me dijo: "Tú acarrea
ahora sólo flores rojas.
Yo no puedo pasar la pradera."

Trepe las penas con el venado,
y busqué flores de demencia,
las que rojean y parecen
que de rojez vivan y mueran.

La noche

 

Por que duermas, hijo mío,
el ocaso no arde más:
no hay más brillo que el rocío,
más blancura que mi faz.

Por que duermas, hijo mío,
el camino enmudeció:
nadie gime sino el río;
nada existe sino yo.

Se anegó de niebla el llano.
Se encongió el suspiro azul.
Se ha posado como mano
sobre el mundo la quietud.

Yo no sólo fui meciendo
a mi niño en mi cantar:
a la Tierra iba durmiendo
el vaivén del acunar...

El espino

 

El espino prende a una roca
su enloquecida contorsión,
y es el espíritu del yermo,
retorcido de angustia y sol.

La encina es bella como Júpiter,
y es un Narciso el mirto en flor.
A él lo hicieron como a Vulcano,
el horrible dios forjador.

A él lo hicieron sin el encaje
del claro álamo temblador,
porque el alma del caminante
ni le conozca la aflicción.

De las greñas le nacen flores.
(Así el verso le nació a Job.)
Y como el salmo del leproso,
es de agudo su intenso dolor.

Pero aunque llene el aire ardiente
de las siestas su exhalación,
no ha sentido en su greña oscura
temblarle un nido turbador...

Me ha contado que me conoce,
que en una noche de dolor
en su espeso millón de espinas
magullaron mi corazón.

Le he abrazado como a una hermana,
cual si Agar abrazara a Job,
en un nudo que no es ternura,
porque es más ¡desesperación!

Doña Primavera

 

Doña Primavera
viste que es primor,
viste en limonero
y en naranjo en flor.

Lleva por sandalias
unas anchas hojas,
y por caravanas
unas fucsias rojas.

Salid a encontrarla
por esos caminos.
¡Va loca de soles
y loca de trinos!

Doña Primavera
de aliento fecundo,
se ríe de todas
las penas del mundo...

No cree al que le hable
de las vidas ruines.
¿Cómo va a toparlas
entre los jazmines?

¿Cómo va a encontralas
junto de las fuentes
de espejos dorados
y cantos ardientes?

De la tierra enferma
en las pardas grietas,
enciende rosales
de rojas piruetas.

Pone sus encajes,
prende sus verduras,
en la piedra triste
de las sepulturas...

Doña Primavera
de manos gloriosas,
haz que por la vida
derramemos rosas:

Rosas de alegría,
rosas de perdón,
rosas de cariño,
y de exultación.

Con tal que te duermas

 

La rosa colorada
cogida ayer;
el fuego y la canela
que llaman clavel;

el pan horneado
de anís con miel,
y el pez de la redoma
que la hace arder:

todito tuyo
hijito de mujer,
con tal que quieras
dormirte de una vez.

La rosa, digo:
digo el clavel.
La fruta, digo,
y digo que la miel;

y el pez de luces
y más y más también,
¡con tal que duermas
hasta el amanecer!

Canciòn de pescadoras

 

Niñita de pescadores
que con viento y olas puedes,
duerme pintada de conchas,
garabateada de redes.

Duerme encima de la duna
que te alza y que te crece,
oyendo la mar-nodriza
que a más loca mejor mece.

La red me llena la falda
y no me deja tenerte,
porque si rompo los nudos
será que rompo tu suerte...

Duérmete mejor que lo hacen
las que en la cuna se mecen,
la boca llena de sal
y el sueño lleno de peces.

Dos peces en las rodillas,
uno plateado en la frente,
y en el pecho, bate y bate,
otro pez incandescente...

Agua

 

Hay países que yo recuerdo
como recuerdo mis infancias.
Son países de mar o río,
de pastales, de vegas y aguas.
Aldea mía sobre el Ródano,
rendida en río y en cigarras;
Antilla en palmas verdi-negras
que a medio mar está y me llama;
¡roca lígure de Portofino,
mar italiana, mar italiana!

Me han traído a país sin río,
tierras-Agar, tierras sin agua;
Saras blancas y Saras rojas,
donde pecaron otras razas,
de pecado rojo de atridas
que cuentan gredas tajeadas;
que no nacieron como un niño
con unas carnazones grasas,
cuando las oigo, sin un silbo,
cuando las cruzo, sin mirada.

Quiero volver a tierras niñas;
llévenme a un blando país deaguas.
En grandes pastos envejezca
y haga al río fábula y fábula.
Tenga una fuente por mi madre
y en la siesta salga a buscarla,
y en jarras baje de una peña
un agua dulce, aguda y áspera.

Me venza y pare los alientos
el agua acérrima y helada.
¡Rompa mi vaso y al beberla
me vuelva niñas las entrañas!

Ausencia

 

Se va de ti mi cuerpo gota a gota.
Se va mi cara en un óleo sordo;
se van mis manos en azogue suelto;
se van mis pies en dos tiempos de polvo.

¡Se te va todo, se nos va todo!

Se va mi voz, que te hacía campana
cerrada a cuanto no somos nosotros.
Se van mis gestos que se devanaban,
en lanzaderas, debajo tus ojos.
Y se te va la mirada que entrega,
cuando te mira, el enebro y el olmo.

Me voy de ti con tus mismos alientos:
como humedad de tu cuerpo evaporo.
Me voy de ti con vigilia y con sueño,
y en tu recuerdo más fiel ya me borro.
Y en tu memoria me vuelvo como esos
que no nacieron ni en llanos ni en sotos.

Sangre sería y me fuese en las palmas
de tu labor, y en tu boca de mosto.
Tu entraña fuese, y sería quemada
en marchas tuyas que nunca más oigo,
¡y en tu pasión que retumba en la noche
como demencia de mares solos!

¡Se nos va todo, se nos va todo!

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