TRAME DEI PRINCIPALI ROMANZI DI KEN FOLLETT

I pilastri della terra (1989)


Si tratta di una narrazione appassionante e di un grandioso affresco storico ambientato nel XII secolo, in pieno Medioevo.
Per realizzare il suo romanzo Ken Follett parte da un pretesto narrativo (la costruzione di una cattedrale), legandolo a precisi riferimenti a personaggi storici, ma i veri protagonisti fanno parte delle più diverse classi sociali dell'età feudale: nobili e borghesi, vescovi e frati, artigiani e servitori danno vita ad intrecci di storie complesse e coinvolgenti.


L'incipit ci introduce nell'ambiente cupo e inquietante dell'Inquisizione: si tratta dell'esecuzione pubblica dell'impiccagione del trovatore francese Jack. Tutta la popolazione assiste all'evento. Nel tumulto si ode la voce di una donna, che maledice i tre responsabili della morte di Jack.

 

Numerose storie si intrecciano in questo libro e siamo condotti a seguire le vicende di Tom, un abilissimo mastro costruttore, il quale ha costruito un palazzo per William Hamleigh, che ne voleva fare dono alla  futura sposa Aliena di Shiring, da cui è stato rifiutato. Tom perde l’incarico e non viene pagato; per mantenere la famiglia, vaga nella foresta di Kingsbridge. Qui la moglie muore e Tom incontra Ellen e suo figlio Jack. Tra i due scoppia la passione. Si rivolgono al priorato di Kingsbridge, ma ricevono un rifiuto. Durante la notte Jack appicca l'incendio alla chiesa che resta gravemente lesionata. Il priore è costretto ad assumere Tom e si lascia entusiasmare dai suoi progetti di costruire una cattedrale grandiosa.

 

William, per vendicarsi di Aliena, assalta il castello di Shiring, la violenta, cattura suo padre, sostenitore dell’imperatrice Matilde e lo consegna al principe Stefano, pretendente al trono, chiedendo in cambio il titolo di conte di Shiring. Aliena e il fratello, riusciti a fuggire, chiedono aiuto al priore di Kingsbridge. Philip apprezza le grandi qualità di Aliena, a cui affida il commercio della lana. Richard diviene scudiero del re.

Tom ora guida diversi operai nella costruzione di una maestosa cattedrale.

 

Nel frattempo William e Richard, fratello di Aliena, chiedono entrambi al re che venga loro assegnata la contea di Shiring.

Aliena, conquistata dalle abilità artistiche e narrative di Jack, si innamora di lui. Ottiene un gran successo alla fiera della lana a Kingsbridge, ma William, invidioso della prosperosità della città, con i suoi scagnozzi incendia il mercato e le case. Durante la lotta, Tom rimane ucciso.

Alfred, figlio di Tom, divenuto il mastro costruttore della cattedrale, propone ad Aliena, gravemente danneggiata dall'incendio, di sposarlo: in cambio le darà aiuto economico e le ricostruirà la casa. Costretta, Aliena accetta di sposare Alfred. Durante il matrimonio Ellen maledice lo sposo augurandogli l'impotenza e fugge.

Alfred realmente non può consumare il matrimonio e, infuriato, se la prende con Aliena, la umilia e la tratta brutalmente.

 

Il vescovo Waleran Bigod inaugura la cattedrale con una solenne cerimonia. durante la quale annuncia che il re Stefano ha deciso di nominare William nuovo conte di Shiring. In quel momento il nuovo soffitto della cattedrale, mal costruita da Alfred, crolla sui presenti; nascosta tra le macerie, Aliena, incinta di Jack, dà alla luce un bambino.

 

Jack diventa il nuovo mastro costruttore, ma non può sposare Aliena, che è ancora legata dal vincolo matrimoniale con Alfred. 

 

Aliena e Richard, che è stato riconosciuto come legittimo conte da Enrico, organizzano un complotto nella loro contea e si impadroniscono del castello dei loro avi. Richard diventa conte di Shiring ma, costretto a difendere la sorella da Alfred, lo uccide in un duello. Per evitare la condanna, parte per la crociata in Terrasanta e lascia il feudo ad Aliena che, ormai vedova, può sposare Jack.

 

La cattedrale di Kingsbridge è ora diventata la più alta d'Inghilterra: l'antico sogno di Tom è divenuto realtà.

 

Un gruppo di nobili, tra cui William, organizza un complotto per uccidere Thomas Beckett, arcivescovo di Canterbury. Il re d'Inghilterra è costretto a condannare gli esecutori dell'omicidio. William Hamleigh sarà impiccato e Waleran Bigod, non più vescovo, finirà i suoi giorni nel priorato di Philip, nuovo vescovo di Kingsbridge. 

 

Alla fine Waleran Bigod rivela a Jack il vero segreto della morte di suo padre. Jack il trovatore era imbarcato sulla Nave Bianca, fatta affondare da un complotto di corte mirante ad eliminare l’erede al trono d'Inghilterra. Salvatosi dal naufragio, il trovatore aveva rivelato il segreto al suo confessore, Waleran, il quale se ne servì per i suoi scopi politici, lo accusò di furto, lo fece arrestare e condannare a morte. La donna che dopo l’impiccagione aveva maledetto i tre responsabili (che erano Waleran Bigod, il priore James, predecessore di Philip e Percy Hamleigh, padre di William) era sua moglie Ellen. 

 

Una fortuna pericolosa - Mondadori 1993

 

Il libro è un thriller storico ambientato in Inghilterra negli ambienti della media e alta  borghesia della seconda metà dell'Ottocento, dopo la seconda rivoluzione industriale, in cui ai molti capitalisti si contrappose la classe operaia, sempre più povera.

Incontriamo in un college i principali protagonisti. Sono i rampolli di importantissime famiglie dell'Impero britannico: Hugh ed Edward Pilaster, appartenenti a una dinastia di potenti banchieri; Solomon Greenbourne, figlio d'un ricchissimo banchiere ebreo e Miguel Miranda, detto Mick, figlio d'un ricchissimo possidente terriero di uno stato del Sud America. Mick ama la bella vita, per cui, non bastandogli l’assegno mensile che riceve, è costretto a ricorrere a mille espedienti per sopravvivere. Non esita a compiere estorsioni, ricatti e perfino omicidi.

Al college muore Peter, a quanto pare accidentalmente. Mick, il vero responsabile, fa ricadere la colpa su Edward e, contemporaneamente, gli suggerisce una scappatoia per poter avere pieno potere su di lui anche in futuro. Infatti la madre dell’amico, Augusta, per gratitudine, lo ospiterà gratuitamente ogni estate nella sua prestigiosa villa,  evitandogli  di tornare in Sud America e introducendolo nell’alta società.

Per diversi decenni i ragazzi, diventati ormai adulti, saranno coinvolti in grossi intrighi finanziari. I più onesti (Solomon Greenbourne e Hugh Pilaster) subiscono il prepotere dei ricattatori e dei corrotti, dietro i quali si nascondono interessi politici, militari ed economici di un paese sudamericano.

L’avida Augusta, madre dell’incapace Edward, erede della  prestigiosa banca Pilaster, riesce a far eleggere il figlio come Socio anziano della banca, nonostante Hugh sia molto più capace e competente.

Mick, per aiutare suo padre, ambizioso aspirante alla carica di presidente del suo Paese, obbliga Edward a far sì che la banca Pilaster acquisti titoli sudamericani rischiosissimi, che consentiranno a suo padre di acquistare armi per realizzare un colpo di Stato. Quando si verifica il golpe, la banca che ha investito maggiormente nei titoli di quel paese, ossia la Pilaster, sta per fallire e solo Hugh riesce a salvarla dalla bancarotta.

Varie storie d’amore s’intrecciano alle vicende finanziarie: Maisie, innamorata di Hugh, è costretta a sposare l’onesto Solomon, che verrò ucciso da Nick, ma alla fine si ricongiungerà con l’amato Hugh.Altre unità familiari si ricomporranno e ne usciranno più salde che mai.

Solo Augusta, la malefica organizzatrice di tanti crimini, riuscirà a salvarsi. Mick pagherà cari i suoi misfatti.

 

Mondo senza fine 2007

 

Mondo senza fine, come il primo romanzo della trilogia, I pilastri della terra, è ambientato nella  città di Kingsbridge. Gli eventi narrati si collocano intorno al XIV secolo, verso la fine del medioevo.

Seguiamo le vicende dei quattro piccoli protagonisti nella loro crescita personale e nelle loro interazioni all'interno di eventi ben più grandi di loro: la peste, le carestie, le guerre, la lotta per la sopravvivenza, il prepotere dei pochi contro la povertà e la sottomissione della popolazione.

Vediamo il primo incontro di quattro bambini, che si allontanano da casa a Kingsbridge; Merthin, un ragazzino molto intelligente; suo fratello Ralph, rissoso e violento; Caris, una ragazzina capace di grandi iniziative e pensiero critico e indipendente; Gwenda, figlia di un ladro punito con l’amputazione della mano. Il gruppo assiste nella foresta all'omicidio di due uomini, uccisi per rubare una lettera misteriosa.

 

Il mondo medioevale è in trasformazione, nel passaggio non indolore dalla superstizione alla ricerca scientifica, dalla fede cieca alla razionalità, dal buio alla luce, dal pregiudizio generalizzato nei confronti della donna alla valorizzazione della figura femminile, capace di affrontare la guerra, la miseria, le malattie, le delusioni e la riscossa, la battaglia contro le ingiustizie sociali.

La popolazione dovrà fronteggiare la più terribile epidemia di tutti i tempi: la Peste Nera, che decima la popolazione

 

La storia ruota attorno alla costruzione di un ponte e della torre campanaria della cattedrale.

Alla fine la lettera viene ritrovata: Merthin cederà la lettera al re in cambio dell’elezione di un nuovo vescovo per  Kingsbridge.

Rispetto al primo libro della trilogia, la narrazione non appare troppo scorrevole, appesantita com'è dalla descrizione dettagliata e minuziosa delle tecniche di costruzione della cattedrale e del ponte e degli strumenti per la misurazione, con una precisione e meticolosità degne di un trattato ingegneristico o architettonico, ma poco consono alla fluidità della narrazione.

Leggiamo invece con piacere lo sviluppo, seppur lento, dei metodi di analisi e terapia delle malattie dell'epoca, il timido ricorso all'uso di alcune erbe medicinali e a metodi più naturali di cura; soprattutto si inizia a non attribuire più alla divinità o a forze diaboliche la  causa dell'esplosione delle malattie, intese come punizione per i peccati umani.

 

La caduta dei giganti, Mondadori 2010

 

Questo romanzo costituisce il primo  della Trilogia del Secolo, in cui incontriamo la nascita e la formazione di cinque famiglie, che provengono dai più diversi ceti sociali: I Dewar sono una famiglia americana; i von Ulrich sono due ricchi cugini tedeschi, Walter e Robert: tedeschi: la famiglia russa consiste in  due fratelli Peskov, Lev e Grigory, che hanno visto con i propri occhi morire la loro madre, uccisa dalla polizia russa; incontriamo poi la famiglia del ricco conte inglese Fitzherbert, costituita dalla zia, dal conte Fitz, che sposerà la principessa russa Bea e da sua sorella Maud, bella, intraprendente e di mentalità molto aperta; infine i due fratelli Ethel e Billy Williams del Galles, appartenenti a una famiglia di poveri minatori, che sapranno riscattarsi da una vita di miseria.

Le vicende iniziano con lo scoppio della prima guerra mondiale, vista come una catastrofe da alcuni Paesi, come una necessità da altri; come un male inevitabile da chi non pensa alle conseguenze devastanti di un evento che costerà tantissime vite umane e porterà alla catastrofe economica della Germania, ritenuta responsabile della guerra.

Un problema molto sentito nella popolazione femminile è il suffragio alle donne, che verrà effettivamente concesso a una parte della popolazione femminile dopo la fine della guerra. A tale risultato porteranno gli sforzi congiunti di Maud ed Ethel e altre figure femminili minori, che danno battaglia in Inghilterra ai politici conservatori, fino a strappare loro la concessione del voto ad una parte dell'elettorato femminile, primo passo per l'allargamento del voto a tutte le donne.

Le vicende dei personaggi principali si intrecciano con quelle dei personaggi secondari, ma anche con personaggi storici realmente esistiti.

Il primo protagonista è Billy Williams, che subisce il primo giorno di  battesimo alla miniera, che affronta con coraggio e grinta, anche se è del tutto impreparato a ciò che lo aspetta.

Sua sorella Ethel lavora come governante presso la casa del conte Fitzherbert; brava, bella e intelligente, cattura l'attenzione del conte, che se ne innamora, salvo abbandonarla quando rimane incinta. Costretta a lasciare la casa del padrone, ottiene qualche garanzia economica per il nascituro e inizierà una vita avventurosa a sostegno delle suffragette diventando una giornalista molto quotata e iniziando una carriera politica.

Maud, sorella del conte Fitzherbert, si innamora di Walther von Ulrich, Bella e intraprendente, si batte per i diritti dei più deboli e per il voto alle donne.

Tutti gli eventi sono puntigliosamente datati e descritti nei dettagli con grande precisione, tanto che alcuni passaggi non sembrano pagine di romanzi, ma pura cronistoria,

Molti passaggi del romanzo ci permettono di seguire gli eventi bellici e di scoprire, di volta in volta, coloro che sono fedeli alla causa del proprio paese, i codardi, coloro che approfittano della guerra tentando di arricchirsi; gli idealisti e le spie al servizio dei diversi Paesi e i fedeli alla propria bandiera. Molti sono coloro che non vogliono la guerra e si prodigano per la pace, anche a proprie spese.

Nascono storie d'amore: alcune finiscono miseramente; altre superano indenni gli anni di separazione, la mancanza di informazioni e i rischi connessi alla lontananza forzata.

Ritroveremo, alla fine, Maud sposa di Walter, da cui avrà dei figli; per aver sposato un tedesco, pagherà con una vita di miseria i pregiudizi degli inglesi nei confronti degli stranieri, responsabili della tragedia della guerra mondiale; Grigory ormai felicemente accasato con la donna abbandonata da suo fratello, da cui ha avuto dei figli; Ethel, costretta dalla gravidanza a rinunciare alla politica a favore del marito, meno capace e convincente.

Emergono per la loro fedeltà e il loro amore, per la loro rettitudine e per la loro audacia, le figure femminili, che risultano molto più coinvolgenti dei loro partners maschili con le loro idee politiche e con le loro passioni.

Le pagine di pura cronaca bellica appesantiscono gravemente la narrazione.

L'inverno del mondo (2012)

 

In questo romanzo ritroviamo molti personaggi del precedente romanzo "La caduta dei giganti": Walther e Maud, Ethel col figlio Lloyd, Lev e Grigory, il conte Fitz, i Dewar.

L'incipit ci catapulta nella Germania tra le due guerre: il partito nazista raccoglie sempre maggiori consensi, mentre il Partito socialdemocratico di Walter von Ulrich aspira inutilmente a riscuotere il sostegno della maggioranza degli elettori. Gli ebrei vengono frequentemente insultati e ostacolati nelle loro attività. Iniziano le rappresaglie antiebraiche: sui negozi degli ebrei viene attaccata la stella di Davide; i nazisti vietano a chiunque di intrattenere rapporti economici con loro.

Oltre ai "nemici" ebrei, i nazisti decidono di combattere contro i comunisti e chiudono i giornali "comunisti" o presunti tali. Tra questi, vi è il giornale a cui collabora con tanta passione Maud. Vengono isolate e represse le manifestazioni democratiche. Gli omosessuali vengono perseguitati. Il compagno di Robert von Ulrich viene esposto nudo in pieno inverno, in balìa di cani affamati, che lo dilaniano.

Il programma di Hitler prevede anche l'eliminazione fisica dei bambini portatori di gravi handicap presso appositi istituti. Si inizia con gli ebrei, ma anche bambini tedeschi, senza fornire alcun ragguaglio ai familiari, anzi vietando che se ne parli.

Chiunque contesti l'operato dei nazisti viene ucciso. Walter von Ulrich chiede che fine abbia fatto il suo povero figliolo disabile. I nazisti lo uccidono. 

Una volta scoppiato il conflitto tra le nazioni, la guerra non guarda in faccia nessuno. Molti amori nascono e altri muoiono. Muoiono giovani innocenti, donne, bambini, civili e militari. Lo spionaggio diventa un'impellenza per tutti: si cerca di carpire al nemico in mille modi, spesso anche in modo grottesco, notizie utili al proprio paese..

La colonna di fuoco (2017)

 

Questo è il terzo libro della trilogia di Kingsbridge (gli altri sono I pilastri della terra e Mondo senza fine).
In Inghilterra si pone il problema della designazione di un'erede al trono. La scelta riguarda Maria Tudor, detta anche la Cattolica e la Sanguinaria (figlia di Enrico VIII e della moglie legittima Caterina d'Aragona) ed Elisabetta Tudor (figlia dello stesso re e di Anna di Boleyn, matrimonio scomunicato dal papa); si ventila anche la possibilità che sia nominata Maria Stuart, regina di Scozia e cugina di Elisabetta.

Sui grandi e sconvolgenti scenari delle guerre di religione, in cui si manifesta con violenza l'intolleranza reciproca tra cattolici (sostenitori della regina Maria la Cattolica) e protestanti (che vorrebbero sul trono Elisabetta, figlia dello stesso re e di Anna di Boleyn, matrimonio scomunicato dal papa), tra aristocratici e mercanti (questi ultimi abbastanza danarosi da poter provvedere al sostentamento economico delle armate inglesi contro quelle francesi e contro l'Invincibile Armada spagnola), tra devoti e spie, nascono amori tormentati, come quello di Margery, figlia del sindaco di famiglia cattolica, e Ned, appartenente a una famiglia di mercanti protestanti. La famiglia di Margery vuole imporre alla ragazza un matrimonio con un giovane di alto lignaggio e impedisce il loro amore. Margery sarà costretta a sposare Bart, figlio del conte Shiring, che non la ama e a subire violenze sessuali da parte del suocero.

Dopo oltre vent'anni Margery e Ned si rivedono ed esplode nuovamente la passione tra loro. 

Sul trono Elisabetta decide la condanna a morte di Maria Stuart.  Ned è nominato supervisore della corona. Rollo, fratello di Margery, cattolico ostile alla regina Elisabetta, collabora con le sue navi al successo dell'armata spagnola, contribuendo al traffico di preti clandestini, che dovranno sconfiggere gli oppositori del cattolicesimo. Il marito di Margery muore e lei sposa finalmente Ned. Le congiure di Rollo vengono scoperte ed egli viene giustiziato. Anche Margery è coinvolta, ma il marito Ned la mette in salvo.

Finalmente Ned e Margery possono gioire del loro reciproco amore, in compagnia dei figli Bartlett (in realtà figlio del conte Shiring) e di Roger (figlio di Ned) con i loro nipotini, in un'Inghilterra ancora intollerante, sotto il regno di Giacomo, figlio di Maria Stuart.

Il loro nipote Jack il costruttore, figlio di Roger, progetta di recarsi nel Nuovo Mondo, un mondo più libero, imbarcandosi sulla Mayflower.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia