Statistica

LA STATISTICA

 

La statistica è una scienza ausiliaria, che fa da supporto alle scienze naturali, fisiche e sociali: essa raccoglie, organizza ed analizza i dati (ossia le informazioni) relativi ai fenomeni (ciò che le scienze studiano) e mette in evidenza le caratteristiche più rilevanti di essi. Inoltre la statistica permette di utilizzare le informazioni che sono state raccolte per poter prevedere i fatti non osservati.

 

La statistica descrittiva evidenzia, ossia descrive le caratteristiche dei fenomeni.

 I due momenti fondamentali della statistica descrittiva sono i seguenti:

1)misurazione;

2)descrizione.

La statistica descrittiva studia le caratteristiche più importanti dei fenomeni, ossia gli aspetti qualitativi e quantitativi di essi.

 

Gli aspetti qualitativi di un fenomeno comprendono le caratteristiche immediatamente evidenti, che generalmente sono individuate senza bisogno di misurazione. Quando diciamo che l’erba è verde, che un alunno è biondo, che una squadra è ben allenata, esprimiamo le qualità più evidenti dell’erba, dell’alunno e della squadra: Generalmente gli aspetti qualitativi vengono espressi in forma verbale, ricorrendo ad un aggettivo, che può indicare il colore della pelle, la nazionalità, la religione, lo stato civile etc.

 

Gli aspetti quantitativi di un fenomeno si riferiscono sia alla quantità con cui una caratteristica si manifesta in un individuo o in un oggetto (ad esempio Franco è alto m. 1,80; io peso kg. 50), sia alla sua intensità (ad esempio la mia preparazione in storia è stata valutata 5), sia alla frequenza con cui un certo fenomeno si presenta in una popolazione (ad esempio quanti sono in singles in Italia?). Gli aspetti quantitativi sono sempre espressi con un numero.

Il punto di partenza della statistica è la raccolta dei dati espressi in forma numerica: tutti gli aspetti dei fenomeni, anche quelli quantitativi, devono poter essere quantificati, ossia espressi numericamente.

 

La misurazione

 

La misurazione dei vari aspetti di un fenomeno può essere effettuata ricorrendo sia ad un metodo diretto, utilizzando uno strumento di misura (ad esempio misuriamo l’altezza di una persona utilizzando il metro), sia ad un metodo indiretto, utilizzando dei criteri di valutazione in base ai quali valutiamo l’intensità con cui una determinata caratteristica si presenta (ad esempio i voti scolastici, i punteggi di un test etc.) in un individuo o in una popolazione. E’ importante che, qualunque sia il sistema di valutazione utilizzato, due diversi ricercatori utilizzino gli stessi criteri per misurare le stesse caratteristiche o variabili.

 

Lo spoglio dei dati: la distribuzione di frequenza                                    

 

Quando l’indagine è terminata e abbiamo misurato i diversi aspetti di un fenomeno quantificandoli, abbiamo a disposizione una gran quantità di informazioni (dati). Prima di tutto facciamo lo spoglio, ossia mettiamo in ordine  e cataloghiamo i dati e, successivamente, li riassumiamo in una forma facile da consultare  e da comunicare.

Generalmente lo spoglio si conclude riportando in una tabella tutti i dati a caso, così come si presentano (tabella casuale). A questo punto inizia l’elaborazione statistica dei dati, perché nella tabella casuale  non risultano immediatamente evidenti le principali caratteristiche del fenomeno che vogliamo studiare.     

Prima di tutto dobbiamo individuare, nella tabella casuale, il punteggio minimo e quello massimo ottenuti dai soggetti esaminati; successivamente riportiamo tali punteggi, disposti in ordine crescente, in una colonna, che indichiamo con N, procedendo dal punteggio minimo a quello massimo. In un’altra colonna, che indicheremo con F, riportiamo la frequenza di ogni punteggio, ossia calcoliamo quante volte un punteggio si presenta nella tabella.

Quando i dati a nostra disposizione sono molto numerosi, è opportuno raggrupparli in intervalli di classe (IC). A seconda del numero dei dati da elaborare, potremo utilizzare un numero molto grande di classi ristrette o un numero ristretto di classi ampie. Generalmente si tende a raggruppare tutti i dati in 10 intervalli di classe. Possiamo anche raggruppare i dati in classi di ampiezza diversa, ponendo all’inizio e alla fine della distribuzione classi più ampie di quelle centrali.

 

Le misure della tendenza centrale

 

La statistica descrittiva mette in evidenza due caratteristiche fondamentali di qualsiasi distribuzione dei dati:

- la tendenza centrale;

-  la dispersione.

La tendenza centrale rappresenta ciò che vi  di costante in una distribuzione. Generalmente i dati tendono a raggrupparsi intorno a valori centrali, cioè quelli che si trovano al centro della serie dei punteggi,  disposti in ordine crescente.

Possiamo esprimere il significato di un intero gruppo di dati indicandoli con un unico valore, ossia di un dato riassuntivo e sintetico che ci permette di evidenziare la caratteristica principale del fenomeno studiato.

La dispersione rappresenta la variabilità dei punteggi di una distribuzione, ossia la tendenza di alcuni punteggi a disperdersi (ossia distanziarsi) rispetto al valore centrale. Mentre la tendenza centrale accentua le  somiglianze, la dispersione evidenzia le differenze.

 

LA MEDIA ARITMETICA

 

La media aritmetica esprime la caratteristica principale di una serie di dati.

Si calcola la media aritmetica quando:

- è richiesta la maggior precisione nel calcolo;

- serve per effettuare calcoli successivi;

 - la distribuzione presenta in uguale proporzione valori alti e valori bassi (ossia è simmetrica).

Quando si hanno a disposizione pochi dati, si calcola la media aritmetica semplice con la seguente formula:

  _          x

  x =  ---------

             n

         _

dove x è la media aritmetica da calcolare;

Sx è la sommatoria di tutti i dati della distribuzione;

n è il numero totale dei dati.

La formula completa per il calcolo della media aritmetica è.

 

      _        x1 + x2 + x3 + .......... + xn

      x   =  -----------------------------------

                               n

 

dove x1, x2, x3 … xn sono i dati da elaborare (i diversi punteggi della distribuzione);

n è il numero dei dati.

Quando i dati da elaborare sono numerosi, si fa ricorso al calcolo della media aritmetica ponderata, che si ottiene calcolando la frequenza di ciascun punteggio e sommando  i prodotti di ciascun punteggio per la relativa frequenza e dividendo per il numero dei casi.

La formula per il calcolo della media aritmetica ponderata è il seguente:

 

_          S NF

x     = -------------  

              n

La formula generale per il calcolo della media aritmetica è:

                                                                     n

                                                                     S

                                              -                    i  =  1  

                                              x       =   --------------------

                                                                     n                                                      

           _                                        

dove x  è la media da calcolare;

     n  

     S           è la sommatoria di tutti i dati da x1 a xn;

  i   =   1 

 

n è il numero dei dati.

 

B)Gli indici di dispersione

 

Per descrivere in modo completo una distribuzione non è sufficiente conoscere le misure della tendenza centrale. Spesso succede che due distribuzioni, pur avendo la stessa media aritmetica, abbiano valori estremi molto diversi.

Occorre pertanto procedere alla misurazione degli indici di dispersione, ossia misurare le distanze dei valori estremi rispetto al valore centrale (variabilità di una distribuzione).

 

LO SCARTO SEMPLICE

 

Calcoliamo, prima di tutto, lo scostamento (scarto semplice) di ogni punteggio, ossia la distanza di ciascun punteggio rispetto alla media aritmetica.

Indicando con xi un qualsiasi punteggio o valore della distribuzione, calcoliamo lo scarto di ogni punteggio della distribuzione dalla media aritmetica con la formula.

          

          _

s = xi -  x

 

                                                                                                            

                   LA DEVIAZIONE STANDARD

 

La deviazione standard (o scarto quadratico medio) è il più preciso indice di dispersione di una distribuzione (s = sigma). La formula per il calcolo della deviazione standard è la seguente:                                                                                                                                                                                                                                                                              

s    =     s2                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  S  (xi – x2)

  s2        __________

                               

             n

 I DIAGRAMMI

 

Oltre a rappresentare numericamente la tendenza centrale e la dispersione dei dati di una distribuzione, è possibile evidenziarle mediante i diagrammi, rappresentazioni grafiche che permettono di cogliere, a colpo d’occhio, gli aspetti qualitativi e quantitativi dei fenomeni.

Distinguiamo i diagrammi cartesiani da quelli non cartesiani.

 

I DIAGRAMMI CARTESIANI

 

Il diagramma cartesiano consiste in due rette che si incrociano perpendicolarmente fra loro (fig. 1). Il punto centrale è detto origine delle misure e, convenzionalmente, corrisponde a zero. L’asse verticale viene chiamata ordinata ed è indicato con la lettera y; l’asse orizzontale viene chiamato ascissa ed è indicato con la lettera x.

Sull’ascissa (ovvero sull’asse orizzontale) indicheremo i valori (o punteggi) del fenomeno studiato; sull’ordinata (ossia sull’asse verticale) le rispettive frequenze (ossia il variare del fenomeno dal punto di vista quantitativo).

Il punto più alto dell’ordinata è positivo; quello più basso ha segno negativo; per quanto riguarda l’ascissa, i valori positivi sono a destra, perché sono sempre superiori allo zero; quelli negativi a sinistra perché sono inferiori allo zero.

Generalmente nelle scienze sociali abbiamo sempre a che fare con punteggi superiori allo zero; pertanto possiamo utilizzare soltanto il quadrante in alto a destra (fig. 2).

Su di esso indicheremo i diversi punteggi disposti in ordine crescente e le relative frequenze.

A seconda dei punteggi (da indicare sulla x) e delle loro frequenze (da riportare sull’asse della y), tracceremo, in corrispondenza di ogni punteggio, un segmento perpendicolare all’ascissa e, per ogni frequenza, un segmento perpendicolare all’ordinata, evidenziando il punto di intersezione corrispondente a ogni punteggio e alla sua frequenza (Fig. 3).

Il diagramma cartesiano consente di tracciare dei grafici ricchi di informazioni quantitative.

 

Il diagramma a canne d'organo

 

Quando i dati a nostra disposizione sono costituiti da valori discontinui, oppure non possono essere ordinati in una serie crescente o decrescente o, ancora, quando dobbiamo evidenziare soltanto gli aspetti qualitativi di un fenomeno, possiamo costruire un ortogramma (o diagramma “a canne d’organo”).

Indichiamo sull’ascissa le modalità con cui si presenta un certo fenomeno, (ossia gli aspetti qualitativi) e  sull’asse dell’ordinata le frequenze corrispondenti (ossia gli aspetti quantitativi del fenomeno che vogliamo rappresentare. Per far ciò dobbiamo dividere l’ascissa in tanti segmenti separati fra loro quanti sono i punteggi a disposizione, attribuendo ad essi una grandezza arbitraria (ad esempio una base di 1 cm). Otterremo dei rettangoli aventi per base un segmento dell’ascissa e per altezza la frequenza corrispondente sull’ordinata.  I rettangoli, nel diagramma a canne d’organo, risultano staccati, per indicare la discontinuità del fenomeno. Sotto ciascun rettangolo si riporta il nome dell’aspetto o della modalità del fenomeno a cui si riferisce la frequenza.

 

 (fig. 4)

A volte si ricorre al diagramma composto, che permette di confrontare dati diversi relativi a rilevazioni diverse. In tal caso si inserisce una legenda, per indicare quali aspetti del fenomeno vengono evidenziati nel grafico.

 

L'istogramma

 

Il più frequente diagramma cartesiano è l’istogramma, che si utilizza quando si vuole rappresentare un fenomeno i cui punteggi o valori possono essere distribuiti in una serie ordinata e crescente. Esso si ottiene riportando i valori del fenomeno (i punteggi) sull’ascissa, dopo averli raggruppati in intervalli di classe (o fasce di livello) e sull’ordinata la frequenza dei diversi punteggi.

Se volessimo rappresentare graficamente i voti scolastici, potremmo dividerli in intervalli di classe e riportare gli IC sull’ascissa e le frequenze sull’ordinata.

Quando le ampiezze delle classi sono omogenee, divideremo l’ascissa  in tanti segmenti, uguali fra loro, quanti sono gli intervalli di classe in cui abbiamo raggruppato i punteggi; quando le classi non sono omogenee suddivideremo l’ascissa ricorrendo a unità di misura differenti

Per ottenere il grafico costruiremo dei rettangoli aventi per base l’intervallo di classe e per altezza la sua frequenza.

???A seconda del punteggio conseguito, raggruppiamo i punteggi in intervalli di classe (I.C.) disposti in una serie progressiva e crescente e calcoliamo le relative frequenze.

Poichè i punteggi sono continui e possono essere disposti in una serie ordinata e crescente, li rappresenteremo mediante un istogramma.

                  

Il poligono di frequenza

 

L’istogramma può essere trasformato in un poligono di frequenza, collegando tutti i punti centrali del lato superiore di ogni rettangolo.

Il poligono di frequenza si può realizzare anche quando la gamma di punteggi della distribuzione è ristretta, ossia quando abbiamo a disposizione pochi punteggi: in tal caso li riportiamo sull’ascissa; sull’ordinata  indichiamo le frequenze di ciascuno di essi e colleghiamo i punti di intersezione.

 

I diagrammi non cartesiani: l'areogramma

 

L’areogramma, detto anche “diagramma a torta”, si utilizza quando un fenomeno non è distribuito in modo uniforme nella popolazione.

Possiamo ricorrere all’areogramma quando vogliamo rappresentare la presenza di alunni con diverso colore di capelli in una classe, oppure quando vogliamo distinguerli in base alla loro provenienza, in rapporto alla totalità dei casi esaminati.

La totalità del fenomeno studiato viene rappresentata mediante la superficie di un cerchio. I casi parziali costituiscono una “fetta” o spicchio della torta. La superficie viene suddivisa in varie parti, che rappresentano le unità singole del fenomeno studiato.

Poiché l’angolo interno di un cerchio (angolo giro) misura 360°, dividiamo 360°  per il totale dei casi e poi moltiplichiamo il risultato rispettivamente per le unità singole (i parziali). Avremo così misurato l’ampiezza del settore di cerchio che rappresenta ciascuna unità del fenomeno studiato.

Disegniamo infine un cerchio, sul quale riportiamo le unità parziali del fenomeno espresse in gradi, come se fossero altrettante fette di una torta (la globalità della classe). Per realizzare un disegno più preciso possiamo servirci del goniometro.

Per realizzare grafici è sufficiente utilizzare i vari programmi di videoscrittura, come il WORD. 

 

I diagrammi
I DIAGRAMMI.docx
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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia