I meccanismi di difesa dalle frustrazioni

I MECCANISMI DI DIFESA DALLE FRUSTRAZIONI

I meccanismi di difesa sono dei tentativi di soluzione delle frustrazioni, che aiutano l’individuo a scaricare la tensione, salvaguardare l’autostima e difendersi dall’eccesso di ansia.

Gli psicologi hanno analizzati i più frequenti meccanismi difensivi. Tra i principali studiosi ricordiamo Anna Freud, figlia di Sigmund, autrice dell’opera L’Io e i meccanismi di difesa. Alcuni meccanismi si svolgono a livello cosciente: attraverso essi l’individuo cerca di liberarsi dall’angoscia; altri agiscono a livello inconscio: il soggetto non si rende conto di ricorrere a strategie inadeguate di liberazione; altri, infine, sono parzialmente coscienti.

La razionalizzazione

 

La razionalizzazione consiste nel ricercare una giustificazione plausibile del mancato raggiungimento del proprio scopo. Ciò può determinare una distorsione conoscitiva, che non avviene del tutto a livello cosciente.

 LETTURA

 

"La razionalizzazione  è una difesa soddisfacente cui ricorriamo tutti, anche quando non siamo più bambini. Adottando questo meccanismo, forniamo a noi stessi delle ragioni socialmente accettabili per un certo comportamento o per determinati atteggiamenti, quando il vero motivo risulterebbe inaccettabile alla nostra coscienza e pertanto, se si manifestasse a livello cosciente, condurrebbe a penosi stati di ansia o di colpa. Il padre che punisce severamente la figlia perché è molto arrabbiato con lei, ma dice di farlo ... per il bene della figlia mette in atto una razionalizzazione. E così lo studente che invece di studiare passa la notte fuori casa prima di un esame e si difende dicendo che tutti provano il bisogno di rilassarsi. Razionalizza anche il bambino estremamente timido che giustifica il fatto di non avere amici o relazioni sociali gratificanti affermando che nessuno dei suoi compagni è divertente".

(Da MUSSEN/CONGER/KAGAN - Lineamenti dello sviluppo del bambino, Zanichelli Bologna 1982).

La proiezione è un meccanismo inconscio che spinge l’individuo ad attribuire ad altre persone le esperienze, le qualità e i bisogni che ritiene negativi e indesiderabili. Più raramente si attribuiscono agli altri le qualità positive che si ritiene di possedere. Attraverso la proiezione l’individuo si libera dai sensi di colpa e, attribuendo agli altri ciò che rifiuta di sé, si sente autorizzato ad aggredirli. Colui che non ha molti scrupoli tende a credere che gli altri possano derubarlo o ingannarlo. 

Meccanismi proiettivi sono alla base della formazione del pregiudizio.

 

L’identificazione consiste nell’incorporare alcuni modelli di comportamento proposti da altre persone, che sembrano maggiormente in grado di affrontare le frustrazioni.  L’identificazione è il processo costitutivo dell’identità personale.

L’identificazione è un meccanismo di difesa che può portare sia a comportamenti adeguati, sia a comportamenti disadattivi, a seconda del modello adottato. I modelli a cui ci si ispira sono soprattutto i genitori, ma anche personaggi del cinema, dello sport e del mondo dello spettacolo. L’individuo insoddisfatto di sé si trova gratificato nell’assistere a spettacoli cinematografici, canori o sportivi e nel ricercare fra i protagonisti il proprio eroe da idolatrare: lo spettatore si immedesima nelle azioni, nei comportamenti, nelle vittorie e nelle sconfitte di personaggi che gli sono estranei. Affinché avvenga l’identificazione, è necessario che le situazioni vissute dai divi corrispondano a interessi profondi, a bisogni ed aspirazioni degli spettatori.

 

L’imitazione consiste nell’assumere come modello del proprio comportamento quello di un altro individuo e a adottare i suoi modi abituali di comportarsi. La differenza principale rispetto all’identificazione consiste nel fatto che colui che imita si limita ad adottare soltanto le caratteristiche esteriori di una persona, mentre l’identificazione consiste nel plasmare la propria persona secondo valori e  norme di qualcuno. Inoltre l’imitazione è, generalmente, cosciente, mentre l’identificazione agisce prevalentemente a livello inconscio.

 

La formazione reattiva consiste nell’adottare, di fronte a eventi frustranti, il comportamento di direzione opposta. Colui che ha ricevuto un’educazione autoritaria sarà molto permissivo con i figli; allo stesso modo colui che ha sofferto per essere stato trascurato dai genitori tenderà ad essere iperprotettivo nei confronti dei figli.

La rimozione consiste nel “dimenticare” le esperienze di cui ci si vergogna, i ricordi più angosciosi e i bisogni insoddisfatti che producono la frustrazione, cancellandoli dal livello della coscienza, in modo che non possano far insorgere sentimenti di inadeguatezza e sensi di colpa. Alcune forze inconsce, agendo da censura, renderanno inaccessibili alla coscienza i bisogni rimossi.

Colui che non ha superato l’attaccamento per la propria madre può aver rimosso i ricordi relativi alla fase edipica, ma i ricordi potranno affiorare in seguito mediante un lapsus (errore di linguaggio) quando, rivolgendosi alla moglie, la chiamerà “mamma”. Una persona che ha rimosso le proprie tendenze aggressive può comportarsi da persona socialmente sottomessa.

 

La regressione consiste nel tentare di reagire agli ostacoli incontrati nella soddisfazione dei bisogni ritornando a un livello meno maturo di comportamento e adottando nuovamente strategie e reazioni inadeguate e superate (ad esempio piangere di fronte alle difficoltà, battere i pugni sul tavolo).

La regressione è una caratteristica della vita infantile. Un bambino che, alla nascita di un fratellino, teme di perdere l’amore e le attenzione dei genitori può, inconsciamente, adottare gli abituali comportamenti del fratellino, ritenendo che siano quelli che potranno garantirgli nuovamente i privilegi di cui ha fino ad allora goduto. Pertanto tornerà a bagnare il letto (enuresi), a balbettare e lallare come il nuovo nato (parlare bebè).

 LETTURA

“Un esempio dimostrativo è il comportamento di quei bambini, anche grandicelli, i quali, alla nascita di un fratellino, si sentono in qualche modo defraudati nel loro bisogno di affetto, di attenzione, di considerazione, nell’ambito familiare.

Allorché compare un nuovo fratellino, l’organizzazione emotiva della famiglia si modifica. L’epicentro affettivo tende a spostarsi sul nuovo venuto, più bisognoso di protezione. Il primo bambino, così frustrato, può reagire in vari modi: ad es. con l’aggressività (motoria, verbale, ecc.), oppure identificandosi con i genitori ed assumendo un atteggiamento protettivo nei confronti del neonato che vezzeggia ad imitazione dei genitori e che chiama “il mio bambino”. Oppure può reagire rimuovendo quei bisogni di affetto e di considerazione ...

Ma una reazione pure frequente è la regressione, che in questo caso può realizzarsi sotto forma di enuresi notturna... Nella maggior parte dei casi si osserva che la ragione di questo comportamento è da ricercarsi in cause psicologiche: si tratta cioè di un ritorno alla situazione  della prima infanzia, nella quale l’essere assistito, lavato, sollevato ecc. rappresentava anche una soddisfazione dei bisogni di attenzione e di cura. Non si deve credere che il bambino torni a queste forme superate di comportamento per un calcolo consapevole: invece, il più delle volte, le cause affettive di tale condotta sono avvertite solo oscuramente oppure sono del tutto inconsapevoli. Si tratta di una reazione di compenso che è più facile ad essere mobilitata, quando le altre reazioni (di aggressività, di identificazione con i genitori, ecc.) non sono possibili nella famiglia”.

(Da CANESTRARI - Psicologia generale e dello sviluppo.

I MECCANISMI DI DIFESA DEL GRUPPO

Alcuni studiosi londinesi hanno effettuato delle ricerche sulle dinamiche di gruppo. Essi hanno proposto a gruppi di persone di partecipare attivamente ad alcune discussioni di carattere collettivo ed hanno verificato che la discussione animata spinge il gruppo a concentrarsi su se stesso e ad escludere obiettivi esterni.

In queste condizioni prima di tutto i soggetti compiono una regressione, ossia adottano comportamenti immaturi.

Lo psicologo Bion ha studiato la dinamica profonda dei gruppi ed ha indagato sui meccanismi di difesa collettivi.

Prima di tutto si verifica una condizione di dipendenza: di fronte a un pericolo ogni membro si sente privo di iniziativa, tranne uno di essi, che assume la funzione di capo (leader). Tutti gli altri gli si  sottomettono perché sanno che solo lui può rappresentare la salvezza per tutti.

Successivamente il gruppo ricerca la salvezza in se stesso, indipendentemente dal leader e si arma contro la minaccia. Contemporaneamente avviene un meccanismo proiettivo: le paure del gruppo vengono proiettate sul “nemico”, che quindi viene percepito come ancora più pericoloso di quanto non sia in realtà.

Infine si verifica il fenomeno dell’accoppiamento: il gruppo si frantuma in sottogruppi, ossia alleanza di due o pochi membri; generalmente si verifica l’esclusione del leader.

 

La sequenza “dipendenza, attacco - fuga e accoppiamento”, che è stata confermata da altri ricercatori, si verifica con una certa regolarità in tutti i gruppi quando devono affrontare un pericolo reale o supposto tale.

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