LA MALATTIA SECONDO LE SCIENZE UMANE

Io sembro un altro a me stesso e questo altro mi stupisce e mi angoscia prima di tutto perché è un altro…

La malattia ha minacciato e distrutto la mia banale identità, che andava così bene per conto suo,

che quasi la ignoravo (C. Pantillon).

 

La condizione e il ruolo del malato

 

Nell’opera Il sistema sociale il sociologo Talcott Parsons sostiene che una società può operare efficacemente soltanto se le persone che in essa operano svolgono dei ruoli sociali. Egli esamina diversi ruoli, come quello dei lavoratori, degli studenti e dei malati. Egli intende la malattia come una minaccia per la società, in quanto induce le persone a trascurare i consueti ruoli, a demandare le proprie responsabilità ad altri, a rifugiarsi nella malattia per evitare i propri obblighi sociali.

In questa visione i medici garantiscono che l’assunzione del ruolo di malato sia giustificata ed utilizzano la diagnosi come strumento di identificazione e di controllo sociale, ricorrono a restrizioni della libertà individuale e sanzioni.

I pazienti autorizzati dai medici possono essere esentati temporaneamente dalle attività sociali e lavorative loro spettanti; inoltre hanno il diritto di essere curati. La contropartita delle cure e delle prestazioni che ricevono è la necessità della collaborazione con il corpo sanitario; inoltre essi devono considerare il loro ruolo come temporaneo e indesiderabile e devono attivarsi per uscirne al più presto possibile per essere reintegrati nella rete dei diritti-doveri della società.

Si giudicano positivamente coloro che conducono una vita sana; negativamente coloro che non assumono abitudini salutari di vita e non si alimentano in modo equilibrato; coloro che fumano oppure assumono sostanze ritenute nocive per la salute (alcool, droghe).

Alcune malattie acquistano un “marchio di infamia” (stigma), come, nel passato, la lebbra e le malattie veneree e, più recentemente, l’AIDS. Altre malattie furono temute e interpretate come “segno” di  presenze demoniache.

 

I vantaggi secondari della malattia

 

 

Esistono notevoli differenze individuali nelle reazioni alla malattie. Per molte persone la malattia diventa un motivo di valorizzazione di se stesso. Il malato che si sentiva trascurato in famiglia, con gli amici e nel lavoro gode di rivestire un ruolo di rilievo: tutti si preoccupano per lui; inoltre la malattia riduce le sue responsabilità in famiglia, a scuola e sul lavoro.

 

LE RIPERCUSSIONI PSICOLOGICHE DELLA MALATTIA

 

Non esistono malattie, ma individui malati. Ogni individuo soffre la sua malattia in modo particolare per le ripercussioni psicologiche di essa. Essere malati è un modo di essere, è un evento biologico, psicologico e sociale. La malattia disorganizza,  scinde l’unità psicosomatica nella quale soltanto una parte del corpo assume un ruolo privilegiato. Essere malati è sentirsi solo un corpo e non più una persona.

Spesso il sintomo manifestato da un paziente rappresenta il campanello d’allarme di un disagio che coinvolge l’intera famiglia. Noi non possiamo isolare l’uomo nella sua individualità, ma dobbiamo considerarne la natura sociale.

 

I meccanismi di difesa del malato

 

Un meccanismo di difesa che subentra nello stato di malattia è la regressione. Il malato sente il bisogno di dipendere, di riattaccarsi al passato. La regressione deve essere rispettata, ma non tollerata per non deresponsabilizzare il malato.

Un altro modo di porsi nei confronti della malattia è la negazione, ossia il rifiuto della malattia. Il malato critica la diagnosi del medico e rifiuta di curarsi; attribuisce tutti i suoi disturbi al disservizio ospedaliero e all’impreparazione dei medici.

 

"Resiste" alla malattia colui che, pur essendo indisposto, si rifiuta di consultare il medico, oppure interrompe la terapia in corso senza valido motivo. Per alcuni individui resistere alla malattia significa dimostrare a se stessi la propria forza. Più il soggetto ha uno status elevato, più è investito di responsabilità, più resisterà alla malattia. Altri individui, psicologicamente immaturi, sopravvalutano la possibilità di guarire (negazione della malattia come negazione della realtà). In altri ancora prevale la paura della diagnosi come paura della minaccia e angoscia dell’ignoto. In questi casi il soggetto cerca di curarsi da sé.

Il narcisismo (esaltazione dell’Io). Le persone che occupano uno status inferiore, soprattutto se mal lo sopportano, hanno un notevole narcisismo (soddisfazione di avere assunto, con la propria malattia, un ruolo speciale). I bambini e gli anziani si servono facilmente della malattia per valorizzarsi agli occhi delle persone che li circondano.

L’evasione. La malattia offre al malato un mezzo per sfuggire alle proprie responsabilità. Ciò si evidenzia quando i sintomi vengono esagerati, quando l’ammalato non spera di guarire.

Il colloquio non direttivo

 

Il colloquio non direttivo consiste nel lasciare che l’intervistato affronti argomenti scelti liberamente da lui, senza co trollare l’orientamento della conversazione.

Rogers elaborò la terapia centrata sul cliente, consistente in un approccio effettuato in funzione di un’esperienza veramente vissuta dal cliente (l’intervitato). L’intervistatore deve essere presente con un atteggiamento incondizionatamente affabile e positivo, partecipando al mondo del soggetto ed evitando tutto ciò che potrebbe costituire un ostacolo o una minaccia all’immagine di sé del soggetto, il quale non ha ancora coscienza della propria interiorità, ma può prendere coscienza di sé e può operare dei cambiamenti. 

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

G. ABRAHAM, C. PEREGRINI – Ammalarsi fa bene. La malattia a difesa della salute, Feltrinelli.

IANDOLO C. – L’approccio umano al malato. Aspetti psicologici dell’assistenza, Armando, Roma 1979.

MITSCHERLICH A. – Malattia come conflitto, Feltrinelli, Milano 1977.

BALINT M., E. – Tecniche psicoterapiche in medicina, Einaudi, Torino 1970.

FREUD A., BERGMANN T. – Bambini malati, Boringhieri, Torino 1974.

 

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