I
Non so dir se sono amante;
ma so ben che al tuo sembiante
tutto ardore pena il core,
e gli è caro il suo penar.
Sul tuo volto, s'io ti miro,
fugge l'alma in un sospiro,
e poi riede nel mio petto
per tornare a sospirar.
VII
Alla stagion novella
fin dall'opposto lido
torna la rondinella
a riveder quel nido,
che il verno abbandonò.
Così il mio cor fedele,
nel suo penar costante,
ritorna al bel sembiante,
che per timor lasciò.
XXVI
Dovunque il guardo giro,
immenso Dio, ti vedo:
nell'opre tue t'ammiro,
ti riconosco in me.
La terra, il mar, le sfere
parlan del tuo potere:
tu sei per tutto; e noi
tutti viviamo in te.
XXIX
Se a ciascun l'interno affanno
si leggesse in fronte scritto,
quanti mai, che invidia fanno,
ci farebbero pietà!
Si vedria che i lor nemici
hanno in seno; e si riduce
nel parere a noi
felici ogni lor felicità.
LI
Pria di lasciar la sponda,
il buon nocchiero imìta;
vedi se in calma è l'onda,
guarda se chiaro è il dì.
Voce dal sen fuggita
poi richiamar non vale;
non si trattien lo strale
quando dall'arco uscì
LXI
Ah ritorna, età dell'oro,
alla terra abbandonata,
se non fosti immaginata
nel sognar felicità.
Non è ver; quel dolce stato
non fuggì, non fu sognato;
ben lo sente ogni innocente
nella sua tranquillità.
Ipermestra (dramma musicale)
Atto secondo, vv. 454 e sgg.
Pria di lasciar la sponda
455 il buon nocchiero imita;
vedi se in calma è l'onda,
guarda se chiaro è il dì.
Voce dal sen fuggita
poi richiamar non vale;
460 non si trattien lo strale
quando dall'arco uscì.
La tempesta Cantata VII)
No, non turbarti, o Nice; io non ritorno
A parlarti d'amor. So che ti spiace:
Basta così. Vedi che il ciel minaccia
Improvvisa tempesta: alle capanne
Se vuoi ridurre il gregge, io vengo solo
Ad offrir l'opra mia. Che! Non paventi?
Osserva che a momenti
Tutto s'oscura il ciel, che il vento in giro
La polve innalza e le cadute foglie:
Al fremer della selva, al volo incerto
Degli augelli smarriti, a queste rare,
Che ci cadon sul volto, umide stille,
Nice, io preveggo... Ah non tel dissi, o Nice?
Ecco il lampo, ecco il tuono. Or che farai?
Vieni, senti: ove vai? Non è più tempo
Di pensare alla greggia. In questo speco
Riparati frattanto; io sarò teco.
Ma tu tremi, o mio tesoro!
Ma tu palpiti, cor mio!
Non temer, con te son io,
Né d'amor ti parlerò.
Mentre folgori e baleni,
Sarò teco, amata Nice;
Quando il ciel si rassereni,
Nice ingrata, io partirò.
Siedi, sicura sei. Nel sen di questa
Concava rupe in fin ad or giammai
Fulmine non percosse,
Lampo non penetrò. L'adombra intorno
Folta selva d'allori
Che prescrive del ciel limiti all'ira.
Siedi, bell'idol mio, siedi e respira.
Ma tu pure al mio fianco
Timorosa ti stringi, e, com'io voglia
Fuggir da te, per trattenermi annodi
Fra le tue la mia man! Rovini il cielo,
Non dubitar, non partirò. Bramai
Sempre un sì dolce istante. Ah così fosse
Frutto dell'amor tuo, non del timore!
Ah lascia, o Nice, ah lascia
Lusingarmene almen! Chi sa? Mi amasti
Sempre forse fin or. Fu il tuo rigore
Modestia, e non disprezzo; e forse questo
Eccessivo spavento
È pretesto all'amor. Parla, che dici?
M'appongo al ver? Tu non rispondi? Abbassi
Vergognosa lo sguardo!
Arrossisci? Sorridi? Intendo, intendo.
Non parlar, mia speranza;
Quel riso, quel rossor dice abbastanza.
E pur fra le tempeste
La calma ritrovai:
Ah non ritorni mai,
Mai più sereno il dì!
Questo de' giorni miei,
Questo è il più chiaro giorno:
Viver così vorrei,
Vorrei morir così.
La partenza (la libertà)
Ecco quel fiero istante;
Nice, mia Nice, addio.
Come vivrò, ben mio,
così lontan da te?
Io vivrò sempre in pene,
io non avrò più bene;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Soffri che in traccia almeno
di mia perduta pace
venga il pensier seguace
su l'orme del tuo piè.
Sempre nel tuo cammino,
sempre m'avrai vicino;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io fra remote sponde
mesto volgendo i passi,
andrò chiedendo ai sassi,
la ninfa mia dov'è?
Dall'una all'altra aurora
te andrò chiamando ognora,
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Io rivedrò sovente
le amene piagge, o Nice,
dove vivea felice,
quando vivea con te.
A me saran tormento
cento memorie e cento;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Ecco, dirò, quel fonte,
dove avvampò di sdegno,
ma poi di pace in pegno
la bella man mi diè.
Qui si vivea di speme;
là si languiva insieme;
e tu, chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Quanti vedrai giungendo
al nuovo tuo soggiorno,
quanti venirti intorno
a offrirti amore e fé!
Oh Dio! chi sa fra tanti
teneri omaggi e pianti,
oh Dio! chi sa se mai
ti sovverrai di me!
Pensa qual dolce strale,
cara, mi lasci in seno:
pensa che amò Fileno
senza sperar mercé:
pensa, mia vita, a questo
barbaro addio funesto;
pensa... Ah chi sa se mai
ti sovverrai di me!