Federico Garcia Lorca 2

POESIE DI FEDERICO GARCIA LORCA

 

 

Noche arriba los dos con luna llena

Casida del pianto (Casida del llanto)

Passaggio

Crocicchio

Alberi

Veleta

Casida della donna distesa

Pioggia

Spunta la luna (La luna asoma)

Lluvia

Alle cinque della sera

Compianto per Ignazio Sanchez Mejias

Noche arriba los dos con luna llena,

yo me puse a llorar y tú reías.

Tu desdén era un dios, las quejas mías

momentos y palomas en cadena.

Noche abajo los dos. Cristal de pena,

llorabas tú por hondas lejanías.

Mi dolor era un grupo de agonías

sobre tu débil corazón de arena.

La aurora nos unió sobre la cama,

las bocas puestas sobre el chorro helado

de una sangre sin fin que se derrama.

Y el sol entró por el balcón cerrado

y el coral de la vida abrió su rama

sobre mi corazón amortajado.

 

Casida del pianto

 

Ho chiuso la mia finestra

perché non voglio udire il pianto,

ma dietro i grigi muri

altro non s'ode che il pianto.

 

Vi sono pochissimi angeli che cantano,

pochissimi cani che abbaiano;

mille violini entrano nella palma della mia mano.

 

Ma il pianto è un cane immenso,

il pianto è un angelo immenso,

il pianto è un violino immenso,

le lacrime imbavagliano il vento.

E altro non s'ode che il pianto.

 

Casida del llanto

 

He cerrado mi balcón

por que no quiero oír el llanto

pero por detrás de los grises muros

no se oye otra cosa que el llanto.

 

Hay muy pocos ángeles que canten,

hay muy pocos perros que ladren,

mil violines caben en la palma de mi mano.

 

Pero el llanto es un perro inmenso,

el llanto es un ángel inmenso,

el llanto es un violín inmenso,

las lágrimas amordazan al viento,

no se oye otra cosa que el llanto.

Passaggio

 

I bambini guardano

un punto lontano.

Le lucerne si spengono.

Fanciulle cieche

interrogano la luna,

e si levano in aria

spirali di pianto.

Le montagne guardano

un punto lontano.

E dopo?

 

I labirinti

creati dal tempo

svaniscono.

(Rimane solo

il deserto).

Il cuore,

fonte del desiderio,

svanisce.

(Rimane solo

il deserto).

L'illusione dell'aurora

e i baci

svaniscono.

Rimane solo

il deserto;

l'onduloso

deserto

 

Crocicchio

 

Vento dell'est

una lanterna

e un pugnale

nel cuore.

La strada

ha un fremito

di corda

tesa.

Un fremito

di tafano enorme.

Da ogni parte

io

vedo il pugnale

nel cuore.

 

Alberi

 

Alberi,

foste frecce

dall'azzurro cadute?

Quali crudeli guerrieri vi scagliarono?

Furono le stelle?

Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli,

dagli occhi di Dio,

dalla passione perfetta.

Alberi!

Riconosceranno le vostre radici

il mio cuore in terra?

 

Veleta

 

La luna va por el agua.

¡Cómo está el cielo tranquilo!

Va segando lentamente

el temblor viejo del río

mientras que una rama joven

la toma por espejito.

Pones roja la luna

y sollozantes

los álamos cautivos, pero vienes

¡demasiado tarde!

¡Ya he enrollado la noche de mi cuento

en el estante!

Sin ningún viento,

¡hazme caso!,

gira, corazón;

gira, corazón.

Aire del Norte,

¡oso blanco del viento!

Llegas sobre mi carne

tembloroso de auroras

boreales,

con tu capa de espectros

capitanes,

y riyéndote a gritos

del Dante.

¡Oh pulidor de estrellas!

Pero vienes

demasiado tarde.

Mi almario está musgoso

y he perdido la llave.

Sin ningún viento,

¡hazme caso!,

gira, corazón;

gira, corazón.

Brisas, gnomos y vientos

de ninguna parte.

Mosquitos de la rosa

de pétalos pirámides.

Alisios destetados

entre los rudos árboles,

flautas en la tormenta,

¡dejadme!

Tiene recias cadenas

mi recuerdo,

y está cautiva el ave

que dibuja con trinos

la tarde.

Las cosas que se van no vuelven nunca,

todo el mundo lo sabe,

y entre el claro gentío de los vientos

es inútil quejarse.

¿Verdad, chopo, maestro de la brisa?

¡Es inútil quejarse!

Sin ningún viento.

¡hazme caso!

gira, corazón;

gira, corazón. 

 

Casida della donna distesa

 

Vederti nuda è rievocare la terra.

La terra piana e priva di cavalli.

La terra senza un giunco, forma pura

chiusa al futuro: confine d’argento.

 

Vederti nuda è comprendere l’ansia

della pioggia che cerca fragili fianchi,

o la febbre del mare dal volto immenso

che non trova la luce della sua guancia.

 

Il sangue risuonerà nelle alcove

e verrà con spada di folgore,

ma tu non saprai dove si celano

il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre è uno scontro di radici,

le tue labbra un’alba senza profilo,

e sotto le tiepide rose del letto gemono

i morti, in attesa del loro turno.

  

Verte desnuda es recordar la tierra.

La tierra lisa, limpia de caballos.

La tierra sin un junco, forma pura

cerrada al porvenir: confín de plata.

 

Verte desnuda es comprender el ansia

de la lluvia que busca débil talle,

o la fiebre del mar de inmenso rostro

sin encontrar la luz de su mejilla.

 

La sangre sonará por las alcobas

y vendrá con espada fulgurante,

pero tú no sabrás dónde se ocultan

el corazón de sapo o la violeta.

 

Tu vientre es una lucha de raíces,

tus labios son un alba sin contorno,

bajo las rosas tibias de la cama

los muertos gimen esperando turno.

 

Pioggia

 

La pioggia ha un vago segreto di tenerezza

una sonnolenza rassegnata e amabile,

una musica umile si sveglia con lei

e fa vibrare l'anima addormentata del paesaggio.

 

È un bacio azzurro che riceve la Terra,

il mito primitivo che si rinnova.

Il freddo contatto di cielo e terra vecchi

con una pace da lunghe sere.

 

È l'aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori

e ci unge con lo spirito santo dei mari.

Quella che sparge la vita sui seminati

e nell'anima tristezza di ciò che non sappiamo.

 

La nostalgia terribile di una vita perduta,

il fatale sentimento di esser nati tardi,

o l'illusione inquieta di un domani impossibile

con l'inquietudine vicina del color della carne.

 

L'amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,

il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,

ma il nostro ottimismo si muta in tristezza

nel contemplare le gocce morte sui vetri.

 

E son le gocce: occhi d'infinito che guardano

il bianco infinito che le generò.

 

Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco

e vi lascia divine ferite di diamante.

Sono poeti dell'acqua che hanno visto e meditano

ciò che la folla dei fiumi ignora.

 

O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,

pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,

pioggia buona e pacifica, vera pioggia,

quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

 

O pioggia francescana che porti in ogni goccia

anime di fonti chiare e di umili sorgenti!

Quando scendi sui campi lentamente

le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

 

Il canto primitivo che dici al silenzio

e la storia sonora che racconti ai rami

il mio cuore deserto li commenta

in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

 

La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,

tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,

ho all'orizzonte una stella accesa

e il cuore mi impedisce di contemplarla.

 

O pioggia silenziosa che gli alberi amano

e sei al piano dolcezza emozionante:

da' all'anima le stesse nebbie e risonanze

che lasci nell'anima addormentata del paesaggio!

 

Lluvia

 

Tu cuerpo ira a la tumba intacto de emociones

sobre la oscura tierra brotará una alborada.

De tus ojos saldrán claveles sangrientos,

y de tus senos rosas, como la nieve, blancas.

Pero tu gran tristeza se irá con las estrellas,

como otra estrella digna de herirlas y eclipsarlas 

Spunta la luna 

 

Quando spunta la luna

tacciono le campane

e i sentieri sembrano

impenetrabili

Quando spunta la luna

il mare copre la terra

e il cuore diventa

isola nell’infinito

Nessuno mangia arance

sotto la luna piena

Bisogna mangiare

frutta verde e gelata

Quando spunta la luna

dai cento volti uguali,

la moneta d’argento

singhiozza nel taschino.

 

La luna asoma

 

Cuando sale la luna

se pierden las campañas

y aparecen las sendas

impenetrables.

Cuando sale la luna,

el mar cubre la tierra

y el corazón se siente

isla en el infinito.

Nadie come naranjas

bajo la luna llena.

Es preciso comer

fruta verde y helada.

Cuando sale la luna

de cién rostros iguales,

la moneda de plata

solloza en el bolsillo. 

Incontro

 

Nè tu nè io

siamo pronti

a incontraci.

Tu per quello che sai.

L'ho amata tanto!

Segui quella stradina.

Nelle mani

ho i buchi

dei chiodi.

Non vedi come

mi dissanguo?

Non guardare mai indietro.

Vai adagio

e prega con me

San Gaetano

che nè tu nè io

siamo pronti

ad incontrarci.

 

Notte

 

Cero, lucerna,

lampione e lucciola.

La costellazione

della saeta.

Finestrelle d'oro

tremano,

e nell'aurora dondolano

croci sovrapposte.

Cero, lucerna,

lampione e lucciola.

Canzone sciocca

 

Mamà.

Voglio essere d'argento.

Figlio,

avrai molto freddo.

Mamà.

Voglio essere d'acqua.

Figlio,

avrai molto freddo.

Mamà.

Ricamami sul tuo cuscino.

Questo si!

Figlio, e subito!

Tagliarono tre alberi

 

Erano tre.

(Venne il giorno con la scure).

Erano due

(Ali striscianti d'argento)

Era uno.

Era nessuno.

(Restò nuda l'acqua).

Alle cinque della sera

 

Eran le cinque in punto della sera.

Un bambino portò il lenzuolo bianco

alle cinque della sera.

Una sporta di calce già pronta

alle cinque della sera.

Il resto era morte e solo morte

alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni

alle cinque della sera.

E l'ossido seminò cristallo e nichel

alle cinque della sera.

Già combatton la colomba e il leopardo

alle cinque della sera.

E una coscia con un corno desolato

alle cinque della sera.

Cominciarono i suoni di bordone

alle cinque della sera.

Le campane d'arsenico e il fumo

alle cinque della sera.

Negli angoli gruppi di silenzio

alle cinque della sera.

Solo il toro ha il cuore in alto!

alle cinque della sera.

Quando venne il sudore di neve

alle cinque della sera.

quando l'arena si coperse di iodio

alle cinque della sera.

la morte pose le uova nella ferita

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto

alle cinque della sera.

Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie

alle cinque della sera.

Il toro già mugghiava dalla fronte

alle cinque della sera.

La stanza s'iridava d'agonia

alle cinque della sera.

Da lontano già viene la cancrena

alle cinque della sera.

Tromba di giglio per i verdi inguini

alle cinque della sera.

Le ferite bruciavan come soli

alle cinque della sera.

E la folla rompeva le finestre

alle cinque della sera.

Alle cinque della sera.

Ah, che terribili cinque della sera!

Eran le cinque a tutti gli orologi!

Eran le cinque in ombra della sera! 

 

COMPIANTO PER IGNAZIO SANCHEZ MEJIAS

 

Non voglio vederlo!

Dì alla luna che si mostri;

non voglio vedere il sangue

d'Ignazio sopra l'arena.

Non voglio vederlo!

È spalancata la luna.

Cavallo di calme nubi

e circo grigio del sogno

con salici in prima fila.

Non voglio vederlo!

Il mio ricordo si brucia.

Avvisate i gelsomini

di minuscolo candore!

Non voglio vederlo!

La vacca del vecchio mondo

passava la triste sua lingua

sopra un muso di grumi

di sangue in terra versato.

Ed i tori di Guisando,

quasi morte e quasi pietra,

mugghiaron come due secoli

sazi di premere il suolo.

No.

Non voglio vederlo!

Sale Ignazio sui gradini,

tutta la sua morte a spalla.

Andava in cerca dell'alba

e l'alba non esisteva.

Cerca il suo fermo profilo

e il sogno lo disorienta.

Il suo bel corpo cercava

e trovò il suo sangue aperto.

Non ditemi di vederlo!

Non voglio sentire il getto

che sempre più s'affioca;

il getto che le tribune

illumina e si riversa

sopra il fustagno ed il cuoio,

della folla sitibonda.

Chi mi grida di mostrarmi!

Non ditemi di vederlo.

Non si chiusero i suoi occhi

nel vedersi lì le corna;

ma le terribili madri

rizzarono allora il capo.

Ed attraverso gli allevamenti

corse un vento di voci segrete,

a tori celesti gridate

da mandriani di pallida nebbia.

Non principe di Siviglia

potrebbe essergli pari,

né spada come la sua

né cuore del suo più vero.

Come un fiume di leoni

il suo stupendo vigore,

e come un torso di marmo

la sua lineata saggezza.

Aria di Roma andalusa

gli dorava la testa

dove il suo riso era un nardo

di sale e d'intelligenza.

Che gran torero in arena!

Che buon montanaro ai monti!

Quanto mite con le spighe!

Quanto duro con gli sproni!

Tenero con la rugiada!

Che bagliore nella fiera!

Quanto tremendo con l'ultime

banderillas della tenebra!

Ma ora dorme in eterno.

Ora i muschi e l'erba dischiudono

con loro dita sicure

il fiore del suo teschio.

E il suo sangue ora viene cantando:

cantando per maremme e praterie,

sdrucciolando su corna intirizzite;

senz'anima vacilla nella nebbia.

In migliaia di zoccoli inciampando

come una lunga, oscura, triste lingua,

per formare una pozza d'agonia

presso il Guadalquivir del firmamento.

Oh bianco muro di Spagna!

Oh nero toro di pena!

Oh sangue duro d'Ignazio!

Oh usignolo delle sue vene!

No.

Non voglio vederlo!

Un calice non v'è che lo contenga,

non vi son rondinelle che lo bevano,

non v'è brina di luce che lo geli,

non di gigli v'è canto né diluvio,

non cristallo che lo copra d'argento.

No.

Io non voglio vederlo!

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia