IL GIOCO

Nel vero uomo è nascosto un bambino che vuole giocare

FREDERICK NIETZSCHE

 

Il gioco come manifestazione interiore

 

Una grande manifestazioni della personalità è il gioco,  che trae origine da un bisogno interiore. Esso comprende le diverse attività  creative grazie alle quali il bambino afferma se stesso e le sue esigenze,  si autorealizza e si dispone a ricercare, agire, muoversi, ad operare sugli oggetti che lo circondano come se fossero animati, a inventare quelle cose che non sono disponibili e che vorrebbe possedere, a creare ed esprimersi liberamente, a rivestire i ruoli che giudica più interessanti.

Il gioco dà al bambino fiducia nelle sue possibilità, lo mette in condizione di modificare a suo piacimento la realtà in cui è immerso, realizzando desideri impossibili, compensando le frustrazioni, scaricando le ansie e liberandosi dalle angosce. 

Il gioco come sublimazione dell’aggressività consente di dirottare gli impulsi distruttivi verso attività socialmente accettabili.

 

LO SVILUPPO DELL’ATTIVITÀ LUDICA

 

I primi due anni di vita

 

Nei primi due anni di vita, le principali forme di gioco si manifestano nella gioia di conquistare l’ambiente circostante, nella possibilità di scoprirne le caratteristiche e di utilizzarle per soddisfare i propri bisogni: il bambino si diverte a lasciar cadere continuamente un oggetto per la gioia di percepirne il rumore, ripete di continuo i suoni o le parole pronunciate dagli altri.

A partire dai due anni, scopre e giudica il proprio ambiente di vita attraverso i suoi giochi di fantasia. Giocando a «far finta» di essere un adulto o di rivestire un certo ruolo (ad esempio il dottore), egli richiama alla mente avvenimenti e situazioni vissute precedentemente e cerca di riprodurle adattandole alle esigenze emotive del momento. Il gioco di pura imitazione si trasforma in gioco simbolico: il bambino non riproduce la realtà così come la percepisce, ma la assimila e le attribuisce caratteristiche personali.

 

Il gioco percettivo-motorio

 

Appena il bambino si muove, calcia e afferra gli oggetti più vicini per portarli alla bocca, il suo spazio potrà arricchirsi di moltissimi oggetti, dal cui contatto il bambino trarrà preziose esperienze. All’inizio il bambino manipola e succhia gli oggetti per scoprire “di che cosa” sono fatti: il bambino esperisce gli oggetti prima di tutto portandoli alla bocca (fase orale), odorandoli, manipolandoli e infine rompendoli, per il piacere di sentire il rumore che producono.

Attraverso queste esperienze nel bambino si avviano i processi mentali percettivi e motori necessari allo sviluppo del suo pensiero. Successivamente il gioco del “nascondino” gli consentirà di pervenire all’acquisizione della “permanenza dell’oggetto” (Piaget).

 

L’imitazione differita

 

Molto presto l’attività, non più soltanto percettiva, diventa “imitativa”. Si definisce “imitazione” ogni tentativo del bambino di riformulare per conto proprio movimenti ed espressioni compiute da altri: dopo i 18 mesi, si ha il manifestarsi di un’imitazione differita nel tempo. Il bambino diventa capace di ripetere anche dopo ore o giorni un movimento da cui è stato attratto o incuriosito.

 

Il gioco simbolico

 

L’attività rappresentativa del bambino è favorita da un diffuso tipo di gioco infantile, quello a carattere simbolico. Mentre nell’attività percettivo-motoria il bambino studia l’oggetto di per sé, la sua consistenza, forma e colore, l’uso, nell’attività simbolica le proprietà dell’oggetto sono state ormai scoperte, ma questo comincia ad essere manipolato in modo diverso: non rappresenta più solo se stesso, ma qualcosa di più confacente al momentaneo desiderio del bambino. Un pezzetto di legno può rappresentare una barca, una penna etc.; un pupazzo può simboleggiare un fratellino e così via; il contenuto del ricordo da cui il bambino prende le mosse (scena familiare) viene analizzato  e trasposto nel momento attuale di gioco.

L’attività ludica aiuta il bambino ad affrontare il mondo degli adulti senza rimanere preda dei pregiudizi, a superare i timori e l’angoscia dell’ignoto.

Il gioco simbolico consente una limitata possibilità di espressione di impulsi distruttivi (sublimazione dell’aggressività) e di tendenze normalmente inibite.

Imitare l’adulto, farne la caricatura, aiuta a sdrammatizzare un rapporto difficile: nel gioco si può avere la “rivincita” simbolica su qualcuno che non si riesce a sconfiggere nella realtà.

A volte è sufficiente cercare in un pupazzetto un sostituto della persona temuta e creare delle situazioni in cui il bambino non si lascia sopraffare dalle emozioni, ma può superare le difficoltà. Il gioco assume così un valore catartico (liberazione dagli stati angosciosi), contribuendo all’organizzazione della vita emotiva ed affettiva.

Nel gioco simbolico il bambino non riproduce la realtà come la percepisce, ma le attribuisce caratteristiche personali. L’oggetto perde i suoi caratteri universali e diviene il simbolo di qualcos’altro (ad esempio una sedia rovesciata può trasformarsi in un trenino).

Secondo Anna Oliverio Ferraris “è il piacere del far finta di...: il bambino assume un ruolo che gli consente di entrare nel mondo degli adulti, scegliendolo tra quelli che vede nella vita reale e nella finzione della Tv”.

 

Il gioco come attività conoscitiva

 

Mediante il gioco il bambino prende coscienza della realtà che lo circonda e la modifica secondo i propri desideri. L’attività ludica avvia il bambino alla conoscenza di ciò che accade intorno a lui e stimola lo sviluppo delle funzioni cognitive: con il gioco il bambino adatta le situazioni ai suoi scopi, ne analizza le caratteristiche e stabilisce le relazioni tra vari elementi della realtà.

Fino ai tre anni il gioco ha la funzione importantissima di far sperimentare al bambino la qualità e l’uso degli oggetti che lo circondano, di farlo allenare ad un sempre più perfezionato rapporto con essi. Un bambino gioca con la stessa seria concentrazione con cui un adulto esegue un duro lavoro: giocando si pone in rapporto con il mondo esterno.

Il gioco avvia alle attività mentali complesse e favorisce lo sviluppo delle funzioni simboliche, arricchisce l’immaginazione, stimola la creatività e il pensiero divergente, sviluppa la sintesi intellettiva e consente al bambino di realizzare la sua integrazione nell’ambiente.

Il bambino di cinque o sei anni si diverte non soltanto a sentir raccontare le favole, ma soprattutto a inventarle egli stesso, immaginandosi in un mondo fantastico, costruito sulla base dei suoi desideri. A volte il bambino si immerge a tal punto nelle storie che ne inventa delle altre, in modo da continuare il suo gioco anche con gli adulti, tentando di coinvolgerli nel proprio mondo fantastico. Spesso i genitori non si rendono conto dell’esigenza immaginativa dei bambini e scambiano per menzogna i loro racconti immaginari.

 

Il gioco come socializzazione

 

Ogni forma di attività ludica riveste un ruolo rassicurante e di compensazione della realtà. Il gioco è necessario per crescere, conoscere e socializzare,

Dai tre ai sei anni il gioco di gruppo è caratterizzato dall’incoerenza e dalla mancanza di regole: ogni bambino cerca di realizzare nel gioco le sue esigenze, vuole emergere a spese degli altri e non riesce a tollerare le rinunce. L’acquisizione di un ruolo (ciò che ciascuno deve fare all’interno del gruppo) è il primo passo verso l’interazione. Dopo i sei anni il fanciullo comincia a giocare in gruppo e ad interagire con gli altri. Il gioco di gruppo si fonda sul rispetto dei diritti e dei doveri di tutti.

L’accettazione delle regole, che costituiscono un sistema di controllo sociale, richiedono il superamento dell’egocentrismo e la capacità di valutare la realtà da punti di vista diversi dal proprio. Le regole costituiscono una forma di difesa dei diritti dei più deboli, sempre alla mercé dei bambini più prepotenti. La difesa dei diritti e dei doveri si consolida intorno ai dieci anni, quando compaiono i primi giochi di squadra.

A partire dalla preadolescenza viene accettato il rispetto rigoroso della regola e viene tollerata l’eventuale punizione affinché tutti vengano giudicati allo stesso modo. L’accettazione delle regole richiede il superamento dell’egocentrismo infantile. Esse sono astratte e possono essere comprese soltanto a partire dagli undici anni circa, età in cui il ragazzo è in grado di sganciarsi dal mondo concreto, di effettuare delle ipotesi riuscendo a valutare la realtà da punti di vista diversi dal proprio e ad immedesimarsi negli altri. Il ragazzo accetta la sanzione nel gioco come garanzia e anche come fattore di sicurezza: in caso di successo, la regola premierebbe lui anziché il compagno.

 

Giocattolo ed oggetto transizionale

 

Il giocattolo non va in alcun modo confuso con il goco, di cui costituisce soltanto uno strumento, utile per l'interazione e la mediazione con la realtà.

I giocattoli sono “oggetti transizionali”. Verso i dodici mesi il bambino, per superare il dispiacere del distacco, sia quando la madre si allontana temporaneamente, sia quando sta per addormentarsi, ricorre ad un oggetto sostitutivo, che può essere un pupazzetto di peluche, una coperta o anche uno straccetto, morbido come il corpo della madre o i suoi vestiti. Questi oggetti hanno la funzione di sostituti materni, che offrono al bambino una presenza rassicurante a cui aggrapparsi quando la madre è assente o non è disponibile. Essi sono chiamati oggetti transizionali e costituiscono una sovrapposizione fra la realtà esterna del bambino e la sua realtà personale. La fase transizionale, generalmente, viene superata intorno al secondo anno di vita. Alcuni bambini, però, continuano a ricorrere all’oggetto sostitutivo nella fanciullezza e, in rari casi, nell’adolescenza e nell’età adulta.

Il giocattolo, in quanto semplice strumento del bambino nel gioco, deve sollecitare in lui la curiosità e rispondere al suo bisogno di conoscenza e di esplorazione della realtà e a stimolare la sua creatività senza limitarla. Non deve essere considerato come un finalità, come il gioco in se stesso. Ciò va tenuto presente soprattutto in famiglia: nella scelta del giocatolo, bisogna scegliere il mezzo in grado di stimolare le capacità psicofisiche del bambino, non un sostituto che ne limiti l'attività. 

 

Il gioco di gruppo

 

Nell’età che va dai tre ai sei anni il gioco di gruppo è caratterizzato dall’incoerenza e dalla mancanza di regole: ogni bambino cerca di realizzare nel gioco le sue esigenze, vuole emergere a spese degli altri e non riesce a tollerare le rinunce. L’acquisizione di un ruolo (ossia la determinazione di ciò che ciascuno deve fare all’interno del gruppo) è il primo passo verso l’interazione.

Il gioco di gruppo nella fanciullezza richiede il rispetto di alcune regole e la rinuncia ad alcune esigenze a favore della collettività. L’acquisizione di un ruolo (ossia la determinazione di ciò che ciascuno deve fare all’interno del gruppo) è il primo passo verso l’interazione. Il ruolo del leader è quello più ambito dalla maggior parte dei bambini: essi accettano di far la parte dei gregari soltanto in vista di un futuro più favorevole per loro. Il desiderio di essere un capo induce il bambino ad accettare le regole imposte dai compagni, in attesa di avere, a sua volta, la possibilità di imporre le regole che preferisce.

 

 

Avviamento all’attività sportiva nella scuola primaria.

 

Nonostante l’attività sportiva presenti molteplici effetti positivi su tutta la persona, essa deve essere proposta con cautela ai bambini della scuola primaria, tenendo conto delle caratteristiche auxologiche proprie di quest’età.

Sono da escludere gli sport che comportano un impegno statico (ad esempio il sollevamento pesi), mentre saranno preferiti gli sport dinamici (pallavolo, calcio, atletica leggera, nuoto).

Si privilegeranno le attività sportive che impegnano tutto il corpo (ad esempio la pallavolo) a quelle che coinvolgono maggiormente un solo lato del corpo (come il tennis).

Nel primo ciclo della scuola primaria è positivo ricorrere ai giochi di squadra per favorire la socializzazione del bambino nel quadro di un sano sviluppo motorio. È necessario però organizzare il gioco in modo da non imporre regole superflue e da semplificare al massimo le sequenze di gioco, lasciandogli la libertà di apprezzare tutto il piacere del movimento senza i dispiaceri legati alla memorizzazione di schemi motori complessi e la necessità di sottoporsi a rinunce e limitazioni.

Nel primo ciclo della scuola primaria l’avviamento alle attività sportive comprenderà giochi di squadra caratterizzati da semplici regole come staffetta e tiro alla fune.

Nel secondo ciclo, si darà maggior spazio ad alcuni giochi sportivi di squadra (calcetto, minivolley).

Si eviterà in tutti i casi ogni forma di attività agonistica.

Il gioco sportivo, dal punto di vista educativo, deve preparare il fanciullo ai ruoli che dovrà assumere nella vita sociale. Pertanto, sarà cura dell’insegnante stabilire dei ruoli a rotazione.

Nel gioco di gruppo il fanciullo si rende conto di dover uniformare le regole di gioco, che rispondono all’esigenza di svolgere le proprie attività secondo schemi precisi e in perfetta rispondenza del ruolo che si ricopre. Le regole costituiscono anche una forma di difesa dei diritti dei più deboli, sempre alla mercé dei bambini più prepotenti. Il gioco di gruppo si fonda sul rispetto delle esigenze individuali, mediante un complesso intreccio di diritti e doveri. Le regole permettono di controllare le attività di tutti e garantiscono un’equità nelle valutazioni.

È importante far sì che i giochi di squadra trasformino il bisogno naturale dell’alunno di stare insieme da semplice esigenza affettiva in un profondo senso del gruppo, nel sentimento di appartenenza a un qualcosa che appartiene a tutti. Solo in questo modo egli sarà spinto a rinunciare alla soddisfazione dei suoi bisogni a favore delle superiori esigenze del gruppo.

A partire dalla preadolescenza la regola non diventa semplicemente qualcosa da imparare, ma costituisce il fondamento dell'agire sociale: si accetta la propria sconfitta perché si è certi che, con uno sforzo adeguato, si riuscirà a vincere. Il confronto sociale è ora reso possibile in molte occasioni di gioco, in cui i preadolescenti accettano e rispettano la regola. In alcuni casi ne pretendono l’applicazione rigorosa e coerente, anche quando la propria sconfitta è palese. Il ragazzo, infatti, accetta la sanzione nel gioco come garanzia e anche come fattore di sicurezza: in caso di successo, la regola premierebbe lui anziché il compagno. Pertanto il gioco sportivo può essere proposto soltanto a partire dalla scuola media inferiore.

Nell'adolescenza, infatti, il confronto sociale è reso possibile dallo sviluppo del pensiero formale, che consente di considerare più punti di vista in interazione fra loro. 

Giochi di squadra

 

I giochi sportivi di squadra (pallavolo, calcio, pallacanestro) sono sottoposti a regole specifiche e sono controllati da un arbitraggio.

A questi sport si attribuiscono importanti finalità educative: influenza positiva sullo sviluppo fisico e sulle grandi funzioni dell’organismo; sviluppo delle qualità motorie e azione positiva su tutta la personalità.

Essi, inoltre, sviluppano lo “spirito collettivo”, ossia la solidarietà fra i membri di una squadra e spingono i fanciulli a subordinare i propri interessi personali agli interessi collettivi, consentendo l’interiorizzazione delle regole.

Nello sport l’essere umano misura le proprie capacità, affrontando situazioni difficili ma risolvibili e superando condizioni di intensa emotività.

 

Il gioco sportivo nell’età adulta

 

Gli adulti tentano di mantenere la condizione giovanile e di conservare un corpo sempre giovane ricorrendo agli esercizi fisici e ai trattamenti estetici.

Il gioco nell’età adulta tende ad essere ricercato sempre meno per il piacere di svolgere un’attività ricreativa e sempre più per la possibilità di guadagno che offre (anche a livello simbolico). Il fine principale, se non l’unico, di quasi tutti i giochi adulti è la vittoria sull’avversario. Rispetto al bambino, per il quale il gioco costituisce l’attività principale, l’adulto può dedicare ad esso soltanto una piccola parte del suo tempo. Nell’adulto il ricorso al gioco presenta diverse motivazioni, dal tentativo di alleviare la tensione accumulata col lavoro, al bisogno di esprimersi liberamente; dall’esigenza di stabilire un punto d’incontro con altre persone (giochi di società), alla necessità di mettere alla prova le proprie capacità intellettive (scacchi, enigmistica).

 

La terapia di gioco

 

Poiché il bambino non è in grado, come l’adulto, di effettuare un’introspezione nella propria interiorità e di esternare le sue difficoltà al terapeuta, è necessario utilizzare delle tecniche in grado di favorire la libera espressione dei conflitti.

Nella terapia di gioco di Melanie Klein il terapeuta fornisce al bambino una serie di pupazzetti, chiedendogli di giocare “alla famiglia”. Il bambino finirà per rappresentare in esso la propria situazione familiare.

Il terapeuta interpreterà il gioco nel suo complesso, i ruoli attribuiti ai diversi personaggi e il ruolo rappresentato dal protagonista, esternerà tale rappresentazione al bambino per stimolare la liberazione dei sentimenti repressi. In base al rapporto di fiducia tra il bambino e l’analista, i disturbi iniziali si attenueranno progressivamente grazie alla loro graduale chiarificazione.

La Tecnica del Mondo di Margaret Lowenfeld consiste nell’offrire al bambino del materiale adatto al libero gioco: oggetti in miniatura (persone, animali, alberi, case etc.); sassi, sabbia, pezzi di legno etc. Al bambino viene chiesto di utilizzare liberamente tale materiale nel suo gioco. L’analista interpreterà i diversi raggruppamenti del materiale, la loro disposizione spaziale, la ricchezza espressiva, la dinamicità (gioco di movimento) oi staticità (scenario immobile e privo di vita) etc.

Il trattamento consiste nel commentare il gioco del bambino in modo da renderlo consapevole dei significati che egli attribuisce al suo mondo reale e ai suoi mondi fantastici, fobici o ossessivi.

 

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ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia