Antologia di letteratura per ragazzi

JEAN WEBSTER - Papà Gambalunga

 

7 aprile

Caro Papà Gambalunga,

santo cielo, New York è enorme! Worcester è niente al confronto. E tu mi dici che ti trovi a tuo agio in una tale confusione? Credo che mi ci vorranno mesi per rimettermi dall'incredibile effetto di questi due giorni. Non inizio nemmeno a descriverti tutte le cose meravigliose che ho visto: le conosci di certo, visto che vivi qui.

Non sono fantastiche le strade? E la gente? E i negozi? Non ho mai visto cose tanto belle come in quelle vetrine. Ti fanno venir voglia di dedicare la tua vita solo ai vestiti. Sabato mattina Sallie, Julia e io siamo andate a fare shopping insieme. Julia è entrata nel luogo più incredibile che io abbia mai visto: pareti candide con profili dorati, tappeti blu, tende in seta della stessa tonalità, poltroncine laccate

 i me troppo a lungo. Buonanotte Papà, ti voglio sempre bene,

Judy

CARLO COLLODI - Le avventure di Pinocchio

 

– Pinocchiuccio mio! Com’è che ti sei bruciato i piedi?
– Non lo so, babbo, ma credetelo che è stata una nottata d’inferno e me ne ricorderò fin che campo. Tonava, balenava e io avevo una gran fame e allora il Grillo-parlante mi disse: «Ti sta bene; sei stato cattivo, e te lo meriti», e io gli dissi: «Bada, Grillo!...», e lui mi disse: «Tu sei un burattino e hai la testa di legno» e io gli tirai un martello di legno, e lui morì ma la colpa fu sua, perché io non volevo ammazzarlo, prova ne sia che messi un tegamino sulla brace accesa del caldano, ma il pulcino scappò fuori e disse: «Arrivedella... e tanti saluti a casa» e la fame cresceva sempre, motivo per cui quel vecchino col berretto da notte, affacciandosi alla finestra mi disse: «Fatti sotto e para il cappello» e io con quella catinellata d’acqua sul capo, perché il chiedere un po’ di pane non è vergogna, non è vero? me ne tornai subito a casa, e perché avevo sempre una gran fame, messi i piedi sul caldano per rasciugarmi, e voi siete tornato, e me li sono trovati bruciati, e intanto la fame l’ho sempre e i piedi non li ho più! Ih!... ih!... ih!... ih!...
E il povero Pinocchio cominciò a piangere e a berciare così forte, che lo sentivano da cinque chilometri lontano.

HANS THOMA The child round dance

LOUISA MAY ALCOTT - Piccole donne

 

Dipinto di HANS THOMA - The child round dance

 

Tutto era già quasi all’ordine, quando Laurie ritornò colla lettera della zia March che racchiudeva la somma desiderata: tutte le commissioni erano state fatte; Meg e la madre erano intente ad un lavoro che dovevano finire; Beth ed Amy preparavano il thè, Anna finiva di «dare una botta» alla biancheria, come chiamava lei lo stirare e Jo non tornava a casa. Cominciarono ad essere inquieti e Laurie andò in traccia di lei, perché nessuno poteva mai sapere che cosa poteva venire in mente ai quella testa un po’ balzana.

Non la vide però; ed ella entrò in casa qualche minuto dopo, con una espressione curiosa sul volto: un misto di allegria e di timore, soddisfazione e dispiacere, espressione che meravigliò la famiglia, come lo fece il rotolo di danaro che posò dinanzi a sua madre, dicendo con un leggiero tremolio nella voce: — Ecco la mia contribuzione, mamma.

— Ma mia cara, dove hai trovato tanto danaro! Venticinque dollari! Jo, spero che non hai fatto nulla di cui poi ti potresti pentire!

— No, sono tutti miei: non sono andata elemosinando, non li ho presi in prestito e non li ho rubati. Li ho guadagnati io e non credo che potrai trovare nulla da ridire, perché non ho che venduto quello che era mio.

Così dicendo Jo si levò il cappello ed un grido generale si innalzò nella piccola camera; i suoi magnifici capelli erano stati tutti tagliati.

— I tuoi capelli! i tuoi bellissimi capelli! Oh Jo, come hai potuto fare una cosa simile! La tua umica bellezza! Mia cara bambina non vi era certamente bisogno che tu facessi questo! Non è più la mia Jo ma l’amo ancora di più adesso!

 

 

ASTRID LINDGREN - Pippi Calzelunghe

 

Intanto erano entrati in cucina, e Pippi canterellò:

       Che belle frittelle friggeremo!

       Che belle frittelle mangeremo!

Dopo di che tirò fuori tre uova e le gettò per aria: un uovo le cadde in testa e si ruppe, così che il tuorlo le colò negli occhi; ma le altre due uova riuscì ad acchiapparle abilmente a volo e mandarle a rompersi in una casseruola.

Ho sempre inteso dire che il tuorlo d'uovo giova ai capelli — disse Pippi, e s'asciugò gli occhi. — Vedrete che d'ora in poi cresceranno così a vista d'occhio che li sentirete frusciare. Del resto in Brasile tutti, ma proprio tutti, vanno in giro con un uovo tra i capelli: questo è il motivo per il quale lì i calvi non esistono. Solo una volta si dette il caso di un originale che, invece di rompersi le uova sulla testa, se le mangiò: naturalmente divenne calvo e quando comparve in pubblico causò un tale scompiglio, che la polizia dovette intervenire.

Dipinto di MOREAU (1904)

FERENC MOLNAR - I ragazzi della via Pal

 

- Nemecsek!

- Sì, Nemecsek - fece il biondino - Io in carne ed ossa. Volete sapere chi ha rubato la bandiera dall'arsenale? Sono stato io! sono io che ho i piedi più piccoli di quelli di Wendauer. Se avessi voluto avrei potuto restare tranquillamente sull'albero sino a che voi non ve ne foste andati, perché c'ero già da più di tre ore e mezzo. Ma quando Gereb ha affermato che non c'è fra noi uno solo che ha del coraggio, allora mi sono detto: "Aspetta un po', te lo faccio vedere io, un semplice soldato, se quelli della via Pal sono tutti conigli". Ed eccomi qui! Ho assistito a tutta la vostra riunione, ho ripreso la nostra bandiera. Ora voi siete liberi di fare di me quello che volete, di picchiarmi, di strapparmi a forza la bandiera, perché io non ve la darò di certo di mia spontanea volontà... Avanti, cosa aspettate? Non dovete aver paura: siete in dieci contro uno!...

Mentre parlava aveva il fuoco negli occhi ed agitava le braccia con foga. In una mano stringeva la bandiera.

Le Camicie Rosse non credevano ai propri occhi e fissavano con profondo stupore quello smilzo biondino caduto dal cielo che parlava con tanta sicurezza, come se fosse in grado di picchiare tutti, non esclusi Feri Ats e i due Pasztor.

Furono appunto i Pasztor che ritrovarono per primi il loro sangue freddo. Balzarono su Nemecsek e lo afferrarono per le braccia. Il più giovane di loro stava già per strappargli la bandiera quando Feri Ats gridò:

- Fermatevi! Lasciatelo stare!

I Pasztor fissarono stupiti il loro comandante.

- Lasciatelo stare - ripetè. - Questo ragazzo mi piace. Tu sei un tipo coraggioso, Nemecsek. Qua la mano! Arruolati con noi! Fatti anche tu una Camicia Rossa!

Nemecsek scosse la testa.

- No! - Disse sdegnato.

VITTORIO MARIA CORCOS - Stella e Piero

FRANCES HODGSON BURNETT - Il giardino segreto

 

Dipinto di VITTORIO MARIA CORCOS - Stella e Piero

 

Era il luogo più affascinante e misterioso che uno possa immaginare. Tutti gli alti muri di cinta erano coperti da una fittissima trama di rosai rampicanti. Su quei rami non c'erano foglie verdi e tanto meno fiori, ma Mary li riconobbe come rosai dalle spine: ne aveva viste tante in India di piante di rose. Il terreno era coperto di erba secca, bruciata dal freddo; qua e là si vedevano dei cespugli, certamente pieni di rose, un tempo; ora nudi e spogli. Certe piante di rose, non potate da anni, erano diventate come piccoli alberi dai lunghissimi rami che strisciavano fino a terra. Vi erano anche altri alberi nel giardino, alberi alti di cui Mary non sapeva il nome; ma ciò che rendeva particolare l'atmosfera là dentro era che i rami delle rose rampicanti si erano allungati dappertutto e ricadevano dai rami degli alberi oscillando al vento, formando ponti aerei fra un albero e l'altro.

Non c'era neppure una foglia verde su quei rami; ce n'erano solo alcune secche, accartocciate e Mary non poteva capire se fossero rami morti o solo addormentati per l'inverno. Guardava quel manto grigio-marrone che sembrava steso a coprire tutte le piante, i muri, l'erba che rendeva quel luogo così particolarmente bello.

Mary si era immaginata che dovesse essere diverso da altri giardini pur abbandonati da anni; ma la realtà superava la fantasia.

«Com'è tutto fermo, immobile!» mormorò. «Immobile!» Stette un attimo immobile anche lei, ascoltando il silenzio del giardino. Anche il pettirosso taceva; appoggiato su un grosso ramo di un albero vicino a lei, la guardava senza neppur muovere la testa.

«Questo silenzio sono io a romperlo, dopo dieci anni» bisbigliò.

Si allontanò dalla porta camminando in punta di piedi come se avesse timore di svegliare qualcuno. Era contenta che ci fosse erba secca sotto i suoi piedi ad attutire il rumore dei passi. Si inoltrò sotto uno di quegli archi composti dai rami dei rosai che si intrecciavano fra un albero e l'altro e rimase incantata a guardare quella specie di cupola sulla sua testa:

«Chissà se questi rami sono vivi o morti?» si chiese.

MARK TWAIN - Le avventure di Tom Sawyer

 

 

«Oh, su, dai, non vorrai farmi credere che ti piace!»

Il pennello continuava ad andare avanti e indietro.

«Se mi piace? Be', non vedo perché non dovrebbe piacermi. Non càpita tutti i giorni l'occasione d'imbiancare uno steccato.»

Questo mise l'intera faccenda in una luce nuova. Ben cessò di mangiucchiare la sua mela. Tom passò delicatamente il pennello sulle tavole, fece un passo indietro per osservare l'effetto, aggiunse un tocco qui e uno là, studiò nuovamente l'effetto, mentre Ben seguiva ogni sua mossa; il suo interesse cresceva sempre più, di pari passo con l'attrazione che quel lavoro esercitava su di lui. Finalmente disse:

«Di', Tom, fa' imbiancare un pochino pure a me.»

Tom rifletté; stava per acconsentire; ma poi cambiò idea: «No, no; non credo che sarebbe opportuno, Ben.

Vedi, zia Polly ci tiene moltissimo a questo steccato: proprio qui sulla strada, capisci? Ma se fosse quello dietro mi starebbe bene, e lei non ci baderebbe. Sì, ci tiene moltissimo a questo steccato; bisogna pitturarlo con molta cura; non c'è un ragazzo su mille, forse su duemila, secondo me, capace di farlo come si deve.»

«No... Davvero? Oh, su, dai; fammi provare, solo un pezzettino. Io ti farei provare, Tom, se fossi in te.»

«Ben, io lo farei, ti giuro; ma zia Polly... Guarda, voleva farlo Jim, ma lei non gli ha dato il permesso. Voleva farlo Sid, ma lei non ha voluto. Ecco, vedi in quale situazione mi trovo? Se dovessi farlo tu, e gli capitasse qualcosa...»

«Oh, uffa! Starò attento come te. Ora fammi provare. Senti... Ti do il torsolo della mia mela.».

«Be', ecco. No, Ben; non posso; non me la sento...»

«Te la do tutta!»

Tom rinunciò al pennello con viso atteggiato a un'espressione riluttante, ma con la solerzia nel cuore. 

DANIELE RANZONI - Ritratto di fanciullo

FRANCES HODGSON BURNETT - Il piccolo lord

 

Dipinto di DANIELE RANZONI - Ritratto di fanciullo

 

Cedric vide un vecchio grande, con i capelli bianchi ispidi e le sopracciglia irsute; il naso sembrava un becco d'aquila in mezzo a due occhi duri e infossati dallo sguardo fiero. Il conte invece vide un'elegante figurina infantile, con un vestitino di velluto nero e un colletto di pizzo, riccioli ondeggianti intorno a un bel visino serio e gli occhi che incontrarono i suoi erano fiduciosi e amichevoli. Se il castello era simile al palazzo di una fiaba, bisogna dire che il

piccolo Lord Fauntleroy sembrava proprio la copia in miniatura del principe della storia, benché lui non ne fosse affatto conscio.

Nel cuore fiero del vecchio conte ci fu un improvviso lampo di trionfo e di esultanza quando vide che bel giovanotto forte era il suo nipotino, e con quale sicurezza lo guardava mentre stava ritto con la mano sul collo del grosso cane. L'arcigno vecchio nobiluomo si compiacque che il bambino non mostrasse timidezza o paura, né per il cane né per lui.

Mentre si avvicinava, Cedric lo guardava nello stesso modo in cui aveva guardato la donna al cancello e la governante. «Sei tu il conte?» chiese. «Io sono il tuo nipotino, sai? Quello che il signor Havisham ha condotto qui. Sono Lord Fauntleroy.» Quindi gli porse la mano perché pensava che quella fosse la cosa più educata e più giusta da fare anche con un conte. «Spero che tu stia bene», continuò con la massima cordialità. «Sono molto contento di conoscerti.»

Il conte gli strinse la mano con una strana luce negli occhi. Era così stupito che non sapeva che cosa dire.

FREDERICK MORGAN - After school

GEORGE SAND - La piccola Fadette

 

Dipinto di FREDERICK MORGAN - After school

- Parliamo di te. E poiché non ti riconosci alcun difetto, vuoi che sinceramente in buona amicizia ti dica quelli che hai?

- Sì, Landri, lo voglio, e l'avrò in conto della miglior ricompensa e della miglior punizione del bene e del male che ti ho fatto.

- Ebbene, Cecchina Fadet, poiché tu parli cosi giudiziosamente, e per la prima volta ti vedo così dolce e trattabile, ti dirò perché non sei rispettata quanto dovrebbe pretendere una ragazza di sedici anni. La ragione è questa: che tu hai troppo più il fare e le maniere d'un ragazzo che non d'una giovinetta, e che non ti prendi nessuna cura della tua persona. Innanzitutto trascuri la pulizia e ti rendi brutta col tuo strano modo di vestire e di parlare. Sai che i ragazzi ti danno un nomignolo ancor più sgradevole che quello di grillo: ti chiamano spesso maschiaccio. Ebbene, ti pare che sia bello a sedici anni non sembrare ancora una fanciulla? Tu ti arrampichi sugli alberi come un vero scoiattolo, e quando salti su una cavalla senza briglia né sella, la fai galoppare come se avesse il diavolo in groppa. Va bene esser forti e agili, va bene anche non aver paura di nulla; e per un uomo è un pregio di natura. Ma per una donna il troppo storpia, e tu hai l'aria di voler farti notare. E infatti ti notano, ti danno la baia, ti urlano dietro come al lupo. Tu hai dello spirito e rispondi con certe frecciate maligne che fanno ridere quelli a cui non sono dirette. Buono anche aver più spirito degli altri; ma a forza di farne mostra, ci si fa dei nemici.

Tu sei curiosa, e quando hai scoperto i segreti degli altri, glieli getti in faccia assai rudemente, tosto che hai da lagnarti di loro. Ciò ti fa temuta, ma chi è temuto è odiato, e il male che fa gli viene reso ad usura. Finalmente, che tu sia o no una strega, voglio credere che se conosci tante cose, non ti sia però data agli spiriti cattivi; ma tu cerchi di darlo ad intendere per far paura a quelli che ti danno noia; è davvero una ben triste fama che ti regali. Ecco tutti i tuoi torti, Cecchina Fadet: ed è per questi torti che tutti ce l'hanno contro di te. Rumina un po' quel che ti dico e vedrai che, se tu volessi essere un po' come gli altri, tutti apprezzerebbero le doti che ti fanno superiore a loro.

CHARLES DICKENS - Canto di Natale

 

 Entrava la nebbia per ogni fessura, per ogni buco di serratura; e così densa era di fuori che, ad onta dell'angustia del vicoletto, le case dirimpetto parevano fantasmi. Davvero, quella nuvola scura che scendeva e scendeva sopra ogni cosa faceva pensare che la Natura, stabilitasi lì accanto, avesse dato l'aire a una sua grande manifattura di birra.

    L'uscio del banco era aperto, per dare agio a Scrooge di tenere d'occhio il suo commesso, il quale, inserito in una celletta più in là, una specie di cisterna, attendeva a copiar lettere. Scrooge non aveva per sé che un fuocherello; ma tanto più misero era il fuocherello del commesso, che pareva fatto di un sol pezzo di carbone. Né c'era verso di accrescerlo, perché la cesta del carbone se la teneva Scrooge con sé; e quando per caso il commesso entrava con in mano la paletta, issofatto il principale gli faceva capire che sarebbe stato costretto a dargli il benservito. Epperò lo scrivano si avvolgeva al collo il suo fazzoletto bianco e ingegnavasi di scaldarsi alla fiamma della candela: il che, per non essere egli un uomo di gagliarda immaginazione, non gli riusciva né punto né poco.

- Buon Natale, zio! un allegro Natale! Dio vi benedica! - gridò una voce gioconda. Era la voce del nipote di Scrooge, piombato nel banco così d'improvviso che lo zio non lo aveva sentito venire.

- Eh via! - rispose Scrooge - sciocchezze! -

S'era così ben scaldato, a furia di correre nella nebbia e nel gelo, cotesto nipote di Scrooge, che pareva come affocato: aveva la faccia rubiconda e simpatica; gli lucevano gli occhi e fumava ancora il fiato.

- Come, zio, Natale una sciocchezza! - esclamò il nipote di Scrooge. - Voi non lo pensate di certo.

- Altro se lo penso! - ribatté Scrooge. - Un Natale allegro! o che motivo hai tu di stare allegro? che diritto? Sei povero abbastanza, mi pare.

HARRIET BEECHER STOWE - La capanna dello zio Tom

  

 

— È tutto il tuo ritratto, Elisa, e tu sei la più bella donna che finora io abbia vista e la migliore che io abbia vagheggiata col pensiero. Ma ohimè, perché dovevamo incontrarci?

— Giorgio, come puoi parlare a questo modo?

— Sì, Elisa, tutto è miseria, miseria, miseria! La vita per me è amara come il fiele. Io non sono che un meschino derelitto, senza barlume di speranza. Null’altro posso fare per te che trascinarti nella mia rovina. A che vale darsi briga, imparare, tentar d’essere qualche cosa? A che vale il vivere? Io vorrei esser morto.

— Oh, mio diletto Giorgio, è male ciò che vai dicendo! So quanto soffristi perdendo il posto nella fabbrica, e so quanto è duro il tuo padrone: ma sii paziente, te ne supplico. Chi sa!... Forse...

— Paziente! — diss’egli interrompendola. — Non lo sono stato finora? Mi sfuggì un detto solo, quando egli venne a togliermi senza ragione da un luogo dove tutti mi dimostravano benevolenza? Gli resi conto dei miei guadagni fino a un centesimo, e ciascuno attesterebbe che io lavoravo a dovere.

— Per verità è cosa orribile; — disse Elisa — ma poi alla fine egli è tuo padrone.

ALEXANDRE DUMAS - I tre Moschettieri

 

Il terrore sfigurava talmente quel viso bagnato di un freddo sudore che d'Artagnan ne ebbe pietà e guardandolo con disprezzo gli disse:

"Ebbene, ti farò vedere la differenza che passa fra un uomo di fegato e un vile come te; resta dove sei, andrò io."

E con passo agile e occhio vigile, attento a ogni mossa del nemico, approfittando di tutti gli accidenti del terreno, d'Artagnan giunse sin presso il secondo soldato.

C'erano due mezzi per raggiungere lo scopo: o perquisirlo sul posto o portarlo via facendosi scudo del suo corpo e perquisirlo nella trincea.

D'Artagnan preferì il secondo mezzo e si caricò sulle spalle l'assassino proprio nell'istante in cui il nemico faceva fuoco.

Una leggera scossa e il rumore sordo di tre palle che bucavano le carni, un ultimo grido, un fremito d'agonia dimostrarono a d'Artagnan che colui che aveva voluto assassinarlo gli aveva salvato in quel momento la vita.

D'Artagnan raggiunse la trincea e gettò il cadavere vicino al ferito che era pallido come un morto.

Poi cominciò immediatamente l'inventario; un portafogli di cuoio, una borsa che conteneva, evidentemente, parte della somma ricevuta dal bandito, un cornetto e due dadi costituivano tutta l'eredità del morto.

 

 

SOPHIE ANDERSON

LUCY MAUD MONTGOMERY - Anna dai capelli rossi

 

Matthew continuava a stringere quella mano scarna tra le sue, sempre più impacciato, e intanto aveva preso una decisione.

Non poteva dire a quella ragazzina dai grandi occhi verdi che c'era stato un errore e piantarla lì. No, l'avrebbe portata a casa e che fosse Marilla a dipanare l'arruffata matassa. C'era tempo per domande, chiarimenti e spiegazioni.

- Mi dispiace di aver tardato - disse timidamente. - Andiamo, il calesse è nel cortile dell'albergo. Dammi la tua borsa.

- Oh, posso portarla io - rispose lei in tono allegro. - Non è affatto pesante, anche se dentro c'è tutto quello che posseggo al mondo. E poi, se non si tiene nel modo giusto, l'impugnatura si stacca, perciò è meglio che la tenga io che conosco il trucco. È una borsa molto vecchia, vede? Oh, signore, sono molto contenta che lei sia arrivato anche se mi sarebbe piaciuto dormire sul ciliegio. Dobbiamo fare un bel po' di strada, non è vero? La signora Spencer ha detto che sono otto miglia; benissimo, io amo viaggiare. E poi è meraviglioso sapere che verrò a vivere con lei, che diventerò parte della sua famiglia, signore. Io non sono mai appartenuta a nessuno, sa? La permanenza all'orfanotrofio è stata terribile: quattro mesi soltanto, ma mi è bastato. E solo un orfano può capire quello che ho provato. È mille volte peggio di quanto si possa immaginare. La signora Spencer afferma che sono ingiusta a parlare così, ma io non credo assolutamente di essere ingiusta. Però è facile esserlo, senza rendersene conto.

All'orfanotrofio erano buoni con me, ma là dentro c'era così poco spazio per l'immaginazione! C'erano soltanto tanti altri orfani. Era abbastanza divertente immaginare delle cose sul loro conto... per esempio che la ragazza che mi sedeva accanto, a tavola, fosse la figlia di un signore di alto lignaggio strappata alla famiglia quando era piccola piccola da una crudele istitutrice che era morta prima di poter confessare il suo misfatto. Stavo sveglia di notte a immaginare cose come questa, perché durante il giorno non ne avevo il tempo. Forse è perché dormivo tanto poco che sono così magra. Sono  terribilmente magra, non trova? Proprio tutta pelle e ossa; però mi piace immaginarmi graziosa e grassottella con le fossette sulle guance.

NICOLA CILETTI - Ritratto di due fanciulli

CHARLES DICKENS - Oliver Twist

 

Un giorno, all'ora del pranzo, Oliver e Noah erano scesi in cucina. Charlotte era stata chiamata fuori e Noah, affamato e di cattivo umore, pensò di tormentare Oliver, tanto per ingannare l'attesa.

Gli tirò i capelli e le orecchie, mise i piedi sulla tovaglia, proprio davanti al posto del suo rivale, gli disse che era uno zero e un accattone, gli promise di andare ad assistere allo spettacolo quando, un giorno o l'altro, l'avessero impiccato e continuò a rivolgergli epiteti ingiuriosi e a molestarlo in tutti i modi.

Visto che le sue spiritosaggini non ottenevano il risultato voluto e non facevano piangere Oliver, passò ad allusioni più delicate.

- Ehi, bastardello dell'ospizio, come sta tua madre?

- E' morta e non voglio che tu la nomini. – rispose Oliver. Era diventato scarlatto, respirava con affanno e le labbra gli tremavano in modo che sembrava preludere a uno scoppio di pianto.

Claypole sferrò un nuovo attacco. - Davvero, povero straccione? E di che cosa è morta?

- Di crepacuore, me l'ha detto la vecchia infermiera. - rispose Oliver; e aggiunse, come parlando a se stesso: - Credo di sapere che cosa sia il crepacuore.

- E adesso cosa piagnucoli, ebete da ricovero? - insisté Noah, notando che una lacrima scendeva lenta sulla guancia del ragazzo.

- Non parlare più di mia madre. - disse Oliver. - E' meglio.

- Meglio per chi? Diventi anche insolente, eh! Tua madre! - Noah alzò le spalle in atteggiamento espressivo e arricciò il naso decorato di bitorzoletti. Poi, reso ardito dal silenzio di Oliver, proseguì in tono di ironica pietà: - Sai, non è colpa tua e noi tutti ti compiangiamo, ma tua madre era proprio una poco di buono. -

- Che cosa hai detto? - domandò Oliver alzando il capo.

- Una donnaccia, capisci, scarto d'ospizio? Insomma, è meglio che sia morta, altrimenti sarebbe finita in galera, o deportata, o impiccata. Che ne dici? -

Rosso e furioso, Oliver balzò in piedi, rovesciò sedie e tavola, afferrò Noah alla gola, lo scosse da fargli battere i denti e raccogliendo tutte le proprie forze lo gettò a terra. Un attimo prima era un ragazzo mite, sottomesso e docile, soffocato dai maltrattamenti e dalle ingiustizie patite; ora, l'insulto rivolto a sua madre morta era stato l'ultima goccia che aveva fatto

traboccare la coppa della sopportazione e che gli aveva acceso nel cuore una fiamma di rivolta.

Respirava affannosamente, la testa fieramente eretta, e con gli occhi scintillanti fissava il suo nemico, ora steso ai suoi piedi, con un coraggio fino allora ignoto a lui stesso.

- Mi ammazza! - berciava Noah.

- Lottie! Signora Sowerberry! E' impazzito, vuol assassinarmi! Aiuto!

LUIS SEPULVEDA - La gabbianella e il gatto

 

<<E perché devo volare?>> strideva Fortunata con le ali ben strette al corpo.
<<Perché sei una gabbiana e i gabbiani volano>> rispondeva Diderot. <<Mi sembra terribile, terribile! che tu non lo sappia>>.
<<Ma io non voglio volare. Non voglio nemmeno essere un gabbiano>> replicava Fortunata. <<Voglio essere un gatto e i gatti non volano>>.
Una sera si avvicinò al bancone all'ingresso del bazar ed ebbe uno sgradevole incontro con lo scimpanzè.
<<Non fare la cacca in giro, uccellaccio!>> strillò Mattia.
<<Perché mi dice questo, signora scimmia?>> domandò timidamente Fortunata.
<<Perché è l'unica cosa che sanno fare gli uccelli. La cacca. E tu sei un uccello>> ripeté sicurissimo lo scimpanzè.
<<Si sbaglia. Sono un gatto, e molto pulito>> ribatté Fortunata cercando la simpatia della scimmia. <<Uso la stessa cassetta di Diderot>>.
<<Ha ha ha! Il fatto è che quel mucchio di sacchi di pulci ti hanno convinto che sei una di loro. Ma guardati il corpo: hai due zampe, mentre i gatti ne hanno quattro. Hai le piume, mentre i gatti hanno il pelo. E la coda? Eh? Dove hai la coda? Tu sei matta come quel gatto che passa la vita a leggere e a miagolare `terribile! terribile!' Stupido uccellaccio! E vuoi sapere perché ti viziano i tuoi amici? Perché aspettano che tu ingrassi per fare un bel banchetto. Ti divoreranno con le piume e tutto!>> strillò lo scimpanzè.

ANTOINE DE SAINT-EXUPERY - Il piccolo principe

 

Ci misi molto tempo a capire da dove venisse.
Il piccolo principe, che mi faceva una domanda dopo l'altra, pareva che non sentisse mai le mie.

Così, quando vide per la prima volta il mio aeroplano (non lo disegnerò perche' sarebbe troppo complicato per me), mi domandò:
"Che cos'è questa cosa?"

"Non è una cosa - vola. E' un aeroplano. E' il mio aeroplano".
Ero molto fiero di fargli sapere che volavo.

Allora gridò:
"Come? Sei caduto dal cielo!"

"Sì", risposi modestamente.

"Ah! Questa è buffa..."
E il piccolo principe scoppiò in una bella risata che mi irritò.
Voglio che le mie disgrazie siano prese sul serio.

Poi riprese: "Allora anche tu vieni dal cielo! Di quale pianeta sei?"
Intravvidi una luce, nel mistero della sua presenza, e lo interrogai bruscamente:
"Tu vieni dunque da un altro pianeta?"

Ma non mi rispose. Scrollò gentilmente il capo osservando l'aeroplano.
"Certo che su quello non puoi venire da molto lontano..."
E si immerse in una lunga meditazione.

J. K. ROWLING - Harry Potter e il calice di fuoco

 

Da tre anni, Harry riviveva di continuo nella sua mente la morte dei suoi genitori, da quando aveva scoperto che erano stati assassinati, da quando aveva saputo cos'era successo quella notte: che Codaliscia aveva rivelato la posizione dei suoi genitori a Voldemort, e come lui era piombato loro addosso. Come Voldemort avesse ucciso per primo suo padre, dopo che James Potter aveva cercato di trattenerlo, urlando a sua moglie di prendere Harry e fuggire... come Voldemort fosse avanzato verso Lily Potter ordinandole di farsi da parte, in modo da poter colpire Harry... come lei avesse offerto la propria vita in cambio di quella di Harry... e allora Voldemort aveva ucciso anche lei, prima di puntare la bacchetta su Harry...

Tutto questo Harry lo sapeva dalla voce dei suoi stessi genitori, evocata dal tremendo potere dei Dissennatori, da lui affrontati l'anno prima: perché i demoni inducevano le loro vittime a rivivere i ricordi peggiori della loro vita, e ad annegare, impotenti, nella loro disperazione...

Come da una distanza infinita, Moody parlò di nuovo. Con uno sforzo enorme, Harry si costrinse a tornare al presente.

‘Avada Kedavra è una maledizione che ha bisogno di essere sostenuta da un grande potere magico: potreste estrarre tutti le vostre bacchette adesso, puntarle contro di me, e pronunciare le parole, e dubito che mi fareste uscire anche solo il sangue dal naso. Ma questo non ha importanza. Non sono qui per insegnarvi come si fa.

‘Ora, se non esiste contromaledizione, perché ve l'ho mostrata?

Perché dovete sapere. Dovete capire che cos'è il peggio. Non dovete trovarvi in una situazione in cui dobbiate affrontarlo. Vigilanza costante!’ ruggì, e tutta quanta la classe sobbalzò di nuovo.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia