Cimitero del Paraclito - tombe di Abelardo ed Eloisa
Cimitero del Paraclito - tombe di Abelardo ed Eloisa

 

FILOSOFIA

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ABELARDO ED ELOISA

 

Pietro Abelardo (1079-1142), figlio di un cavaliere, rinunciò ai beni ed alla carriera delle armi per dedicarsi agli studi, Fu un chierico assai irrequieto ed intraprendente, come tutti i clerici vagantes, ossia gli intellettuali dell'epoca. Divenne ben presto un illustre docente universitario di teologia e grande filosofo. 

 

A Parigi tenne lezioni mirabili, seguite da studenti di tutt’Europa. Per la sua eloquenza godette dell’ammirazione generale, ma si fece anche dei nemici. Tra gli allievi c’era la giovane Eloisa, nipote del canonico Fulberto, bella, colta, intelligente e sensibile. Tra il trentanovenne professore e la diciassettenne allieva nacque un amore appassionato.

 

Per starle vicino Abelardo chiese di andare a pensione dall’ignaro Fulberto. Innamorato follemente, compose per Eloisa struggenti poesie d'amore che si diffusero rapidamente per tutta Parigi. Fulberto venne presto a conoscenza della loro relazione e lo mandò via, ma Eloisa era rimasta incinta. Abelardo decise di rapirla e la portò nel suo paese natale a Pallet, in Bretagna. Qui nacque il loro figlio, a cui fu dato non il nome di un santo ma quello di uno strumento scientifico, Astrolabio. Abelardo propose di sposare Eloisa, purché il matrimonio restasse segreto, ma ben presto furono in molti a venirne a conoscenza.  

 

Per evitare scandali, Abelardo mandò Eloisa in convento. Fulberto, pensando che egli avesse costretto Eloisa a prendere i voti per liberarsi di lei, si vendicò crudelmente e mandò i suoi sgherri ad evirarlo. Abelardo abbandonò la carriera accademica  e narrò le sue disgraziate vicende nell’opera Historia calamitatum mearum.

 

Eloisa passò il resto della sua vita in un convento. Tra i due iniziò una fitta corrispondenza epistolare, in cui la loro ardente passione venne sublimata e spiritualizzata. Le loro salme furono tumulate insieme nel cimitero del Paràclito.

 

Dalle lettere di Eloisa ad Abelardo:

 

Tutti si precipitavano a vederti quando apparivi in pubblico e le donne ti seguivano con gli occhi voltando indietro il capo quando ti incrociavano per la via.

 

Al mio signore, anzi padre, al mio sposo anzi fratello, la sua serva o piuttosto figlia, la sua sposa o meglio sorella... ti ho amato di un amore sconfinato... mi è sempre stato più dolce il nome di amica e quello di amante o prostituta, il mio cuore non era con me ma con te.

 

Quale regina, quale donna potente non invidiava le mie gioie e il mio letto? Avevi due cose in particolare che ti rendevano subito caro: la grazia della tua poesia e il fascino delle tue canzoni, talenti davvero rari per un filosofo quale tu eri.

 

Eri giovane, bello, intelligente.

 

Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione. 

 

Anche quando dormo mi perseguitano le loro illusioni; perfino nei momenti solenni della messa, quando la preghiera deve essere più pura, le immagini oscene di questi piaceri si impadroniscono talmente della mia povera anima che mi abbandono più a queste turpitudini che alla preghiera. 

 

Io, che dovrei piangere su quello che ho fatto, sospiro invece per ciò che ho perduto, e non solo quello che abbiamo fatto insieme, ma i luoghi, i momenti in cui l’abbiamo fatto sono talmente impressi nel mio cuore che li rivedo con te in tutti i particolari e non me ne libero nemmeno durante il sonno. 

 

Dalla lettera di Abelardo ad Eloisa:

 

Per me l’amore che ci avviluppava entrambi, nelle catene del peccato, era soltanto concupiscenza, e non merita il nome di amore. Soddisfare su di te la mia miserabile passione; ecco tutto quello che amavo.

 

Tu dici di aver sofferto per me; può essere vero, ma sarebbe più giusto dire che io ho sofferto, e mio malgrado, per te. Ho sofferto non per amore tuo ma per la violenza esercitata contro di me, non per la tua salvezza ma per la tua disperazione. 

Abelardo ed Eloisa - Lettere d'amore, Rusconi Milano 1971

 

Una curiosità: Pietro Abelardo era chiamato Golìa, ossia demoniaco. Dal suo nomignolo deriva la parola  goliardia

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