Vocaboli - Origine e significato

ABBACCHIATO - Da baculus (=bastone), essere abbattuto (fisicamente o moralmente).

 

ACCADEMIA - Deriva il suo nome dalla famosa scuola di filosofia fondata da Platone e dedicata all'eroe greco Academo.

 

AEROPLANO - Il termine deriva dal francese aéroplane, che, a sua volta, ha un'origine latina: da aer, cioè aria e planus, cioè piano, disteso, come le ali degli uccelli durante la planata.

 

AFFOGARE - Voce del latino volgare che deriva dalla locuzione ad fauces = alla gola.

  

APPANNAGGIO - Deriva dal francese apanage = assegnazione di pane.

 

ASPIRINA - Sembra che il diffusissimo farmaco antalgico abbia derivato il suo nome da Sant' Aspreno, primo vescovo e patrono di Napoli, che veniva invocato per la cura dell'emicrania e delle malattie osteoarticolari, la cui fama fu presto offuscata dalla grandissima devozione dei napoletani per S.Gennaro*.

 

ASSASSINO - La parola deriva dall'arabo hasciscin ed indicava una popolazione che faceva uso di una bevanda inebriante derivata dall'hascisch, ossia dalle foglie della canapa indiana. Dopo le Crociate la parola venne utilizzata per indicare coloro che assaltavano i viandanti per depredarli o ucciderli.

 

ATENEO - Altro nome dell'Università, deriva dal nome della dea greca Atena (Minerva), dea della sapienza.

 

AZZURRO - Deriva dallo spagnolo azul, dal latino làzulum ed è un colore che deriva dai lapislàzzuli (nome che a sua volta deriva dall'arabo lazvardi, ossia colore dello zaffiro). Nel passaggio dal latino alle lingue romanze la venne omessa.

   

BALLOTTAGGIO - Ripetizione delle elezioni per individuare il vincitore. A Firenze, nell'epoca di Dante Alighieri, i Priori si riunivano per deliberare sui problemi delle diverse cooperazioni, Per votare le diverse opzioni, venivano usate le castagne (che in Firenze vengono chiamate ballotte).

 

BANCA - Dal franco bank, indicava in origine una panca con spalliera; successivamente fu denominato banco il sedile di legno; nel '300 il tavolo dei negozi, nel '500 il tavolo da lavoro degli artigiani. Il banco verso il Quattrocento raccoglieva e prestava denaro.

 

BAR - Deriva dall'inglese bar che, alla lettera, significa barriera, sbarra. Nel Cinquecento il termine indicava la barriera o sbarra divisoria che separava i clienti dal banco di mescita nelle taverne ed osterie.

In Italia il vocabolo si è diffuso nel Novecento. In epoca fascista si tentò inutilmente di eliminare questa parola straniera.

 

BARZELLETTA – Deriva da bargello, che a sua volta deriva dal tardo latino barigildus, parola longobarda che indicava il funzionario capo della polizia. Bargello indicava lo spione, chi era solito impicciarsi degli altri. Nacque da qui la versione femminile; bargella era la donna vivace e pettegola. Barzelletta era quindi il discorso da bargella.

 

BEFANA - Deriva da epifania (che deriva dal greco epiphàneia = apparizione) e indica la prima manifestazione della divinità di Cristo.

 

BENIAMINO - Il termine, che indica il figlio prediletto, è di derivazione biblica. Tra i dodici figli di Giacobbe, Beniamino era il più giovane e il più amato dai genitori per la sua bontà.

   

BULIMIA - Dal greco bous (=bue) e limos (=fame) significa fame da bue.

 

 * Tratto da G.CANNADA BARTOLI- Guida alle trattorie d'Italia. Storie, luoghi e ricette della tradizione", Edizioni dell'Ippogrifo.

 

 

BUSILLIS - Deriva da un errore di trascrizione e divisione delle parole originarie latine che, dalla dicitura in diebus illis (=in quei giorni) giunse alla divisione in die busillis.

 

BUSSOLA - Voce del latino medievale buxida, che significa scatola di bosso.

 

CANDIDATO – Deriva dal latino candidatum, che significa imbiancato. Nell'antica Roma, in periodo elettorale, l’aspirante a cariche pubbliche, per farsi notare, girava per il Foro avvolto in una toga bianca, resa ancor più brillante da una sostanza gessosa, che lo faceva appunto apparire imbiancato (candidato).

 

CARILLON - Voce francese, deriva dal francese antico quadrillon, che deriva, a sua volta, dalla voce latina quaternio, -onis = quaterna di campane.

 

CECCHINO - In Italia l’imperatore austro-ungarico Francesco Giuseppe era detto Cecco Beppe. Durante la prima guerra mondiale i suoi tiratori scelti vennero soprannominati  cecchini, dando origine al vocabolo tuttora usato per designare tutti i tiratori scelti. 

 

CIAO -  Deriva dal dialetto veneto. I veneziani, incontrando qualcuno, erano soliti dire: Schiavo suo. Questa espressione, contratta e modificatasi nel tempo - (s) c (h) ia (v) o-, ha dato luogo alla più diffusa forma di saluto oggi utilizzata in Italia.

 

CIPRIA - Polvere finissima per il trucco, ha un’origine mitologica: indica la polvere di Venere (la dea dell’isola di Cipro).

 

CLINICA - Dal greco Klìne (=letto), significa stare al capezzale di qualcuno. malato.

 

COMPAGNO - Deriva dal latino cum e panis e significa colui con il quale si divide il pane.

 

CONIGLIO - Il nome deriva dal latino cuniculus, per l'abilità di questo animale di scavare gallerie sotterranee.

 

CULTURA - Deriva dal latino colère, che significa coltivare. Nelle scienze umane il termine rappresenta il complesso di tradizioni, leggende, storie, credenze religiose, espressioni artistiche, narrazioni, leggi, usi e costumi di un popolo, che vengono trasmessi alle nuove generazioni.

 

DOTTORE – (Insegnante) Deriva dal latino doctorem, che deriva da doctus, participio passato del verbo docere (=insegnare).

 

ENCICLOPEDIA - Deriva dall'espressione greca enkylios paidèia, che significa formazione "a trecentosessanta gradi".

 

ERMAFRODITA (o  Ermafrodito) - Prende il nome  dalla divinità dell'antica mitologia, figlia di Ermete e di Afrodite. Sin dal Medioevo ha il significato di bisessuale o bisessuato.

 

FILOSOFIA - Dal greco philéin (=amore) e sophia (=sapienza), alla lettera significa amore per la sapienza. E' la scienza che studia tutta la realtà in modo razionale.

 

FISCO – Deriva dal latino fiscus, il paniere di giunchi in cui si ponevano i formaggi ad asciugare; in epoca romana gli esattori lo utilizzavano per raccogliere i tributi.

 

GAVETTA – Recipiente di alluminio per il rancio dei soldati, il termine deriva dal latino gabatam (=scodella).

 

GHETTO – I Veneziani chiamavano ghèto il quartiere dove esisteva una fonderia e dove verso il 1500 vennero confinati gli ebrei. L'usanza di segregare i giudei prese piede in molti Paesi d’Europa, per cui ogni città ebbe il suo ghetto.

 

GEREMIADE - Significa lamentazione, ossia lamentela lunga e fastidiosa. Geremia era uno dei maggiori profeti d'Israele, famoso per le sue lamentazioni. 

 

GIADA – E' il nome di una pietra preziosa ed è  di origine spagnola. Deriva da jada, che significa fianco, perché nell'antichità era ritenuta efficace per curare i dolori addominali.

 

GIALLO (detto di libro poliziesco) - Deriva dalla prima fortunatissima collana di libri polizieschi editi in Italia da Mondadori, che avevano una tipica copertina gialla.

 

GIORNO - Deriva dalla parola diurnum (diurno, di origine latina) che significa diurno, giornaliero e, a sua volta, deriva dal latino dies.

 

GOLIARDIA - Il termine, che indica la vita spensierata e godereccia degli studenti universitari, deriva il suo nome da Golia, ossia il diavolo protettore dei dissoluti chierici vaganti, che dichiaravano di appartenere alla famiglia di Golìa (goule = ingordigia).

 

GRATIS - Diffusissima parola di origine latina (da  gratiis, ablativo plurale di gratia-ae = grazia, favore).

 

GROTTESCO – L’origine di questo aggettivo si fa risalire al Cinquecento, quando, durante gli scavi presso il Colosseo, furono portati alla luce i resti della Domus aurea. Le stanze della Casa d’oro di Nerone avevano l’aspetto di grotte. Grottesche furono denominate le strane e buffe decorazioni delle grandi stanze, a forma di mostri.

 

GUERRA – Termine di derivazione germanica (warra = mischia, combattimento disordinato), in contrasto col latino bellum, che indicava la battaglia tatticamente organizzata.

 

IBRIDO – Deriva dal latino hybrida e significa figlio bastardo.

 

IETTATORE – Dal verbo napoletano iettare che, a sua volta, deriva dal latino eiectare, significa gettare il malocchio.

 

INCHIOSTRO – Deriva dal latino encaustum, che indicava il colore sciolto nella cera fusa.

 

INCUBO – Deriva dal latino incubum, (da in=sopra e cubare=giacere) indica il  senso di oppressione che affligge chi dorme, il sonno agitato, con brutti sogni e risveglio improvviso.

 

IPRITE - Questo gas prende il nome dalla città belga di Ypres, in cui i tedeschi in guerra lo sperimentarono nel 1917.

 

LACONICO – Denota la persona di poche parole. Il termine deriva dal greco Lakonikòs, e indica la persona proveniente dalla Laconia, ossia da Sparta. Gli Spartani erano persone educate all’autocontrollo e si esprimevano in modo conciso.

 

LAPALISSIANO – È una verità ovvia, evidente, inequivocabile. Il termine deriva da una canzone che i soldati francesi composero subito dopo la battaglia di Pavia (24 febbraio 1525) in onore del loro comandante, caduto gloriosamente sul campo.

Il signor de La Palisse è morto. / Morto dinanzi a Pavia; / un quarto d'ora prima di morire / era ancora in vita.

L’ingenuità degli ultimi versi rese comica la strofetta e indusse a credere che La Palisse fosse uno sciocco, mentre in realtà era stato un eroe. Vedi anche Epitaffi ed epigrammi.

 

LAUREA - Ha origine dalla corona d'alloro (=lauro) riservata ai maggiori poeti.

 

LEALE - Dal latino legalem, significa rispettoso della legge.

 

LIBRO – Deriva dal latino librum, che indicava lo strato interno della corteccia di alcuni alberi che veniva usato per scrivervi.

 

LICEO - Deriva il suo nome dalla scuola fondata da Aristotele, dedicata ad Apollo di Licia.

 

LINCIAGGIO – Il termine, che indica un'esecuzione sommaria senza processo, ha un'etimologia incerta: viene collegato al nome di Lynch, un borgomastro irlandese del '400, il quale dovette condannare a morte il proprio figlio, colpevole di assassinio ed impiccarlo con le sue mani, ma anche al nome della città di Lynchburg, nella Virginia, il cui governatore nel 1792 esercitò il potere con estrema severità, giudicando i colpevoli senza pietà.

 

LUCIFERO (il diavolo) - Deriva dal latino Lucifer, che significa portatore di luce.

 

MANCIA – Deriva dal francese manche (manica). Spesso nei tornei le donne si staccavano le maniche dal vestito per donarle al cavaliere vincitore.

 

MARATONA – Gara podistica su un percorso di km. 42,192. Il nome risale alla vittoria dell'ateniese Milziade (490 a. C.), nella piana di Maratona, contro l'esercito persiano. Dopo la battaglia, il guerriero Fidippide percorse l'intera distanza tra Maratona e Atene di corsa per portare agli ateniesi la notizia della vittoria e morì subito dopo.

 

MAUSOLEO – Edificio monumentale dedicato ad un personaggio illustre. Il termine deriva dal greco mausòleion (=di Mausolo). Nel IV secolo a.C. Artemisia, moglie del satrapo Mausolo di Alicarnasso, fece costruire uno splendido monumento funebre, considerato una delle sette meraviglie del mondo antico.

 

MITOLOGIA - Da mithos (=leggenda, narrazione, favole) e logos (studio, parola, ricerca), studia i grandi  miti del passato.

 

NICOTINA – L'alcaloide del tabacco ha preso il suo nome da Jean Nicot de Villemain, ambasciatore del re Francesco I alla corte portoghese verso la metà del XVI secolo. Egli scoprì le virtù disinfettanti e terapeutiche della pianta del tabacco, recentemente importata dopo la scoperta dell’America e ne spedì alcuni campioni alla regina madre, Caterina dei Medici. In suo onore il botanico Linneo chiamò la nuova pianta Nicotiana herba, mentre l’alcaloide successivamente prese il nome di nicotina. 

 

NOSTALGIA - Dolore nel ricordo del passato, rimpianto per il tempo che non c'è più. Il termine deriva dal greco νόστος (nòstos): "ritorno" ἄλγος (àlgos): "dolore". 

OMBRELLO – Deriva dal latino umbrella, diminutivo di umbra (ombra). Contrariamente a quanto generalmente si crede, l’ombrello è nato come parasole e non come parapioggia.

 

OMICIDIO - Dal latino homo (uomo) e caedere (tagliare). 

 

OSTE - Deriva dal francese hostesse che, a sua volta, nasce dal latino hospite. Indica colui che offre ospitalità ai viandanti

 

OSTRACISMO – Deriva dal greco ostrakòn (coccio) e si riferisce all’antica consuetudine dei greci di votare per l’allontanamento dalla città dei cittadini indesiderabili scrivendone il nome su un coccio.

   

PACCHIA - voce onomatopeica che significa mangiare a volontà, senza limiti, denotava inizialmente la persona che poteva darsi alla pazza gioia, alla pacchia. 

 

PANDEMONIO - La parola apparve per la prima volta nell'opera Paradiso perduto di John Milton. Pandemonio era denominata la capitale  dell'Inferno, dove i demoni erano soliti festeggiare. 

 

PARADISO - Dal greco paràdeisos, che significa giardino, è un luogo di beatitudine e di delizia, dimora dei santi e dei giusti.

 

PARADOSSO - Il termine deriva dal greco parà = contro e doxa = opinione; indica un'affermazione contraria alle opnioni ritenute vere.

   

PIETANZA – Il cibo che costituisce la seconda portata (dopo il primo) deriva il suo nome dal latino pietantia che, a sua volta, prende il nome da pietas e indicava originariamente il piatto della carità, ossia il cibo che si offriva ai poveri.

 

PIGIAMA - Termine di origine indiana, indicante i calzoni lunghi, stretti alla caviglia, indossati da uomini e donne indiani nei primi anni dell'Ottocento, pae-jamma, da pae (piede) e jamma (veste). Gli Inglesi imitarono l'abbigliamento e il nome, che diventò pigiama.

 

PROCRASTINARE – Dal latino pro (=avanti) e cras (che significa domani) significa rimandare una data.

 

PROVERBIO - Dal latino proverbium (pro=avanti e verbum=parola), è un detto breve e arguto, che si basa sulla saggezza popolare e fornisce consigli pratici.

 

PSICOLOGIA -  Da psiche (=spirito, anima) e logos (= parola, discorso, studio) è la scienza che studia il comportamento e le sue motivazioni consce ed inconsce.

 

PULLMAN - Prende il nome dall'industriale George Mortimer Pullman (1831 - 1897), che progettò il primo vagone letto.

 

REBUS - Diffusissimo gioco illustrato, in cui bisogna indovinare una frase a partire dai nomi di oggetti o cose illustrate, deriva dalla locuzione avverbiale latina  rebus sic stantibus (= stando così le cose), da cui rebus (ablativo plurale di res = cosa).

 

RICORDARE - Deriva dal latino recordari ed è composto dal prefisso  re e da cor, cordis (= cuore). Alla lettera significa ricondurre al cuore.

 

RUBINETTO - Deriva dal francese robinet (=piccolo montone), che deriva da Robin, nome del montone, perché una volta in Francia la chiavetta di apertura dell’acqua era ornata con una testa di animale.

 

RUBRICA - Deriva dal latino ruber (=rosso) e nasce dall'abitudine degli amanuensi medievali di dare risalto alle lettere iniziali di ogni capitolo di un libro (capilettera) con colori vivaci, tra cui il rosso.

 

SALARIO - La paga, che nell'antichità veniva data come compenso al lavoratore, consisteva in una certa quantità di sale che, a causa delle difficoltà di lavorazione per ottenere il salgemma, costituiva un bene preziosissimo. 

SBOLOGNARE - Liberarsi di qualcosa o di qualcuno. Sembra che derivi da un'attività assai diffusa nell'antichità a Bologna, dove vi era un elevato commercio di oro falso, da cui il diffuso detto "L'oro di Bologna si fa nero dalla vergogna".

 

SCARAMUCCIA - Dal nome di una maschera napoletana n po' fanfarona, spaccona e bugiarda. Dal suo nome nasce la parola scaramuccia, che sta ad indicare un bisticcio verbale, una lite o un diverbio.

 

SCUOLA - Deriva dal latino scòla che, a sua volta, deriva dal greco scholè (= ozio, riposo) e indicava, in origine, lo stare liberi da preoccupazione, il luogo in cui non si svolgevano faccende, dove si era liberi di occuparsi di qualcosa per divertimento, per il puro piacere della conoscenza.

   

SENATO - Dal latino senex (=vecchio).

 

SNOB - Il termine, che indica una persona che finge una nobiltà che non possiede, deriva dalla locuzione latina sine nobilitate (senza nobiltà) ed è formata dall'iniziale della prima parola e dalle prime lettere della seconda (Sine NOBilitate).

 

STREGA - Il termine deriva dal greco stryx, strygòs, che significa barbagianni, uccello notturno (strige).

 

STRENNA - Deriva dalla ninfa Strenia, divinità della religione romana, simbolo del nuovo anno e portatrice di buona fortuna. Gli antichi Romani, durante le feste dei Saturnali, (dal 17 al 23 dicembre), in onore del dio Saturno, si scambiavano doni di vario genere (in genere datteri, frutta secca e vino) e ramoscelli di piante del bosco dedicato alla dea Strenia, da cui il termine strenae.

 

 

SVAGO - Dal latino ex (=oltre, al di fuori) e vagus (=errante), indica momento di distrazione dalle preoccupazioni, di attività piacevole e non impegnativa.

 

TIRAPIEDI - Così era detto l'aiutante del boia che, dopo l'esecuzione, tirava via il cadavere trascinandolo per i piedi.

   

TRATTORIA-Termine coniato nell'antica Roma, derivante da un documento, la lictera tractòria, necessario per intraprendere un viaggio ufficiale. Chi la esibiva negli appositi spacci, che da essa vennero poi chiamati trattorie, riceveva cibo*.

 

VADEMECUM - Parola nata dalla locuzione vade mecum di origine latina (=vai con me), indica il libro o manuale contenette indicazioni pratiche per chi viaggia.

 

VELINA - Appellativo della ragazza che assume una funzione decorativa in un programma televisivo. L’origine di questo termine si deve ad Antonio Ricci, ideatore di Striscia la notizia, il quale pensò di animare il notiziario dando alle ragazze il compito di recapitare in scena alcuni messaggi scritti su un foglio che, in linguaggio giornalistico, si chiama velina.

 

VELLEITÀ - Dal latino velle, che significa volere, indica una volontà debole e scarsamente efficace. 

 

ZAR è una voce russa che deriva dalla contrazione del latino Caesar nella pronunzia czar (polacco).  

 

* Da "Guida alle trattorie di Napoli" di GIULIA CANNADA BARTOLI, Edizioni dell'Ippogrifo

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia