Platone

Platone
Platone

PLATONE

 

Socrate e Platone

 

Il carattere dominante della filosofia di Platone è la fedeltà all'insegnamento e alla figura di Socrate. Egli riprende e approfondisce la ricerca socratica, che era giunta all'unicità della virtù, identificata col bene sostenendo che tutta la nostra vita deve essere rivolta alla ricerca del Bene. Inoltre le sue opere sono scritte in forma di dialogo, scelto come la forma espositiva più idonea a rappresentare la ricerca filosofica, che procede a fatica per svelare la verità, nascosta dietro l'apparenza delle cose. Essa deve essere condotta discutendo le diverse posizioni degli interlocutori e considerando le possibili obiezioni per controbatterle.

Nei dialoghi Socrate è quasi sempre il protagonista, ma il Socrate che parla è lo stesso Platone, che espone il suo pensiero attribuendolo al suo maestro.

 

Platone e i Presocratici

 

I Naturalisti avevano cercato di spiegare i fenomeni ricorrendo a cause di carattere fisico (l'acqua, il fuoco)  o meccanico (condensazione, raffreddamento). Per Platone esse non sono la vera causa del reale, perché anch'esse sono determinate da una causa che non può essere né meccanica né fisica: non è possibile spiegare il sensibile con il sensibile. Platone cerca di spostarsi dal piano del sensibile su un piano soprasensibile (razionale).

Platone crede nell'esistenza sia del mondo sensibile che di quello soprasensibile: il primo corrisponde alla molteplicità e al divenire di Eraclito; il secondo corrisponde alla molteplicità e al divenire di Parmenide. La natura e l'universo sono la realtà come appare (Eraclito). Il vero essere è costituito dalla realtà soprasensibile.

 

Le Idee

Da Parmenide Platone riprende il concetto di immutabilità dell'essere  la vera realtà è  costituita dalle Idee, che non nascono e non muoiono, sono perfette, eterne ed immutabili. Essendo intelligibili, non sono materiali e non presentano caratteristiche fisiche e meccaniche, ma sono la causa non fisica di tutto il reale.

Le Idee non sono soltanto concetti della mente umana e non derivano dal pensiero dell'uomo. Esse  sono sostanze, ossia  esistono indipendentemente da noi, hanno esistenza autonoma. Poiché non sono materiali ma soprasensibili, non possono risiedere nel mondo fisico; pertanto esistono in un mondo soprasensibile, un luogo senza spazio, incorruttibile, immobile, eterno ed assoluto, "al di là del cielo": l'Iperuranio.

Le Idee sono disposte gerarchicamente. Al vertice sta l'Idea del Bene, il principio assoluto da cui derivano tutte le Idee. Ai primi posti stanno anche le idee-valori, ossia i principi morali,  estetici e politici: la giustizia, la bellezza; più in basso sono collocate, rispettivamente, le idee dei numeri, le idee geometriche ed infine le idee degli esseri concreti (uomini, animali e cose).

Le Idee sono collegate fra loro da rapporti logici.

 

Dualismo

 

Esiste un dualismo tra il mondo delle cose ed il mondo delle Idee, ma essi sono strettamente collegati: le idee sono presenti nelle cose, che costituiscono una copia delle Idee.

 

La conoscenza

 

Platone ammette due gradi fondamentali di conoscenza, corrispondenti ai due diversi piani dell'essere.

1)La conoscenza sensibile è l'opinione; essa coglie il mondo sensibile, che comprende le cose (conoscenza sensibile); è mutevole e imperfetta come la realtà fisica.

L'opinione si divide in due gradi:

- immaginazione, che coglie le immagini superficiali ed isolate delle cose;

- credenza, che ha per oggetto le cose e non più le loro immagini.

2)La conoscenza razionale è la scienza; essa coglie il mondo soprasensibile, che comprende le Idee; è immutabile e perfetta come le Idee.

La conoscenza razionale comprende due gradi:

- ragione scientifica, che ha per oggetto le idee matematiche ed è ancora imperfetta perché legata a rappresentazioni sensibili (segmenti, cerchi, linee);

- intelligenza filosofica, che intuisce immediatamente le idee, che contempla con mente pura, senza essere turbata da rappresentazioni sensibili.

Le Idee non possono derivare dai sensi, che ci testimoniano solo un mondo di cose materiali e imperfette, ma possono essere colte soltanto mediante una visione intellettuale.

La conoscenza è innata; essa non deriva dall'esperienza sensibile, bensì dal ricordo di idee preesistenti in noi. L'uomo ha in sé una verità innata, che è il frutto di una precedente contemplazione delle idee (reminiscenza).

Richiamandosi all'Orfismo, Platone spiega la conoscenza ricorrendo alla metempsicosi (trasmigrazione delle anime): la nostra anima, prima di calarsi nel nostro corpo, è vissuta nel mondo delle Idee, dove ha contemplato gli esemplari perfetti delle cose. Una volta incarnatasi nel nostro corpo, essa ha conservato un vago ricordo di ciò che ha visto. Mediante la conoscenza sensibile delle cose ricorda le idee di esse, viste nell'Iperuranio: conoscere è ricordare. Noi portiamo dentro le idee; perciò basta uno sforzo per tirarle fuori.

Gli uomini comuni si fermano ai primi due gradi di conoscenza; i matematici giungono alla ragione scientifica. Solo i filosofi raggiungono la suprema scienza. Il filosofo, l'unico in grado di cogliere la vera realtà, quasi desidera la morte per ritornare nell'Iperuranio a contemplare ancora una volta le Idee.

L' anima dell'uomo è immortale. L'uomo è un'unione di anima e corpo: si tratta di un'unione provvisoria ed accidentale, che ha inizio con la nascita e termina con la morte. L'anima preesiste alla nascita e sopravvive alla morte: attraverso successive incarnazioni, essa vive nel corpo come in una prigione e vive sulla terra come in esilio.

 

Il mito della caverna
Il mito della caverna

IL MITO DELLA CAVERNA (l'immagine è stata tratta dal sito spagnolo libertadhumana.wordpress.com

 

Il mondo sensibile e il Demiurgo

Il mondo fisico deriva dalle Idee, che costituiscono il principio formale, grazie all'opera del Demiurgo, un Dio-artefice che, ispirandosi al mondo delle Idee, su di esso ha modellato la materia preesistente. Il mondo ideale è il modello; il mondo fisico ne è la copia. Il demiurgo è l'artefice che ha realizzato il mondo sensibile.

Il mondo intelligibile è eterno, come anche il Demiurgo e la materia. Solo il mondo sensibile ha avuto origine, ossia non è eterno, ma non avrà fine.

L'universo è un immenso organismo vivente, in cui si riflette l'armonia delle idee.

Il Demiurgo ha realizzato il mondo per bontà. Egli è un Dio-persona, che ha voluto dar vita alla materia e far sì che gli uomini partecipassero alla bellezza del mondo delle Idee. La vera divinità per Platone sono le idee: il Demiurgo è un Dio minore.

 

L’anima del mondo

 

Per superare il dualismo tra mondo sensibile e mondo ideale, Platone introduce il concetto di Anima del mondo, anima universale, principio dinamico (mentre le Idee sono statiche, il mondo è dinamico) e intelligente (carattere comune solo alle idee e non al mondo fisico). L’anima del mondo è la mediatrice tra l’immobilità del mondo intelligente e l’irrazionalità del mondo della natura. L’anima del mondo vivifica e ordina la materia, dando forma all’informe e trasformando l’universo in un immenso organismo vivente, in cui si riflette l’armonia delle idee. Grazie all’Anima del mondo il cosmo è nato ma non può perire. Il tempo è una caratteristica del mondo sensibile perché è nato con il cosmo. Il mondo ideale è atemporale ed eterno. L’anima del mondo è divina.

 

L’anima dell’uomo

 

L’uomo è unione di corpo e anima, ma si tratta di un’unione provvisoria e accidentale, che ha inizio con la nascita e ha termine con la morte. L’anima preesiste alla nascita e sopravvive alla morte: essa è ingenerata e immortale e, attraverso successive incarnazioni, vive nel corpo come in una prigione e vive sulla terra come in esilio.

L’anima ha una natura complessa, in quanto deve rispondere a una varietà di funzioni e partecipa sia del mondo sensibile, sia del mondo delle Idee.

 

 

 

 

ANIMA

Irascibile (cavallo bianco)

Concupiscibile (cavallo nero)

Razionale (auriga)

 

 

 

Il mito della biga alata
Il mito della biga alata

IL MITO DELLA BIGA ALATA (L'immagine è stata tratta dal sito swif.uniba.it)

 

 Platone ricorre a un mito per chiarire la natura dell’anima. L’anima viene paragonata ad una coppia di cavalli alati, guidati da un auriga. Un cavallo è bianco, generoso (anima irascibile); l’altro è nero e ignobile (anima concupiscible). L’auriga, che raffigura la ragione, controlla i due cavalli cercando di indirizzarli verso l’Iperuranio. Il cavallo recalcitrante è difficile da controllare, per cui l’auriga riesce a scorgere una parte del mondo delle Idee, ma poi l’anima è tirata in basso dal cavallo nero, perde le ali, si appesantisce e s’incarna nel corpo di un uomo. L’anima che è riuscita ad avere una visione più completa s’incarna nel corpo di un uomo che si consacra al culto del sapere. Quella che ha visto meno s’incarna nel corpo di un uomo poco amante della verità.

Il mito della biga è un tentativo di superare il dualismo che contrappone anima e corpo, spirito e materia e di spiegare i rapporti tra anima e corpo, in quanto l’anima è il principio regolatore delle attività corporee.

Il Simposio - Anselm Feuerbach
Il Simposio - Anselm Feuerbach

 

L’anima razionale è posta dal Demiurgo nel nostro corpo al momento della nascita affinché espìi le sue colpe. La purificazione dell’anima avviene nella vita terrena. Quando essa, al momento della morte, risulta incompleta, l’anima è condannata a reincarnarsi in più corpi in successione (metempsicosi), fino a raggiungere quella perfetta purificazione che le permetterà di ritornare a contemplare le Idee nell’Iperuranio.

L'amore platonico

Platone cerca di spiegarsi perché l’anima dell’uomo, dopo aver vissuto nell’iperuranio, desideri farvi ritorno per contemplare ancora una volta le Idee. Per Platone il mondo delle idee rifulge di una bellezza eterna ed ineguagliabile. L’anima dell’uomo, dopo aver ammirato l’ineguagliabile bellezza delle Idee, ne sente la nostalgia ed è portata ad amare tutte le cose belle. L’amore, rappresentato dal mito di Eros, è desiderio di bellezza: egli non ha la bellezza e la desidera, non ha la sapienza, ma aspira ad essa. L’amore, dunque, è desiderio di bellezza, anzi è desiderio di generare la bellezza, ossia attività fecondatrice. Generando altri esseri, l’Amore riesce a perpetuarsi.

Dapprima l’uomo è attratto dalla bellezza di un corpo; accortosi che la bellezza è uguale in tutti i corpi, egli passa ad amare la bellezza corporea in generale. Al di sopra della bellezza corporea vi è la bellezza dell’anima; a un gradino superiore vi è la bellezza delle istituzioni, delle leggi e delle scienze; al di sopra di tutto vi è l’oggetto supremo dell’amore del mondo, ossia la Bellezza in sé, eterna e perfetta (il mondo delle Idee).

 

 

La Repubblica

 

L’individuo isolato non può conseguire il Bene, ma ha bisogno di organizzarsi con gli altri uomini. Lo Stato è un’entità naturale, che nasce da un’organizzazione degli uomini secondo ragione.

Seguendo la tripartizione dell’anima, Platone suddivide gli uomini in tre classi, a seconda della prevalenza di una delle facoltà dell’anima sulle altre:

1)gli artigiani, guidati dalla temperanza, provvedono alla vita materiale e alla soddisfazione dei bisogni elementari di tutti;

2)i guerrieri possiedono la fortezza e difendono lo stato;

3)i governanti, che possiedono la saggezza, controllano la vita dei cittadini e reggono lo stato.

Lo Stato è una grande comunità, che provvede all’educazione di tutti, uomini e donne. I guerrieri e i governanti non possono formarsi una famiglia per evitare di far prevalere gli interessi personali rispetto a quelli collettivi.

Verranno impartite le seguenti discipline: nel primo ciclo la musica, la ginnastica, la matematica e l’astronomia; nel secondo la dialettica, che eleva l’animo alla scienza delle idee.

L’arte non dovrà essere insegnata perché è corruttrice: poiché essa è un’imitazione della natura, ossia una copia del mondo delle idee, essa è una copia della copia e può solo distogliere l’animo dalla contemplazione della verità, mostrando vero ciò che è fallace e illusorio.

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia