Incipit dei libri di Agatha Christie

AGATHA CHRISTIE (1890 - 1976) - VITA E OPERE

Agatha Mary Clarissa Miller nacque a Torquay, nel Devonshire, il 15 settembre 1890. Riceette un'educazione privaa presso ad Ashfield, la villa dei Miller. Nel 1914 sposò Archibald Christie, giovane ufficiale d'artiglieria. Durante la guerra, mentre il marito combatteva, Agatha lavorò come crocerossina nell'ospedale di Torquay ed ebbe modo di maneggiare veleni, erbe medicinali e sostanze tossiche.

 

Nel 1916 cominciò a scrivere il suo primo romanzo poliziesco, Poirot a Styles Court. Nasceva ufficialmente il controverso personaggio del detective privato Hercule Poirot, notissimo per i curatissimi baffi neri e le formidabili celluline grigie, personaggio che apparve in trentatrè romanzi. .

 

Dopo il ritorno in patria del marito, Agatha, che aveva avuto una figlia, continuò a scrivere: Avversario segreto nel 1922, con la coppia di investigatori Tommy e Tuppence, I primi casi di Poirot (1922-1924), Aiuto, Poirot! nel 1923, Hercule Poirot indaga (1924) e Il segreto di Chimneys nel 1925. 

Nel 1926 pubblicò Dalle nove alle dieci, (L'assassinio di Roger Ackroyd). 

 

Nel frattempo il marito si innamorò di un'altra donna. Per il dolore la Christie scomparve per qualche tempo, creando così un "giallo" nella realtà. Quando fu ritrovata, non volle rivelare i retroscena della scomparsa, che rimase un enigma per tutti.

Dopo il divorzio, continuò a scrivere i suoi romanzi polizieschi, che ebbero tutti grande successo: I sette quadranti (1929), La morte nel villaggio (1930), in cui apparve la vecchietta terribile, Miss Marple.

 

Durante una lunga vacanza in Medio Oriente, Agatha conobbe un archeologo più giovane di lei, Max Mallowan, che sposò l'11 settembre del 1930. In quell'anno la scrittrice volle cimentarsi come autrice di romanzi rosa, firmandoli con lo pseudonimo di Mary Westmacott.

 

Negli anni seguenti accompagnò il marito nei suoi viaggi. In questi anni scrisse Il pericolo senza nome (1932), Assassinio sull'Orient- Express (1933), Delitto in cielo (1935), Non c'è più scampo (1936), La serie infernale (1936), Poirot sul Nilo (1937), Due mesi dopo (1937), La domatrice (1938).

 

Successivamente scrisse altri romanzi: Dieci piccoli indiani (1939), il cui vero titolo era "Ten Little Niggers", per cui dovette modificare il titolo nelle traduzioni, per non incorrere in accuse di razzismo; La parola alla difesa (1940), Poirot non sbaglia (1940), Corpi al sole (1941), Il ritratto di Elsa Greer (1942), C'è un cadavere in biblioteca (1942), Giorno dei morti (1944), Verso l'ora zero (1944), C'era una volta (1945), Poirot e la salma (1946).

 

Nel 1947, in occasione dell'80° compleanno della regina madre inglese, su sua esplicita richiesta, la Christie compose un breve testo radiofonico, Tre topolini ciechi, diventuto una commedia teatrale di grandissimo sucesso col titolo "Trappola per topi", trasmessa ininterrottamente dal 1952 in un teatro di Londra.

 

Scrisse ancora tante opere, tra cui: Alla deriva (1948), È un problema (1949), Un delitto avrà luogo (1950),Il mondo è in pericolo (1951), Fermate il boia (1953), Dopo le esequie (1953) e Polvere negli occhi (1953), Giochi di prestigio (1954),La sagra del delitto (1956),Istantanea di un delitto (1957),  Macabro Quiz (1959), Le due verità (1959), Un cavallo per la strega (1961),Assassinio allo specchio (1962), Miss Marple nei Caraibi (1964), Miss Marple: Nemesi (1971).

Infine scrisse Sipario, l'ultima avventura di Poirot eAddio, Miss Marple, stabilendo che questi ultimi due romanzi venisssero pubblicati dopo la sua morte.

 

Ottenne importanti riconoscimenti nell'Impero britannico e una laurea honoris causa ad Exeter.

 

Morì il 12 gennaio 1976, a 85 anni.

 

 

GLI INCIPIT

 

Poirot a Styles Court

L'assassinio di Roger Ackroyd

Se morisse mio marito

La serie infernale

La domatrice

Il Natale di Poirot

Dieci piccoli indiani

La parola alla difesa

Corpi al sole

Il ritratto di Elsa Greeer

Un delitto avrà luogo

Polvere negli occhi

La sagra del delitto

Asassinio allo specchio

Miss Marple al Bertram Hotel

 

POIROT A STYLES COURT (The Mysterious Affair At Styles, 1920)

 

I

Vado a Styles

Il grande interesse suscitato nel pubblico da quello che a suo tempo fu battezzato "Il Caso Styles", è ormai scemato. Ciononostante, data la risonanza che ha avuto, sia il mio amico Poirot sia la famiglia interessata mi hanno pregato di scrivere il resoconto dell'intera vicenda. In questo modo si spera di mettere a tacere i pettegolezzi che ancor oggi capita di ascoltare.

Prima di tutto parlerò di come mi trovai invischiato in questa storia.

A causa di una ferita, ero stato rispedito a casa dal fronte e, dopo aver trascorso alcuni mesi di convalescenza in un tetro ospedale, stavo cercando di decidere dove andare, quando m'imbattei in John Cavendish. Negli ultimi anni l'avevo visto poco. Anzi, debbo dire di non averlo mai conosciuto intimamente. Era più vecchio di me di una quindicina di anni, anche se non dimostrava affatto di averne quarantacinque. Da ragazzo ero stato spesso suo ospite a Styles, nell'Essex, dove sua madre aveva una casa.

Facemmo una lunga chiacchierata, ricordando i vecchi tempi, e John finì per invitarmi a Styles, perché vi trascorressi il mio periodo di licenza.

«La mamma sarà felice di rivederti, dopo tutti questi anni» mi disse.

«Tua madre sta bene?» gli domandai.

«Oh, sì. Lo sai che si è risposata?»

Non nascosi la mia meraviglia. Quando la signora Cavendish aveva sposato il padre di John, lui era vedovo con due figli. La ricordavo come una bella donna di mezza età. Adesso non doveva avere meno di settant'anni. Era energica, dispotica, e si occupava di varie opere di beneficenza. Poteva permettersi il lusso di essere generosa, dal momento che era molto ricca.

La loro casa di campagna, Styles Court, era stata acquistata dal signor Cavendish poco tempo dopo il matrimonio. Il signor Cavendish era stato completamente dominato dalla moglie, e quando era morto le aveva lascia-to in eredità la casa, oltre alla maggior parte delle sue sostanze. Una soluzione ingiusta, nel confronti dei figli. La loro matrigna, comunque, era sempre stata prodiga con loro. Per la verità, quando il padre si era risposato, i due ragazzi erano tanto giovani, che considerarono sempre la matrigna come la vera madre.

Lawrence, il minore, da ragazzo aveva una salute cagionevole. Si era laureato in medicina, ma aveva professato solo per breve tempo ed era rimasto in casa, avendo ambizioni letterarie. Comunque, le sue poesie non avevano mai avuto grande successo.

John, il maggiore, aveva esercitato per un certo tempo la professione di avvocato, ma poi aveva preferito la vita del signorotto di campagna, che gli era più congeniale. Era sposato da due anni. Lui e la moglie vivevano a Styles, ma John probabilmente avrebbe preferito che la madre gli passasse una rendita più sostanziosa, in modo da potersi permettere una casa sua. D'altra parte, la signora Cavendish era una donna a cui piaceva far programmi, ed esigeva che gli altri li rispettassero. In questo caso specifico aveva lei il coltello dalla parte del manico, vale a dire i cordoni della borsa.

John notò la mia sorpresa, alla notizia del matrimonio di sua madre, e abbozzò un sorriso.

«Come se non bastasse, il nuovo marito è un mascalzone» dichiarò. «Ti assicuro, Hastings, che ci rende la vita difficile. Per quanto riguarda Evie... Te la ricordi?»

«No.»

«Forse è arrivata dopo di te. È il factotum della mamma, e le tiene compagnia. Che tipo, questa Evie! Non è né giovane né bella, però è in gamba.»

«Stavi dicendomi...»

«Già, del marito di mia madre. È uscito dal nulla. Pare che sia un lontano cugino di Evie, anche se lei non lo tratta affatto come un parente. È completamente estraneo al nostro mondo. Ha una gran barba nera, e porta stivali di cuoio in tutte le stagioni. La mamma lo ha preso subito in simpatia e l'ha assunto come segretario. Sai che lei ha un po' la mania delle opere di beneficenza, ed è sempre indaffaratissima.»

Annuii.

«Be', poi con la guerra le sue attività si sono quadruplicate. Questo tizio ha saputo rendersi utile, ma neanche t'immagini quale sia stata la nostra sorpresa quando, tre mesi fa, la mamma improvvisamente ci ha annunciato che lei e Alfred si erano fidanzati. Lui deve avere vent'anni meno. Che l'ha sposata per interesse salta all'occhio, ma che cosa ci vuoi fare? Mia madre è padrona delle sue azioni.»

«Dev'essere una situazione imbarazzante per tutti.»

«Altro che imbarazzante! Direi quasi insostenibile.»

Fu così che tre giorni dopo scesi dal treno a Styles St. Mary, un'assurda stazioncina che apparentemente non aveva ragione di esistere, lì in mezzo ai campi e ai viottoli di campagna. John Cavendish, che mi aspettava sul marciapiede, mi accompagnò alla sua automobile.

«Come vedi, ho nel serbatoio qualche goccia di benzina» mi disse. «Possiamo ringraziare le opere di beneficenza della mamma.»

Il paese si trovava a circa quattro chilometri dalla stazione, e Styles Court a due chilometri, ma dalla parte opposta. Era una bella giornata dei primi di luglio. Guardando la piatta campagna dell'Essex, tanto verde e tranquilla sotto il sole pomeridiano, sembrava quasi impossibile che, non molto lontano, infuriasse la guerra. Mi pareva di essere finito in un altro mondo.

Mentre oltrepassavamo il cancello, John mi disse:

«Ho paura che qui ti sembrerà fin troppo tranquillo, Hastings.»

«La tranquillità è appunto quel che cercavo.»

«Oh, per riposarsi è il posto ideale. Io strappo le erbacce un paio di volte la settimana e do una mano alla fattoria, mentre mia moglie lavora regolarmente. Tutte le mattine alle cinque è già in piedi a mungere le mucche e continua a sgobbare fino all'ora di colazione. Tutto sommato, non sarebbe una brutta vita, se non fosse per quell'Alfred Inglethorp.» Improvvisamente rallentò e consultò l'orologio. «Chissà se facciamo in tempo a dare un passaggio a Cynthia? No, a quest'ora sarà già uscita dall'ospedale.»

«Chi è Cynthia? Tua moglie?»

«No, è la protetta di mia madre: figlia di una sua vecchia compagna di scuola, che aveva sposato un avvocato senza scrupoli. Poi ci fu la disgrazia, e Cynthia rimase orfana e senza un soldo. Mia madre le venne in aiuto e ormai sono quasi due anni che sta con noi. Lavora all'ospedale della Croce Rossa di Tadminster, a una quindicina di chilometri da qui.»

Mentre pronunciava le ultime parole, arrivammo davanti alla vecchia villa. China su un'aiuola, vidi una donna che indossava una gonna di tweed pesante. Si alzò, vedendoci arrivare.

«Salve, Evie! Ecco qua il nostro eroe. Il signor Hastings, la signorina Howard.»

La donna mi strinse la mano energicamente, facendomi quasi male. Gli occhi azzurri spiccavano sulla faccia abbronzata. Doveva avere una quarantina d'anni ed era di bell'aspetto, con una voce piuttosto grossa, quasi maschile. Di corpo era solida e quadrata. Ai piedi aveva un paio di stivali. Parlava in stile telegrafico, come ebbi subito modo di notare.

L'ASSASSINIO DI ROGER ACKROYD (The Murder Of Roger Ackroyd, 1926) 

I
Il dottor Sheppard a colazione
La signora Ferrars morì nella notte di giovedì, dal 16 al 17 settembre. Mi vennero a chiamare alle 8 di mattina, venerdì, 17. Non c'era più niente da fare, era già morta da qualche ora.
Quando ritornai a casa, erano appena suonate le nove. Aprii la porta d'entrata e indugiai per qualche minuto nel vestibolo per appendere il cappello e il soprabito. Non voglio con questo dire che in quel momento avevo una premonizione degli eventi che si sarebbero verificati nella settimana successiva. Ma l'istinto mi diceva che qualcosa stava per accadere.
Dalla camera da pranzo, a sinistra, mi arrivò il rumore di tazze e stoviglie, e il tossire secco di mia sorella Caroline.
«Sei tu, James?» domandò.
Domanda inutile, chi altro poteva essere? Era proprio lei, mia sorella, la causa di quella sosta in anticamera.
Scrive Kipling che il motto delle manguste è "Corri e scopri". Se Caroline dovesse mai adottare uno stemma araldico le consiglierei senz'altro una mangusta rampante; ma potrebbe benissimo tralasciare la prima parte del motto. Caroline può eseguire qualsiasi indagine standosene in casa. Non so come faccia, ma ci riesce sempre. Ho un vago sospetto che le persone di servizio e i fornitori costituiscano il suo ufficio informazioni. Quando esce, non è per raccogliere notizie, è per diffonderle; e anche in questo dimostra una perizia ammirevole.
Era precisamente quest'ultima particolarità del suo carattere che mi teneva sospeso in uno stato di profonda incertezza. Qualunque cosa avessi detto ora a Caroline della morte della signora Ferrars, ero sicuro che nel giro di un'ora sarebbe diventata di pubblico dominio. Come medico ho un dovere di discrezione, perciò, fin dove mi è possibile, evito di dare a mia sorella qualsiasi notizia. È vero che lei viene a sapere ugualmente tutto, ma per lo meno ho la soddisfazione morale di dire che non l'ha saputo da me.
Il marito della signora Ferrars era morto da poco più di un anno, e Caroline aveva sempre sostenuto, per quanto la sua convinzione non avesse il minimo fondamento reale, che sua moglie l'aveva avvelenato. Sdegnosamente rifiutava di accettare la mia dichiarazione che il signor Ferrars era morto per una gastroenterite acuta, aggravata dall'abuso di bevande alcoliche. D'accordo che i sintomi della gastroenterite e dell'avvelenamento da arsenico non sono molto dissimili, ma mia sorella basa le sue accuse su argomenti ben diversi.
«Non hai che da guardarla in faccia» l'ho sentita dire.
La signora Ferrars, quantunque non giovanissima, era molto attraente, e vestiva con raffinata e sobria eleganza. Comunque molte donne comprano gli abiti a Parigi ma non per questo avvelenano i mariti. Ero ancora a rimuginare in anticamera quando sentii la voce di Caroline, stavolta un po' seccata.
«Che diavolo stai a fare lì, James? Perché non vieni a far colazione?»
«Vengo subito» m'affrettai a rispondere.
Entrai nella sala da pranzo, le diedi il solito buffetto sulla guancia e sedetti davanti al piatto di uova al prosciutto. Il prosciutto era piuttosto freddo.
«Hai avuto una chiamata molto presto stamattina» osservò Caroline.
«Sì» risposi «a King's Paddock. La signora Ferrars.»
«Lo so.»
«Come hai fatto a saperlo?»
«Me l'ha detto Ann.» Ann è la nostra cameriera. Una ragazza simpatica, ma una irrefrenabile pettegola.

SE MORISSE MIO MARITO (Lord Edgware Dies, 1933)

 

I

Una serata a teatro

La memoria del pubblico è molto labile; perciò anche l'intensa curiosità e l'interesse vivissimo suscitati dall'assassinio di George Alfred St. Vincent Marsh, quarto baronetto Edgware, sono ormai caduti completamente nell'oblio.

Il nome del mio illustre amico Hercule Poirot non fu mai apertamente immischiato nell'affare; ma egli fu ben contento di restarsene nell'ombra e di lasciare agli altri il trionfo della vittoria. Inoltre, Poirot riteneva che questo caso rappresentasse uno dei suoi insuccessi. E sostiene che fu soltanto un'osservazione colta per caso per la strada a metterlo sulla pista giusta.

Comunque, io, che gli ero sempre accanto come la sua ombra, posso as-sicurare che, senza il suo genio investigativo, nessuno al mondo ne sarebbe mai potuto venire a capo. Ritengo quindi giusto e doveroso da parte mia mettere insieme un accurato resoconto della penosa vicenda.

E incomincerò da una certa caldissima sera del giugno scorso in cui, per la prima volta, in un teatro di Londra, mi trovai di fronte ad alcuni fra i principali personaggi del dramma.

Carlotta Adams furoreggiava sul palcoscenico e i londinesi andavano pazzi per lei. L'anno prima, un paio di matinées l'avevano resa famosa; ora stava quasi terminando una serie abbastanza lunga di rappresentazioni che avevano suscitato un vero entusiasmo in tutta la metropoli.

Carlotta Adams era americana. Di statura un po' superiore alla media, snella, bruna, intelligentissima, possedeva una straordinaria capacità d'imitazione. Nessuno avrebbe potuto superarla in certe sue deliziose scene a soggetto che improvvisava senza aiuto di scenari e di studiate truccature. Si diceva che parlasse tutte le lingue; certo sapeva mutare voce e aspetto con prontezza e perfezione veramente fantastiche.

A chiusura del suo spettacolo annunciava: "alcune imitazioni". E qui la sua geniale bravura si estrinsecava in modo inimitabile, stupefacente. Senza trucco di sorta, le sue fattezze parevano dissolversi e ricomporsi istanta-neamente, assumendo ora l'aspetto dell'uomo politico più in vista, ora dell'attrice in voga, ora di una famosa signora dell'alta società londinese. Ciascun personaggio veniva poi da lei illustrato con poche ma opportune frasi pronunciate nel precisissimo tono di voce del modello; frasi che talvolta riuscivano a mettere in luce, con arguzia finissima, le caratteristiche e le più piccole debolezze di una persona.

Una delle più riuscite e recenti imitazioni era stata quella di Jane Wilkinson, celebre attrice americana assai nota a Londra. In questo "numero", l'abilità della trasformista raggiungeva la perfezione assoluta. Nelle parole prive di senso che pronunciava con un'espressione di drammaticità esagerata, nel gesto parco e studiato, nel portamento regale, in ogni inflessione della voce, un po' velata e deliziosamente armonica - la voce affascinante e inconfondibile di Jane Wilkinson - c'era una caricatura sottile e lievemente maliziosa della celebre attrice, che io avevo sempre ammirato e assai spesso difeso contro i soliti facili detrattori i quali, pur inchinandosi alla bellezza della donna, mettevano in dubbio le sue doti di artista, riconoscendo in lei solo una considerevole attitudine all'istrionismo. E la Adams riusciva appunto a dar l'illusione perfetta di quella bellezza, sottolineando accortamente i limiti dell'attrice.

Jane Wilkinson era tornata alle scene da un paio d'anni, dopo la breve parentesi del suo matrimonio col ricchissimo ed eccentrico lord Edgware; parentesi durata un anno e mezzo, benché le male lingue affermassero che avesse abbandonato il nobile marito poche settimane dopo una breve luna di miele. Comunque, già due film erano stati girati a Hollywood con la partecipazione di lady Edgware, e la recente "stagione" teatrale aveva salutato il ritorno della bella attrice sulle scene londinesi.

Mentre seguivo con vera gioia queste deliziose "imitazioni" della Adams, mi domandavo come potevano venire considerate dai modelli stessi. Si sarebbero compiaciuti per la notorietà che ne derivava, oppure si sarebbero sentiti offesi nel veder sottolineate e messe in piazza le proprie debolezze? Bisogna ammettere che, specie per un attore, non deve essere troppo piacevole vedere additati al pubblico certi suoi piccoli trucchi! Decisi che se fossi stato io il soggetto in questione, mi sarei molto seccato, anche senza darlo a vedere. Ci vuole una grande generosità e un notevole senso dell'umorismo per apprezzare tali impietose "messe in piazza"!

Ero giunto appena a questa mia ultima conclusione, quando la risatina sommessa e armoniosa che proveniva dal palcoscenico, riprese dietro le mie spalle nell'identico tono lievemente velato e musicale. Mi voltai di scatto. Nella poltrona dietro la mia, col delizioso volto proteso in avanti e le labbra scarlatte appena dischiuse, stava appunto il soggetto che Carlotta

Adams stava imitando: lady Edgware, meglio nota al pubblico col nome di Jane Wilkinson.

Mi resi conto che le mie deduzioni erano sbagliate. L'espressione soddisfatta e divertita del suo volto radioso non poteva essere più franca e genuina. Finito il numero l'attrice applaudì calorosamente, ridendo rivolta al suo compagno, un giovanotto alto e snello, dalla bellezza mediterranea che riconobbi come Bryan Martin, notissimo e popolare divo dello schermo. Lui e Jane Wilkinson avevano recitato insieme in diverse produzioni.

«Meravigliosa! Non ti pare?» stava dicendo Lady Edgware.

L'uomo annuì con una risata.

«Ma, Jane, non ti ho mai vista tanto entusiasta.»

«Certo! Ma è veramente brava, più brava di quanto pensassi!»

Non sentii la risposta del giovane perché la Adams aveva già cominciato un nuovo numero.

Ciò che avvenne poi fu una coincidenza curiosa. Dopo lo spettacolo mi recai con Poirot a cenare al Savoy. La tavola accanto alla nostra era occupata da lady Edgware, Bryan Martin e da altre due persone che non conoscevo. Mentre li facevo notare al mio amico, un'altra coppia entrò nella sala e prese posto a un tavolo vicino al loro. Il viso della donna non mi era nuovo, ma non riuscii subito a identificarlo. Poi di colpo mi resi conto che si trattava di Carlotta Adams. Non ero in grado di identificare l'uomo, un tipo azzimato, con un viso cordiale ma vuoto. Il tipo che io detesto.

La Adams era vestita di nero; il suo viso non attirava subito l'attenzione, né aveva caratteristiche definite. Forse l'abitudine all'imitazione aveva tolto ai suoi lineamenti ogni personalità. Poirot, al quale facevo queste osservazioni, mi ascoltava distratto, annuendo con la sua piccola testa a uovo. Lanciò un'occhiata di sbieco al tavolo più vicino e osservò: «Dunque quella è lady Edgware? Sì, sì, ricordo... l'ho sentita recitare... Belle femme!»

 

LA SERIE INFERNALE (The A.B.C. Murders, 1936)

 

In questa mia narrazione ho creduto opportuno, in qualche occasione, non riferire solo fatti svoltisi alla mia presenza; perciò alcuni capitoli sono scritti in terza persona. Posso però assicurare che quanto è riferito in tali capitoli corrisponde alla pura verità. Se mi sono preso qualche licenza letteraria nel descrivere pensieri e stati d'animo, l'ho fatto senza alterare la realtà delle cose. Questo, perché anche nelle più efferate manifestazioni, il fattore umano non deve essere trascurato.

1

Nel mese di giugno del 1935 lasciai il mio ranch, nell'America del Sud, e tornai in Inghilterra per qualche mese. Dovevo sistemare alcuni affari che richiedevano la mia presenza.

È inutile dire che, giunto a Londra, andai diffilato dal mio amico Hercule Poirot, il quale mi convinse ad abitare presso di lui durante il mio soggiorno in patria.

Trovai Poirot installato in uno dei più moderni quartieri di Londra, in un appartamento arredato in puro stile novecento, stile che si addiceva a meraviglia al senso d'ordine e di simmetria del mio geniale amico.

Poirot aveva un ottimo aspetto. Sembrava che per lui gli anni non pas-sassero mai.

«Ma come stai bene, Poirot» gli dissi. «Sei ringiovanito. Hai perfino meno capelli grigi di una volta.»

«Non è una cosa impossibile» ribatté lui, ridendo.

«Non vorrai darmi a intendere che, con gli anni, ti si sono scuriti i capelli.»

«Proprio così.»

«Via, non raccontarmi storie.»

«Mio caro Hastings, vedo che la vita nella pampa ha aumentato la tua ingenuità. Tu constati un fatto e vuoi trovare subito la spiegazione, senza fermarti un momento a riflettere» osservò Poirot. Andò in camera sua e tornò dopo qualche istante con una bottiglietta che mi porse in silenzio.

Presi la bottiglietta, senza capire ancora, e lessi l'etichetta. Diceva: "RE-VIVIT - Ridona ai capelli la tinta naturale. Revivit non è una tinta, ma un Rigeneratore dei Capelli. In cinque tinte diverse: biondo cenere, biondo acceso, castano, rosso, nero."

«Poirot!» esclamai. «Ti tingi i capelli?»

«Ci voleva tanto a capirlo? Che vuoi, bisogna aiutarsi come si può.»

«Straordinario. La prossima volta ti troverò con i baffi tinti.»

«Ah, questo mai!» protestò il mio amico, seccato. Aveva un debole per i suoi baffi e non tollerava gli scherzi su questo argomento. Se li arricciò con energia, forse per dimostrarmi quanto erano forti.

«Ho sentito dire che da qualche anno ti sei ritirato a vita privata» dissi, tanto per cambiar discorso.

«Infatti» annuì lui. «Ma mi è difficile dare un addio alla professione. Ogni volta che capita un fattaccio complicato, ci ricasco in pieno. Adesso mi dirai che faccio come le vecchie attrici di teatro, che ogni tanto danno la loro serata d'addio, e poi non sanno decidersi ad abbandonare le scene.

«D'altra parte, finché le mie cellule grigie sono in grado di funzionare, perché dovrei lasciarle arrugginire? E poi, l'aver abbandonato la professione attiva ha i suoi vantaggi: in questo modo scelgo il lavoro che mi piace e scarto il resto. Mio caro, oggi Hercule Poirot non accetta che il fior fiore dei delitti.»

«E ce n'è in abbondanza, di questo "fior fiore"?»

«Qualche cosa» rispose prudentemente Poirot. «Certo, senza di te, che sei stato per tanti anni il mio portafortuna, è più difficile sbrogliare le matasse.»

«Portafortuna? Io?» Ero stupito. «E perché mai?»

Poirot non mi rispose direttamente, ma continuò:

«Appena ho saputo del tuo ritorno mi sono detto: "Ora capiterà qualche cosa d'interessante, e faremo una bella caccia insieme, come ai vecchi tempi. Ma dovrà essere qualche cosa di sopraffino, di prelibato"» concluse, assaporando l'aroma del suo aggettivo.

«Ad ascoltarti, si direbbe che stai ordinando un pranzetto succulento in un ristorante di prim'ordine» osservai.

«Ah, magari potessi ordinarmi un delitto a modo mio!» disse sospirando Poirot. «Ma io ho fede nella buona stella e nel destino. Forse è scritto che tu sia al mio fianco nei momenti più gravi, per impedirmi di compiere l'imperdonabile errore di trascurare le cose più evidenti.» A questo punto del discorso il mio amico si accigliò, cosa davvero insolita in lui.

«Che cosa c'è?» domandai. «Forse hai già per le mani un caso?»

Poirot mi guardò fisso, poi attraversò la stanza per avvicinarsi alla scrivania. Inutile dirlo, i cassetti di quel mobile erano così ordinati che il mio amico avrebbe potuto trovare quello che cercava anche a occhi chiusi. Tornò verso di me con una lettera in mano. La rilesse in silenzio, poi me la porse.

«Guarda un po' questo, amico mio» disse. «Che ne pensi?»

Presi il foglietto e l'osservai con curiosità. Era scritto a stampatello su carta a mano. Diceva:

"Egregio monsieur Poirot, vi vantate sempre di saper risolvere i problemi troppo intricati per le modeste possibilità dei nostri funzionari inglesi, dal cervello corto. Non è vero? Ebbene, vedremo fino a che punto può arrivare la vostra tanto celebrata genialità. Temo che, questa volta, l'illustre Poirot troverà un osso troppo duro da rodere. Il 21 di questo mese ricordatevi di Andover. Saluti. A.B.C."

Guardai la busta. Anche l'indirizzo era scritto a stampatello.

«È stata impostata all'ufficio centrale» disse Poirot. «Allora che cosa ne dici?»

«Un pazzo» risposi, restituendogli il foglio.

«E non hai altro da dirmi?»

«Perché? Non ti sembra scritta da un pazzo, quella lettera?»

 

LA DOMATRICE (Appointment With Death, 1938)

 

PARTE PRIMA

1

«Tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla?» La domanda fluttuò nell'aria tranquilla della notte, parve restarvi un momento sospesa, poi spro-fondò via, laggiù, verso il Mar Morto.

Hercule Poirot si fermò un momento con la mano sul saliscendi della finestra, aggrottò la fronte e, alla fine, si decise a chiudere bruscamente, escludendo così dalla propria camera l'aria malsana della notte. Perché Hercule Poirot era stato educato nella convinzione che l'aria esterna è meglio che rimanga all'esterno e che, in particolar modo, l'aria notturna è molto dannosa alla salute.

Mentre poi calava accuratamente le tendine e si incamminava verso il proprio letto, egli sorrise bonariamente fra sé e sé.

"Tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla?"

Strane parole da udirsi per un investigatore come Hercule Poirot nella sua prima notte di permanenza a Gerusalemme. "Decisamente, dovunque io vada c'è qualcosa che viene a rammentarmi il delitto" mormorò... Ma continuò a sorridere, pensando a un aneddoto che gli avevano raccontato su Anthony Trollope, il romanziere. Trollope si trovava su un transatlantico, quando udì due passeggeri che discutevano la trama di un suo prossimo romanzo pubblicata da un giornale.

"Mi sembra ottima" diceva uno dei due. "Però dovrebbe far morire quella noiosa vecchia..."

Con un largò sorriso il romanziere si era allora rivolto ai due:

"Vi sono obbligato, signori" aveva detto. "Vado ad ammazzarla immediatamente!"

Hercule Poirot si chiese che cosa mai avesse provocato la frase da lui udita poco prima... Forse si trattava di una collaborazione per una commedia, o per un libro. Sempre sorridendo, pensò:

"Eppure, quelle perole potrebbero essere ricordate, un giorno, e assumere un significato più sinistro."

C'era in quella voce, ora se ne rendeva conto, una strana intensità nervosa, un tremito che denotava una forte commozione interna. Voce d'uomo... o di ragazzo...

"Riconoscerei di sicuro quella voce" concluse Hercule Poirot. E spense la luce.

I gomiti appoggiati al davanzale, le teste vicine, Raymond e Carol Boynton guardavano nelle profondità blu della notte. Nervosamente Raymond ripeté la frase:

«Tu lo capisci, vero, che dobbiamo ucciderla!»

Carol Boynton fremette lievemente e disse, con voce bassa e un po' roca:

«È orribile!»

«Non più orribile di "questo".»

«No, forse no...»

Raymond proseguì con violenza:

«È impossibile andare avanti così, impossibile, ecco!... Dobbiamo far qualcosa... E che altro possiamo fare...»

Carol disse (ma la sua voce mancava di convinzione) : «Se potessimo andarcene in qualche modo...».

«Non possiamo.» La voce di Raymond era piena di scoraggiamento. «Carol, tu lo sai che non possiamo.»

La ragazza rabbrividì.

«Lo so, Raymond, lo so...»

Egli uscì in una risata amara.

«La gente direbbe che siamo pazzi... Non esser capaci di andarcene, semplicemente...»

Carol osservò, piano:

«Forse... forse siamo pazzi.»

«Sì, è probabile... probabilissimo. Comunque, lo diventeremo presto... Certo la gente direbbe che lo siamo già se ci udisse progettare così, a sangue freddo, l'uccisione di nostra madre...»

«Non è nulla per noi» l'interruppe Carol bruscamente. «Non è nostra madre.»

«No, questo è vero.»

Ci fu una pausa, poi Raymond disse con voce tranquilla e indifferente:

«Allora, sei d'accordo, Carol?»

«Sì, credo proprio che debba morire» rispose Carol decisa. Poi proruppe all'improvviso: «È pazza! Sono sicura che è pazza. Non potrebbe torturarci in questo modo, se fosse sana di mente. Da anni ripetiamo: "Non può andare avanti così!" e invece tutto continua come prima. Abbiamo anche detto: "Morirà pure, un giorno o l'altro" e invece non è morta, e credo che non morirà mai, se...».

«Se non l'uccidiamo noi» concluse Raymond prontamente.

«Sì.»

Carol strinse violentemente le mani sul davanzale, e suo fratello proseguì con una voce in cui solo un leggerissimo tremito denotava la violenta eccitazione interiore:

«Tu capisci, vero, perché dev'essere uno di noi due ad agire? Lennox ha Nadine, da considerare, e non possiamo immischiare Jinny in questa storia.»

«Povera Jinny... Ho tanta paura che...»

«Lo so. Va piuttosto male, vero? Ecco perché dobbiamo far qualcosa prima che sia troppo tardi.»

Carol si raddrizzò bruscamente, scostando dalla fronte i capelli castani.

«Ma» disse piano «ma ci manderanno alla sedia elettrica egualmente... Voglio dire che non potremo mai spiegare agli altri come "lei" sia... sembrerebbe una cosa fantastica. In un certo senso, sai, tutto questo si svolge "dentro" di noi...»

«Nessuno saprà nulla» disse Raymond. «Ho un piano. Ci ho pensato e ripensato. È una cosa sicurissima.»

«Ray» ribatté Carol «da qualche tempo non sei più lo stesso... Ti è capitato qualcosa... Che cosa ti ha indotto a pensare a tutto questo?»

«Perché pensi che debba essermi "capitato" qualcosa?» fece il giovane, distogliendo gli occhi dal volto della sorella.

«Perché... Raymond, si tratta di quella ragazza del treno?»

«Ma no, no certo... Perché dici tutte queste cose senza senso, Carol? Torniamo al... al...»

«... al tuo piano? Sei certo che sia buono?»

«Sì. Credo. Naturalmente, dovremo aspettare l'occasione propizia... Poi, se ogni cosa andrà bene, saremo liberi... tutti liberi.»

«Liberi?» Carol emise un breve sospiro, guardò le stelle e improvvisamente tutto il suo corpo fu scosso da una crisi di singhiozzi.

«Carol, che hai?»

«È tutto così bello» rispose la giovane con voce rotta dai singhiozzi. «La notte, e questo cielo blu, e le stelle... Oh, se potessimo essere come tutti gli altri... invece di esser quelli che siamo... strani, viziati... "sbagliati", ecco.»

«Ma... ma noi staremo benissimo, quando... quando lei sarà morta.»

«Ne sei certo? Non è troppo tardi? Non saremo sempre strani e diversi dagli altri?»

«No, no, no!»

 

 

IL NATALE DI POIROT - Hercule Poirot Christmas 1939

Parte prima

22 Dicembre
1.
Stephen rialzò il bavero della giacca, mentre percorreva rapido la banchina. Una fitta nebbia avvolgeva la stazione e tutto aveva un aspetto grigio, sporco. Le grosse locomotive fischiavano superbe, scagliando nubi di vapore nell'aria fredda e umida.
Stephen pensò, con disgusto: «Che orribile paese... che orribile città!».
Le sue prime entusiastiche impressioni di Londra - negozi, caffè, belle donne eleganti - erano svanite. Considerava ora la città come una pietra preziosa in un'orribile e sudicia montatura.
Se fosse stato ancora nel Sud Africa... Un acuto morso di nostalgia lo sorprese... Sole, cieli azzurri, giardini colmi di fiori... azzurri convolvoli pronti ad arrampicarsi su ogni piccola capanna...
E qui... Sudiciume, tetraggine, e gente, gente, gente senza fine, formiche indaffarate nel loro formicaio.
Per un momento pensò: «Vorrei non essere venuto...». Poi ricordò i suoi propositi e atteggiò la bocca a un'espressione ostinata. No, per l'inferno, doveva persistere... Erano anni che ci pensava, aveva sempre inteso di fare... ciò che stava per fare. Sì, non doveva tornare sui propri passi senza...
Quella momentanea riluttanza, quell'improvviso chiedersi: «Perché? Ne vale la pena? A che scopo indagare sul passato? Perché non dimenticare tutto quanto?», erano solo manifestazioni di debolezza. Non era ragazzo, per lasciarsi influenzare dal capriccio di un momento. Era un uomo di trent'anni. deciso, sicuro di sé. Avrebbe fatto quel che era venuto a fare in Inghilterra. Salì in treno e percorse il corridoio. Portava da sé la sua valigia di cuoio, dopo aver allontanato un facchino con un gesto. Guardò in tutte le vetture, una dopo l'altra. Il treno era affollatissimo. Mancavano solo tre giorni a Natale. Stephen Farr lanciava occhiatacce alle vetture stipate.
Gente, gente, gente... E tutti così... così... tetri, ecco, e così tutti eguali.
Quelli che non somigliano a pecore, somigliano a conigli, pensò. Alcuni chiacchieravano e si agitavano; altri, uomini di mezz'età, grugnivano...
Somiglianti a porci, questi ultimi... Persino le ragazze, snelle, facce a uovo, labbra scarlatte, erano di una sgradevole uniformità. Oh, una bella fattoria solitaria, bagnata dal sole...
Ma d'un tratto, guardando dentro una vettura, trattenne il fiato. Quella ragazza era diversa dalle altre: capelli neri, carnagione di un caldo pallore, occhi profondi e oscuri come la notte... gli occhi fieri e un po' tristi delle meridionali... Non sembrava giusto che sedesse in quella vettura, tra quella gente monotona. Sopra un balcone, con una rosa in bocca, e una mantiglia di pizzo nero sulla bella testa altera, in un ambiente di calore e di ardimento, ecco dove avrebbe dovuto trovarsi: e non schiacciata nell'angolo di una vettura di terza classe delle ferrovie inglesi...
Stephen Farr era osservatore, e non gli sfuggì la modestia dell'abituccio nero, dei guanti a buon mercato, delle scarpette sciupate, della borsetta d'un rosso aggressivo. Eppure la qualità essenziale della ragazza gli parve fosse lo splendore... Sì, era splendida, bella ed esotica.

DIECI PICCOLI INDIANI - Ten Little Niggers (1939)

 

In un angolo dello scompartimento fumatori di prima classe, il signor Wargrave, giudice da poco in pensione, tirò una boccata di fumo dal sigaro e scorse con interesse le notizie politiche del «Times». Poi, depose il giornale sulle ginocchia e guardò fuori dal finestrino. Il treno correva attraverso il Somerset.

Diede un'occhiata all'orologio: ancora due ore di viaggio.

Ripensò a quello che i giornali avevano scritto su Nigger Island.

Anzitutto, la notizia dell'acquisto fatto da un milionario americano appassionato di crociere in panfilo, e la descrizione della casa moderna e lussuosa che aveva costruito su quella piccola isola al largo della costa del Devon. La sfortunata circostanza che la terza moglie del milionario soffrisse il mal di mare aveva portato alla vendita della casa e dell'isola. Numerosi annunci erano apparsi bene in vista sui giornali. Poi, la notizia che isola e casa erano state comperate da un certo signor Owen. Da quel momento, erano cominciati i pettegolezzi nelle rubriche mondane. Nigger Island era stata acquistata da Gabrielle Turl, la famosa diva di Hollywood, che voleva passarvi qualche mese in incognito... Un cronista, che si firmava "L'Ape operaia", aveva insinuato invece che si trattava di un rifugio per qualche personaggio di sangue reale. "Il Perdigiorno" sosteneva che l'isola era stata comprata per la luna di miele di un giovane lord che si era finalmente arreso a Cupido. "Giona" affermava di sapere che l'aveva acquistata l'Ammiragliato per compiervi misteriosi esperimenti segreti. Insomma, Nigger Island era diventata l'argomento del giorno.

Il giudice Wargrave si tolse di tasca una lettera. La grafia era quasi illeggibile, ma alcune parole risaltavano con inaspettata chiarezza:

"Carissimo Lawrence... da tanti anni non ho sue notizie... deve venire a Nigger Island... un luogo incantevole... tante cose da dirle... i vecchi tempi... comunione con la natura... crogiolarsi al sole... alle 12,40 da Paddington... ci incontreremo a Oakbridge. Sempre sua Constance Culmington".

La firma era adorna d'uno svolazzo.

Il giudice Wargrave cercò di ricordare con esattezza quando avesse visto per l'ultima volta Lady Constance Culmington. Dovevano essere trascorsi sette, otto anni. A quell'epoca, la nobildonna era andata in Italia per crogiolarsi al sole e vivere a contatto con la natura e i contadini. Wargrave aveva poi saputo che aveva proseguito il viaggio fino in Siria con l'intenzione di arrostire a un sole più caldo e di vivere a tu per tu con la natura e i beduini.

Constance Culmington, rifletté il giudice, era proprio il tipo di donna capace di comprare un'isola, circondandosi di mistero.

Dondolando leggermente la testa, come se volesse approvare la propria logica, Wargrave si lasciò prendere a poco a poco dal sonno...

Vera Claythorne, in uno scompartimento di terza classe dove avevano preso posto altri cinque viaggiatori, appoggiò la testa sullo schienale e chiuse gli occhi. Faceva molto caldo in treno, quel giorno. Sarebbe stato piacevole l'arrivo al mare. Aveva avuto davvero un colpo di fortuna, trovando quel posto. Quando una ragazza cerca un impiego per le vacanze, è quasi sempre destinata a sorvegliare uno sciame di ragazzini; i posti di segretaria sono molto più difficili da trovarsi. Perfino l'agenzia non le aveva lasciato troppe speranze.

E poi era arrivata quella lettera:

"Ho avuto il suo nome dall'Agenzia di Collocamento Femminile, che la raccomanda in modo particolare, perché vi è conosciuta personalmente.

Le corrisponderò volentieri lo stipendio che chiede, e l'aspetto, per iniziare il lavoro presso di me, il giorno 8 agosto. Il treno parte alle 12,40 da Paddington. Troverà qualcuno a riceverla alla stazione di Oakbridge. Accludo cinque sterline per le spese. 

Una Nancy Owen".

Sul bordo superiore del foglio era stampato l'indirizzo: «Nigger Island, Sticklehaven, Devon".

Nigger Island! I giornali non avevano parlato d'altro, in quegli ultimi tempi. Chiacchiere e insinuazioni interessanti. Ma, probabilmente, avevano lavorato di fantasia. Comunque, la casa era stata costruita da un milionario, e si diceva che fosse quanto di meglio si poteva desiderare in fatto di lusso.

Vera Claythorne, stanca dopo un faticoso anno scolastico, pensava: "Fare la maestra di ginnastica in una scuola di terz'ordine non è davvero una fortuna. Se per il prossimo anno potessi trovare un posto in una scuola 'decente'...". E poi, con un senso di freddo al cuore, si disse: "Eppure, dovrei accontentarmi del posto che ho. Dopotutto, la gente non vede di buon occhio una persona che è stata protagonista di un'inchiesta giudiziaria... anche se il magistrato inquirente ha riconosciuto la sua innocenza".

LA PAROLA ALLA DIFESA (1940)

 

Prologo
Elinor Katherine Carlisle! Siete imputata, secondo l'atto d'accusa, di assassinio nella persona di Mary Gerrard; delitto che fu compiuto il 27 dello scorso mese di luglio. Vi dichiarate colpevole o innocente?
Elinor Carlisle era immobile, col capo eretto. Una testa graziosa, dai lineamenti decisi, con occhi di un azzurro vivido e profondo, i capelli neri, le sopracciglia depilate accuratamente in modo da formare una linea  sottilissima.
Vi fu silenzio... un silenzio impressionante.
Edwin Bulmer, l'avvocato difensore, ebbe un brivido di sgomento. Pensò: "Dio mio, ora si dichiara colpevole... Ha perduto il dominio di se stessa...".
Le labbra di Elinor Carlisle si dischiusero e lei pronunciò: « Innocente».
L'avvocato difensore si appoggiò alla spalliera della sedia e si passò un fazzoletto sulla fronte rendendosi conto che quella pausa era stata quasi un'astuzia.
Samuel Attenbury era in piedi, adesso, ed esponeva il caso alla Corte.
« Porto a conoscenza delle Vostre Signorie e dei signori giurati che il 27 luglio, alle tre e mezzo pomeridiane, Mary Gerrard morì a Hunterbury, Maidensford... »
La sua voce continuava, sonora e musicale. Cullava Elinor quasi fino ad addormentarla. Della semplice e concisa narrazione solo qualche frase perveniva, ogni tanto, al suo spirito semincosciènte.
« ... è un caso singolarmente semplice e lineare..
« ... è dovere della Corte... trovare il motivo e l'opportunità...
« ... nessuno, a quanto pare, aveva alcun motivo per uccidere quella ragazza, eccetto l'accusata. Una creatura simpaticissima, Mary Gerrard; amata da tutti; senza, si direbbe, un nemico al mondo... »
Mary... Mary Gerrard! Come tutto ciò sembrava lontano, adesso! Quasi non fosse più una realtà...
« ... la vostra attenzione dovrà in special modo essere rivolta alle seguenti considerazioni:
« 1) Quali mezzi e quali possibilità aveva l'accusata per somministrare il veleno?
« 2) Quale motivo aveva per farlo? « ... È mio dovere citare dinanzi a voi i testimoni che possano aiutarvi a formarvi un concetto chiaro...
« ... per quanto concerne l'avvelenamento di Mary Gerrard, cercherò di dimostrarvi che nessuno ha avuto la possibilità di compiere il delitto, eccetto l'accusata... » Elinor ebbe la sensazione di essere avvolta in una densa nebbia. Attraverso la caligine le giungeva qualche parola staccata. « ... tartine... « ... pasta d'acciughe... « ... casa vuota... »
Le parole penetravano da parte a parte del denso strato che avvolgeva i pensieri di Elinor, spilli pungenti attraverso un fitto velo soffocante...
Il Tribunale. Volti. File e file di volti! E un viso particolare, con grossi baffi neri e occhi penetranti... Hercule Poirot, col capo un po' piegato su una spalla, gli occhi vigili, la stava osservando.
Lei pensò: "Sta cercando di capire esattamente perché l'ho fatto... Sta cercando di penetrare dentro di me per vedere ciò che posso aver pensato e sentito...".
Sentito?... Una piccola infamia... Un lieve disgusto... Il volto di Roddy - il suo caro, caro volto, col naso un po' lungo, la bocca sensibile... Roddy! Sempre Roddy; sempre, da quando poteva ricordare... Fin da quei lontani giorni a Hunterbury, quando entrambi giocavano in mezzo ai lamponi... e poi su per la collina e giù per il ruscello... Roddy, Roddy...
Altri visi! L'infermiera O'Brien, con la bocca semiaperta, il volto vivo e lentigginoso sporto in avanti. L'infermiera Hopkins col suo aspetto lindo e ordinato...
lindo e implacabile. Il volto di Peter Turner... di nuovo Peter Turner... così buono e intelligente... così confortante! Ma ricordarlo adesso... Come? Perduto? Sì, perduto! Angosciato... terribilmente angosciato da tutto questo... Mentre lei, la protagonista, non era angosciata affatto!
Eccola, assolutamente calma e fredda, sul banco degli accusati, imputata di assassinio. In Corte d'Assise. Qualche cosa si agitò, la cortina di nebbia che le avvolgeva il cervello si sollevò... divenne un semplice velo. In Corte d'Assise!... Il pubblico...
Pubblico che si chinava in avanti: bocche semiaperte, occhi spalancati che fissavano lei, Elinor, con un orrendo godimento di jene, mentre ascoltavano, con una specie di crudele diletto, ciò che quell'uomo alto, col naso adunco, stava dicendo di lei.

CORPI AL SOLE (Evil Under The Sun, 1941)

 

Quando il capitano Roger Angmering si costruì una casa nell'anno 1782 sull'isola al largo di Leathercombe Bay, tutti lo giudicarono un eccentrico. Un uomo di buona famiglia come lui avrebbe dovuto avere una dimora decorosa circondata da prati spaziosi e magari con una tenuta attraversata da un fiumicello.

Ma il capitano Roger Angmering aveva un solo amore, il mare. Si costruì dunque quella sua casa, solida come si conveniva, su un piccolo promontorio spazzato dai venti e isolato dalla terraferma a ogni marea alta.

Il capitano non prese mai moglie e alla sua morte la casa e l'isola passarono a un lontano cugino. Costui e i suoi discendenti diedero ben poca importanza all'eredità. I loro beni andarono riducendosi di generazione in ge-nerazione, finché, nel 1922, essendosi diffusa la passione dei bagni di mare, tanto che la costa del Devon e della Cornovaglia non era più considerata troppo calda per l'estate, Arthur Angmering scoprì che, se era difficile vendere la casa in stile georgiano, era invece possibile realizzare una somma ragguardevole col terreno acquistato dal capitano Roger.

La villa fu ampliata e abbellita. Una gettata di cemento fu costruita tra la terraferma e l'isola; vennero allestiti due campi di tennis, si fabbricarono

terrazze e trampolini, e nacque trionfalmente il Jolly Roger Hotel nell'Isola del Contrabbandiere. Dal giugno al settembre (con in più una breve stagione pasquale) il Jolly Roger Hotel era al completo. Fu ancora ingrandito nel 1934 con l'aggiunta di un bar, di una più vasta sala da pranzo e di alcuni bagni supplementari. I prezzi salirono. La gente diceva:

«Sei mai stato a Leathercombe Bay? C'è un ottimo albergo su un'isoletta. Molto comodo, ottima cucina... ci dovresti andare.»

E la gente ci andava.

Un personaggio molto importante (almeno secondo il proprio concetto) era sceso al Jolly Roger. Era Hercule Poirot il quale, tutto vestito in bianco, con un cappello di panama sugli occhi e coi baffi egregiamente arricciati, se ne stava su una sedia a sdraio e osservava la spiaggia. Una serie di terrazze digradava dall'albergo sino alla costa. Dei numerosi bagnanti alcuni erano in acqua, altri prendevano il sole, altri ancora erano intenti a ungersi accuratamente con olio di noce o crema.

Sulla terrazza più alta i non bagnanti ammazzavano il tempo chiacchierando del più e del meno. Alla sinistra di Poirot un fiume ininterrotto di parole usciva con tono monotono dalle labbra della signora Gardener la quale, intanto, non cessava di sferruzzare. Accanto a lei il marito, Odell, era sprofondato in una poltroncina di vimini, col cappello sul naso, e di quando in quando rispondeva alle domande della moglie.

Alla destra di Poirot, la signorina Brewster, una donna atletica dai capelli brizzolati e dal simpatico viso abbronzato, faceva bruschi commenti. Sembrava di sentire il latrato stentoreo di un cane da pastore che interrompesse l'abbaiare pettegolo di un cagnolino di Pomerania.

La signora Gardener stava dicendo:

«Così, ho detto a mio marito: i viaggi turistici sono piacevoli e istruttivi, ma, in fin dei conti, abbiamo già visitato tutta l'Inghilterra e possiamo andarcene in qualche posticino tranquillo in riva al mare per distenderci i nervi. Proprio così, ho detto, non è vero, Odell?»

«Sì, cara» mormorò il signor Gardener da dietro il cappello.

La signora Gardener proseguì:

«Quando ne ho parlato col signor Kelso dell'Agenzia Cook, mi ha subito consigliato di venire qui. Mi ha assicurato che l'isola era un luogo pittoresco, fuori del mondo, e che nello stesso tempo avrei trovato tutte le comodità moderne. Inoltre mi ha detto che avrei incontrato molte persone interessanti... e vedo che aveva ragione. C'è qui il nostro signor Poirot e c'è la signorina Darnley. Ho provato una grande emozione quando ho scoperto chi era, signor Poirot... non è vero, Odell?»

«Sì, cara.»

«Ah!» fece la signorina Brewster lanciando una occhiata all'investigatore.

 

IL RITRATTO DI ELSA GREER (Five Little Pigs, 1943) 

1
Mary Lemarchant
Hercule Poirot valutò con uno sguardo di approvazione la ragazza che stava entrando nella stanza.
La lettera che lei gli aveva scritto non conteneva nulla di speciale, chiedeva semplicemente un appuntamento, senza far cenno al motivo che si celava dietro quella richiesta. Solo la fermezza della scrittura faceva supporre che Mary Lemarchant fosse giovane.
E ora, eccola in carne e ossa: una ragazza alta e slanciata, poco più che ventenne. Indossava un abito elegante e ben fatto, e una lussuosa pelliccia. Teneva la testa eretta e aveva le sopracciglia dritte, il naso sensibile e il mento volitivo. Il suo aspetto era molto vivace, e, in lei, colpiva più la vitalità che la bellezza.
Andandole incontro per salutarla, Poirot si rese conto che quegli occhi grigi lo studiavano con molta attenzione.
Lei sedette, accettò la sigaretta che le veniva offerta e, dopo averla accesa, continuò a osservarlo per qualche minuto con uno sguardo attento e pensieroso.
«Bisogna concludere, no?» disse cortesemente Poirot.
«Come?»
«Dite la verità, cercate di capire se io sono un ciarlatano o l'uomo di cui avete bisogno.»
«Ebbene, sì» rispose lei, sorridendo. «Qualcosa di simile. Vedete, signor Poirot: voi... non siete come io mi ero immaginata.»
«E sono anche vecchio, no? Più di quello che credevate.»
«Sì, anche questo.» Esitò. «Voglio essere franca. Sono decisa ad avere il migliore.»
«Per questo potete esserne certa» rispose Poirot. «Io sono il migliore!»
«Non siete modesto» obiettò Mary. «Tuttavia, vi credo sulla parola.»
«Sapete, non è necessario usare solo i muscoli» spiegò tranquillamente Poirot. «Io non ho bisogno di chinarmi per prendere impronte, per raccogliere mozziconi di sigaretta e per esaminare l'erba calpestata. A me basta sdraiarmi in una poltrona e pensare. È questa, signorina» e si diede un colpetto sulla testa a forma di uovo «è questa che funziona!»
«Lo so» rispose la ragazza. «Per questo mi sono rivolta a voi. Desidero, vedete, che facciate una cosa fantastica.»
«Come inizio è promettente!»
«Il mio nome» cominciò dopo un sospiro la ragazza «non è Mary, è Carolina, lo stesso che aveva mia madre. E sebbene, per quanto posso ricordare, io mi sia sempre chiamata Lemarchant, neanche questo è il mio vero cognome. Mi chiamo Crale, capite?»
«Crale... mi pare di ricordare...» disse Poirot aggrottando la fronte.
«Mio padre era un pittore abbastanza noto. Alcuni dicono che fosse un grande pittore: io ne sono certa...»
«Amyas Crale?» chiese Poirot.
«Sì...» e, dopo una breve pausa, continuò: «E mia madre fu processata sotto l'accusa di averlo assassinato».
«Ah!... Ora ricordo, ma molto vagamente. A quel tempo, ero all'estero. È successo parecchi anni fa.»
«Sedici anni» precisò la ragazza. Nel suo volto, ora pallido, gli occhi spiccavano come due braci ardenti. «Capite? Fu processata e condannata. Non venne impiccata perché le accordarono le circostanze attenuanti, e co-sì la condanna capitale fu commutata nell'ergastolo. Ma, un anno dopo il processo morì. Vedete, tutto ormai è passato, compiuto, finito...»
«E così?»
«Ora bisogna che io vi spieghi esattamente perché sono venuta qui. Avevo cinque anni, quando accadde il fatto; ero troppo piccola per saperne qualcosa. Ricordo mio padre e mia madre, ricordo che d'improvviso lasciai la mia casa e fui portata in campagna... e tutti erano molto gentili con me. Ricordo anche perfettamente in quale modo strano, quasi furtivo, tutti mi guardavano. Sapevo che qualcosa non andava, ma non sapevo che cosa.

UN DELITTO AVRA'  LUOGO - A Murder is Announced 1950

 

 

Tutte le mattine, esclusa la domenica, tra le sette e mezzo e le otto e mezzo, Johnnie Butt faceva il giro del villaggio di Chipping Cleghorn in bicicletta, fischiettando allegramente e fermandosi davanti a ogni casa o villino per infilare nella cassetta delle lettere i giornali del mattino che erano stati ordinati dai relativi occupanti al signor Totman, il cartolaio di High Street. Al colonnello e alla signora Easterbrook lasciava il Times e il Daily Graphic, alla signora Swettenham lasciava il Times e il Daily Worker, alla signorina Hinchliffe e alla signorina Murgatroyd il Daily Telegraph e il New Chronicle, alla signorina Blacklock il Telegraph, il Times e il Daily Mail.

E ogni venerdì in tutte queste case, e praticamente in tutte le case di Chipping Cleghorn, lasciava una copia della North Benham News and Chipping Cleghorn Gazette, nota in paese semplicemente come Gazette.

Quindi, ogni venerdì mattina, dopo un frettoloso sguardo ai titoli del quotidiano (Crisi nella situazione internazionale, La conferenza all'ONU, Caccia all'assassino di una segretaria bionda!, Tre miniere di carbone

ferme, Ventitré casi di avvelenamento da cibi guasti al Seaside Hotel ecc.) la maggior parte degli abitanti di Chipping Cleghorn apriva la Gazette e si immergeva nella lettura delle notizie locali. E nove lettori su dieci, dopo una rapida scorsa alla «Corrispondenza» (in cui avevano parte preponderante gli odii e gli appassionati antagonismi della vita rurale) si dedicavano con ardore alla colonna dei «Messaggi Personali». Vi si potevano leggere offerte di compra-vendita, frenetici appelli per il personale domestico, innumerevoli inserzioni riguardanti cani, pollame e attrezzature da giardino, nonché altri avvisi di vario genere, estremamente interessanti per chi viveva nella piccola comunità di Chipping Cleghorn.

Nemmeno quel venerdì, 29 ottobre, fece eccezione alla regola...

La signora Swettenham scostò dalla fronte i graziosi riccioli grigi, aprì il Times, diede un'occhiata alla prima pagina e decise che, come al solito, anche se era successo qualcosa di sensazionale, il Times era riuscito a mimetizzare la notizia in maniera fredda e impeccabile. Poi guardò gli annunzi di nascite, matrimoni e decessi (soprattutto questi ultimi). Infine, con la sensazione di aver compiuto il proprio dovere, mise da parte il Times e prese avidamente in mano la Chipping Cleghorn Gazette.

Un momento dopo, quando suo figlio entrò nella stanza, era già immersa nella lettura dei «Messaggi Personali».

— Buongiorno, caro — disse la signora Swettenham. — Gli Smedley vendono la loro Daimler. È del 1935... piuttosto antiquata, ti pare?

Suo figlio bofonchiò qualcosa, si versò una tazza di caffè, si mise nel piatto un paio di aringhe, sedette a tavola e aprì il Daily Worker, appoggiandolo al porta-toast.

— Cuccioli di mastino... — lesse ad alta voce la signora Swettenham. — Proprio non capisco come si faccia a tenere in casa cani così grossi...

Selina Lawrence sta ancora cercando una cuoca. Potrei dirglielo io che cercare una cuoca al giorno d'oggi è solo una perdita di tempo. E non ha neanche messo il suo indirizzo, ma solo il numero della casella postale...

un errore gravissimo... la potevo avvertire... la servitù, oggigiorno, vuole assolutamente sapere dove va a stare. Ai domestici piace un buon indirizzo... Dentiere... chissà perché usano tanto le dentiere... A ottimi prezzi... Bellissimi Bulbi. Nostra selezione speciale... Sembrano a buon mercato... Qui c'è una ragazza che vorrebbe un posto interessante... Disposta viaggiare... Guarda un po'! E a chi non piacerebbe? Bassotti. Non mi sono mai piaciuti i bassotti. E non per il fatto che sono tedeschi perché, ormai, sono cose superate! Non mi piacciono e basta! Sì, signora Finch?

La porta si era aperta, ed aveva messo dentro la testa una donna con la faccia arcigna, e un antiquato berretto di velluto.

— Buongiorno, signora — disse la signora Finch. — Posso sparecchiare?

— Non ancora, non abbiamo finito — rispose la signora Swettenham. — Ma ne abbiamo solo per poco — aggiunse con tono propiziatorio.

La signora Finch si ritirò, sbuffando, dopo aver lanciato un'occhiata gelida a Edmund e al suo giornale.

— Vorrei che non leggessi quell'orribile giornale, Edmund. Alla signora Finch non piace affatto — disse la signora Swettenham.

— Non vedo cosa c'entri la signora Finch con le mie idee politiche — rispose irritato Edmund.

— Tu non appartieni alla categoria dei lavoratori... — insistette la signora Swettenham. — Non fai nessun lavoro tu!

— Non è assolutamente vero. Sto scrivendo un libro — disse Edmund, indignato.

— Ma non è un vero lavoro — disse la signora Swettenham. — E poi la Signora Finch è troppo preziosa per noi. Se ci prende in antipatia e la perdiamo, dove andiamo a trovarla un'altra come lei?

— Metteremo un annuncio sulla Gazette.

— Oh, non servono a niente! Povera me, oggigiorno se non c'è una vecchia Tata in famiglia, che sta in cucinae fa di tutto, si è semplicemente alla rovina!

— Be', e perché noi non abbiamo una vecchia Tata? Molto negligente da parte tua non avermene procurata una, sai? Ma a cosa pensavi?

— Tu hai avuto una ayah, caro.

— Imprevidente — mormorò Edmund.

La signora Swettenham si immerse di nuovo nella lettura del giornale.

— Tagliaerba di seconda mano... Mamma mia, che prezzo! Ancora bassotti... «scrivi o comunica in qualche modo con la tua disperata Puccettina». Che nomignoli ridicoli ha certa gente!... 

POLVERE NEGLI OCCHI (A Pocket Full Of Rye, 1953) 

I
Per fare il tè era il turno della signorina Somers. Non più giovane, con una faccia dolce e spaurita da capretta, la signorina Somers era la più nuova e la meno efficiente delle dattilografe. Aveva versato nella teiera l'acqua che ancora non bolliva, ma la poveretta non era mai sicura di quando bollisse l'acqua. Era, questo, uno dei tanti interrogativi che affliggevano la sua esistenza.
Versò il tè e distribuì le tazze con un paio di biscotti in ogni piattino.
La signorina Griffith, l'energica decana dell'ufficio, una specie di caporale dai capelli grigi, che lavorava alla Consolidated Investments Trust da sedici anni, osservò duramente: «Ci risiamo: l'acqua non bolliva, Somers».
La dattilografa, dolce e spaurita, arrossì.
«Oh, povera me, questa volta credevo proprio che bollisse!»
"Rimarrà ancora per un mese" pensò la signorina Griffith "solo finché c'è questo eccesso di lavoro. Ma, santo cielo, come ha rovinato quella lettera per l'Eastern Developments, questa cretina! Ed era un lavoro lineare. Sempre così stupida quando deve fare il tè. Se non fosse tanto difficile trovar dattilografe intelligenti! Anche la scatola di biscotti era chiusa male, l'ultima volta. Davvero..."
Come molti dei soliloqui della signorina Griffith, anche questo rimase in sospeso.
In quel momento, entrò la signorina Grosvenor per il rituale tè del signor Fortescue. Questi aveva un tè speciale, con una tazza speciale e biscotti speciali. Solo il pentolino e l'acqua presa dal rubinetto del guardaroba erano gli stessi. Trattandosi del tè del signor Fortescue, questa volta l'acqua bollì: era la signorina Grosvenor a occuparsene.
La signorina Grosvenor era uno schianto di bionda, vestita d'un abito nero dal taglio raffinato e con le gambe inguainate in costose calze di nylon. Attraversò la stanza delle dattilografe senza degnarle di uno sguardo. Lei era la segretaria privata del signor Fortescue. Voci maligne mormoravano che fosse anche qualcosa di più, ma non era vero. Il principale era da poco passato a seconde nozze e la moglie, bellissima e dispendiosa, assorbiva tutta la sua attenzione. La signorina Grosvenor era solo un ornamento dell'ufficio, in verità lussuosissimo.
La signorina Grosvenor filò via tenendo il vassoio come per un'offerta rituale. Attraversò la sala d'aspetto per i clienti di riguardo, l'anticamera riservata a lei e, dopo aver bussato appena, entrò nell'ufficio del signor Fortescue.
Il "sancta sanctorum" del principale era una vasta stanza dal lucido pavimento cosparso di lussuosi tappeti orientali: pareti rivestite di legno chiaro, enormi poltrone di pelle di bufalo, pure chiara. Alla monumentale scrivania di acero, centro e fulcro della stanza, sedeva il signor Fortescue.
La sua figura era meno imponente di quanto la cornice avrebbe richiesto ma egli si sforzava di fare del suo meglio. Grosso, flaccido, calvo, indossava con affettazione abiti di taglio sportivo anche in città.
Stava esaminando accigliato alcune carte, quando la signorina Grosvenor scivolò fino a lui con movenze di cigno. Gli depose il vassoio sulla scrivania, a portata di mano, mormorò con voce impersonale: «Il vostro tè, signor Fortescue» e scivolò via.
Il contributo del signor Fortescue al rito del tè fu un lieve brontolio.
Tornata al proprio posto, la segretaria fece un paio di telefonate, corresse alcune lettere già dattiloscritte che dovevano passare alla firma e rispose a una chiamata telefonica.
«Temo che sia impossibile, adesso» disse con tono altezzoso. «Il signor Fortescue è in riunione.»
Deposto il ricevitore, guardò l'orologio: erano le undici e dieci. In quel preciso momento sentì uno strano rumore venire dall'ufficio del principale. Benché soffocato dalla porta imbottita, si capiva che era il grido di un agonizzante. L'interfono sulla scrivania mandava lunghi, frenetici richiami.
La signorina rimase immobilizzata un momento: di fronte all'imprevisto il suo sofisticato equilibrio vacillava. Tuttavia si ridestò e, di nuovo eretta, andò a bussare ed entrò.
Lo spettacolo che le si parò davanti determinò il crollo. Dietro la scrivania, il signor Fortescue si contorceva spasmodicamente.
«Per l'amor del cielo, signor Fortescue, non vi sentite bene?», riuscì a dire, e capì subito di aver fatto una domanda idiota. Era chiaro che il signor Fortescue, in preda a convulsioni spaventose, stava molto male. Si avvicinò. L'uomo balbettava boccheggiante.
«Il tè... che cosa c'era nel tè... aiuto! Un medico! Aiuto!»
La segretaria fuggì dalla stanza: della superba bionda non rimaneva che una povera donna spaventata e incapace d'ogni iniziativa. Entrò di corsa nell'ufficio delle dattilografe.
«Il signor Fortescue sta male, muore!... Chiamate un medico! Presto, sta morendo!»
La signorina Bell, la più giovane delle impiegate, disse: «Se è epilessia bisogna mettergli un turacciolo in bocca. Chi ha un turacciolo?».
Nessuno aveva un turacciolo.
«Alla sua età sarà un colpo apoplettico» disse la Somers, e la Griffith: «Dobbiamo chiamare un medico, immediatamente».
Ma questa volta la sua efficienza fu compromessa dal fatto che in sedici anni che lavorava lì non aveva mai avuto bisogno di far nulla di simile. Conosceva il suo medico personale, ma abitava a Streatham Hill. Dove si poteva trovarne uno più vicino?
Nessuno lo sapeva. La signorina Bell afferrò un annuario telefonico e cercò "Dottori" sotto la "D", ma non erano elencati per categoria.

LA SAGRA DEL DELITTO (Dead Man's Folly, 1956)

 

1

La signorina Lemon, solerte segretaria di Poirot, rispose al telefono. Mise da parte il blocco per la stenografia, alzò il ricevitore e disse senza enfasi: «Trafalgar 8137».

Hercule Poirot si appoggiò alla spalliera verticale della sedia e chiuse gli occhi. Con dita leggere prese a tamburellare meditabondo sull'orlo del tavolo.

Posando una mano sul microfono, la signorina Lemon gli chiese, piano:

«Siete disposto a ricevere una chiamata personale da Nassecombe, Devon?»

Poirot aggrottò le ciglia. «Il nome della persona?»

La signorina Lemon tornò a parlare nel microfono, poi, rivolgendosi di nuovo a Hercule Poirot: «La signora Ariadne Oliver».

Poirot inarcò le sopracciglia. Alla sua memoria riaffiorò un ricordo: capelli grigi alla colpo-di-vento... un profilo aquilino...

Si alzò e sostituì la signorina Lemon all'apparecchio.

«Parla Hercule Poirot» annunciò con importanza.

«Il signor Poirot in persona?» domandò la voce sospettosa della telefonista.

Poirot rispose affermativamente.

Al sottile tono stridulo subentrò un magnifico contralto vibrante che indusse Poirot a scostare rapidamente di vari centimetri il ricevitore dall'orecchio.

«Monsieur Poirot, siete proprio voi?» esordì la signora Oliver.

«Io in persona, madame.»

«Qui parla la signora Oliver. Non so se vi ricordate di me...»

«Ma naturalmente, madame. Chi potrebbe dimenticarvi?»

«Be', qualche volta succede» disse la Oliver. «Molto spesso, anzi. Credo di non avere una personalità molto spiccata. O forse dipende dal fatto che cambio sempre pettinatura. Tutto questo, però, non c'entra. Spero di non interrompervi in pieno lavoro.»

«No, no, non mi scombussolate affatto.»

«Ci mancherebbe altro... tanto più che ho bisogno di voi.»

«Bisogno di me?»

«Sì, e subito. Potete prendere un aereo?»

«Io non prendo mai l'aereo. Mi fa male.»

«Come me. In ogni caso non credo che sarebbe più svelto del treno, dato che l'unico aeroporto qui vicino è quello di Exeter che è a casa del diavolo. Venite dunque col treno. Alle dodici in punto da Paddington per Nassecombe. Avete tutto il tempo. Tre quarti d'ora, se il mio orologio è esatto... cosa piuttosto rara.»

«Ma voi dove siete, madame? E di che si tratta?»

«Nasse House, Nassecombe. Un'auto privata o un tassì vi verrà incontro alla stazione di Nassecombe.»

«Ma per quale ragione avete bisogno di me? Di che si tratta?» ripeté Poirot.

«I telefoni si trovano sempre nei posti meno adatti» rispose la signora Oliver. «Questo qui è nell'atrio... Gente che va e viene discorrendo... Non si riesce a capir niente. Comunque vi aspetto. Tutti saranno talmente elet-trizzati... Addio!»

Con aria sconcertata e sbalordita, Poirot depose il ricevitore e brontolò qualcosa sottovoce. La signorina Lemon, senz'ombra di curiosità, si teneva pronta con la matita in bilico.

«Era la signora Oliver» disse Poirot. «Ariadne Oliver, la scrittrice di romanzi polizieschi. Avrete probabilmente letto...» Ma s'interruppe, ricordando che la signorina Lemon leggeva soltanto libri istruttivi. «Mi chiede di partire per il Devonshire oggi, subito, fra trentacinque minuti.»

«Non c'è molto tempo da perdere» osservò la segretaria. «E il motivo?»

«E chi lo sa? Non me l'ha detto.»

«Che originale! E perché mai?»

«Perché» rispose Poirot pensieroso «temeva qualche orecchio indiscreto. Eh, sì, me l'ha fatto intendere chiaramente.»

«Questa, poi!» esclamò la signorina Lemon. «Le pretese di certa gente... Debbo fare un fonogramma: "Dolente impossibile lasciare Londra"?»

«No, no, grazie. Al contrario, abbiate la gentilezza di chiamare un tassì.» E alzando la voce: «Georges! Le cose indispensabili nella valigia piccola. E presto, prestissimo, devo correre alla stazione».

Il treno, dopo aver percorso a piena velocità quasi trecento chilometri dei trecentoquaranta e più che doveva compiere, sbuffò con grazia per gli ultimi cinquanta ed entrò rallentando nella stazione di Nassecombe. Ne scese una sola persona: Poirot.

Fuori, una grande Humber chiusa gli si accostò. Ne scese un autista in uniforme, che gli tolse di mano la valigia e aprì lo sportello dell'automobile. Lasciata la stazione, passarono sul ponte della ferrovia, indi svoltarono prendendo una strada di campagna che si snodava fra due alte siepi. In breve, la discesa sulla destra scoprì un bellissimo panorama con un fiume e, in lontananza, le colline di un azzurro brumoso. L'autista portò la macchina sul ciglio della strada e si fermò.

«È il fiume Helm, signore. E laggiù è Dartmoor» disse.

Era chiaro che bisognava esprimere ammirazione. Poirot modulò a dove-re il tono di voce, esclamando ripetutamente: «Magnifique!». Due ragazze oltrepassarono l'automobile, camminando in salita, lente e affaticate. Portavano sul dorso pesanti sacchi da montagna ed erano in calzoncini corti; in testa avevano annodate sciarpe dai colori vivaci.

«Accanto a noi c'è un Ostello della Gioventù, signore» spiegò l'autista: «Hoodown Park. Apparteneva al signor Fletcher. L'Associazione degli Ostelli l'ha comperato, e d'estate è sempre pieno. Ne ospitano più di un centinaio per notte, sicuro. Non concedono loro di restare più d'un paio di notti... poi devono proseguire. Maschi e femmine, in maggioranza stranieri».

Poirot annuì distrattamente. Rifletteva, e non per la prima volta, che, visti da dietro, i calzoncini corti stavano bene solo a pochissime rappresentanti del gentil sesso. Chiuse gli occhi addolorato. Perché mai le giovani dovevano abbigliarsi a quel modo? Quelle cosce scarlatte erano tutt'altro che attraenti!

«Sembrano molto cariche» osservò a mezza voce.

«Davvero, signore, e fino a Hoodown Park è una bella tirata, sia dalla stazione, sia dalla fermata dell'autobus. Qualcosa come tre chilometri.» Ebbe un attimo di esitazione. «Se non avete nulla in contrario, signore, potremmo offrir loro un passaggio.»

«Ma certo, senz'altro» rispose affabilmente Poirot. L'autista disinnestò la marcia e portò lentamente la macchina di fianco alle due ragazze. I loro volti accesi e madidi si alzarono pieni di speranza.

Poirot aprì lo sportello e le giovani salirono.

«È moltissimo gentile, prego» disse una di loro, una bionda con l'accento straniero. «Strada più lunga di quanto pensare, yes.»

L'altra ragazza, col viso abbronzato e congestionato, e coi riccioli castano dorato sfuggenti di sotto la sciarpa, si limitò ad annuire più volte e a sorridere mormorando in italiano: Grazie. La biondina continuò a discorrere con vivacità.

«Io in England venuta per vacanza due settimane, da Olanda. Andata Stratford Avon, Teatro Shakespeare e Castello Warwick. Poi andata Clovelly, visto adesso Cattedrale Exeter e Torquay... Io qui vedere bel posto famoso e domani traversare fiume, andare Plymouth dove partiti scoperta Nuovo Mondo.»

«E voi, signorina?» Poirot si rivolse all'altra ragazza. Ma questa non fece che sorridere e scuotere i riccioli.

«Lei non molto English parlare» intervenne gentilmente l'olandesina. «Noi parlare tutt'e due poco francese... così discorrere in treno. 

ASSASSINIO ALLO SPECCHIO - The Mirror Crack'd From Side To Side, 1962

I

La signorina Jane Marple sedeva vicino alla finestra che dava sul giardino, una volta fonte d'orgoglio per lei. Ma adesso non lo era più. Ora, guardando fuori della finestra, la signorina Marple prendeva un'espressione triste. Già da parecchio tempo, il dottore le aveva proibito di occuparsi attivamente di giardinaggio. Le aveva raccomandato di non curvarsi, di non zappare, di non piantare; tutt'al più poteva divertirsi a potare qualche pianta, ma senza fare sforzi. Il vecchio Laycock, che andava da lei due volte alla settimana, faceva senza dubbio del suo meglio. Ma il suo punto di vista circa "il meglio" differiva molto da quello della signorina Marple. Lei sapeva esattamente quello che voleva e quando lo voleva, e istruiva l'uomo a dovere. Lui accoglieva con entusiasmo le istruzioni, le approvava pienamente e poi faceva a modo suo.

Pensando a queste cose, la signorina Marple distolse lo sguardo dal giardino e prese in mano il suo lavoro a maglia.

Bisognava ammettere un fatto: St. Mary Mead non era più come un tempo. Naturalmente, sotto un certo aspetto, nulla era più come in passato. Si poteva attribuirne la colpa alla guerra, anzi, alle due guerre, o alla nuova generazione, o alle donne che andavano a lavorare, o alla bomba atomica, o semplicemente al governo, ma la verità innegabile era che la gente invecchiava. La signorina Marple, che era una vecchietta dotata di molto buon senso, lo sapeva benissimo. Solo che lì, a St. Mary Mead, lei lo sentiva di più, poiché vi abitava da tanto tempo.

Il vecchio centro del villaggio c'era ancora, quasi immutato. C'erano ancora la locanda, la chiesa, il vicariato e il piccolo gruppo di villette georgiane, una delle quali era quella della signorina Marple. Ma la via dei negozi aveva cambiato aspetto, in una corsa vertiginosa verso la modernità e il progresso. Per completare l'opera, poi, in fondo alla strada, al posto della vecchia bottega di cestini, di proprietà del signor Tom, era sorto un grandioso supermercato, tutto scintillante... un vero oltraggio per le vecchie signore di St. Mary Mead.

La signorina Marple, seccata, lanciò un'aspra esclamazione. Aveva di nuovo lasciato cadere una maglia. Non solo, ma doveva averla lasciata cadere da tempo. Fino a quel momento, quando si era messa a contare le maglie per cominciare a diminuire i punti per lo scollo, lei non se n'era accorta. Prese uno spillo, avvicinò il lavoro alla luce e concentrandovi lo sguardo, cominciò ad armeggiare per riprendere la maglia caduta. Neppure gli occhiali nuovi sembravano esserle di grande aiuto. E questo accadeva, pensò la signorina Marple, poiché per ciascuno di noi arriva il giorno in cui neppure i più eminenti oculisti, malgrado le loro elegantissime sale d'attesa, i loro strumenti più aggiornati e le loro alte parcelle, non possono più farci niente. Con un po' di nostalgia, la signorina Marple ripensò a quanto fosse stata buona la sua vista fino a pochi, be', forse non molto pochi, anni prima. Dal belvedere del suo giardino, abilmente situato in modo da permettere di osservare tutto ciò che avveniva a St. Mary Mead, ben poco era sfuggito al suo sguardo attento! E con l'aiuto del binocolo, con cui studiava gli uccelli (un certo interesse per gli uccelli era molto utile!), lei aveva potuto vedere... La signorina Marple lasciò che i suoi pensieri riandassero indietro nel tempo. Ann Protheroe, in abito estivo, che si dirigeva verso il giardino del vicariato. E il colonnello Protheroe..., pover'uomo, era un tipo molto noioso e sgradevole, ma finire assassinato in quel modo... La signorina Marple scosse la testa e i suoi pensieri andarono a Griselda, la graziosa moglie del vicario. Cara Griselda: un'amica fedele; ogni anno, a Natale, un biglietto d'auguri. Il suo bel bambino era un giovanotto ormai, e con un'ottima posizione. Dietro il vicariato, allora, c'era il sentiero che portava ai prati su cui pascolavano gli armenti, proprio dove adesso...

Il Nuovo Quartiere.

E perché no? si chiese severamente la signorina Marple. Certe cose dovevano accadere. Le case erano necessarie e quelle erano costruite molto bene, così, almeno, le avevano detto.

Anche Cherry Baker abitava nel Nuovo Quartiere. Cherry era una delle tante giovani spose che facevano acquisti al supermercato e spingevano carrozzine per le vie tranquille di St. Mary Mead. Queste giovani spose erano tutte eleganti e ben curate. Ridevano, chiacchieravano, si chiamavano a gran voce. Erano come un gaio stormo di uccelli. Prese dagli artigli insidiosi degli acquisti a rate, avevano sempre bisogno di danaro benché i mariti avessero tutti dei buoni stipendi; perciò andavano nelle case a fare servizi a ore. Cherry era una brava cuoca, una donna intelligente, prendeva correttamente le telefonate e notava subito gli sbagli nei conti dei fornitori. Non era molto portata a voltare i materassi e quando lei lavava i piatti, la signorina Marple passava davanti alla cucina con la testa voltata dall'altra parte, per non vedere il metodo di Cherry, che consisteva nel mettere le stoviglie sporche, tutte insieme, nel lavandino per poi gettarvi sopra una nuvola di detersivo.

Com'era stato diverso in passato... La fedele Florence, per esempio, quella specie di cameriera-granatiere; e poi c'erano state Amy, Clara, Alice, quelle graziose camerierine arrivate dall'orfanotrofio per essere addestrate e che poi erano ripartite per altri posti meglio retribuiti. Tutte ragazze piuttosto semplici e Amy, decisamente deficiente. 

MISS MARPLE AL BERTRAM HOTEL - At Bertram's Hotel (1965)

 

1

Nel cuore di West End vi sono molte stradine tranquille e silenziose che quasi nessuno conosce, tranne i tassisti che le attraversano con grande abilità per sbucare trionfalmente nel bel mezzo di Park Lane, Berkeley Square o South Audley Street.

Se, arrivando dal parco, svoltate giù per una stradina senza pretese e girate prima a sinistra e poi a destra una o due volte, vi ritroverete in una via silenziosa con il Bertram Hotel alla vostra destra.

Il Bertram Hotel esiste da molti anni. Durante la guerra le case alla sua destra e parte di quelle, un po' più in giù, alla sua sinistra, andarono distrutte, ma l'albergo rimase in piedi.

Naturalmente aveva subito, come direbbe un agente immobiliare, qualche lesione e presentava qualche crepa o screpolatura, ma con la spesa di una ragionevole somma era stato restituito alla condizione originaria. Nel 1955 il suo aspetto era esattamente identico a quello che aveva nel 1939: dignitoso, privo di ostentazione e quietamente costoso.

Questo era dunque il Bertram, l'albergo preferito dai più alti esponenti del clero, dalle vecchie dame dell'aristocrazia e dalle ragazze di passaggio a Londra di ritorno da costosi collegi europei. «Ci sono così pochi posti dove una ragazza può stare da sola a Londra, ma può stare benissimo al Bertram. Noi ci abbiamo abitato per anni.»

Naturalmente, erano stati costruiti molti altri alberghi sul modello del Bertram, alcuni esistono tuttora, ma per la maggior parte avevano subito delle trasformazioni, erano stati rimodernati e avevano cercato di attirare nuove cliente le. Anche il Bertram aveva dovuto aggiornarsi, ma i cambiamenti erano stati eseguiti con tanta intelligenza, che non ci si accorgeva neppure.

Fuori, sugli scalini che conducevano alle grandi porte girevoli, stazionava una specie di imponente feldmaresciallo. Medaglie e cordoni dorati adornavano l'ampio petto virile, il suo portamento era perfetto e lui vi accoglieva, mentre emergevate con reumatica difficoltà da un tassì o da una macchina, con tenera sollecitudine e vi guidava prudentemente su per i gradini e attraverso le silenziose porte girevoli.

Dentro, se era la prima volta che visitavate il Bertram, sentivate, quasi con spavento, di esser piombati in un mondo ormai scomparso. Il tempo, scorrendo a ritroso, vi aveva riportato nell'Inghilterra del principe Edoardo.

Esisteva naturalmente il riscaldamento centrale, ma non lo si vedeva. Come nel passato, nella grande sala centrale si trovavano due magnifici camini accesi. Lì accanto, due grossi recipienti di ottone splendevano proprio come usavano risplendere quando venivano lucidati dalle servette edoardiane, ed erano colmi di pezzi di legna tagliati proprio nella giusta misura. L'impressione generale era quella di un ambiente ricco ma raccolto, pur nella sua abbondanza di morbidi velluti rossi. Le poltrone, sollevate sufficientemente da terra, permettevano alle signore artritiche di alzarsi in piedi senza doversi divincolare in modo tutt'altro che dignitoso. I sedili di queste poltrone, al contrario di tante poltrone moderne e costosissime, non si fermavano a mezza strada tra la coscia e il ginocchio, infliggendo così indicibili torture a chi soffre di artrite o di sciatica e inoltre la loro forma era assai varia: ce n'erano di larghe e di strette, alcune con schienali diritti altre con schienali inclinati, in modo da poter accogliere sia i magri che gli obesi. Persone di qualsiasi dimensione erano certe di trovare una comoda poltrona al Bertram Hotel.

Poiché era ormai l'ora del tè, la sala accanto all'entrata era piena di ospiti. Non che fosse l'unico luogo dove si potesse prendere il tè.

C'erano un salottino, tutto in cinz, una sala per fumatori, con delle ampie poltrone di pelle, che una qualche influenza nascosta riservava solo agli uomini, due sale di scrittura, dove si poteva andare a scambiare pettegolezzi con un'amica in un angolino tranquillo o anche a scrivere una lettera, volendo.

Oltre a queste amenità dell'età edoardiana, c'erano altri posticini poco reclamizzati ma ben conosciuti da chi ne aveva bisogno. Per esempio c'erano due bar, con due baristi, uno americano che metteva a loro agio i clienti americani mescendo loro bourbon, rye e ogni tipo di cocktail, e uno inglese che discorreva con competenza dei fantini e dei cavalli di Ascot e di Newbury mentre forniva sherry e Pimm n.1 agli ospiti di mezza età scesi al Bertram per le corse più importanti. C'era anche, seminascosta in un corridoio, una saletta per la televisione, per quelli che desideravano vederla.

Ma il luogo preferito per il tè delle cinque era il grande salone accanto all'entrata. Le signore in età amavano star a guardare chi entrava e chi usciva, riconoscendo i vecchi amici e commentando sfavorevolmente su come fossero invecchiati. C'erano anche visitatori americani affascinati dalla visione dei titolati inglesi alle prese con il loro tradizionale tè delle cinque, perché questo tè costituiva veramente uno spettacolo al Bertram.

Presiedeva al rituale Henry, alto e imponente, una magnifica figura sulla cinquantina, con l'aria di un vecchio zio, premuroso e dotato dei modi cortesi di una specie ormai svanita: il perfetto maggiordomo.

Il lavoro effettivo veniva svolto da giovani snelli sotto l'austera supervisione di Henry. C'erano grandi vassoi d'argento sbalzato e teiere d'argento di stile georgiano. Le porcellane, anche se non erano effettivamente Rockingham e Davenport, sembrava che lo fossero e, quanto al tè, era delle migliori marche, Ceylon, Darjeeling, Lapsang, eccetera, e quanto a dolci e tartine potevate chiedere tutto quello che volevate... e ottenerlo!

In quel giorno particolare, il 17 novembre, lady Selina Hazy, sessantacinque anni, proveniente dalla contea di Leicestershire, stava mangiando delle deliziose tartine imburrate con tutta la golosità di un'anziana signora. Il suo trasporto non era però tale da farle dimenticare di osservare con attenzione le porte girevoli, ogni volta che si aprivano per ammettere un nuovo arrivato.

Fu così che sorrise e fece un cenno di benvenuto al colonnello Luscombe... eretto, militaresco, binocolo al collo del tipo usato alle corse. Da vecchia autocrate qual era, lady Selina gli fece un segno imperioso e dopo un minuto o due Luscombe venne al suo tavolo.

«Salve, Selina, cosa l'ha portata in città?»

«Il dentista» mormorò lady Hazy, masticando una tartina. «E poiché sono qui, ho pensato di andare da quel tizio in Harley Street per la mia artrite. Sa chi intendo dire.»

Sebbene in Harley Street esercitassero parecchie centinaia di specialisti alla moda per ogni genere di malattia, il colonnello conosceva benissimo la persona in questione.

«L'ha guarita?» chiese.

«Pare di sì. È un tipo straordinario. Mi ha afferrata per il collo quando non me lo aspettavo e me lo ha torto come se fossi una gallina» rispose Selina, girando la testa con precauzione.

«Le ha fatto male?»

«Deve avermene fatto, attorcigliandolo in quel modo, ma a dire il vero non me ne sono accorta. Non ho fatto in tempo.» Continuò a muovere il collo. «Sta benissimo. Erano anni che non riuscivo a guardarmi dietro la spalla destra.»

Lady Selina mise in pratica la riconquistata capacità ed esclamò: «Ma quella è Jane Marple. Credevo che fosse morta anni fa. Sembra che abbia cent'anni!».

Il colonnello Luscombe gettò una occhiata in direzione della resuscitata Jane, senza molto interesse.

Al Bertram c'era sempre un campionario di quelle che lui chiamava "vecchie gatte infiocchettate".

«È l'unico posto a Londra» proseguì l'anziana dama «dove si trovano ancora queste tartine. Quando andai in America, l'anno scorso, mi diedero qualcosa che nel menu chiamavano tartine, ma che non lo erano affatto. Una specie di dolcini da tè con l'uvetta. Ma perché chiamarle tartine, dico io?»

Lady Selina inghiottì l'ultimo boccone e si guardò attorno distrattamente. Henry si materializzò immediatamente, ma senza fretta o precipitazione. Sembrò che fosse apparso fuori dal nulla.

«Cos'altro posso servire, milady? Qualche tipo di dolce?»

«Dolce?» ripeté lady Selina, dubbiosa.

«Abbiamo dell'ottimo dolce di uvette passite, milady. Posso raccomandarglielo.» 

«Dolce di uvette passite. Sono anni che non ne mangio. 

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