Incipit nuovi libri (1990-1995)

In questa pagina vengono proposti gli incipit di libri editi recentemente, best sellers e romanzi scelti tra quelli maggiormente venduti. Per alcuni di essi verrà proposta anche una breve recensione sulla pagina Ho letto per voi....

DACIA MARAINI - La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990)

JOSTEIN GAARDER - IL MONDO DI SOFIA (1991)

JOHN GRISHAM - Il socio (1991)

Susan Sontag - L'amante del vulcano - 1992

Sveva Casati Modignani - Il cigno nero (1992)

JAMES REDFIELD - La profezia di Celestino (1993)

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare (1993)

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira (1994)

FREDERICK FORSYTH - Il pugno di Dio (1994)

Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore (1994)

John Grisham - L'uomo della pioggia (1995)

MAURICE DANTEC - Le radici del male (1995)

DANIEL PENNAC - Il signor Malaussène (1995)

DACIA MARAINI - La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990)

Un padre e una figlia eccoli lì: lui biondo, bello, sorridente, lei goffa, lentigginosa, spaventata. Lui elegante e trasandato, con le calze ciondolanti, la parrucca infilata di traverso, lei chiusa dentro un corsetto amaranto che mette in risalto la carnagione cerea.
La bambina segue nello specchio il padre che, chino, si aggiusta le calze bianche sui polpacci. La bocca è in movimento ma il suono delle parole non la raggiunge, si perde prima di arrivare alle sue orecchie quasi che la distanza visibile che li separa fosse solo un inciampo dell'occhio. Sembrano vicini ma sono lontani mille miglia.
La bambina spia le labbra del padre che ora si muovono più in fretta. Sa cosa le sta dicendo anche se non lo sente: che si sbrighi a salutare la signora madre, che scenda in cortile con lui, che monti di corsa in carrozza perché, come al solito sono in ritardo.
Intanto Raffaele Cuffa che quando è alla "casena" cammina come una volpe a passi leggeri e cauti, ha raggiunto il duca Signoretto e gli porge una larga cesta di vimine intrecciato su cui spicca una croce bianca.
Il duca apre il coperchio con un leggero movimento del polso che la figlia riconosce come uno dei suoi gesti più consueti: è il moto stizzoso con cui getta da una parte le cose che lo annoiano. Quella mano indolente e sensuale si caccia fra le stoffe ben stirate, rabbrividisce al contatto col gelido crocifisso d'argento, dà una strizzata al sacchetto pieno di monete e poi sguscia fuori rapida. Ad un cenno, Raffaele Cuffa si affretta a richiudere la cesta. Ora si tratta solo di fare correre i cavalli fino a Palermo.
Marianna intanto si è precipitata nella camera da letto dei genitori dove trova la madre riversa f ra le lenzuola, la camicia gonfia di pizzi che le scivola su una spalla, le dita della mano chiuse attorno alla tabacchiera di smalto.
La bambina si ferma un attimo sopraffatta dall'odore del trinciato al miele che si mescola agli altri effluvi che accompagnano il risveglio materno: olio di rose, sudore rappreso, orina secca, pasticche al profumo di giaggiolo.
La madre stringe a sé la figlia con un gesto di pigra tenerezza.
Marianna vede le labbra che si muovono ma non vuole fare lo sforzo di indovinarne le parole. Sa che le sta dicendo di non attraversare la strada da sola perché sorda com'è potrebbe trovarsi stritolata sotto una carrozza che non ha sentito arrivare. E poi i cani, che siano grandi o piccoli, che stia alla larga dai cani. Le loro code, lo sa bene, si allungano fino ad avvolgersi intorno alla vita delle persone come fanno le chimere e poi zac, ti infilzano con quella punta biforcuta che sei morta e neanche te ne accorgi...

JOSTEIN GAARDER - IL MONDO DI SOFIA (1991)

 

IL GIARDINO DELL'EDEN.
...insomma, qualcosa doveva essere stato creato una prima volta dal nulla...
Sofia Amundsen stava tornando da scuola. Aveva percorso il primo tratto di strada insieme a Jorunn e avevano parlato di robot. Secondo Jorunn, il cervello degli esseri umani era paragonabile a un computer assai sofisticato: Sofia però non era molto d'accordo. Un uomo doveva essere qualcosa di più di una semplice macchina.
Si erano separate davanti al grande centro commerciale. Sofia abitava ai margini di un'ampia zona residenziale formata da villette e la strada che doveva fare per andare a scuola era due volte quella di Jorunn. La sua casa pareva trovarsi ai confini del mondo, perché dietro il giardino non ce n'erano altre. In quel punto cominciava un fitto bosco.
Sofia stava girando in via Kleverveien. Nell'ultimo tratto la strada svoltava bruscamente e quella curva era nota come la «Curva del Capitano». Solo il sabato e la domenica era possibile incontrare qualcuno da quelle parti.
Era l'inizio di maggio. In alcuni giardini i narcisi formavano corone di fiori ai piedi degli alberi da frutto. Le betulle cominciavano a coprirsi di foglioline verdi. Non era strano che tutto cominciasse a sbocciare e a crescere proprio in quel periodo dell'anno, pensò. Perché chili e chili di materia verde spuntavano dalla terra inanimata solo quando l'aria diventava più calda e si scioglievano le ultime tracce di neve?
Sofia sbirciò nella cassetta delle lettere mentre apriva il cancelletto del giardino. Di solito c'erano una grande quantità di volantini pubblicitari e alcune grosse buste per sua madre. Sofia impilava sempre tutto per bene sul tavolo della cucina prima di salire in camera a fare i compiti.
Talvolta c'era qualche lettera della banca, indirizzata a suo padre. Ma il papà di Sofia era diverso dagli altri: essendo capitano di una grande petroliera, stava lontano per gran parte dell'anno.
Quando rimaneva a casa per alcune settimane, girava sempre in ciabatte e colmava di attenzioni Sofia e la mamma. Tuttavia, se era in viaggio, il ricordo di lui spesso si affievoliva.
Quel giorno c'era soltanto una lettera minuscola, ed era per Sofia.
«Sofia Amundsen, Kleverveien 3», c'era scritto sulla busta.
Tutto qui. Nessun mittente. Mancava anche il francobollo.
Subito dopo aver richiuso il cancelletto, aprì la lettera. Vi trovò solo un foglietto non più grande della busta. Sul pezzetto di carta c'era scritto: «Chi sei tu?»
Nient'altro. Né la firma né i saluti, soltanto quelle tre parole scritte a mano e seguite da un grosso punto interrogativo. Sì, la lettera era proprio indirizzata a lei. Ma chi l'aveva infilata nella cassetta?
Sofia si affrettò a entrare nella casa rossa. Come al solito il gatto Sherekan sbucò dai cespugli, saltò sul pianerottolo e riuscì a sgusciare dentro prima che chiudesse la porta.
«Micio, micio, micio!»
Quando la mamma di Sofia era arrabbiata per qualche motivo, diceva che la loro non era una casa, bensì un serraglio. A dire il vero, Sofia era molto soddisfatta della sua casa. Per prima cosa le avevano comprato una boccia con i pesciolini Oro, Cappuccetto Rosso e Fuliggîne. Poi era stata la volta di Briciola e Briciolo, due cocorite, di Govinda, la tartaruga, e infine di Sherekan, un gatto tigrato. Le avevano regalato tutti questi animali a mo' di risarcimento, perché sua madre tornava a casa tardi dal lavoro e suo padre era quasi sempre in giro per il mondo.
Sofia si sfilò lo zainetto e mise un po' di cibo per gatti in una ciotola che diede a Sherekan. Poi si sedette su uno sgabello della cucina con la lettera misteriosa in mano.
«Chi sei tu?»

JOHN GRISHAM - Il socio (1991)

Il socio anziano studiò il curriculum per la centesima volta e per la centesima volta non trovò niente da eccepire riguardo a Mitchell Y. McDeere, almeno sulla carta. Aveva intelligenza, ambizione, bell'aspetto. Ed era affamato: doveva esserlo per forza, con quei precedenti. Era sposato, come d'obbligo. Lo studio legale non aveva mai assunto un avvocato scapolo e disapprovava energicamente il divorzio, il correre dietro alle donne e l'abitudine all'alcol. Il contratto prevedeva un controllo antidroga. Era specializzato in diritto amministrativo, aveva superato l'esame di abilitazione al primo tentativo e aspirava a diventare avvocato fiscalista, il che era ovviamente un requisito importante per uno studio legale specializzato in questioni fiscali. Era bianco e lo studio non aveva mai assunto un negro: riusciva a mantenersi molto riservato ed esclusivo perché non sollecitava mai le richieste di impiego. Altri studi lo facevano e assumevano i negri. Questo, invece, acquisiva soci e restava tutto bianco. Inoltre, la sede era a Memphis, figurarsi, e i negri più qualificati volevano andare a lavorare a New York, Washington o Chicago. McDeere era maschio, e nello studio non c'erano donne. Quell'errore era stato commesso una sola volta a metà degli anni Cinquanta quando avevano preso come socio il primo in graduatoria dei laureati di Harvard, che era appunto una donna e una vera maga in fatto di problemi fiscali. Aveva resistito per quattro anni turbolenti ed era morta in un incidente d'auto.
Sulla carta McDeere sembrava promettente. Rappresentava per loro la migliore opportunità. Anzi, per quell'anno non c'erano altri possibili candidati. L'elenco era brevissimo: o McDeere o nessuno.
Il socio dirigente, Royce McKnight, studiava un dossier intestato "Mi-tchell Y. McDeere - Harvard". Era un fascicolo spesso un paio di centimetri, con rapporti a caratteri minutissimi e poche fotografie, ed era stato preparato da certi ex agenti della CIA che lavoravano in un'agenzia di informazioni privata con sede a Bethesda. Erano clienti dello studio e ogni anno effettuavano le indagini senza presentare il conto. Era un lavoro facilissimo, dicevano, controllare gli ignari studenti di legge. Avevano scoperto, per esempio, che McDeere avrebbe preferito lasciare il nordest, che aveva tre offerte di lavoro, due a New York e una a Chicago, e che la più alta era di 76.000 dollari, la più bassa 68.000. Era piuttosto richiesto. Durante il secondo anno di università gli era stata data la possibilità di barare all'esa-me sui titoli pubblici. Aveva rifiutato e aveva preso il voto più alto del suo corso. Due mesi prima gli avevano offerto la cocaina in una festa di studenti. Aveva detto di no e quando tutti avevano cominciato a sniffare se n'era andato. Ogni tanto beveva una birra, ma bere costava e lui non aveva soldi. Aveva un debito di circa 23.000 dollari con il fondo prestiti riservato agli studenti. Era affamato.
Royce McKnight sfogliò il dossier e sorrise. McDeere era l'uomo per loro.

Susan Sontag - L'amante del vulcano - 1992

PROLOGO

All'entrata d'un mercato delle pulci. Gratuito. Ingresso libero. Folla sciolta. Volpina, festosa. Perché entrare? Cosa t'aspetti di vedere? Vedo.

Controllo quel che c'è al mondo. Quel che resta. Quel che è scartato. Quel che non sta più a cuore. Quel che doveva essere sacrificato. Quel che qualcuno ha pensato potesse interessare a qualcun altro. Ma è ciarpame. Se è lì, qui, è già stato passato al setaccio. Ma potrebbe esserci qualcosa di valore, lì. Non di valore, non proprio. Ma qualcosa che io potrei volere.

Volere mettere in salvo. Qualcosa che parli a me. Ai miei desideri. Parli a, parli di. Ah...

Perché entrare? Hai tanto tempo libero? Guarderai. Vagherai. Perderai le tracce del tempo. Pensi d'avere tempo a sufficienza. Ci vuole sempre più tempo di quanto pensi. Poi sarai in ritardo. Te la prenderai con te stessa.

Vorrai restare. Sarai tentata. Sarai respinta. Gli oggetti sono insudiciati.

Alcuni sono rotti. Mal rabberciati o per niente. Mi racconteranno passioni, fantasie che non ho bisogno di conoscere. Bisogno. Ah, no. Non ho bisogno di niente di ciò. Qualcuno l'accarezzerò con lo sguardo. Qualcuno devo prenderlo, coccolarlo. Mentre sono sorvegliata, abilmente, dai loro venditori. Non sono una ladra. Probabilmente, non sono una compratrice.

Perché entrare? Solo per giocare. Un gioco di riconoscimenti. Sapere cosa c'era e quanto valeva, quanto dovrebbe valere, quanto varrà. Ma forse non per fare un'offerta, mercanteggiare, non per acquistare. Solo per guardare. Solo per lasciarmi andare. Mi sento leggera. Non ho niente in mente.

Perché entrare? Ci sono tanti luoghi come questo. Un campo, una piazza, una galleria, una caserma, un parcheggio, un molo. Potrebbe essere altrove, ma si dà il caso che sia qui. Sarà pieno di ovunque. Ma è qui che io entrerò. Con i miei jeans, la camicetta di seta e le scarpe da tennis: Manhattan, primavera del 1992.

Sveva Casati Modignani - Il cigno nero (1992)

L'AVVOCATO Ovide Décroly, esperto in diritto societàrio internazionale e titolare di uno dei più importanti studi legali di Ginevra con venti soci e trenta associati, guardò dritto negli occhi l'uomo che gli sedeva di fronte: «Dottor Montalto, è davvero consapevole di quello che sta per fare?» chiese lentamente.
Il legale ginevrino aveva un fisico asciutto e uno sguardo severo e penetrante. Il suo aspetto incuteva soggezione agli avversari e infondeva sicurezza ai suoi clienti.
Dècroly conosceva Emiliano Montalto dal 1960, quando l'editore, trentenne, aveva sposato in seconde nozze l'aristocratica inglese Mary June Scott-Davis. Da allora aveva sempre assistito Emiliano e la famiglia Montalto.
Della grande casa editrice conosceva ogni particolare.
Apprezzava l'intelligenza e la raffinata cultura di Emiliano e deprecava l'indolenza del suo carattere che consentiva al fratello e alle sorelle minori ogni sorta di prevaricazione.
Emiliano lasciava fare non per debolezza, ma per evitare incresciose liti famigliari che detestava.
Dècroly era fermamente persuaso che senza i suoi buoni consigli Emiliano, da tempo, sarebbe stato messo fuori causa dai fratelli. Lo aveva salvato più di una volta dalla voracità e dalla stupidità dei parenti. Il progetto che Emiliano gli aveva appena esposto avrebbe procurato all'editore un danno irreparabile.
L'avvocato ginevrino, di origine belga, aveva avuto un nonno psichiatra, di cui portava il nome, fondatore di un importante scuola per il recupero dei bambini disadattati.
Dal nonno famoso, citato in tutti i testi di psichiatria Ovide aveva ereditato spiccate attitudini di psicologo e una particolare sensibilità che, nell'esercizio della sua professione, gli erano state molto utili. Mentre fissava gli occhi di quel gagliardo e giovanile cinquantenne, si rendeva conto che il suo cliente-amico era sul punto di abbandonare la lotta.
«Dottor Montalto, è davvero sicuro di quello che sta per fare?»
ripeté l'avvocato.
Emiliano sorrise.
«É la seconda volta nella mia vita in cui mi sento veramente sicuro di qualcosa», rispose l'editore con grande tranquillità.
La prima volta, era accaduto il giorno in cui aveva conosciuto Arlette e aveva deciso che sarebbe stata la donna della sua vita fino alla fine dei suoi giorni.
I due uomini sedevano a una grande scrivania diplomatica Napoleone III in Satinwood, arricchita da bronzi cesellati in oro zecchino. Accanto, sul ripiano della libreria, campeggiava un severo busto in marmo del filosofo Seneca.
Villa Ester, residenza estiva dei Montalto alla confluenza del lago di Como con il lago di Lecco, era assediata dal caldo di luglio. L'afa premeva contro i vetri piombati dell'antico edificio e creava un sottile strato di nebbia lattescente e oppressiva sulla superficie immobile del lago.

JAMES REDFIELD - La profezia di Celestino (1993)

UNA MASSA CRITICA
Mi fermai davanti al ristorante e parcheggiai, appoggiandomi un attimo al sedile per pensare. Charlene mi aspettava già dentro, voleva parlarmi. Ma perché? Non la sentivo da sei anni: chissà per quale motivo si era fatta viva proprio una settimana dopo che mi ero ritirato a vita solitaria nei boschi. Uscii dal furgone e mi avviai verso il ristorante. Alle mie spalle l'orizzonte inghiottiva gli ultimi bagliori del tramonto e lame di luce color rame attraversavano il parcheggio bagnato. Soltanto un'ora prima un breve temporale aveva inzuppato ogni cosa, rinfrescando la serata estiva che la luce morente del crepuscolo rendeva quasi irreale. In cielo intanto era comparsa la luna.
Mentre camminavo la mia mente era affollata da vecchie immagini di Charlene. Era ancora bella e intensa? In che modo il tempo l'aveva cambiata? E cosa avrei dovuto pensare di quel manoscritto che mi aveva menzionato - un antico documento ritrovato in Sudamerica e di cui non vedeva l'ora di parlarmi?
« Devo aspettare due ore tra un volo e l'altro », mi aveva detto al telefono. «Possiamo vederci a cena? Il contenuto di questo manoscritto ti piacerà sicuramente - è proprio il genere di mistero che ti appassiona. »
Il mio genere di mistero? Che cosa aveva voluto dire?
II ristorante era affollato, e alcune coppie stavano aspettando che si liberassero dei tavoli. La direttrice di sala mi disse che Charlene si era già accomodata e mi indirizzò verso una terrazza che sovrastava la sala da pranzo principale.
Salii alcuni gradini e mi accorsi che intorno a uno dei tavoli si era radunata una piccola folla. C'erano anche due poliziotti che a un tratto si girarono e scesero di corsa i gradini, oltrepassandomi. Appena l'assembramento di gente si disperse riuscii a vedere la persona che sembrava essere stata al centro dell'attenzione - una donna ancora seduta al tavolo... Charlene!

ALESSANDRO BARICCO - Oceano mare (1993)

Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord.
La spiaggia. E il mare.
Potrebbe essere la perfezione - immagine per occhi divini - mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità - verità - ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.
Il cavalletto è ancorato con corde sottili a quattro sassi posati nella sabbia. Oscilla impercettibilmente al vento che sempre soffia da nord. L’uomo porta alti stivali e una grande giacca da pescatore. Sta in piedi, di fronte al mare, rigirando tra le dita un pennello sottile. Sul cavalletto, una tela.

ANTONIO TABUCCHI - Sostiene Pereira (1994)

1
Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d'estate. Una magnifica giornata d'estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell'imbarazzo di mettere su la pagina culturale, perché il "Lisboa" aveva ormai una pagina culturale, e l'avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bei giorno d'estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte. Perché? Questo a Pereira è impossibile dirlo. Sarà perché suo padre, quando lui era piccolo, aveva un'agenzia di pompe funebri che si chiamava Pereira La Dolorosa, sarà perché sua moglie era morta di tisi qualche anno prima, sarà perché lui era grasso, soffriva di cuore e aveva la pressione alta e il medico gli aveva detto che se andava avanti così non gli restava più tanto tempo, ma il fatto è che Pereira si mise a pensare alla morte, sostiene. E per caso, per puro caso, si mise a sfogliare una rivista. Era una rivista letteraria, che però aveva anche una sezione di filosofia. Una rivista d'avanguardia, forse, di questo Pereira non è sicuro, ma che aveva molti collaboratori cattolici. E Pereira era cattolico, o almeno in quel momento si sentiva cattolico, un buon cattolico, ma in una cosa non riusciva a credere, nella resurrezione della carne. Nell'anima sì, certo perché era sicuro di avere un'anima; ma tutta la sua carne, quella ciccia che circondava la sua anima, ebbene, quella no, quella non sarebbe tornata a risorgere, e poi perché?, si chiedeva Pereira. Tutto quel lardo che lo accompagnava quotidianamente, il sudore, l'affanno a salire le scale, perché dovevano risorgere? No, non voleva più tutto questo, in un'altra vita, per l'eternità, Pereira, e non voleva credere nella resurrezione della carne. Così si mise a sfogliare quella rivista, con noncuranza, perché provava noia, sostiene, e trovò un articolo che diceva: «Da una tesi discussa il mese scorso all'Università di Lisbona pubblichiamo una riflessione sulla morte. L'autore è Francesco Monteiro Rossi, che si è laureato in Filosofia a pieni voti, e questo è solo un brano del suo saggio, perché forse in futuro egli collaborerà nuovamente con noi».

FREDERICK FORSYTH - Il pugno di Dio (1994)

L'uomo a cui non restavano che dieci minuti di vita stava ridendo.
Il motivo del suo divertimento era un aneddoto raccontato dalla sua assistente personale, Monique Jaminé, che lo  accompagnava dall'ufficio a casa in quella sera fredda e piovigginosa del 22 marzo 1990.
L'episodio riguardava una collega della Space Research Corporation di rue de Stalle, una donna che tutti credevano un'autentica mangiauomini e che invece era risultata essere lesbica. L'inganno solleticava lo spirito da caserma dello scienziato.
I due avevano lasciato l'ufficio nel sobborgo di Uccle, nella capitale belga, alle sette meno dieci; Monique era al volante della Renault 21 Nevada. Qualche mese prima aveva venduto la Volkswagen del principale perché lui guidava in modo così disastroso da farle temere che prima o poi avrebbe finito per ammazzarsi.
Non più di dieci minuti di macchina separavano l'ufficio dall'appartamento nel palazzo centrale del complesso Cheridreu nei pressi di rue Francois Folie; ciononostante i due si fermarono a metà del tragitto, davanti a una panetteria. Entrarono e l'uomo comprò una forma di pain de campagne, il suo preferito. Il vento portava qualche spruzzo di pioggia.
Costretti a chinare il capo, non si accorsero dell'auto che li seguiva.
Non c'era niente di strano. Nessuno dei due era esperto in fatto di spionaggio e di pedinamenti. La macchina priva di contrassegni con i suoi due passeggeri dalla carnagione scura seguiva lo scienziato da settimane, senza perderlo mai di vista e senza avvicinarsi mai, limitandosi a osservarlo, e lui non l'aveva notata. Se n'erano accorti altri, ma lui non ne sapeva nulla.
Uscendo dalla panetteria di fronte al cimitero, gettò la pagnotta sul sedile posteriore e risalì in auto per l'ultimo tratto fino a casa. Alle sette e dieci Monique si fermò davanti alla porta a vetri del palazzo, a una quindicina di metri dalla strada. Si offrì di salire con lui per accompagnarlo fino all'appartamento, ma l'uomo rifiutò. Monique sapeva il perché: aspettava la visita di Hélène, la sua amante, e non voleva che le due donne si incontrassero. Lo scienziato si ostinava a sostenere, e le adoranti collaboratrici fingevano di credergli, che Hélène fosse soltanto una buona amica e gli tenesse compagnia quando lui si trovava a Bruxelles e sua moglie era in Canada.
Scese dall'auto, rialzò come al solito il bavero dell'impermeabile e si caricò sulla spalla la grossa borsa di tela nera che non lo abbandonava quasi mai. La borsa pesava una quindicina di chili e conteneva una quantità di carte, progetti, calcoli e dati. Lo scienziato diffidava delle casseforti ed era irrazionalmente convinto che i dettagli dei suoi progetti recenti fossero più al sicuro sulle sue spalle.

Susanna Tamaro - Va' dove ti porta il cuore (1994)

Opicina, 16 novembre 1992
Sei partita da due mesi e da due mesi, a parte una cartolina nella quale mi comunicavi di essere ancora viva, non ho tue notizie. Questa mattina, in giardino, mi sono fermata a lungo davanti alla tua rosa. Nonostante sia autunno inoltrato, spicca con il suo color porpora, solitaria e arrogante, sul resto della vegetazione ormai spenta. Ti ricordi quando l'abbiamo piantata?
Avevi dieci anni e da poco avevi letto il Piccolo Principe. Te l'avevo regalato io come premio per la tua promozione. Eri rimasta incantata dalla storia. Tra tutti i personaggi, i tuoi preferiti erano la rosa e la volpe; non ti piacevano invece i baobab, il serpente, l'aviatore, né tutti gli uomini vuoti e presuntuosi che vagavano seduti sui loro minuscoli pianeti. Così una mattina, mentre facevamo colazione, hai detto: «Voglio una rosa». Davanti alla mia obiezione che ne avevamo già tante hai risposto: «Ne voglio una che sia mia soltanto, voglio curarla, farla diventare grande». Naturalmente, oltre alla rosa, volevi anche una volpe. Con la furbizia dei bambini avevi messo il desiderio semplice davanti a quello quasi impossibile. Come potevo negarti la volpe dopo che ti avevo concesso la rosa? Su questo punto abbiamo discusso a lungo, alla fine ci siamo messe d'accordo per un cane.
La notte prima di andare a prenderlo non hai chiuso occhio. Ogni mezz'ora bussavi alla mia porta e dicevi: «Non riesco a dormire». La mattina alle sette avevi già fatto colazione, ti eri vestita e lavata; con il cappotto addosso mi aspettavi seduta in poltrona. Alle otto e mezza eravamo davanti all'ingresso del canile, era ancora chiuso. Tu guardando tra le grate dicevi: «Come saprò qual è proprio il mio?» C'era una grande ansia nella tua voce. Io ti rassicuravo, non preoccuparti, dicevo, ricorda come il Piccolo Principe ha addomesticato la volpe.
Siamo tornate al canile per tre giorni di seguito. C'erano più di duecento cani là dentro e tu volevi vederli tutti. Ti fermavi davanti a ogni gabbia, stavi lì immobile e assorta in un'apparente indifferenza. I cani intanto si buttavano tutti contro la rete, abbaiavano, facevano salti, con le zampe cercavano di divellere le maglie.

John Grisham - L'uomo della pioggia (1995)

La mia decisione di fare l'avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati. Ero un adolescente goffo, imbarazzato dalla mia goffaggine, frustrato nei confronti della vita, terrorizzato dalla pubertà e in procinto di venire spedito da mio padre in una scuola militare per insubordinazione. Era un ex marine, convinto che i ragazzi andassero tirati su a frustate. Io avevo dimostrato di avere la lingua svelta e una certa avversione per la disciplina, e la sua soluzione fu mandarmi via. Passarono anni prima che lo perdonassi.
Era anche ingegnere e lavorava settanta ore la settimana per una società che, fra le altre cose, fabbricava scale a pioli. Dato che le scale sono per natura pericolose, la società era spesso il bersaglio di cause per danni. E siccome lui si occupava della progettazione, veniva scelto abitualmente per sostenere le ragioni della società nelle testimonianze e nei processi. Non posso dargli torto se odiava gli avvocati; ma io avevo finito per ammirarli perché gli rovinavano l'esistenza. Passava otto ore a battersi con loro, poi si buttava sui martini non appena rincasava. Niente saluti. Niente abbracci. Niente cena. Soltanto un'ora di sfoghi stizziti mentre tracannava quattro martini e finiva per addormentarsi sulla poltrona malandata. Una causa durò tre settimane e quando si concluse con la condanna della società al pagamento di un cospicuo risarcimento, mia madre chiamò un medico, e nascosero mio padre in ospedale per un mese.
Più tardi la società fallì, e naturalmente tutta la colpa era degli avvocati. Non sentii ammettere neppure una volta che forse una gestione sbagliata poteva aver contribuito al fallimento.
I liquori diventarono la vita di mio padre, e lui diventò depresso. Per anni e anni non trovò un lavoro fisso, e questo mi mandava in bestia perché ero costretto a servire ai tavoli e a consegnare pizze a domicilio per pagarmi il college. Credo di aver parlato con lui non più di due volte nei quattro anni del diploma. Il giorno dopo aver saputo che ero stato accettato alla facoltà di legge, tornai a casa tutto orgoglioso e diedi la grande notizia.
Più tardi mia madre mi raccontò che mio padre era rimasto a letto per una settimana.
Quindici giorni dopo la mia visita trionfale, mio padre stava cambiando una lampadina nel locale della caldaia quando (giuro che è vero) la scala a pioli cedette, lui cadde e batté la testa. Rimase in coma per un anno in un cronicario prima che qualcuno avesse la misericordiosa idea di staccare la spina.
Qualche giorno dopo il funerale accennai alla possibilità di fare causa, ma mia madre non se la sentì. E poi, ho sempre sospettato che mio padre fosse mezzo sbronzo quando cadde. Inoltre non guadagnava, perciò, secondo le nostre leggi sul risarcimento danni, la sua vita aveva scarso valore dal punto di vista economico.
Mia madre ricevette i cinquantamila dollari dell'assicurazione sulla vita e si risposò. Un matrimonio sbagliato. Il mio patrigno è un tipo molto semplice, un impiegato postale in pensione, di Toledo. Passano gran parte del tempo a ballare la quadriglia e a girare a bordo di un Winnebago. Io mi tengo alla larga. Mia madre non mi offrì un soldo dell'assicurazione: disse che dovevano servirle per affrontare il futuro e siccome avevo dimostrato di essere capace di vivere con niente, era convinta che non ne avessi bisogno. Io avevo un avvenire brillante che prometteva lauti guadagni, lei no. Sono certo che Hank, il nuovo marito, le riempisse la testa di consigli finanziari. Un giorno la mia strada e quella di Hank s'incontreranno ancora.
Finirò la facoltà di legge fra un mese, in maggio, e in luglio darò l'esame per l'ammissione all'ordine.

MAURICE DANTEC - Le radici del male (1995)

Andreas Schaltzmann si è messo ad ammazzare perché il suo stomaco marciva.
Il fatto non era isolato, tutt'altro: da parecchio tempo le onde emesse dagli Alieni gli scombinavano ogni organo. Il suo cervello era sottoposto a un fuoco di fila di radiazioni destinate a trasformare anche lui, come tutti gli altri, in un robot senza coscienza al servizio della macchinazione inumana.
Da anni i nazisti e gli abitanti di Vega si erano installati nel suo quartiere, e lui era sicuro che non si fossero limitati solo a quello. Dappertutto, fino ai più imboscati meandri dello Stato, il complotto delle Creature dello Spazio stendeva le sue ramificazioni distruttrici. Andreas poteva rendersene conto ogni giorno, guardando le trasmissioni televisive. C'era quel presentatore di giochi che complottava contro il Papa e il Primo ministro Balladur; tutto lasciava credere che trasformasse la gente in fantocci.
Si era già rasato la testa, all'epoca, per "sorvegliare le ossa del suo cranio che cam-biavano di forma", ma dopo qualche tempo si era messo un cappellino da baseball per proteggersi dalle radiazioni psichiche.
Quel mattino, Andreas si era accorto che il suo stomaco marciva quando il tubetto di dentifricio si era messo a luccicare, prima di trasformarsi in carne morta. Una fan-ghiglia sanguinolenta dall'odore nauseabondo gli era colata fra le dita, sgusciando dal buco del tappo con un rumore di risucchio gigante. Aveva guardato la sua immagine nello specchio, e aveva visto lo spettacolo di un mucchio di carne scorticata che si era frantumata in una moltitudine di schegge, prima di spargersi sul pavimento.
Da mesi non dormiva senza il suo cappellino, aveva tastato il tessuto privo di colore e impregnato di grasso ripetendo la "formula di protezione", più volte prima di scappare da casa. Aveva vagato per tutta la giornata nel circondario, stava facendo notte quando uscì dall'A86 per inforcare la statale 305, ai confini fra Choisy-le-Roi e Vitry. Lì la statale si chiamava avenue Rouget de Lisle, ma più avanti sapeva che sarebbe entrato in una zona controllata dalle creature di Vega.

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