Tra i monti viola dorme
Napoli bianco vestita,
Ischia sul mare fluttua
Come nube purpurea;
La neve tra i crepacci
Sta come studio candido di cigni;
Il nero Vesuvio leva il capo
Cinto di rossi riccioli.
Hans Christian Andersen
Nella Certosa di San Martino - Gabriele D'Annunzio
Vita, negli occhi miei, negli occhi di quella che a fianco
m’era e credea sé tutta cinta de’ miei pensieri,
sé nel mio sogno, ed ebri ancora i miei sensi, e la mia
anima con intatti vincoli trarre seco;
negli occhi nostri, o Vita, le imagini tue dileguando
come serenamente fluttuavano!
Eran su l’alte mura i tralci (pendevano i neri
grappoli da la canna come da un tirso d’oro)
e pe’ leggeri intrichi pampinei l’isole e i golfi
s’intravedeano splendere: Puteoli
cerula su ’l lunato azzurro, ove l’Ibi migrante
agile tra le corna scese de’ bianchì buoi,
Baja voluttuosa, e il tumulo ingente che Enea
diede a Miseno, e l’alta Cuma che udì gli ambigui
carmi fatali, e il lido lacustre che l’orme sostenne
d’Ercole dietro il gregge pingue di Gerione:
plaghe da gli Immortali dilette, ove (come in profondi
talami cui piacciansi premere amanti umani)
gli incliti corpi ambrosii giacendo lasciarono impronte
sacre, vestigi eterni de la Bellezza prima.
Quella che al fianco m’era — Non senti — mi disse — la nostra
felicità salire? Tutte le cose belle
credo io aver nel cuore. — Mi disse languendo la donna
tenera. Ne la bocca le rifioríano i baci.
Io che provai? Mi stava su ’l cuore un affanno ignorato.
Tutto pareami quivi solitudine,
vacuità, tristezza, immobile tedio, nel muto
lume, sotto i muti chiari lontani cieli.
Poi, ne le vaste sale deserte, vedemmo le inani
spoglie dei re, le vesti, l’armi, i vessilli, i cocchi
d’oro, il vascel vermiglio che tenne le pompe del terzo
Carlo; e il tuo cupo rombo parvemi udire, o Fato.
Parvemi; ma più forte salìa verso l’ardua loggia,
ove tremammo, il rombo de la città che tutta
quanta ferveva al sole, tutta quanta aperta in un riso,
in un possente riso inestinguibile,
illuminando i cieli che in lei tendevano l’arco,
avida con rosee braccia abbracciando il mare.
Mise la donna un grido, stringendosi a me, con un lungo
brivido, come presa di vertigine.
Poi, reclinata il volto bianchissimo, parvemi in atto
di voluttà profonda bere la dolce luce.
— Oh, tutti i sogni miei per questo! — dicea lenta, quasi
ebra. — Infinito e pure intimo ne l’anima
come un divin segreto da te rivelato a me sola! —
Tacque; ed ancor la bocca parve bevesse luce.
Io che provai? Mi stava su’ l cuore un affanno ignorato.
L’anima ansando attese il rapimento in vano.
Pur intendea confuse parole — Quale ombra ti copre?
Quale altro oscuro mondo occupa gli occhi tuoi?
Quello che in te contempli ha forse orizzonti più vasti?
Dentro, più lieti s’aprono spettacoli?
Tu possederlo credi! Non è in tal possesso la gioja.
Meglio è nel Tutto l’anima disperdere.
Rompi il tuo cerchio al fine! Guardando la donna che t’ama,
lascia il supremo sogno al cielo effondersi! —
— Non uscirà già mai da me — io pensava — il mio sogno,
poi che non basta il cielo, poi che non basta il mondo
a contenerlo: vince d’altezza ogni cosa creata.
Pur questa immensa forza non mi riempie il cuore! —
E, reclinando il capo, non altro sentii che l’interna
vacuità fra il rombo de la tua fuga, o Vita.
Sotto raggiava il mare pacato nel fervido amplesso;
e la Montagna in contro, armoniosa al giorno
quale una forma escita di mano d’artefice puro,
con incessante palpito da l’igneo
grembo esprimea ne l’aria le sue multiformi chimere
che lente il cielo sommo conquistavano.
Come divino allora mi parve il silenzio del chiostro
ove scendemmo. E un’Ombra muta scendea con noi.
Alto quadrato eretto su belle colonne polite:
era il tuo, Morte, candido vestibolo.
"Paese d’ogni strazio
il paese che m’accoglie
E di vederlo
Ogni volta m’è nuovo
La sua bellezza
S’annienta
Negli occhi
D’un abbagliante
Mistero."
Facciata natalizia napoletana - Alfonso Gatto
Ai poveri balconi delle case felici
zeppe di strilli, inferme, in alto alle cornici,
ove il cielo dei fili si perde nell'albore
murario delle cupole e nel freddo del cuore,
e Napoli nell'agro falsetto trova il piglio
grinzoso, la sua matria ridicola di figlio
di scena è la facciata ove il Natale mostra
i melloni, le sorbe, l'uva dei merletti
di carta, i fichi d'India. (E' la nomenclatura
del far tutto con cura.) Qui sbiadiva la nostra
fanciullezza pensosa: la stanza, i vecchi letti,
il Vesuvio dipinto sul mare di Bengala.
Era l'aria festiva, era l'aria di tutti,
la porta sulla scala aperta ai pastori
che piangevano i lutti, il bambino che viene
in braccio alle novene.
Era un vederci fuori
di noi, "al vento, al gelo", per restar dentro, al fiato
di quel primo passato ove albeggiava il cielo.
Ho dipinto un ricordo, il ricordo ha la mano
paffuta di geloni per quel mangiare poco
in mostra sui balconi, ma dipingo per gioco.
"Due" - Erri De Luca
"Due sguardi bastano a comprendere il mare
e la montagna che veglia sul golfo,
qui dove il tempo non sa misurare
il battito del cuore che si è sciolto.
Due passi, e sei già dentro la poesia,
fra vicoli di tufo e di mistero,
dove ogni ombra ti fa compagnia
e ti racconta Napoli per davvero."