Poesie famose sul rispetto dell'ambiente

Pietre tese nel bosco - Amelia Rosselli

 

Pietre tese nel bosco; hanno piccoli

amici, le formiche e altri animali

che non so riconoscere. Il vento non

spazza via il sasso, quelle fosse, quei

resti d’ombra, quel vivere di sogni

pesanti

Resti nell’ombra: ho un cuore che scotta

e poi si sfalda per ingenuamente ricordarsi

di non morire.

Ho un cuore come quella foresta: tutta

sarcastica a volte, i suoi rami lordi

discendono sulla testa a pesarti.

La poesia salverà il mondo – Walt Whitman

 

Il mondo sottomarino,

Foreste al fondo del mare, i rami, le foglie,

Ulve, ampi licheni, strani fiori e sementi,

folte macchie, radure, prati rosa,

Variegati colori, pallido grigio verde,

porpora, bianco e oro, la luce vi scherza

fendendo le acque

Esseri muti nuotan laggiù tra le rocce,

il corallo, il glutine, l’erba, i giunchi,

e l’alimento dei nuotatori

Esseri torpidi brucan fluttuando laggiù,

o arrancano lenti sul fondo,

Il capodoglio affiora a emetter lo sbuffo

d’aria e vapore, o scherza con la

sua coda,

Lo squalo dall’occhio di piombo,

il tricheco, la testuggine, il peloso

leopardo marino, la razza,

E passioni, guerre, inseguimenti, tribù,

affondare lo sguardo in quei fondi

marini, respirando quell’aria così

densa che tanti respirano,

Il cambiamento più oltre, dal nostro

mondo passando a quello di esseri

che in altre sfere camminano.

L’incanto nei boschi senza sentiero – George Byron

 

Vi è un incanto nei boschi senza sentiero.

Vi è un’estasi sulla spiaggia solitaria.

Vi è un asilo dove nessun importuno penetra

in riva alle acque del mare profondo,

e vi è un’armonia nel frangersi delle onde.

Non amo meno gli uomini, ma più la natura

e in questi miei colloqui con lei io mi libero

da tutto quello che sono e da quello che ero prima,

per confondermi con l’ universo

e sento ciò che non so esprimere

e che pure non so del tutto nascondere.

Canto me stesso - Walt Whitman

 

Canto me stesso, e celebro me stesso,

E ciò che io suppongo dovete supporlo anche voi

Perché ogni atomo che mi appartiene

appartiene anche a voi.

Io ozio, ed esorto la mia anima,

Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo.

La mia lingua, ogni atomo di sangue, fatti da questo

suolo, da questa aria,

Nato qui da genitori nati qui e così i loro padri e così i

padri dei padri,

lo, ora, trentasettenne in perfetta salute, ora

incomincio,

E spero di non cessare che alla morte.

Credi e scuole in sospeso,

Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai dimenticandoli,

Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che essa parli

a caso,

Senza controllo, con l’energia originale.

Versicoli quasi ecologici – Giorgio Caproni

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: “Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra”.

La quiete dopo la tempesta - Giacomo Leopardi

 

Passata è la tempesta:

Odo augelli far festa, e la gallina,

Tornata in su la via,

Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna;

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

Risorge il romorio

Torna il lavoro usato.

L’artigiano a mirar l’umido cielo,

Con l’opra in man, cantando,

Fassi in su l’uscio; a prova

Vien fuor la femminetta a còr dell’acqua

Della novella piova;

E l’erbaiuol rinnova

Di sentiero in sentiero

Il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia:

E, dalla via corrente, odi lontano

Tintinnio di sonagli; il carro stride

Del passegger che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

Quand’è, com’or, la vita?

Quando con tanto amore

L’uomo a’ suoi studi intende?

O torna all’opre? o cosa nova imprende?

Quando de’ mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d’affanno;

Gioia vana, ch’è frutto

Del passato timore, onde si scosse

E paventò la morte

Chi la vita abborria;

Onde in lungo tormento,

Fredde, tacite, smorte,

Sudàr le genti e palpitàr, vedendo

Mossi alle nostre offese

Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,

Son questi i doni tuoi,

Questi i diletti sono

Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

È diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto

Che per mostro e miracolo talvolta

Nasce d’affanno, è gran guadagno. Umana

Prole cara agli eterni! assai felice

Se respirar ti lice

D’alcun dolor: beata

Se te d’ogni dolor morte risana.

La mia sera - Giovanni Pascoli

 

Il giorno fu pieno di lampi;

ma ora verranno le stelle,

le tacite stelle. Nei campi

c’è un breve gre gre di ranelle.

Le tremule foglie dei pioppi

trascorre una gioia leggiera.

Nel giorno, che lampi! che scoppi!

Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle

nel cielo sì tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle,

singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto

nell’umida sera.

È, quella infinita tempesta,

finita in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano

cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa

nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno

prolunga la garrula cena.

La parte, sì piccola, i nidi

nel giorno non l’ebbero intera.

Né io… e che voli, che gridi,

mia limpida sera!

Don… Don… E mi dicono, Dormi!

mi cantano, Dormi! sussurrano,

Dormi! bisbigliano, Dormi!

là, voci di tenebra azzurra…

Mi sembrano canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era…

sentivo mia madre… poi nulla…

sul far della sera.

L'infinito - Giacomo Leopardi

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

La pioggia nel pineto - Gabriele D'Annunzio

 

TACI. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti,

piove su i mirti

divini,

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti,

su i ginepri folti

di coccole aulenti,

piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

 

Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura

con un crepitìo che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade.

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino.

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancóra, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita.

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arborea vita viventi;

e il tuo vólto ebro

è molle di pioggia

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

 

Ascolta, ascolta. L’accordo

delle aeree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce;

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota.

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne.

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argentea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta.

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

 

Piove su le tue ciglia nere

sì che par tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.

E tutta la vita è in noi fresca

aulente,

il cuor nel petto è come pèsca

intatta,

tra le pàlpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe,

i denti negli alvèoli

son come mandorle acerbe.

E andiam di fratta in fratta,

or congiunti or disciolti

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c’intrica i ginocchi)

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su i nostri vólti

silvani,

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella,

su la favola bella

che ieri

m’illuse, che oggi t’illude,

o Ermione.

Vedere un mondo in un granello di sabbia - William Blake

 

Vedere un mondo in un granello di sabbia,

E un cielo in un fiore selvatico,

Tenere l’infinito nel cavo della mano

E l’eternità in un’ora.

Non gridate più - Giuseppe Ungaretti

 

Cessate d’uccidere i morti,

Non gridate più, non gridate

Se li volete ancora udire,

Se sperate di non perire.

 

Hanno l’impercettibile sussurro,

Non fanno più rumore

Del crescere dell’erba,

Lieta dove non passa l’uomo.

Versicoli quasi ecologici – Giorgio Caproni

 

Non uccidete il mare,

la libellula, il vento.

Non soffocate il lamento

(il canto!) del lamantino.

Il galagone, il pino:

anche di questo è fatto

l’uomo. E chi per profitto vile

fulmina un pesce, un fiume,

non fatelo cavaliere

del lavoro. L’amore

finisce dove finisce l’erba

e l’acqua muore. Dove

sparendo la foresta

e l’aria verde, chi resta

sospira nel sempre più vasto

paese guasto: “Come

potrebbe tornare a essere bella,

scomparso l’uomo, la terra”.

Giosuè Carducci - Il bove

 

T'amo, o pio bove; e mite un sentimento

Di vigore e di pace al cor m'infondi,

O che solenne come un monumento

Tu guardi i campi liberi e fecondi,

 

0 che al giogo inchinandoti contento

L'agil opra de l'uom grave secondi:

Ei t'esorta e ti punge, e tu co 'l lento

Giro de' pazienti occhi rispondi.

 

Da la larga narice umida e nera

Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto

Il mugghio nel sereno aer si perde;

 

E del grave occhio glauco entro l'austera

Dolcezza si rispecchia ampio e quieto

Il divino del pian silenzio verde.

Gianni Rodari - Primavera

 

Conosco una città

dove la primavera

arriva e se ne va

senza trovare un albero

da rinverdire,

un ramo da far fiorire

di rosa o di lillà:

Per quelle strade murate

come prigioni

la poveretta s’aggira

con le migliori intenzioni:

appende un po’ di verde

ai fili dei tram, ai lampioni,

sparge dei fiori

davanti ai portoni

(e dopo un momentino

se li riprende il netturbino).

Altro da fare

non le rimane,

per settimane e settimane,

che dirigere il traffico

delle rondini, in alto,

dove la gente

non le vede e non le sente.

Di verde in quella città

(e dirvi il suo nome non posso)

ci sono soltanto i semafori

quando non segnano rosso.