BIOGRAFIA DI CHARLES CHAPLIN

TRATTA DA AUTOBIOGRAFIA CHARLIE CHAPLIN - ARNOLDO MONDADORI 1964

 

Charles Chaplin nacque il 16 aprile 1889 a Londra. Ebbe un’infanzia agiata.

La madre lavorava in teatro come soubrette di varietà. Sposò un uomo di teatro, il quale  non si occupava dei due figli Charlie e Sydney e si ubriacava spesso; perciò la madre si separò da lui. Dopo la separazione dal marito, la madre, valida cantante, seppe garantire ai figli un’infanzia agiata, tranquilla e colorata fino a quando non perse la voce.

All'età di cinque anni Charlie fece la sua prima apparizione sul palcoscenico. Durante una serata, la madre perse la voce e dovette lasciare il palcoscenico. Il direttore decise di mandare in scena Charlie, avendolo già visto recitare. Solo al centro del palcoscenico, il bambino cominciò a cantare, accompagnato dall'orchestra. A metà canzone una pioggia di monete investì il palcoscenico. Il bambino si mise a raccogliere il danaro, suscitando le risa del pubblico. Era perfettamente a suo agio. Parlò al pubblico, ballò ed eseguì diverse imitazioni. Echeggiarono applausi e risate, poi piovve sul palcoscenico una seconda ondata di monetine. Madre e figlio ebbero, alla fine, un applauso fragoroso. Quella sera segnò la data della sua prima esibizione in teatro e dell'ultima di sua madre.

Ben presto la madre si ridusse in miseria. I ragazzi finirono al brefotrofio di Norwood, mentre la madre fu ricoverata al manicomio.

Il tribunale aveva deciso di affidarli alla custodia del  padre, il quale alloggiava con la seconda moglie e un figlio in due stanze in una casa triste. Anche Louise, la moglie, beveva.

Quando la madre lasciò il manicomio e li riprese con sé, Charlie riprese interesse per il teatro. Un giorno recitò a scuola Miss Priscilla's Cat, una filastrocca umoristica appresa da sua madre, riscuotendo risate e applausi.

Il signor Jackson, direttore di una troupe di ballerini con gli zoccoli, inserì Charlie nella troupe degli Eight Lancashire Lads. Non potendo frequentare una scuola regolare, la sua istruzione non migliorò. Fu Bransby Williams a far nascere in Chaplin l'amore per la letteratura, che gli svelò un mondo talmente ricco di misteri da infondere in lui una grandissima voglia di leggere.

Con gli amici, Charlie giocava al teatro; faceva il regista e sceglieva sempre le parti del cattivo, più colorite di quelle dell'eroe.

A Charlie fu offerto un posto di galleria al South London Music Hall, dove veniva rappresentato Early Birds, una pantomima di Fred Karno. Ottenne una parte nella commedia Jim, in cui interpretava Sammy, uno strillone che viveva in una soffitta con un aristocratico sofferente di amnesia  e una giovane fioraia. 

Charlie, che viveva da solo in città sconosciute, solo nelle stanze d'albergo, cominciò a soffrire di malinconia. Ottenne dalla direzione della compagnia una particina per Sydney nella successiva tournée. Finalmente avrebbero potuto stare insieme.

La madre guarì e fu dimessa. Tornò a Londra e prese in affitto un appartamento dove avevano abitato in precedenza. I figli tornarono a casa dopo la seconda tournée , ma la madre si ammalò nuovamente e non tornò mai più in possesso di tutte le sue facoltà. Per parecchi anni langui nel manicomio finché non poterono farla ricoverare in una clinica privata.

Trascorse gli ultimi sette anni della sua vita travagliata negli agi, vedendo i figli ormai adulti baciati dalla fama e dalla fortuna.

A Charlie Chaplin fu proposto di interpretare il ruolo di Billie nella farsa di William Gillette.

Tornare a Londra per recitare in un teatro del West End fu per lui un rinascimento. Al Teatro Duke of York, Charlie, allora sedicenne, incontrò Marie Doro, una donna bellissima: fu amore a prima vista. Con la ripresa di Sherlock Holmes, gli fu riassegnata la parte di Billie.

Alle prove incontrò nuovamente Marie Doro e se ne innamorò più che mai. L'amava e l'odiava insieme. Marie era una donna affascinante e per giunta piena di grazia. Holmes ottenne un grandioso successo.

Quando a Londra finirono le rappresentazioni di Holmes, Charlie trovò lavoro in una compagnia di varietà, il Casey's Circus, dove si esibì nella parodia del Dr. Walford Bodie, con cui ottenne un certo successo, diventando la stella della compagnia.

Un giorno Karno decise di scritturarlo in uno sketch  che aveva riscosso un grande successo. I fratelli presero un appartamento in città e lo arredarono. L'appartamento divenne il loro agognato rifugio. A diciannove anni Charlie divenne un attore apprezzato della compagnia Karno. Si innamorò di una cantante-ballerina, Helly, senza speranza.

Nel 1909 fu scritturato a Parigi alle Folies Bergère per un mese di rappresentazioni. Era felice di andare in Francia. Seppe che un celebre musicista desiderava conoscerlo. Si trattava di Debussy.

Tornò in Inghilterra per iniziare una tournée in provincia. A Londra Karno gli offrì il ruolo di protagonista in The Football Match, nel più importante music hall di Londra.

Scaduto il contratto, ebbe la parte principale in The Wow-wows per l'America. Quella di andare negli Stati Uniti era proprio l'occasione che gli mancava. Gli Stati Uniti offrivano nuove opportunità. 

New York gli sembrò una città avventurosa e sconcertante. Broadway gli apparve come un gioiello sfavillante, ricca di luci e colori.  La troupe di Karno era l'attrazione principale in un programma di artisti eccellenti.

Qui Chaplin decise di istruirsi e di migliorare la sua cultura. Dopo alcune settimane ebbero finalmente successo. Furono scritturati per una tournée di venti settimane in teatri di provincia. Nel frattempo Charlie prendeva lezioni di violino.

In California all'Empress, per la prima volta ebbe un cartellone tutto per sé. Ottennero il tutto esaurito a ogni rappresentazione.

Intanto la madre era migliorata.

Negli Stati Uniti Chaplin si sentì subito a suo agio. Riprese a studiare e istruirsi. A Filadelfia fu contattato da Kessel e Bauman, due produttori cinematografici, pronti a scritturarlo per la parte dell’ubriaco. Il lavoro consisteva nel recitare senza copione, partendo da un'idea e seguendo il corso naturale degli eventi fino ad arrivare al finale comico.

Quando gli fu proposta la parte di un cronista di giornale in un documentario umoristico. Chaplin indossava finanziera, cilindro e un paio di baffi a manubrio. Iniziò a truccarsi in modo comico, indossando una giacca attillata e un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, il bastone, una bombetta troppo piccola e un paio di baffetti. Chaplin iniziò entrando in scena e inciampando nel piede di una signora. Si tolse la bombetta per scusarsi, poi inciampò in una sputacchiera; si voltò, si tolse la bombetta davanti alla sputacchiera. Tutti cominciarono a ridere. Chaplin decise di conservare quel costume, che gli aveva permesso di suscitare tanta ilarità. Una volta indossati quei panni, egli si immedesimò nell’omino con la bombetta. Recitava con piacere, perché sul set si faceva tutto con grande spontaneità. Dava spesso suggerimenti e ciò incrementò la sua autostima.

Vi fu una grande richiesta dei suoi film e il suo personaggio, chiamato Charlot, riscuoteva sempre maggior successo.

Il pubblico lo aveva preso in simpatia: per essere contento gli sarebbe bastato continuare così. Aveva fiducia nelle proprie idee e sapeva farle apprezzare a tutto il cast e ai registi. Creare in questo modo rendeva entusiasmante la sua attività cinematografica, a differenza del teatro, in cui non poteva discostarsi da un ruolo prestabilito. 

Era il 1914. Aveva venticinque anni, era innamorato del suo lavoro, non solo per il successo ottenuto, ma anche perché aveva la possibilità di conoscere tutte le stelle del cinema, come Mary Pickford. Si innamorò di Peggy Pierce, una ragazza straordinariamente bella. Fu un amore reciproco.

Realizzava le comiche in una settimana, alla luce del sole. Charlot pazzo per amore si dimostrò di una comicità irresistibile, ma anche Charlot panettiere  ottenne un enorme successo. 

Riuscì a raccomandare Sydney a Sennett, che lo scritturò. Sydney lasciò l‘Inghilterra e si trasferì con la moglie.

Charlie, nella sua spaziosa camera aveva un pianoforte e una piccola libreria. Godeva di tutte le comodità del club: lussuose palestre, piscine e un servizio eccellente.

Quando scoppiò la prima guerra mondiale, Charlie Chaplin firmò un contratto con Anderson. Nel frattempo lavorò al film Il suo passato preistorico, poi partì con Anderson per San Francisco, dove lo attendeva una nuova Mercedes verde.

A Chicago decise che avrebbe scritto da sé il soggetto del film. Aveva  quasi finito il film Debutto di Charlot ed era già famoso e popolare.  

Scritturò come prima attrice Edna Purviance, che era bellissima, ma silenziosa e riservata. Come soggetto scelse Charlot nottambulo -- un ubriaco in cerca di svago. Affidò al fratello Sydney la gestione dei suoi affari. Il suo personaggio era tanto popolare  che in tutti i negozi si vendevano statuette e riproduzioni di Charlot. Fu bombardato da proposte commerciali di ogni genere, relative a libri, abiti, candele, giocattoli, sigarette e dentifrici. Aveva numerosissimi ammiratori.

A Chicago Spoor gli propose un premio di diecimila dollari per ogni film.

Chaplin elaborò una parodia della Carmen.

Aveva tutti i requisiti per farsi degli amici; era giovane, ricco e famoso. Fu presentato al tenore Enrico Caruso come “Charlie Chaplin, il Caruso del cinema”.

Sidney aveva il bernoccolo della pubblicità stravagante ed era ricco di trovate pubblicitarie. Fu sua la fantastica idea di far imprimere ai divi di Hollywood mani e piedi nel cemento davanti al Chinese Theatre. La cerimonia divenne un onore quasi pari, per importanza, all'assegnazione di un Oscar.

Gli svaghi di Charlie consistevano nell'andare al varietà del Teatro Orpheum e nell'assistere alle rappresentazioni della compagnia stabile del Teatro Morosco. Frequentava l'Athletic Club, un centro dove si riuniva l’alta società di Los Angeles. Conobbe Rodolfo Valentino, che aveva sempre un'aria triste, era silenzioso e schivo ed ebbe sfortuna con le donne.

Per il suo nuovo contratto da 670.000 dollari, affittò uno studio nel cuore di Hollywood. La sua troupe comprendeva Edna Purviance ed altri attori.

Tra il 1916 e il 1917 girò dodici comiche, tra cui Charlot pompiere, Il vagabondo, La strada della paura, L'emigrante, L'evaso.

Nonostante le scene prevedessero molte cadute e ruzzoloni e volassero schiaffi e botte, nessuno si faceva male lavorando nei suoi film. La violenza veniva provata attentamente e trattata come coreografia. Un ceffone sul viso era sempre truccato.

Quello fu il periodo più felice della carriera, in cui Chaplin si sentiva libero e leggero. Aveva ventisette anni e  prospettive favolose davanti a sé. Guadagnava moltissimo, grazie anche a Sydney, che aveva il bernoccolo degli affari e faceva fruttare i suoi guadagni.

Conobbe Paderewski, la Pavlova, Sarah Bernhardt e considerò Eleonora Duse la più grande attrice che avesse mai visto.

Conobbe Douglas Fairbanks, attore e brillante conversatore mondano, di cui divenne grande amico. 

Hollywood stava rapidamente diventando la mecca degli scrittori, degli attori e degli intellettuali.

Il primo film nel suo studio nuovo fu Vita da cani,  una storia a fondo satirico, in cui paragonava la vita di un cane a quella di un vagabondo, considerato come una specie di Pierrot.

Nella Febbre dell'oro una ragazza pensava di fare uno scherzo a un vagabondo, ma alla fine sentì per lui una pietà che fu scambiata per amore.

La protagonista delle Luci della città era cieca e considerava il vagabondo romantico e affascinante fino a quando non riacquistò la vista.

Man mano che Chaplin affinava la sua capacità di elaborare una storia, si affievoliva la sua vis comica. Spesso ricorreva alla musica. Utilizzò la canzone Mrs Grundys per creare un'atmosfera adatta per L'emigrante.

Motivetti molto semplici gli diedero lo spunto per altre comiche. 

Fin dal 1916 aveva parecchie idee per lungometraggi. Pensò a un viaggio nella luna come satira del progresso in Tempi moderni.

Secondo Chaplin il tema della vita è il conflitto e il dolore; su questi temi egli basava la sua comicità, partendo dai guai della gente e arrivando a trarla da quei guai.

Il suo concetto della comicità partiva dalle sottili discrepanze che percepiamo nel normale comportamento umano: attraverso la comicità vediamo l'irrazionale in ciò che sembra razionale; il folle in ciò che sembra sensato; l'insignificante in ciò che sembra pieno d'importanza. La comicità aiuta a sopravvivere preservando il nostro equilibrio mentale, prendendo tutto con una certa leggerezza. Un eccesso di serietà porta all'assurdo.

Come soggetto del secondo film pensò a fare una comica sulla guerra e ne fu entusiasta. Realizzò Charlot soldato, con la prima parte imperniata sulla « vita da borghese », la seconda sulla « guerra » e la terza sul « banchetto », in cui Charlot sarebbe stato festeggiato per il suo eroismo catturando il Kaiser. E alla fine si scopriva che era stato tutto un sogno.

Gli effetti comici dovevano essere appena accennati. Chaplin fece di Charlot un essere insignificante, comune, senza una storia.

Charlot soldato ottenne un enorme successo e fu molto apprezzato dai soldati durante la guerra, ma gli era costato parecchio tempo e denaro.

Con Sydney incontrò Douglas e Mary e stabilirono di formare una loro casa di produzione, per vendere i loro film sul mercato libero e restare indipendenti. La nuova società si sarebbe chiamata United Artists Corporation. Fu associato anche Zukor, un grande attore e un grande uomo d'affari, che aveva creato la più vasta catena di teatri del mondo. 

Chaplin guadagnò moltissimo col film La febbre dell'oro.

La guerra infuriava. Massacri e distruzioni spietati predominavano in Europa. Quando fu firmato l’armistizio, il mondo impazziva di gioia: tutti cantavano, ballavano, si abbracciavano. Ma dopo la pace la civiltà non fu più la stessa. 

Conobbe Mildred Harris e la sposò. Il matrimonio ebbe un'influenza negativa sulle sue facoltà creative.

All'Orpheum scoprì un incantevole ragazzino, Jackie Coogan e comprese che sarebbe stato l'ideale per un film! Pensò al monello che va in giro per le strade spaccando i vetri, mentre il vagabondo finge di passare di lì per caso e si offre di ripararle!  Nacque il film Il monello (1921) e Jackie fu veramente superbo.

La fusione tra comicità e sentimento, che costituiva la premessa del Monello, fu un'autentica innovazione.

Pur essendosi molto affezionato a Mildred, si separarono amichevolmente.

Conobbe un giovane commediografo, Eugene O'Neill (il quale più tardi sarebbe diventato suo suocero).

Era ansioso di cominciare con la United Artists.

Chaplin non aveva mai studiato recitazione, ma da ragazzo ebbe la fortuna di vivere in un'epoca di grandi attori, e la loro esperienza gli insegnò molte cose. In Luci della ribalta, con l’avanzare dell’età, Calvero diventava vecchio e riflessivo, acquistando il senso della propria dignità, e questo era fatale allo stretto rapporto da lui allacciato col pubblico.

Anche se Il monello ottenne un enorme successo, Chaplin aveva ancora quattro film da produrre per la First National. Terminato Charlot e la maschera di ferro pensò ad  una parodia sul mestiere dell'idraulico.

Ricchezza e celebrità gli avevano insegnato a vedere il mondo nella giusta prospettiva, gli avevano insegnato che l'intelligenza non deriva necessariamente dall'istruzione o dalla conoscenza dei classici.

Tornato a Hollywood, Chaplin fece visita a sua madre. Sembrava molto allegra e felice per il grandissimo successo del figlio. Purtroppo ebbe una ricaduta e morì.

Nell'elaborazione di una comica la tragedia stimola il senso del ridicolo: dobbiamo ridere in faccia alla tragedia, alla sfortuna e alla nostra impotenza contro le forze della natura, se non vogliamo impazzire. Traendo spunto dalla spedizione Donner che si smarrì sui monti della Sierra Nevada, costretta a combattere contro il freddo e la fame, Chaplin realizzò una delle sue scene più comiche: in preda a una fame irresistibile bolliva una scarpa e la mangiava, mangiando le stringhe come spaghetti.

Durante la lavorazione della Febbre dell'oro si sposò per la seconda volta ed ebbe due figli. Anche questo matrimonio era destinato a fallire.

Fin quasi allo scoppio della seconda guerra mondiale nessuno sapeva granché dei campi di concentramento hitleriani. Cornelius Vanderbilt era riuscito a penetrare in uno di essi e aveva descritto le torture che vi venivano perpetrate dai nazisti. Vanderbilt gli spedi una serie di fotografie formato cartolina che mostravano Hitler durante un discorso. A Chaplin il viso del dittatore apparve oscenamente comico. Ma quando Einstein e Thomas Mann furono costretti a lasciare la Germania, il viso di Hitler non gli apparve più comico ma sinistro.

Chaplin incontrò Einstein nel 1926, quando venne in California per una serie di conferenze. Einstein era affabile e gioviale, ma Chaplin comprese che i suoi modi calmi e gentili nascondevano un temperamento estremamente emotivo, e che era da questa fonte che proveniva la sua straordinaria energia intellettuale.

Durante una cena la signora Einstein raccontò a Chaplin la storia del mattino in cui suo marito aveva concepito la teoria della relatività. Disse che lo scienziato aveva avuto un’idea e, mentre la elaborava, cominciò a suonare il piano; continuò a suonare e a prendere appunti per circa mezz'ora, poi salì nel suo studio, informandola che non voleva essere disturbato, e vi rimase due settimane. Non scendeva nemmeno per mangiare. Finalmente elaborò la sua  teoria della relatività.

Quando il terrore nazista si abbattè sulla Germania, gli Einstein cercarono asilo negli Stati Uniti. Quando tornarono in California nel 1937 gli Einstein gli fecero visita.

Eisenstein, il regista russo, venne a Hollywood con la sua troupe per girare un film per la Paramount. Venne con la fama del Potemkin e dei Dieci giorni che sconvolsero il mondo. Il suo film Ivan il Terribile, che Chaplin vide dopo la seconda guerra mondiale, gli apparve come il migliore di tutti i film storici. La Warner Brothers produsse la sua prima sequenza parlata. Era un film in costume, nel quale si vedeva un'attrice molto carina macerarsi in silenzio per un grande dolore. Secondo Chaplin nessuno sapeva dosare il sonoro ed era convinto che il sonoro avesse i giorni contati.

Un mese dopo la MGM produsse Melodie di Broadway, una commedia musicale sonora a lungometraggio, che ottenne uno strepitoso successo finanziario. Era il tramonto del cinema muto. Ma ormai il cinema aveva cambiato strada.

Chaplin era però deciso a continuare a fare film muti e realizzò Le luci della città, un film muto ideale che narra la storia di una fioraia che, in seguito a un incidente, aveva perso la vista. Il film rimase in cartellone dodici settimane, con grandi guadagni.

Chaplin conobbe Paulette Goddard, una ragazza spigliata e divertente. Divennero amici, accomunati dalla solitudine e poi si sposarono, ma tra loro presto si formò una frattura insanabile.

Nel 1937, mentre si stava preparando un'altra guerra, a Chaplin fu suggerito un film su Hitler, giocando su uno scambio d'identità grazie ai baffetti uguali: Chaplin poteva interpretare se stesso (il vagabondo) e il dittatore. Nei panni di Hitler avrebbe potuto arringare la folla usando un gergo incomprensibile. Un film su Hitler era l'ideale per una parodia e una pantomima. Impiegò due anni per portare a termine Il dittatore. La parte di protagonista femminile doveva essere affidata a Paulette.

L'Inghilterra dichiarò guerra ai nazisti. Poi, improvvisamente, ebbe inizio l'olocausto. Le notizie peggioravano di giorno in giorno. Quando Hitler decise di invadere la Russia, dimostrando la sua follia, gli Stati Uniti non erano ancora entrati in guerra. Chaplin ebbe diversi solleciti a completare il film, atteso da tutti. 

Orson Welles gli diede lo spunto per un documentario sul celebre assassino francese Landru. Chaplin sfruttò l'idea pensando che Landru sarebbe stato il protagonista ideale di un film comico, Monsieur Verdoux.  

Gli proposero come interprete del film Shadow and Substance Oona O'Neill, figlia del famoso drammaturgo Eugene O'Neill. Era una bellezza luminosa, piena di un fascino poco appariscente e di una grazia seducente. La scritturò su due piedi. Iniziarono così vent'anni di assoluta felicità. In un primo tempo la differenza d'età lo preoccupò, ma Oona era fiduciosa e risoluta. Si sposarono al termine della lavorazione di Shadow and Substance.

Oona gli confessò di non voler fare l’attrice. Charlie ne fu felice: finalmente avrebbe avuto una moglie da non dividere con un palcoscenico.

La lavorazione del film su Monsieur Verdoux durò due anni e inizialmente dovette superare una severa censura. La storia, intrisa di humour nero, era un'aspra satira e una critica sociale. Il film riscosse molto successo, ma Chaplin fu criticato come simpatizzante del comunismo, per cui molti gestori di cinema annullarono le prenotazioni.

Frattanto la moglie Oona aveva avuto quattro figli: Geraldine, Michael, Josie e Vicky. La vita a Beverly Hills era di nuovo piacevole. Il film ebbe grande successo e Oona era ansiosa di mandare i figli a scuola in Europa, lontano dall'influenza di Hollywood.

Si era attirato l'inimicizia dell'America perché era stato un anticonformista ed era odiato per non aver mai chiesto la cittadinanza americana. Si attirò così l'inimicizia di una nazione e disgraziatamente perse l'affetto del popolo americano.

La «prima» di Luci della ribalta doveva aver luogo all'Odeon, in Leicester Square. Era una serata di beneficenza, a cui partecipò la principessa Margaret. Il film batté tutti i primati degli incassi, e a dispetto del boicottaggio americano gli fece guadagnare più di tutti gli altri suoi film. 

Da quando avevano lasciato l'America, la vita della famiglia Chaplin si svolgeva su un altro piano. A Parigi e a Roma furono ricevuti come dei conquistatori. A Roma fu onorato, decorato e ricevuto dal presidente e dai ministri.

Successivamente si trasferirono in Svizzera nel villaggio di Corsier in una casa con un grande e ricco frutteto e grandi alberi. Pian piano cominciarono a troncare gli ultimi legami con gli Stati Uniti. Chaplin non ne sentiva la mancanza perché l’America era cambiata e perché ormai ricercava un senso della vita più semplice e personale. Considerava la vita  più emozionante che mai. 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia