SIMONE WEIL

AUTOBIOGRAFIA - Aspettando Dio - Simone Weil, Adelphi 2008

 

Lettera al padre

Simone Weil riconosce  di avere un debito immenso verso il padre, che non l'ha fatta battezzare. Quando la scrittrice ha incontrato Cristo, da cui è stata presa totalmente, ha ammesso di non aver cercato Dio in tutta la sua vita, mai, in nessun momento.

Nell'adolescenza pensava che mancassero gli elementi necessari per risolvere il problema di Dio e che fosse preferibile non sollevare assolutamente il problema.

Sebbene il nome di Dio non facesse parte dei suoi pensieri, la Weil aveva rispetto per i problemi del mondo e della vita presenti nella concezione cristiana. 

Le è sempre stato vietato di pensare ad una vita futura, ma Simone lo ha sempre fatto, pensando che il momento della morte sia la norma e l'oggetto della vita. Credeva che la vita più bella fosse quella in cui tutto è determinato e in cui non c'è mai spazio per nessuna scelta.

All'età di quattordici anni cadde in una di quelle situazioni di disperazione senza fondo dell'adolescenza e pensava seriamente di morire per la mediocrità delle sue facoltà naturale, soprattutto se le confrontava con quelle del fratello. Dopo mesi di oscurità interiore, improvvisamente la Weil ha avuto la certezza che ogni essere umano, anche quando  possiede scarse facoltà naturali, può  entrare in quel regno di verità riservato al genio, a condizione solo che si desideri la verità e ci si sforzi continuamente di raggiungerla. Quell'essere umano allora diventa un genio anche mancando di talento, ma il suo genio potrebbe non essere visibile all'esterno. Dopo numerosi sforzi mentali compiuti per raggiungere la verità, ha scoperto, oltre alla verità, anche la bellezza, la virtù e il rapporto tra grazia e desiderio. 

Scoprì la certezza che, quando si vuole il pane, non si riceve pietre, anche se allora non aveva ancora letto il vangelo. 

Era stata affascinata da San Francesco da quando ne aveva sentito parlare.

Aveva  avuto fin dalla prima infanzia l'idea cristiana della carità alla quale dava quel nome di giustizia. Le fu imposta l'accettazione della volontà di Dio, qualunque essa fosse, idea che aveva trovata esposta in Marco Aurelio sotto il forma dell'amor fati degli stoici. L'idea di purezza le apparve chiaramente quando avevo sedici anni, dopo aver trascorso alcuni mesi preoccupazioni sentimentali tipiche dell'adolescenza. L'idea le venne durante la contemplazione di un paesaggio di montagna e le si impose in modo irresistibile. La Weil sapeva che la sua era una concezione della vita di stampo cristiano; per questo non le venne mai in mente l'idea di entrare nel cristianesimo. 

Ebbe tre contatti davvero cruciali con il cattolicesimo. Dopo un anno in fabbrica, i suoi genitori la condissero in Portogallo; da lì si recò in un piccolo villaggio. Non aveva avuto alcuna esperienza di miseria, tranne che la sua, che era una mezza disgrazia, biologica e non sociale. Sapeva benissimo c'era molta miseria nel mondo, ne era ossessionato, ma non l'aveva mai verificato. La Weil era convinta di aver ricevuto per sempre il marchio della schiavitù come il marchio di ferro rovente che i romani mettevano sulla fronte dei loro schiavi più disprezzati. Da allora si è sempre considerata una schiava.

Con questo stato d'animo e in condizioni fisiche misere, ella giunse in quel piccolo paese portoghese miserabile, solo, durante la notte della festa patronale. La città era in riva al mare. Le mogli dei pescatori camminavano in processione a fianco delle barche; portavano candele e cantavano tristi canzoni. Là fu improvvisamente certa che il cristianesimo fosse per eccellenza la religione degli schiavi, che gli schiavi non potevano fare a meno di aderirvi, e dunque anche lei tra di loro.

Nel 1937 trascorse due giorni meravigliosi ad Assisi. Là, sola nella piccola cappella di Santa Maria degli Angeli, dove san Francesco pregava tante volte, qualcosa di più forte di lei la costrinse, per la prima volta nella sua vita, ad inginocchiarsi.

Con uno sforzo estremo uscì dalla sua misera carne, la lasciò soffrire sola e abbandonata  e trovò una gioia pura e perfetta nell'insolita bellezza del canto e delle parole.

Questa esperienza le fece comprendere, per analogia, la possibilità di amare l'amore divino attraverso la sventura. C'era lì un giovane cattolico inglese che le trasmise per la prima volta l'idea della virtù soprannaturale dei sacramenti, per lo splendore veramente angelico di cui sembrava rivestito dopo aver ricevuto la comunione. Quel giovane fu un vero messaggero per Simone Weil. che iniziò a scoprire l'esistenza dei cosiddetti poeti metafisici dell'Inghilterra del XVII secolo e le recitava a memoria.

Credeva di ripeterla solo come si ripete una bella poesia, ma  quella recita aveva la virtù di una preghiera. Nel corso di una di queste recitazioni, Cristo scese e la prese.

In quest improvvisa discesa di Cristo su di me, né i sensi né l'immaginazione ebbero parte; sentì, attraverso la sofferenza, la presenza di un amore analogo a quello che si legge nel sorriso di un volto amato.

Nella primavera del 1940 lesse la Bhagavadgītā (il vangelo indiano)  Tuttavia non pensava ancora al battesimo.

Durante tutto questo processo spirituale la scrittrice non aveva mai pregato. Qualche volta aveva recitato il Salve Regina, ma solo come si recita una bella poesia.

L'estate scorsa tradusse dal greco il Padre Nostro. L'infinita dolcezza di quel testo greco la colpì a tal punto che per alcuni giorni non poteva smettere di ripeterlo incessantemente.

Da allora la scrittrice mise tutto il suo amore dalla parte della fede.