STEPHEN KING

STEPHEN KING - ON WRITING 2001 Sperling & Kupfer Editore S.p.A. Milano

 

On Writing è un'autobiografia sui generis, che comprende il «Curriculum vitae», «La cassetta degli attrezzi», «Sullo scrivere» e infine «Sul vivere», in cui King racconta lo spaventoso incidente in cui è stato coinvolto e il suo ritorno alla vita, grazie alla scrittura.

 

Stephen King visse un'infanzia anomala, convulsa, cresciuto da una madre single che durante i miei primi anni condusse un'esistenza nomade e che affidò i figli a una zia perché non era in grado di accudirli da sola. Ebbe un processo di crescita disarticolato nel quale hanno agito in varia misura ambizione, desiderio, fortuna e un briciolo di talento.

Da bambino immaginava di essere il Forzuto del Ringling Brothers Circus.

Un anno dopo, si trasferirono nel Wisconsin presso un'altra zia materna. Vi fu un flusso continuo di baby sitter, tra cui Eula, una teenager con un pericoloso senso dell'umorismo.

A cinque o sei anni d'età chiese a sua madre se avesse mai visto morire qualcuno. Gli fece dei resoconti  raccapriccianti.

In prima elementare rimase quasi sempre a letto per il morbillo e per un’infezione alle orecchie, poi fu operato alle tonsille. Dovette ripetere l’anno. Trascorse molto tempo a letto leggendo fumetti e lesse le raccapriccianti storie di animali di Jack London. A un certo punto cominciò a scrivere racconti per conto suo.

Scrisse un racconto in cui quattro animali magici viaggiavano a bordo di una vecchia macchina aiutando dei bambini. Il capo era il coniglione bianco Mr. Rabbit Trick.

Frequentò la seconda elementare a Stratford, Connecticut. Si innamorò di una graziosa teenager che viveva accanto a loro e diventò l’oggetto delle sue fantasie notturne, per scappare insieme dal mondo crudele della realtà.

Il nuovo appartamento era al secondo piano in West Broad Street. Un isolato più giù, c'era una vasta area selvaggia, attraversata da un tratto di ferrovia e con una discarica a un'estremità, uno dei luoghi ai quali tornava più spesso nella sua immaginazione e che riappariva sovente nei suoi romanzi e racconti, sotto nomi sempre diversi.

Dave, suo fratello, era troppo intelligente per i suoi dieci anni. Spesso si cacciava nei guai. Più volte gli addossava la colpa dei guai che combinava.

Nel 1958 Stephen frequentò la Center Grammar School. La mamma lavorava alla Stratford Laundry come stiratrice.

La sua prima idea originale per un racconto gli venne mentre era seduto al tavolo della cucina nella loro casa a Durham, Maine, mentre guardava la madre incollare i Green Stamps, i famosi bollini verdi sulle pagine di un piccolo album. Il giorno in cui gli si accese questa particolare lampadina, la madre commentava che avrebbe dovuto completare altri sei libricini di bollini verdi per ottenere una lampada. A furia di incollare francobolli, aveva la lingua verde. In quell'istante nacque un racconto intitolato Happy Stamps, concepito in un attimo dall'idea di falsificare i bollini verdi, davanti alla lingua verde di sua madre.

L'eroe della sua storia era Roger, un classico babbeo, più volte in carcere  per aver falsificato del denaro. Per evitare un terzo arresto che gli sarebbe stato fatale, cominciò a falsificare Happy Stamps... e scoprì che stava creando montagne dell'articolo autentico. Roger tuttavia scoprì che, mentre i bollini erano perfetti, la colla era difettosa. Le sue labbra erano rosa. Perfino la lingua e i denti erano rosa. Il racconto era carino e abbastanza originale, ma fu rifiutato.

A Durham King occupava una stanza nel sottotetto. Di notte, a letto, si sdraiava sotto quel soffitto e leggeva alla luce di una lampada.

Lì aveva una scrivania, la sua vecchia Royal e un centinaio di tascabili di fantascienza. C'erano anche una Bibbia e un fonografo per sentire i suoi dischi, soprattutto 45 giri di Elvis, Chuck Berry, Freddy Cannon e Fats Domino.

Quando era ormai quattordicenne aveva ormai collezionato tante lettere di rifiuto, che conservava inchiodate al muro.

 Circa dieci anni dopo aver venduto un paio di romanzi, ritrovò un vecchio manoscritto, The Night of the Tiger e pensò che meritasse un’altra chance. Lo riscrisse e F&S lo comperò.

Il fratello Dave, che aveva  un QI oltre i 150 o i 160,, fondò il giornale Dave's Rag. Il Rag era una stramba combinazione di bollettino famigliare e pettegolezzi provinciali con scadenza bisettimanale.

Oltre a notizie locali, Dave inseriva notizie di sport, giochi di parole, previsioni del tempo ricette, una storia a puntate (scritta da Stephen) e «Le barzellette di Dave».

Tra il 1958 e il 1966 la passione principale di Stephen King furono i film. Nella zona c'erano solo due cinematografi, entrambi a Lewiston ma quelle pellicole non gli piacevano. Al film Il cowboy con il velo da sposa preferiva Il seme della violenza. E quando di notte, a letto sotto il tetto, ascoltava il vento negli alberi o i topi in soffitta, sognava scene horror.  Pensava a mostri che divoravano intere città, cadaveri radioattivi. Film dell'orrore, film di fantascienza, film di sbandati in moto lo facevano impazzire. La sala preferita era il Ritz.

 

Non esisteva film dell'orrore che non gli piacesse, ma i suoi preferiti erano la serie ispirata ad Edgar Allan Poe. Di tutti i Poefilm, quello che lo colpì maggiormente fu Il pozzo e il pendolo, che  mescolava una serie di ingredienti del gotico trasformandoli in qualcosa di speciale.

La notte dei morti viventi, la feroce pellicola di George Romero, segnò l'inizio di una nuova era. La scena migliore mostrava John Kerr che, scavando in un muro dentro un castello, rinveniva il cadavere di sua sorella, che era stata murata viva. Il primo piano del cadavere era stato girato con un filtro rosso e un effetto di distorsione che allungava il volto in un gigantesco urlo muto.

Per le vacanze estive King stampò quattro dozzine di un romanzo nuovo, originale,  Invasion of the Star-Creatures e riuscì a vendere quasi tutte le copie.

Nel secondo anno alla Lisbon High School diventò direttore del giornale scolastico The Drum e creò un giornale satirico ex novo, The Village Vomit.

Farcì il Vomit di ghiotte notiziole del tutto inventate sul corpo insegnanti, usando per i professori nomignoli che gli studenti avrebbero riconosciuto immediatamente. Fu completamente travolto dalla sua vena comica.

Fu convocato dal consulente all'orientamento scolastico, interessato a indirizzare la sua «penna irrequieta» a iniziative più costruttive. John Gould, direttore del settimanale di Lisbon, aveva bisogno di un cronista sportivo. Pertanto la scuola, per liberarsi di un alunno scomodo, lo invitò caldamente ad accettare.

Entrò così a lavorare alla Worumbo Mills and Weaving, a Lisbon Falls. Il lavoro era duro e noioso, ma  aveva bisogno di soldi.

Nell'estate del 1969 iniziò a lavorare alla biblioteca dell'Università del Maine.

Un giorno i lavoranti di biblioteca fecero un picnic sul prato dietro la libreria universitaria. C’era una bella  fanciulla con i capelli tinti di rosso e le più belle gambe che avesse mai visto. Si chiamava Tabitha Spruce. Un anno e mezzo dopo si sposarono.

Il loro matrimonio durò tutta la vita. Erano monogami per natura. Tuttavia ciò che li legava   di più erano le parole, la lingua e il lavoro a cui entrambi avevano dedicato la vita.

Stephen King lavorava come insegnante per mantenere la moglie e i figli. Scriveva dopo il lavoro e si divertiva con i suoi racconti, per quanto macabri, come brevi evasioni dal lavoro.

C'erano momenti in cui il regista aveva l'impressione di ripetere semplicemente la vita di sua madre.

I racconti che vendette alle riviste per uomini tra il 1970 e il 1974 erano appena sufficienti a ricavarne di che vivere.

Una domenica pomeriggio, vide nella cassetta postale una busta. I suoi amici della Dugent Publishing Corporation gli avevano inviato un assegno di cinquecento dollari per il racconto A volte ritornano. Furono giorni di grande felicità, ma anche di grandi paure.

Aveva un posto da insegnante di inglese nella cittadina di Hampden. Riceveva una paga di 6400 dollari l'anno, una somma impensabile in precedenza. A fine inverno 1973 vivevano in una grande roulotte a Hermon.

Sua moglie Tabby fu un elemento cruciale nei due anni di insegnamento ad Hampden: non lo scoraggiò mai a smettere di scrivere. Il suo sostegno fu costante. Scrivere è un'occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza.

 

 

Un tempo aveva scritto un racconto tutto al femminile, poi l’aveva cestinato. La sera dopo, tornato a casa da scuola, Tabby lo recuperò e fu disposta a dargli una mano per completarlo. Per scrivere Carrie, King si ispirò in parte a due sue compagne di liceo, Sondra e Dodie, disadattate e messe in disparte dai compagni. Carrie è un romanzo breve su una ragazza presa di mira che scopre di possedere capacità telecinetiche, vale a dire la possibilità di spostare oggetti con la forza della mente. Dopo aver subito un crudele scherzo, Carrie si vendica usando i suoi poteri telecinetici per uccidere le sue compagne. Il libro ottenne grande successo.

Successivamente King scrisse Shining senza nemmeno accorgersi di aver scritto di se stesso. Era un alcoolizzato. Nel 1985 era diventato anche un dipendente dalla droga. 

Tra la fine del 1985 e l'inizio del 1986 scrisse Misery, un titolo che descriveva bene il suo stato d'animo. Era la storia di uno scrittore imprigionato e torturato da un'infermiera psicopatica.

Nel 1986 scrisse Le creature del buio, un racconto di fantascienza stile anni Quaranta in cui una donna scopre un'astronave aliena sepolta.

Non molto tempo dopo, la moglie gli impose di disintossicarsi. Nel momento peggiore non aveva più voglia di bere e non aveva voglia di restare sobrio. Si sentiva sradicato dalla vita. Nell'intraprendere i primi passi sulla strada del ritorno non smise mai di scrivere.

A poco a poco ritrovò il ritmo e successivamente ritrovò la gioia. Tornò alla sua famiglia con gratitudine e al  suo lavoro con sollievo.

Altre opere: Le notti di Salem; Desperation; Dolores Claiborne; Cujo; La zona morta; Il Miglio Verde.

Il libro al quale Stephen King lavorò più a lungo è L'ombra dello scorpione. Voleva realizzare un romanzo di ampio respiro e con molti personaggi principali, un'epopea fantasy.

Un tempo aveva scritto un racconto tutto al femminile, poi l’aveva cestinato. La sera dopo, tornato a casa da scuola, Tabby lo recuperò e fu disposta a dargli una mano per completarlo. Per scrivere Carrie, King si ispirò in parte a due sue compagne di liceo, Sondra e Dodie, disadattate e messe in disparte dai compagni. Carrie è un romanzo breve su una ragazza presa di mira che scopre di possedere capacità telecinetiche, vale a dire la possibilità di spostare oggetti con la forza della mente. Dopo aver subito un crudele scherzo, Carrie si vendica usando i suoi poteri telecinetici per uccidere le sue compagne. Il libro ottenne grande successo.

Successivamente King scrisse Shining senza nemmeno accorgersi di aver scritto di se stesso. Era un alcoolizzato. Nel 1985 era diventato anche un dipendente dalla droga. 

Tra la fine del 1985 e l'inizio del 1986 scrisse Misery, un titolo che descriveva bene il suo stato d'animo. Era la storia di uno scrittore imprigionato e torturato da un'infermiera psicopatica.

Nel 1986 scrisse Le creature del buio, un racconto di fantascienza stile anni Quaranta in cui una donna scopre un'astronave aliena sepolta.

Non molto tempo dopo, la moglie gli impose di disintossicarsi. Nel momento peggiore non aveva più voglia di bere e non aveva voglia di restare sobrio. Si sentiva sradicato dalla vita. Nell'intraprendere i primi passi sulla strada del ritorno non smise mai di scrivere.

A poco a poco ritrovò il ritmo e successivamente ritrovò la gioia. Tornò alla sua famiglia con gratitudine e al  suo lavoro con sollievo.

Altre opere: Le notti di Salem; Desperation; Dolores Claiborne; Cujo; La zona morta; Il Miglio Verde.

Il libro al quale Stephen King lavorò più a lungo è L'ombra dello scorpione. Voleva realizzare un romanzo di ampio respiro e con molti personaggi principali, un'epopea fantasy.

Scrisse anche Le creature del buio; L'incendiaria; La metà oscura; La chiamata dei tre; Shining; Mucchio d'ossa; Il gioco di Gerald; Il corpo;  Cuori in Atlantide; It;  Buick 8.

Durante una passeggiata, fu investito da un van. Ebbe un trauma, da cui si riprese faticosamente. Gli fu ricostruita la gamba.

Cominciò a buttar giù On Writing nel novembre o dicembre 1997 e lo completò nel 1999.

Completò la parte biografica ed esaminò esaminato i meccanismi della scrittura più importanti. 

Finalmente era lui che cominciava a prendere il sopravvento sul disagio fisico. Ancora non aveva ricuperato molto delle sue forze, ma ne aveva a sufficienza per portare a termine il libro e ne fu felice.

TITOLI DI ALCUNI FILM TRATTI DAI ROMANZI E DAI RACCONTI DI STEPHEN KING

L'acchiappasogni, dall'omonimo romanzo

Le ali della libertà, dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank,

L'allievo,  dal racconto Un ragazzo sveglio, 

Brivido, dal racconto breve Camion,

Carrie - Lo sguardo di Satana, tratto dal romanzo Carrie

Christine - La macchina infernale, tratto dall'omonimo romanzo

Cimitero vivente, tratto dal  romanzo Pet Sematary

La creatura del cimitero, dal racconto omonimo

Cujo, dall'omonimo romanzo

Fenomeni paranormali incontrollabili, tratto dal romanzo L'incendiaria

It, dall'omonimo romanzo

Mercy, tratto dal racconto La nonna

La metà oscura, dall'omonimo romanzo

Il miglio verdedall'omonimo romanzo

Misery non deve morire, tratto dal romanzo Misery

L'occhio del male, dall'omonimo romanzo

Pet Sematary, dall'omonimo romanzo

Riding the Bullet, dall'omonimo romanzo

Lo sguardo di Satana - Carrie, tratto dal romanzo Carrie

Shining, dall'omonimo romanzo

Stand by Me - Ricordo di un'estate, tratto dal racconto Il corpo

Stazione Erebus, dal racconto omonimo

L'ultima eclissi tratto dal romanzo Dolores Claiborne

Unico indizio la luna piena, dall'omonimo romanzo

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia