WOODY ALLEN - AUTOBIOGRAFIA

Tratto da "Woody Allen A proposito di niente Autobiografia" - La nave di Teseo Milano 2020

 

Il vero nome del regista è Allan Stewart Konigsberg, nato il 1° dicembre 1935 in un ospedale del Bronx.

Il padre di Woody, giocatore di biliardo, bookmaker, ebreo, si era arruolato in marina ed era un tiratore scelto pluridecorato.

Era stato viziato dal nonno, che lo preferiva agli altri figli. Svolgeva molti lavori: fece il tassista, gestì una sala da biliardo, fece l’allibratore. Un bel giorno incontrò Nettie e rimasero sposati per settant’anni. Nettie Cherry era una grande lavoratrice, fedele, amorevole e gentile. Soffrì di demenza senile e morì a novantasei anni.

Woody era molto affezionato al padre, che era  un  tipo  affabile,  affettuoso  e disposto a manifestare i suoi sentimenti, mentre la madre era inflessibile.

La madre teneva la contabilità di un negozio di fiori. Si occupava della casa, cucinava, pagava le bollette, mentre il padre spendeva il suo denaro e viziava il figlio.

Woody fin da bambino era un prestigiatore dilettante che amava l’illusionismo, l’ isolamento, i giochi di prestigio. Gli piaceva suonare uno strumento o scrivere; evitava di avere contatti con gli altri esseri umani, bastandogli i parenti, affettuosi e gentili.

Imparò a barare a poker, intascando le paghette di tutti i coetanei.

A cinque o sei anni Woody fece un test di intelligenza: la madre ne rimase impressionata. Le raccomandarono di mandarlo a una scuola speciale per bambini plusdotati, che si trovava a Manhattan, troppo lontano da casa, così frequentò la Public School 99, dove considerava ritardati gli insegnanti. Woody odiava tutte le scuole, non amava lo studio e venne bocciato.

L’unico libro che lesse fu Le gang di New York di Herbert Asbury, che gli trasmise il fascino dei criminali e delle loro imprese.  Inoltre leggeva fumetti. I suoi eroi letterari erano Batman, Superman, Flash Gordon, Paperino e Bugs Bunny. 

Successivamente fu attratto dall’arte di Cézanne e Pissarro perché, nelle gelide mattine invernali, si rifugiava nei muse per stare al caldo. Così a quindici anni venne ammaliato da Matisse e Chagall, da  Picasso e Pollock. Naturalmente raccontava bugie a casa e a scuola, con frenetici  sotterfugi, con giustificazioni  contraffatte e conseguente rabbia dei genitori.

Era un ragazzo pigro che non provava alcun piacere a immergersi nei libri, ma amava la radio e i film. 

Cominciò a leggere solo alla fine delle superiori, leggendo Le Metamorfosi di Kafka, perché, per rimorchiare le ragazze, tutte studiose e colte, gli serviva una parvenza di cultura; pertanto, cominciò a leggere libri di Balzac, Tolstoj e Eliot, in modo da reggere la conversazione con una ragazza.

Woody era molto affezionato a Letty, sua sorella, nata quando lui aveva otto anni. L’amò e l’aiutò a crescere. Giocava con Letty e spesso se la portava dietro quando usciva con gli amici.

Woody era il centro dell’attenzione delle cinque zie materne. Era sano, benvoluto, atletico; riusciva molto bene negli sport; eppure fu un nevrotico pieno di fobie, sempre sul punto di perdere l’autocontrollo, solitario e pessimista. Eppure non ci furono traumi nella sua vita ma, crescendo, gli divenne chiaro che la vita è priva di senso.

La cugina Rita, che aveva cinque anni più di lui, ebbe un’influenza significativa sulla sua vita.; lo portava sempre con sé al cinema, in spiaggia, al ristorante cinese, al minigolf. Lo presentava a tutti i suoi amici, ragazzi e ragazze ebrei della classe media, intelligenti, che studiavano per diventare giornalisti, insegnanti, medici e avvocati. I film erano la passione di Rita, ma trascorrevano molto tempo anche ad ascoltare insieme la radio.

Da ragazzo i film preferiti di Woody erano gli champagne comedies, ossia le storie che si svolgevano in attici dove uomini raffinati pronunciavano dialoghi spiritosi e flirtavano con donne bellissime. Gli piacevano i film di Katharine Hepburn, Spencer Tracy, Cary Grant o Myrna Loy.

Woody crebbe a Brooklyn, in un appartamento della quattordicesima Strada. In ogni via c’era un cinema e non c’era giorno in cui non ci fosse qualcosa da vedere.

Un giorno il padre lo condusse a Manhattan e Woody si innamorò di quella città e negli anni successivi continuò a tornarci appena possibile.

Amava Bob Hope, di cui non perdeva mai un  film o una trasmissione radiofonica. Adorava la radio e restava in casa ad ascoltarla, facendo finta di essere malato.

Secondo Woody, l’intera scuola era concepita in modo tale che fosse impossibile qualunque forma di apprendimento. Si imparava a memoria, solo che non si apprendeva niente e ogni insegnamento gli pareva insulso, perfino la musica. 

Un’insegnante riferì alla madre di Woody che stava sempre appiccicato alle ragazze. La madre veniva continuamente convocata dalle insegnanti.

Woody riteneva che la religione fosse un grande imbroglio. Non aveva mai creduto nell’esistenza di un dio, pur essendo ebreo.

Non amava studiare, ma sapeva scrivere. Inventava storie senza scrivere nulla, secondo le antiche consuetudini della tradizione orale.

A  tredici anni era uno sbruffoncello che conosceva un’infinità di barzellette e incominciava ad affacciarsi nel mondo dello spettacolo. Scrisse le sue prime battute su una macchina da scrivere rubata e, per il suo tredicesimo compleanno,  ricevette un manuale di illusionismo. Passava tutto il tempo libero ad esercitarsi e lesse molti trattati di illusionismo per imparare la destrezza manuale.

Oltre al virus dell’illusionismo era già un malato di cinema. Si entusiasmò per il vaudeville. Nello sport Woody eccelleva: era un bravo giocatore di baseball e voleva diventare un professionista.

A quattordici anni, in un ritrovo del quartiere, si esibì in qualche gioco di prestigio, ma era un illusionista fallito. Il pubblico rideva, per cui credette di avere chance come comico. Un giorno assisté a uno spettacolo di Jerry Epstein, che aveva preparato un pezzo ben organizzato, con battute spiritose e osservazioni sui film di guerra e quelli di gangster. Sandy Epstein gli insegnò un’infinità di sketch e di battute. E quando entrò alla Midwood High School, la sua classe divenne il suo palcoscenico, con grande irritazione degli insegnanti. Durante il primo anno di superiori scoprì di essere un aspirante comico, un aspirante illusionista, un aspirante giocatore di baseball, ma alla fin fine solo un pessimo studente.

Dopo aver sentito la musica jazz, diventò anche un aspirante jazzista. Comprò un sassofono e un clarinetto e imparò a suonarli.

Si esercitò continuamente, ma con risultati scadenti perché non aveva orecchio né senso del ritmo.

Cominciò a suonare con altri musicisti molto gentili e prodighi di incoraggiamento, ma quando Woody suonava si tappavano le orecchie con la massima discrezione.

Intanto iniziava la sua vita amorosa, con molti insuccessi. Le ragazze carine, intelligenti ed eleganti erano annoiate a morte da uno smidollato che sapeva parlare solo di film con Bob Hope. Molte ragazze non erano banali. Avevano un’intelligenza seducente.

Così iniziò a leggere romanzieri, poeti, filosofi; amava Hemingway e Camus perché erano più semplici. Gli piacevano Melville ed Emily Dickinson, Thomas Mann e Turgenev. Gli piaceva Il rosso e il nero, soprattutto quando il suo giovane eroe si chiede se sedurre la più anziana e sposata Madame de Rênal. Inserì una parodia di quell’episodio nella sua commedia Provaci ancora, Sam, che interpretò a Broadway con Diane Keaton.

Le sue erano letture disordinate, ma adesso ascoltava anche musica classica, visitava i musei e cercava di farsi una cultura.

Per quanto riguarda i film, conosceva molti film  stranieri.. Preferiva Chaplin a Keaton.

Ha adorato Hitchcock, gli piacevano i musical: Cantando sotto la pioggia, My Fair Lady. Amava la commedia di Georges Bernard Shaw, preferibile a  qualunque cosa di Shakespeare o di Wilde.

Finite le superiori, stava pensando al futuro. Non aveva talento per la musica. Non riusciva ad affrontare il pubblico e fare il comico: era uno felice quando se ne stava in camera sua. Cominciò a sognare di fare il detective.

Quando aveva dieci anni, in un tema scolastico fece riferimento a Freud, all’Es e alla libido, con un curioso talento: sfruttare conoscenze vaghe e superficiali – in quel caso giusto le parole – per delle battute che fanno ridere. Gli insegnanti furono molto divertiti da quello che aveva scritto. Qualcuno gli consigliò di scrivere le sue battute. Erano barzellette su suocere, parcheggi, tasse. Intanto erano in giro delle battute con il suo nome, e pensò che fosse meglio cambiarlo.

Lo pseudonimo scelto fu Woody Allen. Per conservare un elemento del nome vero, tenne Allen come cognome. Non rimpianse il suo nome d’origine: Konigsberg aveva un suono troppo tedesco.

Si iscrisse  alla New York University. Optò per un piano di studi con solo tre materie: cinema, spagnolo e inglese. Riuscì a non superare neanche un esame. L’unica alternativa era seguire i corsi estivi.

Gli fu balenata la remota possibilità di scrivere battute per Bob Hope, di cui apprezzava la presenza comica e la recitazione stratosferica. Pensò nuovamente di fare il cabarettista. Tornò a esibirsi in un locale del suo quartiere, stese tutti e capì quale incomparabile piacere fosse far ridere il pubblico. 

Poco dopo essere stato espulso dalla NYU, cominciò ad andare da uno psicanalista quattro volte la settimana. Ci andò per otto anni. Dopo tanti anni di terapia aveva ottenuto qualche aiuto, ma  provava ancora le  paure,  i  conflitti e  le debolezze che aveva sempre provato.

Ormai lavorava come autore comico per vari programmi radiofonici, ma si presentava anche a varie agenzie teatrali.

In quell’epoca conobbe Harlene, una ragazza che suonava il pianoforte, carina, intelligente, di famiglia benestante, amante della musica classica, che studiava recitazione.

 Woody scoprì di essere nemico giurato di  tutti gli oggetti meccanici e di qualunque aggeggio: orologi, ombrello, macchine fotografiche o registratori, DVD. A sedici anni comprò una macchina da scrivere nuova, una Olympia portatile, ma non sapeva cambiarle il nastro. In auto andava troppo veloce e sterzava dove non c’erano curve. Non sapeva parcheggiare. Si perdeva di continuo e non aveva senso dell’orientamento. Quando vendette la Plymouth, fu come se gli avessero tolto un tumore.

Conobbe Danny Simon e la sua vita cambiò completamente. Riteneva che le battute di quel timido ragazzo fossero fantastiche.  Gli insegnò alcune cose fondamentali.

Al teatro estivo la prima settimana scrisse uno sketch da recitare di fronte al pubblico dello show del sabato sera. A un certo punto ci fu la prova generale e il suo pezzo venne accolto con grandi risate.

Allen venne conquistato dal fascino di Hollywood. All’Hollywood Hawaiian Hotel Allen ebbe una suite tutta per sé, dotata anche di cucina. Attorno alla piscina si ritrovavano tutti gli autori e i comici: tramonti, notti tiepide e un bel po’ di soldi in tasca.

Decise di condividere tutto questo con Harlene, così le propose di prendere un aereo e di sposarlo. Harlene aveva appena finito le superiori e aveva diciassette  anni; lui ne aveva venti.

Ciò che seguì fu un incubo per entrambi per colpa di Woody, che fallì su tutti i fronti e le rese la vita un inferno.

Harlene andava all’università. Ogni mattina Woody la accompagnava e poi si immergeva nel lavoro. Non andavano d’accordo su niente, nessuno dei due era disposto al minimo compromesso. Woody era scontroso, insoddisfatto, sgradevole con i suoi genitori senza nessuna ragione. Non sopportava gli amici della moglie. 

Un bel giorno ricevette una cartolina di precetto. Contattò tanti medici affinché attestassero menomazioni di ogni tipo. Il giorno della visita si presentò con numerosi esami: piedi piatti, asma, miopia, cistifellea, scoliosi, labirintite, ma ilo psichiatra si accorse che rosicchiava le unghie e lo riformò per onicofagia. 

La moglie si stava laureando in filosofia all’Hunter College e lo iniziò alla filosofia. Durante una discussione filosofica, Harlene gli dimostrò che lui non esisteva.

Woody incontrò alcuni grandi parolieri, tra cui Sid Caesar, titolare di uno dei migliori programmi televisivi dell’epoca, Sid poteva contare su un gruppo di autori di genio, tra cui Mel Brooks e Neil Simon. Il suo programma settimanale era atteso da tutti quelli che apprezzavano la comicità intelligente. Entrare a far parte del gruppo dei suoi autori era un traguardo, ma ben presto Woody  si scoprì affetto dalla “fobia dell’ingresso”. Aveva timore di entrare in casa di un personaggio celebre e, ogni volta che doveva partecipare a qualche evento, cercava di arrivare per primo.

Sid Caesa gli chiese di scrivere un pezzo per lui insieme a Mel Brooks, un tipo fantastico, brillante, colto e con un talento per la musica.

A ventidue anni Woody Allen divenne l’autore principale per lo show televisivo di Pat Boone. La sua reputazione continuava a essere alta tra i suoi colleghi e continuava a essere richiesto.

Tutti pensavano che Allen fosse  un comico nato., perché provocava risate fragorose. Malgrado il suo attacco di timidezza di fronte agli applausi e alle risate, il giorno dopo arrivarono varie proposte da parte di proprietari di locali e produttori televisivi. 

Intanto lui e  Harlene si allontanarono uno dall’altra. Incontrarono un’altra coppia, che abitava non lontano da loro. Allen decise di uscire con la ragazza, Louise Lasser, una creatura bionda e bellissima, che poteva evocare Brigitte Bardot.

Allen se ne innamorò, si separò dalla moglie e iniziò una storia con Louise. Finalmente capì che cosa fosse l’amore.

Visse con Louise per otto anni prima di sposarla. In quegli otto anni di montagne russe lei lo tradiva, seguiva varie diete, soffriva di disturbi bipolari e faceva ampio consumo di marijuana, psicofarmaci e droghe.

Incise un disco con Barbra Streisand.

Louise ebbe un’influenza positiva su di lui da molti punti di vista, per esempio tirandolo fuori dal suo guscio. Woody ora faceva amicizia facilmente: alla gente piacevano la sua energia, la sua intelligenza, il suo fascino e il suo senso dell’umorismo.

 La vita con Louise procedeva con i suoi alti e bassi: si lasciavano, si rimettevano insieme, si rilasciavano.

Decise di scrivere una commedia piena di belle donne ambientata a Parigi e preparò la sceneggiatura, che venne proposta a Peter O’Toole.  Peter Sellers si accaparrò il secondo ruolo del film. Il regista era Clive Donner,. Burt Bacharach compose la canzone dei titoli di testa che, interpretata da Tom Jones, fu un grande successo. Woody Allen nel cinema era un principiante assoluto. Intanto il cast si arricchiva: Ursula Andress, Romy Schneider; e  Paula Prentiss. Dato che il film si doveva svolgere a Parigi, lo mandarono lì a rimaneggiare la sceneggiatura. Parigi fu amore a prima vista. Allen si innamorò di ogni cosa di quella città. Il film era Ciao Pussycat. Fu il primo film di Woody Allen che non riusciva a far ridere.

 

Tornò ad abitare sulla Settantanovesima Strada e a vivere un tira e molla con Louise. I due litigavano su tutto.

Prima di partire per Londra, Louise e lui si sposarono.

Allen realizzò una commedia per Broadway, Don’t  Drink  the  Water.

Il protagonista maschile fu Tony Roberts, aitante dongiovanni, ma fu un fiasco assoluto. Le recensioni furono pessime. Dopo aver sostituito quasi tutto il cast, il film divenne una macchina da risate, che rimase in cartellone due anni.

 

Il matrimonio intanto andava a pezzi, anche perché Louise aveva scoperto la cannabis; faceva uso anche di anfetamine e barbiturici.

Per distrarsi, Allen pensò di girare una commedia con lo stile di un documentario. Era Prendi i soldi e scappa. Entrò a San quentin e cominciò la sua carriera, mettendo in scena una sommossa nel cortile di una prigione. I detenuti furono collaborativi. Le riprese filarono lisce e il film piacque ai critici e  alla fine fu anche un successo di pubblico. Ed è così che Woody Allen entrò nel cinema. Louise e Woody decisero di divorziare; si separarono senza rancore e rimasero sempre amici.

Tornato single, per il film Provaci ancora, Sam, Allen scelse Bogart perché all’epoca era molto diffuso un suo manifesto. A furia di usarlo in questo senso, Bogart divenne uno dei personaggi principali. Iniziò a scegliere gli attori: Tony Roberts come  coprotagonista al suo fianco e Diane Keaton, una provincialotta della California,adorabile, spiritosa, autentica, spontanea. Divennero amanti. 

Il regista girò a Portorico Il dittatore dello stato libero di Bananas. Comprò un attico sulla quinta Avenue, e la Keaton si trasferì con lui. L’appartamento era al Central Park, con una vista che spaziava dal World Trade Center al George Washington Bridge. Il film ebbe successo e lo stesso i suoi due film successivi.

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere fu il suo primo grande successo commerciale, che decretò il successo di Gene Wilder.

Il suo film successivo, Il dormiglione, che vinse alcuni premi.

Dopo Il dormiglione venne Amore e guerra, una farsa che parodiava la letteratura russa, il più divertente dei suoi primi film, piacevole da girare tranne che per il clima. Freddo a Budapest e freddo a Parigi. Per la colonna sonora ricorse a  Prokofiev. Le recensioni furono positive,.

 

Amore e guerra era stato una farsa, una parodia di Ejzenštejn e Tolstoj. Adesso Allen aspirava a realizzare  una commedia realistica, dove potesse parlare al pubblico e mettere a nudo la sua anima. Meno risate, ma personaggi coinvolgenti e vite interessanti. Costruì con Marshall Brickman l’intreccio di Io e Annie.

 Il film uscì e tutti se ne innamorarono all’istante. Ottenne quattro Oscar, ma Allen non andò a ritirare il premio.

Decise allora di fare un film drammatico. Per il film Manhattan scelse, per l’interpretazione di Tracy, Mariel Hemingway.

Allen si innamorò di Soon-Yi proprio mentre usciva nelle sale una nuova copia di Manhattan.

Il film Interiors ebbe alcune ottime recensioni.

 

Manhattan fu un grande successo  ovunque. Ad Allen venivano riservate le copertine di noti giornali.

Vinse premi in tutto il mondo ma non ottenne nomination, né come miglior film né per la regia.

 

Successivamente realizzò Zelig, una commedia in stile documentario. Zelig parlava di come tutti noi vogliamo essere accettati, conformarci, non offendere gli altri; di come  spesso offriamo una diversa immagine di noi a diverse persone, sapendo quale può risultare più gradita. Era un’esaltazione del conformismo.

Una commedia sexy in una notte di mezza estate risultò un bellissimo film pieno di magia, ma non piacque a nessuno. Zelig ebbe una sorte molto migliore, e il nome “Zelig” è entrato nel vocabolario comune, per indicare una persona che continua ad abbandonare le sue idee per adottare idee altrui.

Protagonista femminile di entrambi i film fu  Mia Farrow, che si rivelò una personalità interessante: sapeva recitare, dipingere,      aveva orecchio per la musica e aveva sette figli. Pensò che fosse la donna dei suoi sogni.

L’attrice, di punto in bianco, gli propose di sposarla. Le rispose che considerava  il matrimonio un rito non indispensabile. 

Su Mia circolavano molte voci, ma Allen non fu prudente. 

Woody, accecato dal viso incantevole di Mia, le affidò il suo cuore senza riserve. I  suoi figli erano educati e silenziosi. Allen andava  d’accordo con tutti loro.

Mia imponeva a tutti loro una rigida disciplina tanto fisica quanto psicologica.

Negli anni che seguirono girarono insieme vari film. Poi, a un certo punto, Mia gli disse di volere altri figli.

Una volta andò in Texas con Soon-Yi per adottare un bambino messicano, ma dopo qualche giorno lo rimandò indietro.

Allen, a parte Moses, passava pochissimo tempo con i suoi figli. Soon-Yi non lo poteva sopportare. Alla fine, Mia adottò una bambina che chiamò Dylan. Ben presto il regista si affezionò alla piccola, felice di farle da papà.

E poi un giorno Mia gli annunciò di essere incinta. Lei frequentava Frank Sinatra, ma Allen fu convinto che il figlio che lei aspettava fosse suo.Improvvisamente, le cose precipitarono. Mia perse ogni interesse verso di lui. Ormai con Woody aveva ottenuto la desiderata gravidanza e lui diventò inutile.

La relazione continuò a sgretolarsi, ma il rapporto del regista con i figli di Mia era splendido. Era un padre a tutti gli effetti.

Crescendo e dando prova di notevole intelligenza, il piccolo Satchel spodestò Fletcher dal ruolo di favorito. In tutto ciò, Mia aveva poco tempo da dedicare agli altri figli. Mia reagì molto freddamente quando Allen le propose di adottare Dylan e Moses, che gli volevano bene. In seguito cercò di occuparsi al meglio anche di Satchel. Woody Allen divenne legalmente padre di Dylan e di Moses.

Frequentando anche Soon-Yi, Lei e Woody scoprirono di amarsi. Soon-Yi, che era stata chiusa in un orfanotrofio, non aveva mai amato Mia, che non aveva mai cercato di sviluppare le potenzialità di Soon-Yi. Tra i figli adottati, solo Soon-Yi si ribellava a Mia. Mia e Soon-Yi erano ai ferri corti. 

Durante la lavorazione del film Mariti e mogli, il suo rapporto con Soon-Yi prese una piega diversa. A suo dire, sua madre sfruttava Allen senza ritegno. Allen capì che Soon-Yi non era la ragazzina vuota di cui gli parlava Mia, ma una persona intelligente, sensibile e sveglia. Fu l’inizio di un’amicizia che pian piano si trasformò in qualcosa di diverso, finché non scoprirono di essere molto legati uno all’altra.

Soon-Yi finì l’università, prese un master alla Columbia ed  iniziò a lavorare. Nel frattempo la relazione tra Allen e Mia si trascinava per inerzia.

Soon-Yi e Woody iniziarono una relazione. La passione di quei primi incontri divenne la base di molti anni felici. Soon-Yi era una persona molto intelligente, piena di potenziale,  pronta a sbocciare se solo qualcuno le avesse mostrato un po’ di interesse, un po’ di sostegno e soprattutto un po’ di amore.

Una domenica pomeriggio pensarono di scattare delle foto sexy. Allen, imprudentemente, ne lasciò qualcuna in vista  sulla mensola sopra il caminetto. L’intoppo si verificò quando Mia entrò in casa di Woody. Appena Mia scoprì la loro relazione, accusò Woody di aver violentato Soon-Yi, la sua figlia minorenne. Uno psicologo parlò con Soon-Yi e chiese di parlare anche con Mia. Sostenne che Soon-Yi doveva allontanarsi da sua madre.

Mia diceva a tutti che Soon-Yi era minorenne in realtà di anni ne aveva ventidue e non aveva avuto molestie ma amore.

 

Fu anche accusato di aver molestato Dylan, un’invenzione malvagia e priva di fondamento. L’accusa di molestie fu fatta cadere dai responsabili dei servizi sociali dello Stato di New York, che non riscontrarono alcuna prova che il minore fosse stato vittima di abusi.

 

Woody Allen non aveva paura della verità. Era pronto ad affrontare un processo e a dichiarare con assoluta onestà che non aveva mai abusato di nessuno in vita sua. Si sottopose al test della macchina della verità e lo superò facilmente ma Mia si rifiutò di farlo.

 

Una delle cose più tristi della sua vita fu essere privato della gioia di crescere Dylan e di mostrarle le bellezze di Manhattan, di Parigi e di Roma. Soon-Yi e Woody avrebbero accolto Dylan a braccia aperte, ma ciò era impossibile.

Il giudice  Wilk  concesse  a  Mia  l’affidamento esclusivo di Moses e di Dylan.

Allen e Soon-Yi alla fine si sposarono. La cerimonia, molto romantica e segreta, si svolse a Venezia, in un ufficio del municipio, ma il segreto finì  sulla  prima  pagina  dei  giornali.  

Intanto Soon-Yi e Woody adottarono alla nascita due bambine, una coreana e una americana. Poiché nell’attico si stava stretti, si trasferirono sulla Novantaduesima Strada in una maestosa casa grande e bellissima, con molti dettagli antichi, numerosi caminetti e un bel giardino.

Così Soon-Yi e Woody vissero seguendo le figlie, che studiavano musica, disegno e francese.

Allen diresse il film Misterioso omicidio a Manhattan unicamente per realizzare un film giallo.

Era un film divertente, con una buona storia e gag che funzionavano.

Dovendo indicare un periodo della mia vita in cui fu felice, Allen avrebbe indicato gli anni immediatamente successivi. Allen adorava Soon-Yi e non si pentì mai di tutte le sofferenze che aveva dovuto subire.

Woody decise che l’avrebbe accudita, viziata, messa al centro del suo mondo, esaudendo tutti i suoi desideri.

Dopo avere iniziato a vivere con Soon-Yi, per la prima volta nella sua vita Allen poteva apprezzare le gioie di un vero matrimonio e di una vera relazione d’amore.

Continuò a girare film: Pallottole su Broadway, vincitore di vari premi Oscar.

Recitò in una versione televisiva della commedia I ragazzi irresistibili di Neil Simon con Peter Falk, attore eccellente, persona molto piacevole, ma troppo esigente. Sarah Jessica Parker fu la protagonista femminile.

Ottenne elogi e complimenti per I ragazzi irresistibili.

 Successivamente girò il suo primo  film  scollacciato,  La  dea  dell’amore, con un’attrice di grande talento, Mira Sorvino, che per questo film vinse un Oscar.

Aveva sempre sognato di fare un musical con persone che non sapessero cantare. Si trattava di Tutti dicono I Love You. Fece cantare attori e attrici stonati, badando solo alle emozioni.

Trovare un protagonista per La maledizione dello scorpione di giada fu difficile, e così lo interpretò Woody stesso. Dan Aykroyd e Helen Hunt furono prevedibilmente ottimi. E Charlize Theron aveva un’ampia gamma espressiva. Il film  fu un discreto successo.

In Match Point ogni attore, per quanto piccolo fosse il suo ruolo, diede un vero contributo. Fu un film che andò al di là delle ambizioni del regista.

Girò Midnight in Paris stando stare quattro mesi in una grande  suite  all’hotel  Le  Bristol. Il protagonista fu Owen Wilson. Adrien Brody interpretò Salvador Dalí  e Corey Stoll ebbe la parte di Ernest Hemingway.

To Rome with Love è un brutto titolo, che il regista accettò per accontentare i finanziatori italiani. Allen, cresciuto con De Sica, Fellini e Antonioni, stava dirigendo attori italiani, in italiano con i sottotitoli. Sapeva che sarebbe stato un handicap per gli incassi, dato che gli americani non amano i film con i sottotitoli, ma in questo caso era solo metà film. In secondo luogo, ebbe l’onore di dirigere il grande Roberto Benigni, che non parlava inglese. Un bravo attore si sente, si avverte dalla mimica, dalle espressioni, dal tono della voce. Per ringraziarlo, alla fine delle riprese gli regalò un libro raro, il Satyricon in italiano.

Nel film Blue Jasmine Allen diresse la grandissima attrice Cate Blanchett e cercò di creare qualcosa dove potesse emergere la sua forza drammatica. Il film fu un successo e Cate Blanchett vinse l’Oscar. La sua vita procedeva, Soon-Yi era una fonte costante di gioia,  le  sue  figlie  crescevano,  e  lui le  aiutava  a  fare  i  compiti.

Desiderava fare un film ambientato a New York alla fine degli anni Trenta, e Café Society gliene  diede l’opportunità. I protagonisti furono Kristen Stewart, Jesse Eisenberg e Steve Carell. Café Society era un film con la forma di un romanzo.

Girò Un giorno di pioggia a New York per riprendere Manhattan sotto la pioggia, come correlato del suo stato d’animo, della sua anima  nuvolosa.

Girò una storia romantica e improbabile su due studenti che si innamorano nell’arco di un weekend.

I tre protagonisti di Un giorno di pioggia a New York furono molto bravi e fu un piacere lavorare con loro. Tanti seppero prendere pubblicamente le difese del regista: Ray Liotta, Catherine Deneuve, Charlotte Rampling, Jude Law, Isabelle Huppert, Pedro Almodóvar, Alan Alda.

 Un giorno di pioggia a New York rimane invisibile negli Stati Uniti ma, nel resto del mondo, ottenne un buon successo.

 

 Gli piaceva scrivere più che girare film, che era un lavoro duro, fisico,  che  si  fa  col caldo o col freddo, in  orari impossibili, e richiede molta attenzione ai dettagli. Per Allen  il divertimento è stato circondarsi di uomini carismatici e di talento e da donne belle e brave. Un uomo come lui, che aveva la fortuna di essere dotato di senso dell’umorismo, si considerava in primo luogo uno scrittore, libero di creare ciò che vuole scegliendo i propri orari. Nel frattempo, si esercitava al clarinetto,  adorava Soon-Yi, amava viziare le figlie e finalmente si riteneva fortunato. 

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia