Aneddoti sulla vita dei filosofi

Bosch - Il viandante
Bosch - Il viandante

ANEDDOTI SULLA VITA DEI FILOSOFI

 

TALETE

PITAGORA

ANASSAGORA

ERACLITO

DEMOCRITO

SOCRATE

PLATONE

ARISTOTELE

DIOGENE IL CINICO

ZENONE

VOLTAIRE

KANT

HEGEL

SCHOPENHAUER

KIERKEGAARD

NIETZSCHE

FOUCAULT

GRAMSCI

WITTGENSTEIN 

TALETE

 

1.  Platone narra che lo scienziato Talete, il primo  filosofo ad interrogarsi sull'origine unica di tutta la realtà (arché), camminasse guardando costantemente il cielo, al punto che un giorno andò a finire in un pozzo.

 

2. Secondo Aristotele Talete, grande studioso di fenomeni meteorologici, avendo previsto che nell'anno ci sarebbe stata un'abbondante produzione di olive, fece incetta di tutti i frantoi della zona, arricchendosi.

 

3. Alla madre che periodicamente voleva spingerlo a sposarsi, Talete continuava a rispondere: Non è ancora il momento giusto; divenuto ormai vecchio, alla donna che continuava a insistere affinché si sposasse, rispose: Ora il tempo per queste cose è passato.

 

4. Chiesero a Talete come mai non avesse mai messo al mondo dei figli. Rispose: Per amor loro.

5. Talete dichiarava di essere grato al destino per essere nato uomo e non animale, maschio e non femmina, greco e non barbaro.

6. A chi chiedeva che cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, rispondeva: La notte, un giorno prima.

7. Per Talete tra il vivere e il morire non c'era alcuna differenza. A un tale che gli chiese:  Allora perché non muori? rispose: Perché non c'è differenza.

PITAGORA

1. Una volta, passando per strada, ebbe compassione di un cagnolino che veniva maltrattato e disse: Smettete di bastonarlo, perché è l'anima di un mio amico, ne ho riconosciuto la voce.

2. Giunto in Italia, si costruì un'abitazione sotterranea e chiese alla madre di annotare gli avvenimenti su una tavoletta e di mandargliela giù ogni giorno. Dopo un certo tempo, Pitagora ritornò alla luce, scarno e scheletrico; dichiarò di essere giunto dall'Ade e raccontò loro i fatti accaduti in quel periodo. I presenti ne furono turbati e lo considerarono una divinità.

3. Nella sua scuola, aveva imposto agli allievi una dieta rigorosa, da cui erano escluse la carne, le fave e alcuni tipi di pesce.

ERACLITO

1. Una volta, durante una pubblica assemblea, mentre si discuteva sul modo di affrontare una carestia, prese dell'orzo tritato, lo mescolò con dell'acqua e si mise a mangiarlo, dimostrando che basta veramente poco per vivere.

 

2. Al filosofo fu chiesto perché tacesse. Rispose: Perché voi possiate chiacchierare.

 

3. La fama di Eraclito arrivò fino a Dario, il re dei persiani, il quale invitò il filosofo a recarsi al suo palazzo, promettendogli una conversazione piacevole e una vita comoda. Eraclito gli rispose di non avere ambizioni, di non amare il lusso e di saper vivere con poco; perciò non aveva nessuna intezione di recarsi da lui.

ANASSAGORA

Aristippo portò ad Anassagora la notizia della morte del figlio, il filosofo rispose tranquillamente: Io già sapevo di averlo fatto mortale.

DEMOCRITO

Un giovane si vantava di essere sapiente perchè conosceva molti sapienti. E Democrito replicò: Anch’io conosco molti ricchi; non per questo sono diventato ricco.

SOCRATE

1. Una volta, dopo essere stato  preso a calci da un tale, a chi gli chiedeva perché avesse sopportato tutto, rispose: Se mi avesse preso a calci un asino, l'avrei forse condotto in giudizio?

 

2. Interrogato se bisognasse sposarsi o no, rispose: In entrambi i casi, ti pentirai.

 

3. Socrate, guardando le merci esposte in vendita al mercato, esclamava: Di quante cose hanno bisogno gli ateniesi!

 

4. Una volta Santippe l'ingiuriò pubblicamente, poi gli versò addosso l'acqua; egli commentò: Vi avevo ben detto che il tuono di Santippe sarebbe finito in pioggia.

 

4. Alla moglie che gli disse: Tu muori innocente, rispose: Preferivi forse che io morissi colpevole?

GIOVANNI BATTISTA CIGOLA - Convito di Platone
GIOVANNI BATTISTA CIGOLA - Convito di Platone

PLATONE

1. Una notte Socrate sognò di tenere in grembo un cigno, che prese il volo, cantando dolcemente. Il giorno dopo gli fu presentato Platone e Socrate esclamò: Ecco il mio cigno!

 

2. Platone, tra una lezione e l'altra all'Accademia, si cibava continuamente di olive e fichi secchi, di cui era ghiottissimo.

 

3. Sul letto di morte Platone, sentendo una fanciulla che suonava il flauto, rimproverò la ragazza perché aveva stonato.

 

4. Secondo la testimonianza di Diogene Laerzio, nessuno durante la vita di Platone, lo vide mai ridere.

ANASSARCO DI ABDERA

 

1. Seguace di Democrito, fu amico di Alessandro Magno. Disputando con lui sull'infinità dei mondi esistenti, fece piangere Alessandro, il quale esclamò E io che non ne ho ancora conquistato uno intero.

 

2. Quando questi morì, fu costretto a recarsi a Cipro, dove governava il tiranno Nimocreonte, nemico del re macedone. Il tiranno lo fece catturare e torturare, facendolo schiacciare in un mortaio. Ma Anassarco ripeteva: Tu pesti il guscio di Anassarco, non pesti Anassarco. Allora il tiranno ordinò che gli fosse tagliata la lingua, ma il filosofo se la morse e la sputò in faccia al tiranno.

ARISTOTELE

1. Chiamato da Filippo il macedone come educatore del figlio Alessandro (il futuro Alessandro Magno), Aristotele chiese come salario la ricostruzione della sua città natale, Stagira, che era stata rasa al suolo dalle truppe macedoni.

 

2. Aristotele, quando lasciò l'Accademia platonica, aveva ormai elaborato una concezione filosofica per molti versi divergente da quella del suo maestro Platone e fu piuttosto critico verso di lui. In questa circostanza pronunciò la celebre frase (a noi pervenuta in latino) Amicus Plato, sed magis amica veritas.

 

3. Aristotele, nella Metafisica, ci fornisce preziose informazioni  sui pensatori che lo hanno preceduto. Riferendosi ad Anassagora, il quale aveva introdotto un’Intelligenza divina (Nous) all’origine di tutta la realtà, scrisse: Rispetto ai suoi predecessori, egli è come un uomo sobrio in mezzo a degli ubriachi!

 

4. Alla domanda: è nato prima l’uovo o la gallina? Aristotele rispondeva: è nata prima la gallina; infatti la gallina è l’atto e l’uovo è la potenza; l’atto ha la priorità rispetto alla potenza.

 

5. Sostenne che il vantaggio dei mentitori consiste nel non essere creduti, quando dicono la verità.

 

6. Quando ad Atene si affermò la corrente politica anti-macedone Aristotele, accusato di empietà, pronunciò la celebre frase: Non voglio che gli Ateniesi commettano un secondo crimine contro la filosofia, alludendo alla condanna di Socrate.

 

ANASSIMENE DI LAMPSACO

 

Allievo di Diogene, riuscì a salvare Lampsaco, la sua città natale, grazie a uno stratagemma. Alessandro Magno aveva deciso di giustiziare tutti gli abitanti di Lampsaco, città alleata con Dario. Allora il filosofo si recò da Alessandro Magno per implorarlo, ma il re, ancor prima che parlasse, giurò che non gli avrebbe concesso quello che chiedeva. Allora egli gli chiese di distruggere Lampsaco e i suoi abitanti. Alessandro, per coerenza con quanto aveva giurato, ossia di non accordargli nessuna richiesta, dovette allora salvare la città.

ANTISTENE

1. Fondatore della scuola Cinica, dopo aver ascoltato Socrate, chiuse la sua scuola, dicendo ai suoi discepoli: Io ho trovato il mio maestro, trovatevene uno anche voi.

 

2. Per dimostrare il suo disprezzo per le ricchezze, vendette tutte le sue proprietà e tenne soltanto un mantello logoro, che indossava sempre. Un giorno Socrate gli disse: Antistene, io vedo la vanità attraverso i buchi del tuo mantello.

DIOGENE IL CINICO

1. Per dimostrare il suo disprezzo per gli agi, Diogene viveva in una botte.

 

2. Diogene andava in giro a provocare i suoi concittadini ed insultava apertamente coloro che gli rivolgevano la parola.

 

3. In pieno giorno andava in giro con la lampada accesa. A chi gli chiedeva il perché, rispondeva: Cerco un uomo.

 

4. Alessandro Magno volle incontrare Diogene. Gli si fece avanti e gli chiese di esprimere un desiderio, che egli avrebbe realizzato per lui. Per tutta risposta, Diogene gli rispose: Spostati, perché la tua ombra mi impedisce di prendere il sole.

Alessandro gli chiese: Non hai paura di me? e Diogene replicò: Tu sei un bene o un male? Un bene, rispose Alessandro. Al che Diogene concluse: E allora, perché dovrei aver paura di te?

 

5. Alessandro Magno vide Diogene che osservava con estrema attenzione un mucchio di ossa umane. Gli chiese cosa stesse cercando e il filosofio rispose:  La differenza fra le ossa di vostro padre e quelle dei suoi schiavi.

 

6. Diogene viveva in una botte ed aveva come unico utensile una ciotola di legno per bere l’acqua. Un giorno, mentre passeggiava per la città, vide un bambino che, per bere, prendeva acqua da una fontana utilizzando solo le mani. Così, ritenendola un inutile lusso, Diogene gettò via la sua ciotola.

 

7. Alessandro Magno, per deridere Diogene, gli mandò un vassoio pieno di ossi. Diogene lo accettò dicendo: Degno di un cane il cibo, ma non degno di re il regalo.

 

8. Domandarono un giorno a Diogene: Secondo te, come mai gli uomini, che fanno volentieri l’elemosina ai ciechi e agli storpi, non spendono denari per ascoltare la parola dei filosofi? Diogene rispose: Perché gli uomini temono di poter diventare ciechi e storpi, mentre non temono affatto di diventar filosofi.

 

9. Una volta videro Diogene parlare con una statua e gli chiesero cosa intendesse fare. Rispose: Mi alleno a chiedere invano.

 

10. A un ribaldo che aveva scritto sulla porta di casa: Non entri il male chiese: E tu, da dove entri?

ARISTIPPO

1. Qualcuno domandava ad Aristippo consiglio sulla moglie che doveva scegliere. Il filosofo rispose: Bella ti tradirà; brutta ti dispiacerà; povera ti rovinerà; ricca ti dominerà.

 

2. Nella sua scuola praticava tariffe differenziate agli allievi:  prezzi alti ai più stupidi e prezzi scontati agli intelligenti.

 

3. Al padre di un alunno, che rifiutava di pagare la retta annuale di 500 dracme, sostenendo che con quella cifra avrebbe potuto comprarsi uno schiavo, rispose: Allora compra lo schiavo e avrai due schiavi al prezzo di uno: lui e anche tuo figlio.

 

4. Durante una tempesta di mare, dimostrò tanta paura che un compagno di viaggio lo derise, meravigliato che un filosofo fosse poco saggio; egli rispose:  Non puoi paragonare la mia vita alla tua. Io tremo per la vita di Aristippo, tu non puoi temere la fine di un buono a nulla!

 

5. Un giorno, uscendo da un bagno pubblico, indossò il vecchio mantello sdrucito di Diogene, lasciando la sua mantella di porpora. Diogene, non avendo null'altro da indossare che la ricca mantella di Aristippo, preferì uscire per strada nudo.

ZENONE

Una volta Zenone fece sferzare uno schiavo sorpreso a rubare; a costui che si difendeva dicendo: Era destino per me rubare, rispose: E' anche destino per te essere percosso.

EPICURO

1. Da ragazzo si iscrisse alla scuola pubblica ma non vi resistette neanche per il tempo di una lezione. Al maestro che spiegava che il mondo era nato dal Caos, chiese da dove fosse sorto il Caos. Poiché il maestro disse che la risposta era conosciuta solo dai filosofi, esclamò: E io che ci sto a fare in questa scuola? Andrò a chiederlo direttamente ai filosofi.

 

2. Comprò una casa circondata da un terreno; vi fondò una scuola a e la chiamò Giardino; in realtà non vi coltivava fiori, ma ortaggi.

 

3. La scuola epicurea era basata sull'amicizia ed era consentito a chiunque di parteciparvi. Fu aperta a schiavi ed etere, ma la presenza delle donne fece gridare allo scandalo. Anche per questo motivo gli epicurei furono criticati dagli stoici e dai cristiani. 

TOMMASO D'AQUINO

Per la sua riservatezza era chiamato bue muto. Alberto Magno disse di lui: Questo bue muto un giorno muggirà così forte da farsi sentire nel mondo intero. 

BARUCH SPINOZA

 

Baruch Spinoza, il filosofo ebreo che nel 1656, a soli ventiquattro anni, era stato espulso dalla comunità ebraica per il suo spregiudicato anticonformismo, nel 1670 pubblicò il Trattato teologico-politico, in cui proponeva di affrontare la Bibbia come un libro umano, invece che divino, applicando alla sua ermeneutica tutti gli strumenti linguistici, filologici e storici disponibili, ma il libro di Spinoza, nel 1674, fu condannato e vietato dalle corti olandesi.

 

CONDORCET

Il marchese Marie-Jean-Antoine Caritat di Condorcet, sfuggito alla ghigliottina, giunse sfinito e affamato ad un'osteria di campagna e, totalmente ignaro di cucina, chiese che gli preparassero una frittata di 12 uova. Ciò lo rese sospetto al locandiere, il quale lo consegnò ai sanculotti.

LA METTRIE

 

Il filosofo e medico Julien Offroy de La Mettrie fece una morte paradossale: la causa del decesso fu una grande abbuffata di patè di fagiano al tartufo!

VOLTAIRE

 

1. Un giorno Voltaire discuteva di Dio con alcuni amici. E disse: Se Dio non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Allora Diderot gli rispose: E' appunto quello che hanno fatto.

 

2. Un giorno Voltaire fu invitato ad una festa da un gruppo di libertini. Egli accettò con  piacere e dimostrò anche di trovarsi a proprio agio in quella compagnia al punto che quelli lo invitarono anche per un’altra festa, che si doveva tenere la notte successiva. No! – rispose il filosofo – Partecipando una volta alla vostra festa sono considerato un filosofo; se parteciperò due volte sarò ritenuto un debosciato.

 

3. Invitato a definire la filosofia, disse: Quando colui che ascolta non capisce colui che parla e colui che parla non sa cosa stia dicendo: questa è filosofia.

 

4. Secondo Voltaire il divorzio risale probabilmente alla stessa epoca del matrimonio ma, naturalmente, il matrimonio è più antico di qualche settimana.

 

5. Quando Voltaire era ormai sul letto di morte, un prete gli avvicinò il crocefisso al viso. Il filosofo disse:  Non mi parlate di quell’uomo là!

KANT

 

1. Una volta, dopo aver tenuto una lezione singolarmente sconclusionata, piena di silenzi e di distrazioni, Kant confessò ad un amico di essere stato disturbato dal fatto che uno dei suoi ascoltatori aveva la giacca priva di un bottone: l'assenza di quel bottone lo aveva come ipnotizzato.

 

2. Durante un esame, a un allievo impreparato Kant fece capire che aveva poche possibilità di essere promosso. Lo studente si appellò alla filosofia del maestro, ricordandogli che la clemenza è uno dei postulati dell'imperativo categorico. Kant rispose: E' vero, ma l'imperativo categorico non è così categorico come lei crede.

 

3. Durante un esame, Kant chiese a uno studente: Sa dirmi qual è la causa delle aurore boreali?

Lo studente rispose di averlo studiato, ma di averlo dimenticato. E Kant gli disse: E' un vero peccato. Lei era l'unica persona al mondo a saperlo.

 

4. Un  vecchio amico confidò a Kant di volersi sposare e di aver scelto una diciottenne. E aggiunse : Certamente non posso sperare di avere un erede. Kant replicò: Non puoi sperarlo, ma puoi temerlo.

 

5. A Kant, che era ghiottissimo di formaggio, il medico aveva consigliato di evitare di mangiarne troppo. Per questa ragione il maggiordomo di Kant gli teneva nascosto il formaggio: il risultato fu che Kant licenziò il maggiordomo!

 

6. Kant sostenne che le donne dotte adoperano i libri come usano l'orologio, che esse portano per far vedere che ne hanno uno, anche se è fermo o guasto.

 

7. Kant  aveva un comportamento estremamente regolare ed abitudinario: nel pomeriggio amava passeggiare sempre alla stessa ora, al punto che gli abitanti di Konisberg regolavano gli orologi al suo passaggio. Soltanto un giorno non fu visto uscire all’ora consueta: era stato talmente preso dalla lettura dell’Emilio di Rousseau da dimenticare di fare l’abituale passeggiata.

 

8.  Kant mangiava una sola volta al giorno, all’una precisa. Prima beveva un bicchiere di vino caldo, poi scendeva nella sala da pranzo dove aveva sempre degli invitati (non mangiava mai solo). ll suo piatto preferito era il merluzzo, ma soprattutto a tavola gli piaceva fare conversazione.

HEGEL

 

1. Hegel definì la cosa in sé (noumeno) di Kant un caput mortuum.

 

2. Hegel, quando vide Napoleone a Lipsia, disse di aver visto lo Spirito del mondo a cavallo.

 

3. Alla notizia della presa della Bastiglia, Hegel e Schelling furono così entusiasti di quell’avvenimento epocale da piantare un albero della libertà.

 

4. Hegel, riferendosi all’Assoluto di Schelling (l’unità indifferenziata di Natura e Spirito), lo definì la notte nera in cui tutte le vacche sono nere.

 

5. Un giorno il domestico lo chiamò a gran voce perché in casa era scoppiato un incendio. Hegel lo guardò come trasognato e poi gli disse: Informa mia moglie. Non sai che è lei ad occuparsi delle faccende di casa?

 

6. Ogni 14 luglio (anniversario della presa della Bastiglia) e ogni 31 ottobre (Riforma Protestante) Hegel era solito stappare una bottiglia di vino buono per festeggiare i due avvenimenti. 

SCHOPENHAUER

 

1. Schopenhauer, per porsi in diretta concorrenza con Hegel, teneva corsi universitari nella stessa università, negli stessi giorni e negli stessi orari, ma le sue aule erano vuote, mentre quelle di Hegel erano sempre affollate di studenti di tutt’Europa.

 

2. Di fronte all'insuccesso che nei primi tempi riscuoteva la sua filosofia, si difese così: Io non ho scritto per gli imbecilli. Per questo il mio pubblico è ristretto.

KIERKEGAARD

 

Kierkegaard definì la dialettica hegeliana (basata su triadi: tesi, antitesi e sintesi) la ruminazione con tre stomaci.

NIETZSCHE

 

Un giorno Nietzsche, già malato, mentre  si parlava dell'ebbrezza della verità, coniò il detto: In vero vinitas!

ALTRI ANEDDOTI SUI FILOSOFI

   

FOUCAULT

Foucault tenne a Parigi un ciclo di lezioni dal titolo Discorso e verità nella Grecia antica, che erano seguite da un così alto numero di persone da rendere necessario il ricorso alla polizia per far bloccare le entrate del portone dell'Università. 

 

GRAMSCI

Quando Gramsci fu arrestato dalla polizia fascista e condannato dal tribunale speciale fascista a vent’anni di reclusione, Mussolini disse: Dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare per i prossimi vent’anni.

 

WITTGENSTEIN

Wittgenstein sostenne che si può trovare qualche granello di saggezza nei libri polizieschi, mentre nei libri di filosofia non se ne trova nessuno.

 

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia