FICHTE

 

Dal Criticismo all'Idealismo

Fichte, entusiasta sostenitore del pensiero di Kant, presto si rende conto dei suoi numerosi dualismi: a priori e a posteriori, forma e contenuto, soggetto e oggetto. Rifiuta il Dogmatismo, che considera il pensiero come un prodotto della Natura, e fonda l’Idealismo, che parte dal pensiero per spiegare la realtà in base ad un principio unico ed assoluto da cui tutto deriva. La realtà è spirituale, è pensiero, è la sorgente di tutta la realtà, è attività perché crea se stessa e le cose. Il Pensiero abbraccia contenuto e forma, pensiero e realtà, soggetto e oggetto. Il noumeno è prodotto dall’Io, ossia è un fenomeno conoscibile. L’oggetto, il contenuto, l’a posteriori sono posti dal soggetto, sono un modo di svolgimento del pensiero. L’oggetto è il soggetto visto sotto un particolare aspetto.

 

I tre principi della Dottrina della scienza

Il fondamento della scienza non è il principio di identità: A = A non è il primo principio, non è originario, ma derivato; dobbiamo spiegare prima da dove derivi A. Dovremmo dire Io = Io. Soltanto l’Io è condizione incondizionata: non è posto da nulla, ma si autopone.  Bisogna partire dall’IO, che è pensiero e principio primo, unico, è puro e infinito, creatore, che è insieme Dio e il mondo, fenomeno e noumeno, soggetto e oggetto. Prima dell’Io non vi è nient’altro. Dalla funzione del pensiero (Io puro) derivano:

- il soggetto pensante (io empirico);

- l’oggetto pensato (non-io).

I tre princìpi sono momenti logici, ma non cronologici.

 

1° principio: L’Io pone se stesso (TESI).

L’Io di cui si parla è l’Io in generale.

L’Io penso, costruttore dell’esperienza, non può essere individuale e finito, ma deve essere universale e infinito; non legislatore, ma creatore della realtà. Tutta la realtà si origina da un unico principio: l’Io Puro, inesauribile attività di pensiero, unico principio materiale e formale della conoscenza, che crea sia il soggetto che l’oggetto, infinita attività creatrice, con la quale pensa e crea se stesso e le cose. Il pensiero non può avere altri limiti al di fuori di quelli che egli stesso pone.

L’IO puro è autocoscienza: noi sappiamo che qualcosa esiste soltanto quando ne abbiamo coscienza. Ma la coscienza è, prima di tutto, coscienza di sé, autocoscienza: la coscienza non può avere altro oggetto che se stessa: è coscienza di sé. Il primo principio è dunque l’Io stesso, soggetto assoluto, che pone se stesso come esistente. Niente è prima dell’Io: l’Io non può affermare nulla se non afferma la propria esistenza. L’Io non è posto da nessuno, ma si pone da sé, crea se stesso, si autocrea, “si fa”. L’Io puro è infinito perché non è limitato da nulla; è attività creatrice e prodotto della sua stessa attività, che avviene in modo infinito e libero (libertà). L’Io costruisce se stesso tramite la propria libertà e, attraverso un processo dialettico, pone a se stesso delle contraddizioni che supera incessantemente, sia nella conoscenza che nella morale. Ma l’Io non è mai pago: superato l’ostacolo, è spinto continuamente a superare nuovi ostacoli.

2° principio: L’Io pone il non-io (ANTITESI)

 

Il non-io di cui si parla è la Natura (il non-io).

 

L’Io infinito non può porsi in modo statico: esso è azione, che si pone in modo dinamico. Ponendosi, l’Io si determina, si oggettiva in qualcosa di diverso da sé, oppone a sé il non-io, ossia la natura. Il non-io esiste, non è apparenza, ma è una realtà in quanto è posta dall’Io.  L’Io deve porre il non-io, che è necessario all’Io (necessità). La coscienza del limite fa nascere nell’Io l’esigenza di superarlo: l’Io tende a ricomprendere in sé il non-io per ricostituirsi come Io assoluto. Il non-io è la Natura, che non esiste come realtà a sé stante, non è una realtà autonoma, ma esiste soltanto come opposizione allo Spirito e non preesiste ad esso. Essa è un momento dialettico necessario della vita dello Spirito; esiste soltanto per l’Io, non per sé. Non può esserci un creatore senza il creato, un produttore senza il prodotto.

 

3° principio: L’Io oppone nell’Io, all’Io divisibile, un non-io divisibile (SINTESI).

 

L’Io di cui si parla è la singola individualità di ogni uomo (l’io empirico).

 

Col 2° principio l’Io si distingue da ciò che non è, pone il non-io, inconsciamente. Col 3° principio perveniamo alla situazione concreta degli io finiti che hanno di fronte a sé una molteplicità di oggetti (non-io) finiti.

L’Io, per poter essere tale, deve presupporre di fronte a sé il non-io, trovandosi in tal modo ad esistere come io finito (sintesi di necessità e libertà).

 

L’Io si scopre limitato dal non-io, io empirico, finito, individuo condizionato dalla natura interna o esterna: per ricostituire l’unità dell’Io, deve superare il non-io. Il non-io è il motore che mette in azione l’Io: senza di esso l’Io non potrebbe agire. Ponendo il non-io, l’Io si scopre limitato e finito. Il fine ultimo dell’io finito sta nel raggiungimento dell’Io puro, rimuovendo gli ostacoli costituiti dal non-io. La coscienza del limite fa nascere nell’Io l’esigenza di superarlo: l’Io tende a ricomprendere in sé il non-io per ricostituirsi come Io assoluto. L’io empirico deve aspirare all’Io infinito: l’infinito per l’uomo è un dover essere e una missione. L’io empirico deve essere un io libero, che vince gli ostacoli e supera ogni limite. L’uomo è uno sforzo infinito verso la libertà e una lotta contro la natura esterna (le cose) e interna (gli istinti). L’uomo rappresenta la ragion d’essere dell’universo. Egli è in continua ascesa. Per superare la propria finitudine deve superare l’ostacolo rappresentato dal non-io (la natura) con la duplice attività dell’Io: attività teoretica (rappresentazione) e morale. Per ricostituirsi come io assoluto, l’io empirico ha bisogno dell’attività teoretica e di quella pratica.

 

Dall’azione del non-io sull’io nasce la conoscenza; dall’azione dell’io sul non-io nasce la morale.

 

LA CONOSCENZA

L’Io risulta finito (in quanto limitato dal non-io) e infinito (perché l’Io comprende il non-io). Attraverso la conoscenza l’Io acquista progressivamente coscienza di essere il principio di tutte le cose e la fonte di tutta la realtà e scopre che l’oggetto è opera del soggetto.

 

L’attività teoretica comprende sia un momento inconscio (produzione), sia uno cosciente (riflessione).  Per Fichte l’immaginazione produttiva (attività spontanea inconscia) produce l’io empirico e il non-io, ossia le condizioni materiali del conoscere: se non ci fosse un oggetto da conoscere (il non-io), non ci sarebbe conoscenza. Ponendo il non-io, l’Io si scopre limitato e finito; deve superare la propria finitudine, superare l’ostacolo rappresentato dal non-io (la natura).  Mediante la riflessione, che è attività cosciente, l’io acquista progressivamente coscienza di sé e supera l’ostacolo prodotto dal non-io: l’oggetto si rivela dunque opera del soggetto: Io = autocoscienza.

I gradi della conoscenza sono la sensazione, l'intuizione, l'intelletto, il giudizio e la ragione.

Con la conoscenza l’io scopre l’io empirico, il non-io e l’Io infinito; ma la conoscenza non ci spiega perché l’Io ha posto il non-io e si realizza come io finito. La conoscenza spiega il come, non il perché dell’opposizione del non-io all’io (ossia la conoscenza). Tale spiegazione spetta alla morale.

 

LA MORALE

 

Con la morale l’io finito si rende consapevole del fatto che l’Io infinito ha posto il non-io, realizzandosi come attività conoscitiva, soltanto per poter agire. Superando il non-io, ossia gli impulsi materiali e irrazionali, l’io finito supera la propria finitudine: lo spirito trionfa sulla materia. L’Io, liberandosi dagli oggetti che egli stesso pone, torna in se stesso. Non vi può essere alcuna attività morale senza un ostacolo da superare. Il mondo degli oggetti, la natura forniscono gli impulsi che si oppongono alla realizzazione dell’io.

 

L’io è volontà morale; il mondo è il materiale del dovere. Pertanto l’io deve superare tali impulsi, ma egli non è mai pago di quel che è e tende sempre a quel che deve essere. La morale rende possibile lo sforzo e la lotta, proponendo all’Io sempre nuovi compiti da svolgere.

L’Io è sempre attività, ma l’attività principale dell’uomo è quella pratica. Pertanto l’io deve continuamente superare il non-io per ritornare alla sua assolutezza. E’ l’imperativo categorico di Fichte. Il dovere dell’uomo è quello di agire come essere razionale, perché l’uomo è un essere razionale, per cui lo spirito deve trionfare sulla materia.

L’attuazione dell’Io non è mai compiuta: l’Io non deve mai fermarsi. Ogni sosta è una colpa: la vita morale è un incessante superamento di ostacoli.

Come Kant aveva affermato che la morale è superiore alla conoscenza perché permette all’uomo di abbracciare la metafisica, anche Fichte afferma il primato della ragion pratica su quella teoretica: la conoscenza è soltanto un mezzo per attuare la morale.

 

La missione dell’uomo, del dotto e del popolo tedesco

 

Secondo Fichte l’uomo si fa uomo tra gli uomini: il dovere dell’io finito va compiuto in società (missione dell’uomo). Un singolo io finito non può realizzare l’unità dell’Io infinito: per superare la finitudine occorre realizzare il dovere morale insieme con gli altri io finiti.

La missione dell’uomo consiste nel vivere in società, per farsi libero e per rendere liberi gli altri. Essa consiste nella progressiva conquista della libertà, da attuarsi mediante il superamento degli istinti e mediante l’unificazione di tutti gli uomini viventi con quelli del passato (Regno dei fini).

 

La missione del dotto consiste nel porre la propria cultura a disposizione del popolo per favorire il progresso reale dell’umanità, nel condurre gli uomini alla coscienza dei loro veri bisogni e realizzarli.

Lo Stato, per Fichte, ha un carattere etico: esso ha il compito di garantire i diritti naturali dei cittadini e di elevare moralmente il popolo, spingendolo ad agire unicamente per il dovere. Lo Stato è la sola realizzazione del diritto naturale. Esso deve procurare a tutti la possibilità di vivere del proprio lavoro; distribuisce ricchezza e proprietà ed assicura benessere a tutti.

La missione del popolo tedesco consiste nel compito di educare e guidare gli altri popoli, indirizzandoli verso il progresso. Il popolo tedesco, unico fra tutti, ha conservato, attraverso i secoli, la purezza della lingua, del carattere e della religione. Esso è un popolo puro e originario, a cui spetta il primato su tutti i popoli: realizzare un profondo rinnovamento dell’Umanità.

 

SCHELLING

 

Rapporti con Fichte

Schelling parte dalla filosofia dell’infinito di Fichte: sostiene che l’Io non può essere puro se, per attuarsi, deve affermare un non-Io che lo limita. Accusa Fichte di aver svuotato la natura di ogni realtà, definendola come non-io, produzione inconscia dell’Io a cui è di ostacolo. Il Principio non è solo l’Io o il non-io, ma è l’Assoluto, che si realizza nell’io e nel non-io, nella coscienza e nella natura, nel pensiero e nella realtà. Gli opposti (soggetto e oggetto, natura e spirito) sono entrambi attività dell’Io; a questa condizione la loro sintesi può diventare reale e non un ideale all’infinito. Gli opposti s’implicano reciprocamente: essi sono ideali, ma possono diventare reali solo nella loro sintesi.

 

L'Assoluto

L’Io puro di Fichte diventa l’Assoluto, unità indifferenziata di soggetto e oggetto, di natura e spirito, il principio di tutta la realtà, che non è riducibile né al soggetto né all’oggetto, ma è il fondamento di entrambi: esso può essere pensato indifferentemente come soggetto e oggetto, come ideale e reale, attività cosciente e inconscia.

 

Lo sviluppo dell'Assoluto

Compito della filosofia è di ricostruire la storia della graduale attuazione dell’Assoluto, attraverso le varie tappe della sua vita sia cosciente che inconscia.

In un primo momento l’Assoluto si pone inconsciamente come Natura; in un secondo momento si pone coscientemente come Spirito.

Natura e Spirito, corrispondenti al non-Io e all’Io di Fichte, non sono realtà diverse, ma costituiscono un duplice aspetto dell’Assoluto.

La filosofia della Natura parte dal reale e mostra come la Natura, nella sua evoluzione, tende a risolversi nello Spirito. La filosofia dello Spirito parte dall’ideale e mostra come lo Spirito si realizza gradualmente nella Natura, producendo la materia e le forze naturali.

 

La filosofia della Natura

Schelling rifiuta il modello meccanicistico di Galilei, che spiega i processi naturali con formule meccaniche e il modello finalistico-teologico: la presenza di un Intelletto divino compromette l’autonomia dei processi naturali. La sua fisica speculativa, basata su rapporti di forze, in cui le parti della Natura non sono accostate, ma costituiscono un tutto armonico, è L’Organicismo finalistico immanentistico. Ogni parte ha senso soltanto in relazione al tutto;  nella natura si esplica una finalità superiore immanente. La Natura ha una realtà indipendente: essa è costituita dalla stessa spiritualità che si rivela nello Spirito. La storia della natura è la Preistoria dello Spirito.

Processo dialettico – La Natura non può essere ridotta a non-io perché include un principio produttivo. Essa è dinamica: per attuarsi deve incontrare e superare un impedimento che porta in sé. La Natura si esplica in una serie infinita di creature (attività inesauribile). Nella Natura agiscono due tendenze opposte:

1)attrazione, forza positiva, produttiva, che si espande;

2)repulsione, forza negativa, improduttiva, ossia un limite che si oppone alla forza positiva.

Per gradi, la Natura si attua in forme sempre più perfette e complete, dalla materia (mondo inorganico) ai fenomeni fisici e chimici fino al mondo organico (vita). Il punto più alto nella scala degli organismi viventi è occupato dall’uomo, l’unico essere capace di riflettere se stesso e dotato di autocoscienza. L’uomo che, considerato nell’infinitudine del cosmo, appare come una piccolissima cosa, è in realtà il fine ultimo della Natura, perché in lui si ridesta lo Spirito.

 

La filosofia dello Spirito

La filosofia dello Spirito (idealismo trascendentale) si basa sul concetto di autocoscienza (la coscienza che l’Io ha di sé), in cui si manifesta un’antitesi tra due attività: un’attività reale ed un’attività ideale.

1)attività reale, oggettiva: come Fichte, anche per Schelling l’Io, ponendosi liberamente all’infinito (inconsciamente), incontra il limite e diventa limitabile;

2)attività ideale, soggettiva. L’Io si intuisce e si autoproduce all’infinito, pone il limite, lo supera ad un livello sempre superiore, diventa illimitabile e cosciente.

I tre momenti della vita dello spirito sono:

1)attività teoretica (conoscenza);

2)attività pratica;

3)attività estetica (arte).

 

Filosofia della Natura

*Parte dal realismo, dall’oggetto, per giungere all’idealismo, al soggetto.

*La Natura è spirito visibile

*La Natura si fa intelligenza

Filosofia dello Spirito

*Parte dall’idealismo, dal soggetto per giungere al realismo, all’oggetto.

 

*Lo Spirito è Natura invisibile

*L’intelligenza si fa natura

  

Attività teoretica

Nella conoscenza il soggetto si rappresenta l’oggetto e dipende da esso. Egli acquista autocoscienza  attraverso tre tappe:

1)dalla sensazione all’intuizione: l’Io non ha coscienza della propria attività; avverte l’oggetto come cosa in sé, che lo limita (sentire = patire);

2)dall’intuizione alla riflessione: l’Io si intuisce come soggetto e si oggettiva ricorrendo  alle forme a priori (spazio, tempo e categorie); 

3)dalla riflessione alla volontà: l’Io è consapevole di aver prodotto gli oggetti inconsciamente, prende coscienza di sé come attività produttrice, come intelligenza che si autodetermina, come volontà. 

Attività pratica

La volontà si realizza in una comunità di individui i cui rapporti sono regolati dal diritto (necessità), dalla morale (libertà) e dalla storia, che è retta da libertà e necessità: il singolo agisce liberamente, ma il contesto umano è coordinato da una necessità e da una volontà superiore. La storia è la rivelazione dell’Assoluto, che non è uno spettatore, non è al di fuori della storia, ma partecipa ad essa. Attraverso la libera azione degli uomini Dio, vero poeta della storia, si realizza e si rivela attraverso tre periodi:

1)periodo dominato del destino (le civiltà antiche);

2)periodo dominato dalla natura (la repubblica romana);

3)periodo dominato dalla Provvidenza, che realizzerà la sintesi fra libertà e necessità, inconsapevolezza e consapevolezza. Gli individui nella storia sono collaboratori dell’opera divina e inventori delle proprie azioni.

 

Attività estetica

Nella filosofia teoretica e in quella pratica l’unità di natura e spirito non è raggiunta. Schelling cerca un’attività in cui si armonizzino completamente natura e spirito, conscio e inconscio. L’attività estetica risultano riuniti e armonizzati: 1)l’inconscio della natura mediante la spontaneità dell’ispirazione; 2)il conscio dello spirito mediante l’elaborazione cosciente e la realizzazione dell’opera artistica.

 

L’artista risulta spinto da una forza spontanea e inconsapevole, che lo ispira (ispirazione) e che realizza consapevolmente (esecuzione). Nel genio si svela l’intelligenza non come spirito, bensì come natura. Il genio esprime la bellezza, esprime l’Infinito in forme finite. Egli è il portavoce dell’Assoluto. L’arte presenta le cose come sono in se stesse, come si presentano nell’Assoluto: rappresentano le idee, le immagini delle cose. L’arte è una creazione umana simile a quella dell’Assoluto. Nell’arte Natura e Spirito coincidono perfettamente; pertanto solo l’arte realizza l’unità dell’Assoluto. Primato dell’attività estetica: l’attività artistica ha un valore superiore alle altre attività della vita cosciente. La filosofia dell’arte è il compimento di tutto il sapere filosofico: l’arte è l’organo della filosofia e solo l’artista è il vero filosofo.

ATTO PRIMO

SCENA PRIMA

Arlecchino solo.

Arlecchino ripulisce un abito su un tavolino e riflette ad alta voce.

ARL. Dice il proverbio: o servi come servo, o fuggi come cervo: non voglio che il mio padrone si debba lamentare di me. Gli piace la pulizia ed è così buono che merita di essere servito di cuore. Un  uomo che s’innamora ha delle ore buone e altre cattive. (prende il cappello per spazzarlo) Io so che brutta bestia è l'amore. Da due mesi vivo in questa casa e il mio padrone fa un po’ l’amore con la padroncina di casa; e io non ho coraggio di dirlo alla cameriera. (rimette il cappello a suo luogo, poi ritorna pensoso) Come posso sapere se mi vuole bene oppure no? Se non glielo domando, non me lo dirà mai. Ma non ho coraggio di attaccare discorso. Se lei mi desse qualche motivo... Se mi guardasse un po’, ma non mi ha mai dato un’occhiata come dico io. Non ho nessuna certezza ma non ho neanche ragione di disperarmi. Se sapessi scrivere, scriverei una lettera. Ma per mia disgrazia, i miei genitori erano analfabeti e non hanno voluto un figlio più virtuoso di loro. È vergognoso che io non sappia scrivere. Imparare è tardi. Potrei farmi scrivere una lettera da qualcuno, ma non voglio confidarmi con chiunque. Sarebbe più facile farmi coraggio e dirle i miei sentimenti. Ma sono troppo modesto e non mi decido.

SCENA SECONDA

Roberto agitato, ed il suddetto.

ROB. Arlecchino. Il pittore è venuto? (agitato)

ARL. No, signore, non l’ho visto.

ROB. Torna da lui: deve consegnarmi il ritratto prima di mezzogiorno, altrimenti non mi serve più.

ARL. Il ritratto è finito. Deve riporlo in una cornice.

ROB. Egli mi ha promesso di mandarmelo prima di sera; ma io ne ho bisogno prima di mezzogiorno.

ARL. Caro padrone, perché tanta premura?

ROB. Questa sera devo partire... il baule deve essere in ordine per questa sera.

ARL. (Oh povero me!) Dove andrete, padrone?

ROB. Per Roma. (agitato)

ARL. Ma perché così d’improvviso?

ROB. Mio zio è moribondo. Egli mi ha allevato come un padre e il mio futuro dipende dal suo testamento. Ho ricevuto stamattina una lettera che mi comunica che la malattia è acuta e che i medici non gli danno sei o sette giorni di vita. Va’ subito dal pittore.

ARL. Se dovete uscire di casa volete che vi vesta?

ROB. Sì, vestitemi e poi andate.

ARL. (Lo aiuta a vestirsi) Qui sanno che andate via?

ROB. Non ho ancora veduto nessuno; è presto.

ARL. Cosa dirà la signora Dorotea?

ROB. Son certo che se ne dispiacerà, ed io ne sono mortificato; ma è meglio ch'io me ne vada.

ARL. Ma perché meglio? Se vostra signoria le vuole bene, perché non fa la domanda a suo padre?

ROB. Non posso. Mio zio si offenderebbe se non lo chiedessi a lui; ed il signor Anselmo non me l'accorderebbe senza il consenso di mio zio.

ARL. Mi dispiace lasciare Bologna!

ROB. E perché? Hai forse qualche amoretto?

ARL. Oh! Io un amoretto? (si vergogna)

ROB. Oh! Va’ a vedere questo ritratto.

ARL. Hanno bussato alla porta dell'anticamera. (va alla porta) Ecco qua il servitore del pittore.

SCENA TERZA

Giacinto ed i suddetti.

GIAC. Servitore umilissimo.

ROB. Avete portato il ritratto?

GIAC. Eccolo qui, signore; è un capolavoro. Osservi quale delicatezza di colorito, gli abiti e la mano!

ROB. La pittura è bellissima; ma non vedo sufficiente somiglianza. Che ne dici, Arlecchino?

ARL. Oltre alla somiglianza il quadro ha valore.

GIAC. La somiglianza è un talento che non si acquista con l'arte. Io ho un talento per i ritratti.

ROB. Devo darlo subito alla signora Dorotea.  (Arlecchino, dai la mancia a quel giovane). (parte)

SCENA QUARTA

Arlecchino e Giacinto

ARL. Il mio padrone mi ha ordinato di darvi qualcosa per il vostro incomodo...

GIAC. Oh! signore... (cerimonioso)

ARL. Ecco, amigo. (gli dà il danaro)

GIAC. Non rifiuto le gentilezze (prende il danaro)

ARL. Eseguo gli ordini del mio padrone. Sono pover’uomo, ma galantuomo.

GIAC. (Gli mostra un ritratto) Conoscete questo ritratto?

ARL. Ma è la mia figura! (con ammirazione)

GIAC. L’ho fatto io, vostro umilissimo servitore.

ARL. Voi? (guardandolo bene)

GIAC. Ho del talento per la pittura; e un giorno farò la mia figura nel mondo.

ARL. Vi apprezzo molto. Il ritratto mi somiglia. Ma come m'avete dipinto, senza che lo sapessi?

GIAC. Mentre il mio padrone dipingeva, io lavoravo guardandovi segretamente.

ARL. Siete molto abile. (gli vuol render il ritratto)

GIAC. Signore... Il ritratto è suo. Io l'ho fatto per vossignoria. La prego di riceverlo e di gradirlo.

ARL. Rifiutare un dono è segno di inciviltà. Non lo merito, ma vi ringrazio. (lo chiude)

GIAC. Credo di aver impiegato bene il mio tempo per una persona come vossignoria.

ARL. A Roma parlerò molto bene di voi.

GIAC. Ho impiegato tre o quattro giorni di lavoro. Pensi solo alla spesa dei pennelli, dei colori, dell'avorio, dell'astuccio, della legatura.

ARL. Oh! Quanto varrà tutta questa grande spesa?

GIAC. Mi rimetto alla sua cortesia.

ARL. Un povero servitor non ha molto denaro. Per le spese, ecco un testone (lo prende dalla tasca)

GIAC. Perdoni. (lo rifiuta). Il suo padrone ha pagato dodici zecchini. Per il suo mi dia tre zecchini.

ARL. Riprendetevi il ritratto. Non voglio spendere tre zecchini. Non ve l’ho chiesto e non lo pagherò.

SCENA QUINTA

Roberto e detti

ROB. Cos'è questo strepito? (ad Arlecchino)

ARL. Costui mi ha fatto il ritratto senza chiedermelo e pretende che io lo paghi.

GIAC. È un ritratto rubato. Questa è la mia abilità.

ROB. Lascia vedere. Ti somiglia. (ad Arlecchino)  

GIAC. Somiglia. Ecco la mia abilità.

ROB. Arlecchino, il ritratto somiglia, prendilo Signor pittore, quanto vuole per questo ritratto?

GIAC. Colori, avorio e acquavite, solo tre zecchini.

ROB. Dategli due zecchini per conto mio.

ARL. Glieli darò. (va a prendere il danaro)

ROB. Perché fare un ritratto senza che vi sia ordinato? (a Giacinto)

GIAC. Faccio sempre così. Se aspettassi che me li ordinassero, non ne farei mai.

ARL. Ecco qua i due zecchini. (a Giac.)

GIAC. Grazie infinite (chi non s'aiuta, si affoga). (parte)

SCENA SESTA

Roberto ed Arlecchino

ARL. Cosa vuole fare di questo ritratto? (a Roberto)

ROB. Tieni, Arlecchino. Ti somiglia moltissimo.

ARL. Grazie infinite (lo mette sul tavolino)

ROB. Non ho potuto vedere la signora Dorotea; dì alla cameriera che venga qua.

ARL. Vuole parlare a Camilla? (con passione)

ROB. Sì, voglio pregarla di dare lei il ritratto alla sua padrona. Dille che questa sera si deve partire.

ARL. (sospirando) E devo dirlo a Camilla?

ROB. Forse ella ha un’inclinazione per te?

ARL. Non lo so.

ROB. Povero pazzo!

ARL. (parte)

SCENA SETTIMA

Roberto, poi Camilla

ROB. Povero giovane! Lo compatisco. Non avrà avuto coraggio. È timido ma è proprio un buon figliuolo.

CAM. (Povera me! Se Arlecchino va via, mi porta via il cuore).  Che cosa mi comanda, signore?

ROB. Voi sapete che ho promesso un ritratto alla signora Dorotea e siccome devo partire stasera...

CAM. (Ah non vedrò più il mio caro Arlecchino!)

ROB. Che avete, Camilla? Vi dispiace la mia partenza per me o per Arlecchino?

CAM. Arlecchino... ha il suo merito... Ma lui non mi pensa e io non penso a lui.

ROB. Su, date il mio ritratto alla signora Dorotea.

CAM. Sì.  (lo mette in un taschino del grembiule)

ROB. Il signor Anselmo è in casa?

CAM. L'ho veduto che stava per partire.

ROB. Andrò ad avvertirlo della mia partenza. (parte)

SCENA OTTAVA

Camilla sola.

CAM. Mi porta via il mio caro Arlecchino! Ma lui non mi pensa: non mi dimostra segni d'inclinazione. Io l'ho amato dal primo giorno e sono pazza per lui. Ma non gliel'ho detto per non essere rifiutata; ora se n'andrà, ed io non saprò mai se mi ama. Almeno porto il ritratto alla mia signora, che è così afflitta. (vede il ritratto d'Arlecchino) Ah! il ritratto del mio caro Arlecchino! Oh come è bello! Arlecchino lo ha fatto fare per me? Allora me lo prendo (lo prende).

SCENA NONA

Carlotto e la suddetta.

CARL. (Oh, vedo nelle mani di Camilla un ritratto)

CAM. È bello ma l'originale lo supera. (C’è Carlotto. Non lo deve vedere! Nasconde il ritratto in tasca)

CARL. Che cosa osservava di bello, signora Camilla?

CAM. Io? Niente.

CARL. Avete in mano un ritratto.  Lo dirò al padrone. (in atto di partire)

CAM. Fermo. Non dite niente a nessuno.  (gli mostra il ritratto di Roberto) Il signor Roberto manda questo ritratto alla signora Dorotea.

CARL. Non lo posso credere. Il signor Roberto donerà il suo ritratto alla figlia di un amico che lo ospita in casa sua, senza che il padre lo sappia?

CAM. Questa sera il signor Roberto parte per Roma, e glielo lascia senza cattiva intenzione.

CARL. E voi lo dareste alla signora Dorotea?

CAM. Glielo darò. (lo mette nel taschino con quello di Arlecchino) (Ho paura che costui racconti in giro il mio segreto, ch'io amo Arlecchino).

SCENA DECIMA

Camilla e Dorotea..

DOROT. Camilla, datemi il mio ritratto.

CAM. Tenete, tenete. (le dà un ritratto senza badare ed esce)

SCENA UNDICESIMA

Dorotea sola.

DOROT. Mi dà pena la partenza del signor Roberto. Se mi ama davvero, spero che otterrà da suo zio il permesso di parlarne a mio padre e che mio padre sarà contento. Ma che farò, lontana da lui? Almeno mi consolerò col ritratto. Cosa vedo! Questo è il ritratto del servitore. È forse un equivoco di Camilla? Questo ritratto potrebbe essere a lei destinato. Oh! Ecco mio padre. Nascondiamolo, per salvare Camilla. (si mette il ritratto in tasca)

SCENA DODICESIMA

Anselmo e la suddetta.

ANS. Che cosa si fa in questa camera? (con sdegno)

DOROT. Sono qui... così... passavo per caso.

ANS. In questa camera non voglio che ci si venga.

DOROT. Non c'è nessuno e non potete rimproverarmi.

ANS. Dammi il ritratto (bruscamente)

DOROT. Io non ho ritratti.

ANS. So tutto. Fuori il ritratto del signor Roberto.

DOROT. Chi vi ha detto che ho il ritratto del signor Roberto?

ANS. Me l’hanno detto Carlotto e Camilla. Fuori quel ritratto, sfacciata! per Bacco Baccone...

DOROT. Oh! sì, signore, l'ho avuto. Ecco il ritratto che mi domandate. (glielo dà). Perché siete arrabbiato con me?

ANS. Perché è di quel malcreato di Roberto.

DOROT. A volte ci si può ingannare.

ANS. Non m'inganno, e sono sicuro di quel che dico.  (lo apre, e vede che non è di Roberto) Non è questo.  Fuori il ritratto di Roberto.

DOROT. Signore, giuro che ho solo questo ritratto. Signor padre, la riverisco. (ridendo parte)

SCENA TREDICESIMA

Anselmo solo.

ANS. Camilla è una brava figliuola. Il colpevole è quel briccone di Carlotto. Lo caccerò via. (parte)

ATTO SECONDO

SCENA PRIMA

Anselmo e CARLOTTO

ANS. (Oh! eccolo qui). Ti ho poi ritrovato.

CARL. Ebbene, signore, avete avuto il ritratto? Avete ragione di essere in collera contro vostra figlia e contro il signor Roberto.

ANS. Vi sbagliate. (mostra a Carlotto il ritratto di Arlecchino)

CARL Oh! ma è il ritratto di Arlecchino. Ho visto in mano di Camilla il ritratto del signor Roberto.

ANS. Impostore bugiardo: perché hai detto che il ritratto era per Dorotea? E se Roberto ha donato il suo ritratto a Camilla, perché incolpi mia figlia? Taci, altrimenti ti prendo a bastonate. (parte)

CARL. Sono sorpreso. Dubito che Camilla m'inganni.

SCENA SECONDA

Arlecchino ed il suddetto.

ARL. (Carlotto guarda un ritratto!)

CARL. Oh! riverisco il signor Arlecchino. (vedendo Arlecchino, nasconde il ritratto)

ARL. (Dov'è 'l mio? Non lo vedo più). (guardando sul tavolino) Comàndi.

CARL. Sento che la vostra partenza è vicina, e sono venuto per augurarvi il buon viaggio...

ARL. Avete visto un ritratto su questo tavolino?

CARL. Su quel tavolino? No, non ho veduto niente.

ARL. In questa camera ti ho visto che avevi in mano un ritratto. (con calore)

CARL. Non avevo niente. Questo ritratto mi è stato dato e non l'ho preso. (glielo dà e parte)

 

SCENA TERZA

Arlecchino solo.

ARL. (Prende il ritratto e lo mette in tasca senza guardarlo)  Pazienza! Andar via senza dirle niente; meglio non vederla. (porta la roba nel  baule)

SCENA QUARTA

Camilla ed il suddetto.

CAM. Se vedessi il signor Roberto, vorrei ridargli il suo ritratto. Ah! questo sbaglio mi costa caro. Ho perduto il ritratto del mio Arlecchino. (lo vede. Oh cielo! Arlecchino è qui).

ARL. (Ah! La mia cara Camilla!) (resta al suo posto)

CAM. (Non so se andare avanti o tornare indietro).

ARL. (Vorrei parlarle; ma non so come fare). Signora Camilla, la riverisco. (con timidezza)

CAM. Serva, signor Arlecchino. Son venuta a cercare il signor Roberto. Non vorrei disturbarla. Partirà questa sera dunque? (patetica)

ARL. Sì, purtroppo. (sospirando)

CAM. Che? le rincresce di dover partire?

ARL. In verità... mi ricresce moltissimo.

CAM. E perché le dispiace? (pare che si lusinghi)

ARL. Le dirò... mi piace Bologna... ho degli amici...

CAM. (Ah! no, non gli rincresce per me).

ARL. Stasera andremo via. Lo ha deciso il padrone.

CAM. Perché mai questa partenza così improvvisa?

ARL. Le dispiace che andiamo via? (consolandosi)

CAM. Me ne dispiace infinitamente per il signor Roberto... Il signor Roberto ha stima per la mia padrona; partendo le lascerà il suo ritratto.

ARL. Ho anch’io il mio ritratto. Vuole vederlo?

CAM. Lo vedrei con piacere.  (da sé)

ARL. Eccolo qua. (glielo dà, vergognandosi)

CAM. (Guarda il ritratto) Tenga il suo ritratto.

ARL. Se non le dispiace, vorrei offrirglielo.

CAM. No, no. La prego; non posso riceverlo. Serva sua. (Oh! quanto volentieri accetterei quel ritratto: ma mi vergogno). (mentre Arlecchino guarda verso la scena, Camilla mette via il ritratto  di Arlecchino, e tira fuori quello di Roberto)

CAM. Tenga, tenga. (gli rende il ritratto, mostrando aver paura)

 

 

SCENA QUINTA

Arlecchino solo, poi Roberto

ARL. Sono disperato! Maledetto ritratto! (lo getta per terra e lo calpesta) (A Roberto che arriva) Prendete questo maledetto ritratto. 

ROB. Come! Ah indegno! Ah scellerato! Perfido, ingrato! Il tuo padrone che ti ha fatto?

ARL. Ah! sior patron... (con estrema afflizione)

ROB. Se ti spiace partire, se non vuoi venire con me, perché non dirmelo; perché dare in pazzie?

ARL. Ah! sior patron... (si getta in ginocchio)

ROB. Se sei afflitto, perché ingiuriarmi? Perché insultarmi? A chi dicevi indegno e scellerato?

ARL. A me e al mio ritratto.

ROB. Come hai nelle tue mani il ritratto che ho fatto fare per Dorotea? Come l'hai avuto?

ARL. Sono venuto in camera... ho trovato Carlotto... che aveva in mano il mio ritratto... L'ho tolto senza guardare; è venuta Camilla, gliel’ho mostrato, ma l’ha rifiutato.

ROB. Orsù, siamo tutti e due ingannati. La padrona si burla di me; ed il servitore si è burlato di te. Va a terminare il baule. Andiamo a Roma. (parte)

ARL. (Preparerò il baule, ma vorrei almeno sapere chi ha tolto il mio ritratto sul tavolino) (parte)

 

ATTO TERZO

SCENA PRIMA

Arlecchino porta le robe sue per metterle nel baule. Arriva CARLOTTO

CARL. Signor Arlecchino, ecco una lettera ed una scatola per voi. La lettera è diretta a voi. Eccola qui. Una scatola col vostro nome. Al Signor Arlecchino Battocchio.

ARL. Da dove viene?

CARL L'ha portata un facchino. È andato via subito.

ARL. Vi ringrazio dell'incomodo.

CARL. Non è niente. 

 

ARL. Chi scrive, non sa che non so leggere. (apre la scatola, trova il ritratto, e lo apre) Oh bella! Il mio ritratto! Il segreto sarà in questa lettera.

 

CARL. Come siete malinconico. Posso aiutarvi? Non avete ancora letto la lettera? Volete ch'io la legga? (Ci scommetto che non sa leggere). (Conosco la mano; questa è una lettera di Camilla).  È una donna che scrive. dice che vi rimanda il vostro ritratto. Ho rilevato il primo periodo. Ecco cosa dice: Signore, capitatomi nelle mani il vostro ritratto ve lo rimando, perché non saprei cosa farne. (Bravissima! Ora capisco tutto. Lo ama, e non lo vuol dire). È una donna che scrive; superba, incivile, che meriterebbe di essere mortificata.  A chi avete dato il vostro ritratto?

ARL. L'ha avuto Camilla; ma non credo mai...

CARL. Ah sì, l'orgogliosa, la superba! Che si burla di tutti, pretende che tutti l'adorino; e odia quelli che non sanno spasimare per lei. Dite la verità: le avete fatto la corte? L'avete lodata, esaltata? Ha fatto lo stesso con me. Ha veduto ch'io non mi curavo di lei; mi ha perseguitato alla morte.

CARL. Leggete. (gli offre la lettera. Arlecchino vorrebbe prenderla, e Carlotto con arte la ritira, come se fosse in collera per amor di Arlecchino) Cospetto! Si può scrivere una lettera più indegna, più temeraria di questa?

ARL. Datemi quella lettera. Gliela getterò in faccia.

CARL. Non fate così: negherà di averla scritta.

ARL. Vorrei almeno mortificarla...

CARL. Eh! Via. Queste lettere si disprezzano, si scordano, si stracciano... (comincia a stracciare e getta i pezzi per terra)

ARL. Ma perché vi infuriate così?

CARL. Per l'amicizia che ho per voi. (parte)

 ARL. Mi pare che si sia scaldato troppo. Chi mai avrebbe creduto quella giovane così modesta e cortese; mi ha rifiutato il ritratto per superbia. (agitando la mano con cui tiene il ritratto, sente dentro muoversi qualche cosa) (apre e trova sei zecchini) Ho paura che Carlotto m'abbia ingannato.  Forse è geloso di Camilla. Farò leggere la lettera a qualcun (raccoglie i pezzi di carta sparsi qua e là)-

 

SCENA SECONDA

Anselmo ed il suddetto.

ANS. Dov'è il vostro padrone? Mi preme parlargli.

Quando viene il vostro padrone, ditegli che non sia in collera meco, che voglio che siamo buoni amici.

ARL. Sior sì. (ha tutti i pezzi di carta in una mano; e tiene la mano aperta)

ANS. Ditegli che so tutto, che mia figlia mi ha confidato ogni cosa, e che se suo zio è contento...

ARL. Vorrei pregarla di una grazia: se poò unire questi pezzi di carta, mi leggerebbe questa lettera?

ANS. Fa cadere i pezzi a terra ed esce.

 

SCENA TERZA

Camilla ed il suddetto.

 

ARL. Ah Camilla, Camilla! (la invoca da solo)

CAM. Signore, mi chiamate? Vi occorre qualche cosa? (confusa) Avete pronunciato il mio nome.

ARL. Può esser, perché è un bel nome.

CAM E che cosa raccogliete da terra?

ARL. Frammenti di una lettera.

CAM. Di una lettera? Era una lettera di qualche donna? (prende un pezzetto di carta) (Ah! sì, è la mia lettera, la conosco). (da sé) Fate dunque così poco conto delle lettere delle donne? Le stracciate e le disprezzate così?

ARL. E’ stato un mio amico. (ironico)

CAM. E voi avete la debolezza di confidare agli amici le cose vostre? Di confidare una lettera di una donna? Siete indiscreto, imprudente.

ARL. Signora Camilla, perché vi scaldate? Avete scritto voi quella lettera?

CAM. Io?... non l'ho scritta io ... so chi l'ha scritta; conosco la giovane che ha stima e amore per voi, è mia amica, e vi rimprovero per parte sua.

ARL. Cara signora Camilla, vi chiedo perdono. Questa vostra amica è un po’ stravagante.  Mi manda il mio ritratto. Come lo ha avuto?

CAM.  La mia amica m'ha detto che voleva rimandare il vostro ritratto, perché non si credeva degna di possederlo.

ARL. Mi ha mandato anche sei zecchini con una lettera piena di insulti e villanie?

CAM. Questa lettera non conteneva ingiurie e disprezzi. Io ho veduto la lettera, l'ho letta; vediamo se si può leggere qualcosa. Ecco cosa dice: Siate sicuro, che vi ama e che vi amerà sempre l'Incognita che vi scrive.Siete un ingrato.

ARL.  Ah indegno Carlotto!

CAM. Cosa c'entra Carlotto?

ARL.  Sappiate che non so leggere bene e ho pregato Carlotto, che mi ha letto la lettera a modo suo.

CAM. Come! Avete dato a leggere quella lettera a Carlotto che può essere vostro nemico e rivale?

ARL. Mio rivale Carlotto? L'ho sospettato. Ditemi della vostra amica.

CAM. Ormai state per partire, non c’è tempo.

ARL. E perché mai la vostra amica non m'ha dato qualche segno d'amore?

CAM. Una giovane savia e onesta non deve esser la prima. Mi ha detto che toccava a voi dimostrarle qualche inclinazione.

ARL. E’ vero; ma sono timido e non ho coraggio. Son stato cento volte sul punto di dichiararmi, e la vergogna m'ha trattenuto.

SCENA SETTIMA

 

Federico in abito da viaggio, e detti.

FED. Ben trovato, Arlecchino. Vengo da Roma. Lo

 zio del padrone è morto ed ha lasciato il nipote erede di tutto il suo.

ARL. Si è ricordato di me?  (a Federico)

FED. Sì, di voi e di me: mille scudi per ciascuno.

ARL. Allora non vado più a Roma. (a Camilla con gioia)

CAM. (Lo volesse il cielo!)

FED. (parte)

SCENA OTTAVA

Arlecchino e Camilla

ARL. Buone nuove per me. (a Camilla)

CAM. (E per me, se potessi superare la timidezza) Datemi il vostro ritratto, che lo darò all'amica. So che lo riceverà volentieri dalle vostre mani.

ARL. Ditele che l’amo.

CAM. L'amate senza conoscerla?

ARL. Ah! mi pare di conoscerla. (con tenerezza) Credo di non ingannarmi.

CAM. Ed io vi assicuro, che io... che ella... che l'amica... (Non posso più).

ARL. Per pietà, ditemi: siete voi quella amica?

CAM. No, no, non sono io. Vien gente. (con timore)

ARL. Poveretto mi! (balza in piedi)

 

SCENA ULTIMA

Roberto, Dorotea, Anselmo ed i suddetti, poi Carlotto

ROB. La morte del mio povero zio mi rende padrone di me stesso e mi procura l'onore e la felicità di offrirvi la mano ed il cuore. (a Dorotea)

DOROT. Poiché mio padre lo consente, mi abbandono alla più tenera inclinazione.

ANS. Ne ho piacere, per Bacco Baccone.

ROB. Il povero zio è morto. Andremo a Roma tra qualche giorno, se la signora Dorotea lo permette.

DOROT. Signor sì, andate a vedere gli affari vostri.

ROB. E al mio ritorno...

ANS. E al vostro ritorno si faranno le nozze.

ARL. Signor padrone. Vorrei pregarla d'una grazia. Prima di andare a Roma, mi vorrei sposare anch’io.

ROB. Niente in contrario; con chi vuoi maritarti?

ARL. Con l'amica di Camilla. (guardando Camilla)

ROB. E chi è la vostra amica? (a Camilla)

CAM. Signore... Io non so niente. (Non so cosa dire). (da sé)

ROB. Ma chi è? Che cos'è? Vediamo se merita che un servitore onorato e fedele, come tu sei...

ARL. Aiutatemi, Signor padrone, signor Anselmo, signora Dorotea, vi prego, dite a Camilla di dirmi chi è questa signora che mi vuole bene.

ANS. Scommetterei ch'è Camilla.

DOROT. Camilla non parla: è timida, è modesta.

ROB. Animo, animo, figliuola. Arlecchino è un uomo dabbene, è un servitore onorato.

ANS. Orsù, finiamola. Vuoi tu sposarti? (a Camilla, con calore)

CAM. Sì. (modestamente cogli occhi bassi e voce tremante)

ANS. Ma chi vuoi dunque?

CAM. Vorrei... Eccolo qui. (fa vedere il ritratto d'Arlecchino e si copre il viso)

ROB. Animo, promettetevi tutti due, e al ritorno nostro da Roma vi sposerete. Siete contenti?

ARL. Signor sì. (modestamente)

CAM. Signor sì. (con una riverenza modesta)

ANS. Bravi, evviva gli sposi.

CARL.(Arriva) Cos'è quest'allegria, signori? Chi si marita?

ARL. Io e Camilla, per servirvi.

CARL. Pazienza; me la sono meritata. (mortificato)

ROB. Solleciterò la mia partenza per sollecitare il ritorno, e finalmente sposarvi (a Dorotea) E voi altri, in cui l'amore ha combattuto con la timidezza, aspettate con eguale modestia, e siate sempre teneri sposi, e servitori fedeli.

 

Fine della Commedia