Kant - Critica del Giudizio

LA CRITICA DEL GIUDIZIO

Nelle prime due critiche Kant ci rivela due mondi opposti:

1)il mondo fenomenico, dominato dal meccanicismo e dalla causalità;

2)il mondo noumenico, proteso verso la libertà e il finalismo.

Nella 1.a critica Kant studia la conoscenza, nella 2.a la morale, nella 3.a il sentimento.

Nella Critica del Giudizio Kant esamina la facoltà di giudizio, una facoltà intermedia fra intelletto e ragione, fra conoscenza e morale.  Kant distingue il giudizio determinante dal giudizio riflettente

Mentre i giudizi scientifici sono detti determinanti, in quanto determinano gli oggetti fenomenici mediante gli “a priori”, e sono caratterizzati dalla necessità, i giudizi sentimentali sono detti riflettenti perché riflettono su una natura già costituita mediante i giudizi determinanti. Col giudizio riflettente ci troviamo di fronte a un oggetto già conosciuto attraverso lo spazio, il tempo e le categorie e riflettiamo su di esso per collegarlo con un nuovo elemento universale, che non è logico ma sentimentale, il quale esige sempre e dovunque finalità ed armonia.

Il giudizio riflettente ci rappresenta il mondo fisico in termini di finalità e di libertà e permette, nel soggetto, l’incontro fra i due mondi. Il giudizio riflettente si esprime attraverso il sentimento, che è la facoltà mediante la quale l’uomo coglie la finalità del reale che la 1.a Critica ammetteva solo sul piano fenomenico e la 2.a postulava sul piano noumenico. Il sentimento esprime un bisogno tipicamente umano:. Il sentimento si pone fra il “potere di conoscere” e il “potere di desiderare”.

Kant esamina due tipi di giudizio riflettente:

1)il giudizio estetico, che è dato dall’intuizione della pura forma del bello, per cui vediamo un oggetto corrispondere direttamente alle nostre esigenze spirituali. Il bello è perciò l’oggetto di un piacere disinteressato e universale;

2)Il giudizio teleologico, che riguarda il discorso sugli scopi della natura.

IL GIUDIZIO ESTETICO

Se guardo un fiore senza alcun interesse o scopo provo un godimento disinteressato: dico che il fiore è bello soltanto perché è bello; perciò lo contemplo senza alcuno scopo. Il bello è ciò che piace universalmente, ciò che è condiviso da tutti (universalità e necessità su base sentimentale e non concettuale), in quanto si fonda sul giudizio di gusto, che non è un giudizio conoscitivo, ossia non si basa su concetti, ma su quella facoltà di giudizio, comune a ogni uomo: è la mente umana che fonda il giudizio di gusto; pertanto esso è universale.

L’autonomia estetica garantisce l’universalità e la libertà del giudizio di gusto. Contro gli empiristi e i sensisti, che riconducevano l’apprensione del bello ai sensi, Kant difende il carattere specifico e spirituale dell’esperienza estetica. Contro i razionalisti, che consideravano la bellezza come una conoscenza “confusa” della perfezione degli oggetti, Kant sostiene che l’esperienza estetica è fondata sulla spontaneità e non sulla conoscenza.

Il gusto è il criterio su cui si basa il giudizio estetico, ossia la facoltà di giudicare il bello. Il bello non è una proprietà oggettiva delle cose, ma il frutto di un incontro del nostro spirito con esse. La forma dell’oggetto bello non è una qualità della cosa, ma consiste in un’ armonia interiore del soggetto, che viene proiettata sull’oggetto. Se le belle forme sono in natura, la bellezza è nell’uomo, ossia nella sua mente. Se la bellezza risiedesse nelle cose, e quindi nell’esperienza, essa non sarebbe più universale e neppure sarebbe libera, perché verrebbe imposta a noi dalla natura. Il giudizio di gusto, dunque, oltre a essere universale, deve essere libero. Il piacere estetico è puro e scaturisce dalla contemplazione della “forma” di un oggetto. Tutte le volte che la bellezza è un fatto di attrattiva fisica, che mette in moto i sensi più che lo spirito, il giudizio estetico perde la sua purezza e diventa particolare e individuale. In tal caso parliamo di piacevole e non di bello. Mentre il piacevole, che si basa su un sentimento particolare ed è legato ad uno scopo,  dà luogo a giudizi estetici empirici (non puri né universali, ma scaturiti dalle attrattive che le cose esercitano sui sensi e legati alle inclinazioni individuali ), il bello come piacere estetico è qualcosa di puro, non soggetto ad alcun condizionamento. Il piacevole si basa su un sentimento particolare ed è legato ad uno scopo. Il bello si basa su un sentimento universale e non ha scopi conoscitivi o pratici.

Il genio

Il genio è la capacità di creare la bellezza. Esso è originale e creativo ed è inimitabile. E’ impossibile mostrare scientificamente come avviene la produzione del genio.

Per giudicare la bellezza di un oggetto occorre il gusto.

Per produrre la bellezza occorre il genio.

L’arte bella è spontanea come la bellezza della natura, ma l’opera d’arte non è un’imitazione della natura e neppure un’interpretazione della realtà: essa non proviene né dalla fantasia né dall’intelletto, ma è frutto del sentimento che nell’opera d’arte esprime l’universale nel particolare, l’intelligibile nel sensibile, il noumeno nel fenomeno. E così fa sorgere il piacere estetico, che appaga tutto l’uomo, creando un accordo fra immaginazione ed intelletto.

La rivoluzione copernicana

Fondando il giudizio di gusto e la sua universalità sulla mente umana, Kant perviene ad una rivoluzione copernicana estetica: il bello non è una proprietà oggettiva delle cose, non è una qualità dell’oggetto, perché è vissuta interiormente dal soggetto, che la proietta sull’oggetto.

Il sublime

E’ sublime ciò che è grande in maniera smisurata, al di là di ogni possibile confronto.

Sublime matematico è l’estensione assolutamente grande nello spazio e nel tempo (ad es. l’oceano, le galassie, il diametro terrestre).

Sublime dinamico è una forza assolutamente potente (ad es. l’uragano o il terremoto).

Di fronte a queste cose proviamo ambivalenza: da un lato proviamo dispiacere perché la nostra immaginazione è troppo limitata per abbracciare tali grandezze; d’altra proviamo piacere perché la nostra ragione si eleva all’idea di INFINITO (piacere negativo). Queste entità sublimi, ma pur sempre limitate, hanno il potere di risvegliare in noi l’idea di infinito, che è superiore ad ogni realtà, per quanto questa possa essere smisurata e potente. Osservando queste realtà scopriamo la nostra limitatezza ma, coscienti dei nostri limiti, cerchiamo di superarli mirando all’infinito, perché è già in noi l’idea dell’infinito pensata dalla Ragion pura come una totalità assoluta. Di fronte a tale idea la grandezza del sublime della natura si rivela ben poca cosa: la vera sublimità non sta nella grandezza della natura, ma piuttosto nell’animo di colui che giudica sublime tale grandezza, ossia nell’uomo.

Il sublime (che nasce dal contrasto fra immaginazione e ragione e ci appare come qualcosa di terribile) si distingue dal bello (che nasce dall’armonia tra le facoltà dell’animo e ci procura serenità ed equilibrio). Sia il bello che il sublime presuppongono come loro condizione la mente del soggetto.

IL GIUDIZIO TELEOLOGICO

Il giudizio teleologico esprime la nostra capacità di pensare che debba esserci una finalità obiettiva per cui un certo oggetto esiste. La finalità del reale può essere appresa immediatamente, nel giudizio estetico, oppure mediatamente, nel giudizio teleologico.

Giudizio estetico = coglie la finalità soggettiva;

giudizio teleologico = coglie la finalità oggettiva.

Noi non sappiamo cosa sia la natura in sé (noùmeno), giacché la conosciamo solo fenomenicamente. Tuttavia non possiamo fare a meno di considerarla come organizzata in vista di un fine. Tutto nel mondo è utile. Niente esiste invano. In esso domina un principio finalistico: gli elementi naturali esistono in vista di un fine. Di fronte all’ordine generale della natura non possiamo fare a meno di pensare che essa risponde a un bisogno dell’uomo. Il giudizio teleologico ci fa cogliere nella realtà la presenza di un fine che sfuggiva all’intelletto e ci spinge ad una visione finalistica della natura, che integra la visione meccanicistica di essa.

Il coordinamento delle parti di un organismo e dei diversi esseri nel tutto non è un risultato meccanico: il meccanicismo e la causalità colti nel mondo fenomenico non ci forniscono una spiegazione soddisfacente e totale dei fenomeni naturali e ci appaiono inadeguati soprattutto quando osserviamo gli esseri viventi: Nessuna ragione umana può sperare di comprendere secondo cause meccaniche la produzione anche solo di un filo d’erba. Lo scienziato ha il dovere di spiegare causalisticamente e meccanicamente tutti gli avvenimenti della natura, ma avverte il bisogno di considerare il tutto come predisposto intenzionalmente da un Essere superiore. Mediante il giudizio teleologico ci accorgiamo che esiste un finalismo nell’uomo, come in tutti gli esseri naturali, ma che egli è lo scopo ultimo della natura. Senza l’uomo il mondo sarebbe un deserto vuoto.

Naturalmente il giudizio teleologico non ha carattere teoretico e dimostrativo, ma risponde a un bisogno tipico dell’uomo. Esso ci induce a credere a un Essere superiore che ha organizzato la realtà in modo rispondente all’attuazione dei fini della nostra vita morale.

Mentre il punto di vista scientifico coglie la causalità della natura, il punto di vista teleologico coglie la finalità della natura, ossia l’espressione di una volontà superiore. Tale volontà predispone la natura per il trionfo del bene. Il giudizio quindi accorda le facoltà conoscitive con la morale.  Vi è una mirabile finalizzazione della natura, la quale indica che l’uomo è il fine della creazione e la sua suprema destinazione morale.

CONCLUSIONE

La Critica del Giudizio è l’opera che ha avuto maggior influenza sui romantici, per i quali Kant è soprattutto l’autore della terza Critica. Nonostante Kant si sia rifiutato in tutte le critiche di andare oltre il fenomeno, i romantici andranno oltre Kant e pretenderanno di rompere le dighe del criticismo e di fare irruzione nel mondo noumenico, trasformando i postulati della morale e le esigenze del sentimento in altrettante realtà.

Scrisse Kant: Due cose mi riempiono maggiormente d’ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me.

Per Kant l’uomo che nella Ragion pura si è rivelato un essere fenomenico, finito, ma dotato, in quanto essere razionale, di un’apertura all’Infinito (le Idee), nella Ragion pratica e nella Critica del Giudizio si rivela come effettivamente votato all’Infinito. Il destino dell’uomo è l’Infinito. Con queste posizioni Kant trascende gli orizzonti dell’Illuminismo e giunge alle soglie del Romanticismo, che sarà tutto proteso, nella poesia e nella filosofia, verso l’Infinito. 

BIBLIOGRAFIA

 

I. KANT - Critica del giudizio, Bari, Laterza, 1997.

I. KANT - Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime, BUR Rizzoli 2002.

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